Africana Linea aperta con il continente
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Bashir rischia accusa per genocidio, mentre in Sudan la pace è ancora un miraggio
di Giulio Albanese

Il governo sudanese ha accusato ieri la Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) di voler intenzionalmente pregiudicare le elezioni in programma ad aprile, ostacolando inoltre il difficile negoziato con i ribelli del Darfur. Motivo della dura presa di posizione di Khartoum è stata la decisione, da parte dell’Aja, di riesaminare l’accusa di genocidio che non rientrava nel mandato d’arresto spiccato contro il presidente Omar Hassan al Bashir. La Camera d’appello del Cpi ha infatti accolto l’appello del procuratore Luis Moreno-Ocampo contro la sentenza del 4 marzo dello scorso anno che aveva sì spiccato un mandato di cattura contro il presidente sudanese, ritenendolo colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità, ma assolvendolo dall’accusa più grave: quella di avere perpetrato un genocidio contro le etnie Fur, Masalit e Zaghawa. I giudici d’appello hanno annullato proprio questa sentenza di assoluzione ritenendo che siano stati compiuti “errori di diritto” ed hanno chiesto alla Corte di riesaminare le prove portate dalla procura per sostenere l’accusa di genocidio nei confronti di Bashir . Da rilevare che secondo l’ordinamento del Cpi , il leader sudanese non potrà essere processato fino al momento del suo arresto. Finora, Bashir ha potuto contare sull’appoggio dei Paesi africani e arabi che hanno accolto il suo appello a fare fronte comune contro l’egemonia straniera. Come ho già avuto modo di scrivere in passato su questo blog, la società civile mondiale, [...]
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L’Unione africana (Ua) ha da ieri un nuovo presidente. Si chiama Bingu wa Mutharika ed attualmente è il capo di Stato del Malawi. L’elezione si è svolta ad Addis Ababa (Etiopia) durante il 14.mo vertice dell’organizzazione panafricana, alla presenza del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, con l’apporto decisivo di alcuni dei pesi massimi del continente, come Sudafrica, Etiopia e Uganda. Dunque esce di scena il controverso colonnello libico Muammar Gheddafi che non è riuscito nel suo tentativo di strappare un secondo mandato. In effetti già alcuni giorni fa il presidente della Commissione Ua, il gabonese Jean Ping, aveva criticato apertamente la presidenza di Gheddafi affermando che è stata molto nociva all’immagine internazionale dell’Ua, in particolare per la gestione delle crisi in Madagascar e in Guinea Conakry, con prese di posizioni a volte dissonanti dalla linea politica dell’organizzazione. Da rilevare che Gheddafi ha tentato fino all’ultimo di persuadere i capi di Stato e governo dei 53 Paesi membri dell’Unione, ma la sua candidatura è stata bocciata. Sebbene fosse sostenuto da diversi governi del Sahel e dell’Africa Occidentale, il rais di Tripoli ha fallito miseramente il suo obiettivo. E dire che aveva giocato con caparbietà la carta del “Re dei re tradizionali d’Africa”, appellativo con il quale si è fatto chiamare dai suoi pari durante il suo anno di presidenza dell’Unione. Ma indubbiamente questa sua “megalomania”, unitamente ad una sorta di delirio d’onnipotenza e ad una notevole imprevedibilità sul piano politico, lo hanno squalificato. Visibilmente irritato, Gheddafi, nel suo discorso di congedo, ha comunque affrontato la platea a testa alta invitando i leader africani ad affrettare il processo di “unificazione politica” del continente africano, per il quale ha detto di aver lavorato assiduamente nel corso del suo mandato. Il dato politico che comunque va segnalato è inequivocabile: il suo progetto di conquistare un ruolo forte nello scenario internazionale, ponendo al centro dei suoi interessi non più il mondo arabo, bensì quel continente africano ch’egli vorrebbe unito politicamente, è almeno in parte naufragato. Intendiamoci, l’Unione africana - di cui Gheddafi è stato nel 2000 in parte artefice dopo i clamorosi fallimenti dell’Organizzazione per l’Unità Africana (Oua) creata nel 1963 - ha rappresentato un passo avanti, ma il rais ha commesso troppi errori, rivelandosi alla prova dei fatti un pessimo diplomatico. Basti pensare alla crisi malgascia dello scorso anno quando il colonnello ebbe l’ardire di sostenere il golpista Andry Rajoelina, malgrado il colpo di Stato fosse stato dichiarato incostituzionale e condannato dalla stessa Ua. A questo punto viene spontaneo chiedersi cosa farà Mutharika, considerando che il suo Paese non gioca un ruolo strategico nella geopolitica continentale . Economista per formazione, nel suo discorso di insediamento ad Addis Ababa, il nuovo presidente dell’Ua ha comunque detto di voler fare della lotta alla fame la sua priorità, osservando come “l’Africa non sia un continente povero ma sia povera la sua gente”. A questo proposito si è impegnato a fare pressione per far rientrare nell’agenda politica internazionale un piano di aiuti alimentari per tutto il continente, durante il suo mandato di presidenza della durata di un anno. Bisognerà vedere comunque in concreto come riuscirà districarsi nella complessa matassa d’interessi stranieri, soprattutto cinesi, statunitensi ed europei. Nel frattempo non resta che fargli i nostri migliori auguri.
Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini spicca oggi il volo per l’Africa. Prima tappa in Mauritania con focus sul caso dei due italiani rapiti; poi Mali, Etiopia, Kenya, Uganda, Egitto e Tunisia. Insomma un vero e proprio “tour de force” di una settimana, in un continente vastissimo, con straordinarie potenzialità ma endemicamente afflitto da guerre, miserie e pandemie. Lo scopo è quello di rafforzare le relazioni bilaterali, mettendo sul tavolo alcune questioni scottanti e d’interesse comune. D’altronde sono sotto gli occhi di tutti alcuni inquietanti fenomeni come lo strapotere della Cina, tradizionalmente allergica all’agenda dei diritti umani e all’affermazione di piattaforme democratiche, come anche il rafforzamento di certe oligarchie africane avvezze al denaro e al potere. Frattini ha lavorato a Bruxelles e sa bene che l’Europa deve uscire dal letargo definendo politiche unitarie d’intesa con gli stati membri e l’Unione Africana. L’Italia in particolare è chiamata in causa soprattutto nel Corno d’Africa dove la questione somala, come anche la “guerra fredda” tra Eritrea ed Etiopia, esigono un rilancio delle iniziative diplomatiche e della cooperazione. Inutile nasconderselo ma i gravi fatti di Rosarno, venuti alla ribalta in questi giorni, richiedono un discernimento non solo sulla sicurezza, ma anche riguardo agli aiuti da destinare a popolazioni costrette a sopravvivere in condizioni subumane. Detto questo, vi sono due questioni cruciali per il nostro governo. La prima riguarda direttamente Frattini che all’inizio del suo mandato aveva deciso di mantenere per sé, oltre la competenza sulla Cooperazione, anche quella sull’Africa Subsahariana. Una scelta collegata alle priorità che l’Italia intendeva assegnare al G8 dell’Aquila, tra le quali figurava la lotta alla povertà. Ma ora che la presidenza italiana è scaduta, soprattutto nei circoli della cooperazione allo sviluppo, si avverte il bisogno di un politico a tempo pieno per l’Africa Subsahariana. Nel passato, ex sottosegretari del calibro di Rino Serri, Alfredo Mantica, come anche l’ex viceministro Patrizia Sentinelli, hanno seguito le vicende africane con grande passione e professionalità, viaggiando in lungo e largo nel continente. Vi è poi una seconda esigenza, emersa nei mesi scorsi, quella di procedere alla nomina di un inviato speciale dell’Unione Europea nel Corno d’Africa. Sono state molte le cancellerie che hanno indicato Mario Raffaelli come possibile candidato. Figura di spicco e grande protagonista con Sant’Egidio del negoziato di pace in Mozambico, ex inviato speciale del nostro governo in Somalia, Raffaelli ha ricoperto recentemente il delicato incarico di coordinare una commissione, nell’ambito del G8, sul rafforzamento delle operazioni di peacekeeping in tutto il mondo e in particolare in Africa. Un personaggio come Raffaelli potrebbe davvero essere provvidenziale, considerando che la sua visione politica s’è sempre dimostrata veritiera. E i primi a riconoscergli questo merito sono stati diplomatici di altissimo livello e tanti autorevoli missionari.

Anzitutto Buon Anno a tutti i lettori di questo blog! Che davvero il 2010 possa essere un tempo di grazia per ogni uomo e donna di buona volontà. Detto questo vorrei segnalare una notizia uscita quasi in sordina, un paio di giorni prima di Natale, ma che ritengo molto importante e alla quale ho dedicato una riflessione pubblicata ieri sull’edizione cartacea di Avvenire. Si tratta di una decisione presa dai massimi vertici del Palazzo di Vetro che potrebbe segnare, dal mio modesto punto di vista, la svolta nelle tormentate vicende che assillano da decenni il Corno d’Africa. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha infatti votato una risoluzione voluta caldamente dall’Unione Africana, che prevede una serie di sanzioni contro l’Eritrea per il sostegno dato alle formazioni jihadiste disseminate in Somalia. Un provvedimento passato con l’approvazione di 13 dei 15 membri del Consiglio, che contempla una serie di misure restrittive nei confronti del regime di Asmara: dai divieti sulla vendita di armi, al congelamento di assets finanziari, ai divieti di espatrio. Da rilevare che l’unico voto contrario è stato quello della Libia, mentre la Cina si è sorprendentemente astenuta. In un primo momento sembrava che Pechino fosse contraria al provvedimento, ma poi, in qualità di membro permanente del Consiglio, ha deciso di non porre il veto. Ed è questo il dato politico importante, considerando i forti interessi del governo cinese in Africana. Solitamente Pechino è molto attenta a non inimicarsi quei governi con i quali intrattiene relazioni commerciali, ma questa volta ha ritenuto opportuno ricorrere alla formula dell’astensione che ha sortito l’effetto di un vero e proprio ‘tradimento’ nei confronti di Asmara. Gli analisti si sono naturalmente domandati come mai la Cina abbia rinunciato a lanciare il salvagente al proprio alleato e le ragioni sembrano essere fondamentalmente due. Anzitutto perché ormai è stato ampiamente dimostrato che l’Eritrea rappresenta un soggetto altamente destabilizzante nel difficile cammino di riconciliazione nazionale in Somalia. Sono infatti state raccolte numerose testimonianze che indicano gli stretti legami tra l’ala oltranzista dell’opposizione somala e il governo di Asmara, sia dal punto di vista dei rifornimenti di armi e munizioni, come anche sul versante dell’addestramento bellico. Inoltre, e questo è il secondo motivo per cui Pechino s’è tirata indietro, l’Eritrea sta sempre di più diventando un partner imbarazzante per la comunità internazionale. Il presidente eritreo Isayas Afeworki, che negli anni Settanta e Ottanta era considerato un sincero combattente per la libertà, ha imposto il monopartitismo impedendo lo svolgimento di libere elezioni. Sta di fatto che dall’indipendenza in poi, molti oppositori politici sono stati arrestati e l’economia nazionale è allo stremo. Afeworki e i suoi stretti collaboratori hanno praticamente il controllo di tutto: assetti istituzionali e militari, scelte politiche, programmi economici. L’opposizione è costretta all’esilio, mentre la tortura è sistematicamente applicata per punire chi ha eluso la leva, i disertori, i soldati accusati di reati militari o gli appartenenti a minoranze religiose. Ecco che allora molti eritrei cercano disperatamente riparo all’estero. Sono numerosissimi i profughi che, dopo un esodo infernale, arrivano sulle coste del Mediterraneo e si imbarcano sulle carrette del mare per raggiungere il nostro Paese. Naturalmente l’ambasciatore eritreo all’Onu, Araya Desta, ha criticato aspramente le sanzioni, definendole «vergognose» e ha accusato Stati Uniti ed Etiopia di aver spinto il Consiglio di Sicurezza ad adottare la risoluzione. Se da una parte è vero che anche il governo di Addis Abeba non brilla per rispetto dei diritti umani e ha anch’esso le sue gravi responsabilità nello strazio che affligge la Somalia, dall’altra va ricordato che l’Eritrea intrattiene ottime relazioni con esponenti di spicco dell’estremismo islamico. Non v’è dubbio allora che se i Paesi Occidentali, l’Unione Africana e la Cina cominceranno ad adottare una politica comune nel Corno d’Africa, questa potrebbe sortire degli effetti positivi nella martoriata nazione somala.
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Quando ieri ho letto questa notizia, devo ammetterlo, mi si è stretto il cuore e ho provato al contempo un senso di forte indignazione. Sei bimbi tra i tre e gli 11 anni, quattro maschi e due femmine, sono morti in seguito all’esplosione accidentale di una mina. Questa tragedia, causata pare da un vecchio residuato bellico, è avvenuta lunedì pomeriggio a Balambane, un piccolo villaggio nel settore centro occidentale della Somalia, a poca distanza dalla frontiera etiopica. Stando a fonti giornalistiche locali, le piccole vittime stavano preparando il cibo con i genitori ed un altro fratellino, quando è avvenuta l’esplosione: i tre si sono miracolosamente salvati. Non v’è dubbio che questo agghiacciante fatto di cronaca non può essere considerato accidentale, non foss’altro perché l’intera Somalia oggi pullula di ordigni bellici inesplosi. D’altronde, considerando la situazione in cui versa questo Paese, è impensabile ipotizzare un’azione di bonifica; a meno che non si realizzi l’agognato processo di riconciliazione. La Somalia ha ormai raggiunto il punto di non ritorno e rappresenta l’emblema del fallimento, non solo per i vari governi che si sono succeduti dalla caduta del regime di Siad Barre nel 1991, ma per l’intero consesso delle nazioni che attraverso la diplomazia internazionale ha collezionato un’interminabile sfilza d’inenarrabili fiaschi. Ecco che allora questa terra, esposta a Oriente quasi fosse parte del puzzle geografico che lega a incastro la costa africana alla sponda yemenita, s’è trasformata nel tempo in una landa desolata dove oltre tre milioni e seicentomila persone sono costrette a vivere all’addiaccio, senza fissa dimora, dipendenti esclusivamente dall’aiuto umanitario. Un’umanità dolente sferzata anche dagli eventi naturali. Basti pensare che sarebbero almeno 16mila i disperati che hanno perso anche il poco che avevano a causa delle piogge torrenziali che in questi giorni si sono abbattute sulla Somalia meridionale. Un ciclone che si è abbattuto su una situazione già endemicamente grave. Le Nazioni Unite hanno lanciato il solito appello, lamentando la scarsità dei fondi a disposizione per gli interventi umanitari in questa parte del Corno d’Africa che rappresenta – è bene rammentarlo – la prima tra le nazioni più disastrate al mondo. Intanto, l’informazione nostrana, con poche e lodevoli eccezioni, continua a tacere le vicende somale, di una terra cioè legata a noi, prima, per le vicende coloniali e, poi, negli anni ‘50, per un’amministrazione fiduciaria in vista dell’indipendenza. Ormai è una consuetudine: per parlarne occorre la notizia del sequestro di qualche nostro connazionale, poco importa se per mano dei pirati o dei ribelli di questa o quella fazione. Altrimenti i morti ammazzati, come i bimbi di cui sopra, finisco inevitabilmente nel dimenticatoio. Ma bisogna pur tornare a riflettere sulla Somalia, linea di faglia tra Oriente e Occidente, che galleggia sul petrolio e dispone di giacimenti di uranio e gas che fanno gola a molti potentati stranieri. Organizzazioni malavitose, d’ispirazione jihadista e non solo, combattono per procura puntando al controllo di queste immense risorse minerarie. Dietro le quinte ci sono potentati occulti, che intrallazzano nei commerci illeciti più spregiudicati. Qualcuno penserà che certe cose non si possono scrivere in quanto la situazione in quel lembo d’Africa interessa a pochi ed è maledettamente complicata. Un alibi davvero misero. Ma le cancellerie internazionali che continuano a ignorare il lamento che sale dai popoli di questa periferia del mondo non hanno neppure questa fragile scusa. Continua, così, a generarsi un incessante esodo di profughi, molti dei quali sognano il raggiungimento della sponda europea del Mediterraneo, quasi fosse la metafora di una libertà mai avuta. Ma questa è un’altra storia.
In questi giorni la Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) è tornata alla ribalta sulla stampa italiana per la vicenda dei due missionari italiani, citati come complici dei guerriglieri dell’Fdlr (Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda) in un rapporto dell’Onu che dovrebbe essere discusso in una prossima riunione del Consiglio di Sicurezza. Personalmente ho molto apprezzato la serietà e lo scrupolo con cui il settimanale “Vita” ha seguito questo caso rendendo ad esempio pubblica la nota dei saveriani in cui sono state chiarite nel dettaglio le posizioni di padre Pier Giorgio Lanaro e padre Franco Bordignon. Accusati nel rapporto Onu di aver deviato fondi raccolti in Europa verso i combattenti del movimento ribelle ruandese, i due missionari si sono sempre prodigati a servizio della stremata popolazione congolese. Notizie come queste amareggiano perché le testimonianze che vengono dalle loro comunità cristiane indicano l’esatto contrario di quanto riferito nel rapporto, avendo fatto la scelta degli “ultimi” con grande fede e abnegazione. Detto questo, vorrei condividere con voi, cari lettori, alcune considerazioni sulla situazione nelle due province congolesi, quelle del Nord e Sud Kivu, dove il “caos” regna sovrano. Stiamo parlando di un territorio ricchissimo di materie prime, che da oltre un decennio è sconvolto da un’irrefrenabile spirale di violenza. Un clima brutale acuito dalla cultura d’impunità di cui godono le formazioni armate, con la connivenza di poteri più o meno occulti. Basta dare un’occhiata ai dispacci che inviano i volontari di Medici Senza Frontiere (Msf) per rendersi conto delle vessazioni perpetrate contro gente innocente. Dal gennaio scorso questa benemerita organizzazione umanitaria ha trattato oltre cinquemilatrecento vittime di violenza sessuale a riprova della totale assenza di uno stato di diritto. E mentre le autorità militari congolesi diffondono con clamore raffiche di dispacci sui successi conseguiti contro la famigerata milizia ribelle hutu, le cosiddette Fdlr, con l’intento di far credere che la situazione sia ormai sotto controllo, la realtà sul campo è assai diversa dalla propaganda. Il business minerario infatti fomenta a dismisura la sporulazione di nuovi gruppi armati, al punto che non passa settimana senza che venga annunciata la nascita di una nuova formazione. Ma il dato forse più inquietante riguarda lo sfruttamento illegale delle risorse minerali del Kivu che, secondo autorevoli fonti della società civile, avviene con la connivenza tra il regime ruandese e le Fdlr. Benché queste due entità siano ufficialmente antagoniste, gran parte della cassiterite e del coltan estratti nei siti minerari controllati dalle Fdlr ed esportati dal Kivu transitano “curiosamente” – è proprio il caso di dirlo - per Kigali. Alcuni osservatori ritengono che la presenza delle Fdlr nel Kivu sia usata dal regime di Kigali come pretesto per intervenire, direttamente o indirettamente, nel Kivu e mantenerlo, militarmente e politicamente, sotto il suo controllo per poter continuare a usufruire degli enormi benefici derivanti dall’attività commerciale delle risorse minerarie congolesi. Ecco perché non ci sarebbe affatto da stupirsi se un giorno si venisse a sapere che le violenze ora attribuite a “presunti Fdlr” fossero volute e pianificate dal governo ruandese, con il medesimo obiettivo. D’altronde l’esercito congolese ha nel proprio organico, in seguito all’accordo di pace tra le parti, una presenza cospicua di militari provenienti dalla milizia filoruandese del Cndp (il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo). Nel frattempo, la Monuc, la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite, s’è risolta in un clamoroso “fiasco”. Stando al rapporto Onu già citato, la Monuc sarebbe stata incapace di contrastare le Fdlr che godrebbero dell’appoggio di una rete di finanziamento non solo in Africa ma anche in Europa e nel Nord America. La questione di fondo comunque, troppo spesso sottaciuta dai media, è che la popolazione del Kivu sta subendo un’occupazione militare occulta a seguito delle mire espansionistiche dei paesi limitrofi, in particolare il Rwanda e l’Uganda, coinvolti nello sfruttamento illegale delle risorse minerarie congolesi tra cui figurano anche oro, petrolio e gas metano…. Non v’è dubbio allora che, al di là della retorica profusa nelle cancellerie di mezzo mondo, sarebbe auspicabile passare dalle parole ai fatti: adottando ad esempio la pratica di una certificazione di origine dei prodotti minerari per impedire un saccheggio che contribuisce a finanziare il conflitto.
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Devo confessare che ho seguito con grande tristezza il recente vertice della Fao sull’alimentazione conclusosi ieri pomeriggio a Roma. È stata davvero l’ennesima “occasione mancata” come ho scritto sull’edizione odierna del quotidiano Avvenire. Un evento inconcludente, forse il peggiore nella storia di questa benemerita organizzazione Onu, caratterizzato dall’indifferenza dei Grandi della Terra e soprattutto dall’assenza di obiettivi concreti e modalità attuative in campo economico. Se da una parte è vero che i principi chiave del documento acclamato dai capi di Stato e di governo in assemblea plenaria formulano gli orientamenti della strategia futura nella lotta contro la fame, dall’altra rimangono pur sempre semplici enunciazioni, mancando ad esempio le cifre reali degli stanziamenti. Insomma, quei famosi 44 miliardi di dollari annui, che lo stesso direttore generale della Fao, Jacques Diouf, si era preoccupato di inserire nel testo preparatorio, sono stati depennati nella versione finale per assicurare il voto del Canada, dell’Australia e dei Paesi del G8. Inoltre, è davvero sconcertante il fatto che nel testo sia mancato un preciso riferimento temporale: entro quando, cioè, raggiungere l’obiettivo di sradicare la piaga della fame, che oggi affligge oltre un miliardo di persone. E cosa dire poi di quel fantomatico coordinamento di controllo sulla sicurezza alimentare, dato che nessuno s’è preoccupato di definirne i meccanismi nel testo finale? Per non parlare della questione climatica o della cosiddetta agricoltura sostenibile che, sebbene siano state enunciate, mancano di quelle indicazioni operative per cui sia possibile realizzare progetti a breve, medio e lungo termine. Per chi si sforza di riconoscere nella storia contemporanea l’orizzonte cristiano della speranza, il messaggio di Benedetto XVI ha presentato davvero l’unica nota positiva delle intere assise, un indirizzo che se fosse stato accolto da chi di dovere, proprio per la sua concretezza, avrebbe potuto segnare la svolta. Ed invece questo summit ha rilevato palesemente la debolezza di un sistema istituzionale internazionale di cui la Fao, forse più di altri organismi, rappresenta la cartina al tornasole. Ma sarebbe fuorviante prendersela con le Nazioni Unite che, da molto tempo a questa parte, hanno dimostrato d’essere un organismo frenato dal pesante fardello della burocrazia. La verità è che l’Onu, attraverso le sue molteplici diramazioni, è l’espressione eclatante di quello che i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza intendono che sia: un’istituzione debole a cui però viene affidata l’ardua missione di rappresentare il consesso delle nazioni come unico organismo ’super partes’ a livello planetario. E allora sarebbe più onesto che il presidente Usa Barack Obama o il premier britannico Gordon Brown (tanto per citare alcuni tra gli illustri assenti), che in altri tempi sembravano fossero i portabandiera della solidarietà globale, ammettessero la mancanza di volontà politica dei rispettivi governi. La posta in gioco è alta essendo l’inedia una questione morale che ancora una volta viene “premeditatamente” lasciata nel cassetto, con conseguenze devastanti per una moltitudine smisurata di uomini e di donne, mentre si preferisce investire, con grande disinvoltura e spregiudicatezza, per salvare l’alta finanza e sostenere le spese militari. Sta di fatto che nella suggestiva cornice dell’Urbe a farla da padroni sull’Aventino sono stati personaggi alquanto controversi come il colonnello libico Muammar Gheddafi o il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, i quali, a modo loro, hanno cercato di riciclarsi da paladini del Sud del mondo. Sarebbe comunque un errore pensare che il Ricco Epulone possa continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Perché la salvezza di Lazzaro è oggi più che mai un precetto per tanta società civile, “voce di chi non ha voce”.
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Zimbabwe: ennesimo accordo a Maputo, ma la gente è stufa!
di Giulio Albanese

Lo Zimbabwe di Robert Mugabe è la dimostrazione di quanto sia veritiera e sferzante la saggezza popolare secondo cui al peggio non è c’è mai fine. Stiamo parlando di un personaggio affamato di denaro e potere, con seri problemi di demenza senile, afflitto da una smania incontenibile di grandezza. Nonostante abbia varcato la veneranda età pensionabile, Mugabe non perde mai occasione di tuonare contro i suoi detrattori, in patria e all’estero, considerandosi, dopo quasi trent’anni di governo ininterrotto, alla guida dello Zanu-Pf, l’Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe-Fronte Patriottico, il padrone assoluto del suo Paese. Comunque sia, nonostante gli spiragli di luce filtrati timidamente dal vertice di giovedì sera a Maputo (Mozambico), il futuro rimane incerto e l’orizzonte politico foriero di sciagure per l’ex Rhodesia, un tempo tra i più fiorenti Stati del continente ma ridotto ormai al collasso economico-sociale da decenni di scriteriata gestione ideologico-razziale da parte del regime di Mugabe. Un regime che tra le sue peculiarità ha il demerito di aver attuato una sorta di apartheid alla rovescia: espropriando cioè illecitamente dei loro beni i cosiddetti “white farmers”, gli ultimi coloni bianchi rimasti, e attuando una redistribuzione forzata delle terre che non rispondeva ad alcun criterio diverso dal colore della pelle. Per carità, come già scritto ripetutamente su questo blog, l’esigenza di una riforma fondiaria era impellente ma non andava attuata secondo i criteri coercitivi imposti dal vecchio satrapo. Intanto il premier Morgan Tsvangirai, leader dell’opposizione, che era stato costretto a sospendere i lavori del governo di unità nazionale per gli abusi commessi nei confronti dei militanti del suo partito, giovedì sera ha deciso di dare ancora un mese di tempo al suo rivale per attuare i cambiamenti necessari al ristabilimento della democrazia. Il problema di fondo è che esercito, polizia e giudici sono da sempre appannaggio del regime, col risultato che negli ultimi mesi si sono moltiplicati i procedimenti penali contro i deputati di Tsvangirai appartenenti al Movimento per il Cambiamento Democratico (Mdc). La strategia dello Zanu Pf finora è stata quella di erodere il potere del premier, tentando di far decadere dalla carica i pochi seggi di vantaggio che lo Mdc detiene in parlamento. Da rilevare che con una condanna a sei mesi di carcere, secondo la legislazione vigente nello Zimbabwe, un deputato è costretto a dimettersi dal proprio incarico parlamentare. Le accuse spaziano dallo stupro, al furto e dal terrorismo, al disturbo della quiete pubblica. In questo inferno di dolore, a pagare il prezzo più alto è la povera gente. Nel frattempo, la disoccupazione è alle stelle, la miseria cresce a dismisura, mentre il fantomatico dollaro dello Zimbabwe, letteralmente bruciato dall’inflazione, è l’emblema del delirante tracollo nazionale di cui Mugabe è il grande artefice. Ogni tanto qualche mediatore internazionale, con l’ausilio della comunità regionale dei Paesi dell’Africa Australe (Sadc), tenta affannosamente di ricucire lo strappo tra i due contendenti, proprio come è successo giovedì sera a Maputo. Il problema di fondo è che finora Tsvangirai ha avuto le mani legate, essendo ostaggio di un’oligarchia che esige la revoca senza condizioni delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nei confronti di dirigenti e manager dello Zimbabwe ritenuti vicini al presidente Mugabe. A questo punto la strada per giungere a un cambiamento politico indolore, e così ridare speranza di ripresa, sembra essere ancora un miraggio. Ecco perché sarebbe auspicabile che il consesso delle nazioni africane levassero la propria indignazione, nella consapevolezza che il continente non può permettersi simili défaillance, come peraltro auspicato dal recente sinodo africano. Servono davvero politici santi. E non solo in Africa.
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Quando si parla dell’Africa vengono istintivamente alla mente le crisi del Darfur come anche della Somalia. Per non parlare di tutti i disastri avvenuti in questi anni nella Regione dei Grandi Laghi. Eppure bisogna evitare di scadere nelle solite banalizzazioni forvianti, come anche nei luoghi comuni che costituiscono il lievito del pregiudizio. Stiamo parlando in fondo di un continente che ha delle straordinarie potenzialità e che soprattutto non può essere giudicato ogni volta impietosamente quasi fosse la perpetua metafora di tutte le disgrazie umane. Un esempio emblematico di questo cambiamento in atto è costituito dal Trattato di Pelindaba, entrato in vigore nel luglio scorso, siglato tra 54 Stati africani per proibire le armi nucleari in Africa, creando così una zona significativa del nostro pianeta libera dalla presenza di questi micidiali ordigni. Premesso che la stampa occidentale non mi pare abbia dato grande risalto a questa iniziativa, si tratta di un’intesa multilaterale, vincolante dal punto di vista del diritto, che segna un cambiamento epocale, consentendo al consesso delle nazioni africane di adottare un deciso atteggiamento politico contro la proliferazione nucleare e i traffici illegali di materiali radioattivi in vista della Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (Tnp), che si terrà a New York nel maggio 2010. In sostanza il messaggio che l’Africa intende lanciare al mondo attraverso il Trattato di Pelindaba è chiaro e diretto: occorre assicurare politicamente il disarmo, la sicurezza e la cooperazione ad usi civili del nucleare sotto le verifiche dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e della Commissione Africana sull’Energia Nucleare. Forse non tutti sanno che i legami tra il continente africano e le armi nucleari sono di antica data. Infatti l’uranio impiegato nella bomba sganciata su Hiroshima nel 1945 proveniva da una miniera dell’allora Congo Belga (l’attuale Rd Congo); per non parlare dei primi esperimenti nucleari francesi compiuti nel Sahara algerino. Successivamente venne messo a punto dal regime razzista di Pretoria un programma nucleare militare nella località di Pelindaba, da cui deriva il nome del Trattato di cui stiamo parlando. Un’intesa che ha praticamente ribaltato la politica militarista del governo sadafricano ai tempi dell’apartheid. Ma per comprendere il significato e lo spessore di questa illuminata iniziativa occorre tenere presente, come scrive Giorgio Alba in un interessante dossier pubblicato dall’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, che esso copre l’intera area geografica del continente africano come anche le isole circostanti, garantisce che nessuna arma nucleare sia sviluppata, prodotta, testata, o in qualsiasi modo acquistata o introdotta nei Paesi del continente, e ne proibisce l’uso e la minaccia di uso. Il Trattato inoltre contiene tre ulteriori accordi che riguardano Spagna, Regno Unito, Francia, Cina, Russia e Stati Uniti. Aderendo a questi protocolli, i suddetti Paesi si impegnano a rispettare lo status di questa zona libera da armi nucleari contribuendo alla non proliferazione nucleare, ma Regno Unito e Stati Uniti devono ancora chiarire la questione della base aeronavale di Diego Garcia, dichiarandola libera da armi nucleari. Il Trattato indica la sicurezza nucleare come un elemento importante, esso impegna gli aderenti ad applicare i più alti standard di sicurezza. D’altronde l’Africa da sola non è in grado di difendersi dai rischi della proliferazione nucleare, inclusa la gestione delle miniere di uranio e dei rifiuti radioattivi, il controllo del territorio e dei traffici navali. Le potenziali minacce sono numerose: criminalità comune, criminalità organizzata, gruppi terroristici, carenze di controllo e gestione da parte delle imprese, che espongono al rischio di incidenti, furti, attività ambientali illegali e anche attacchi contro le installazioni e centrali nucleari. Una cosa è certa, la proliferazione nucleare è un problema politico ed è dunque importante che la comunità internazionale assegni una maggiore enfasi alle soluzioni politiche e diplomatiche. L’accresciuta produzione di armi e, più in generale, l’incremento della spesa militare, che vedono ai primi posti i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non sono certamente in funzione, soltanto, della difesa di tali Paesi, ma vanno in buona misura ad alimentare le rispettive quote di commercio internazionale. Col risultato di accrescere la condizione di vulnerabilità e precarietà della vita di tutti nel pianeta. L’Africa da questo punto di vista ha dato buon esempio a tutti. Si vis pacem para pacem!
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Sinodo Africano: Oltre i paternalismi senza darsi alibi
di Giulio Albanese
Basta con i luoghi comuni infarciti di paternalismi stucchevoli che fanno dell’Africa la metafora della disgrazie umane. È davvero pungente e a tratti provocatorio il messaggio finale del Sinodo africano, a significare che non c’è tempo da perdere perché l’Africa deve cambiare e soprattutto non può abbandonarsi alla disperazione. Per carità i problemi sono reali, fanno ovviamente intendere i padri sinodali, ma è giunta l’ora di voltare pagina e questo sarà possibile solo e unicamente attraverso una decisa assunzione di responsabilità. Allora, se si vuole davvero aiutare l’Africa, il punto di partenza deve essere il rinnovamento della comunità cristiana, rifuggendo da inutili e sterili pietismi, nella certezza che occorre mettere in discussione una mentalità remissiva di fronte alle sfide imposte dalla globalizzazione. È sintomatico che a pensarla così non siano degli esperti stranieri, ma i vescovi africani che hanno preso parte all’assise sinodale. Ad esempio, il presidente della Commissione incaricata di redigere il testo, monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja (Ngeria), commentando il messaggio, ha affermato senza esitazione che non si può trovare alcuna scusante al deficit di democrazia che attanaglia il continente sostenendo che questa è una «via africana» per reggere i Paesi. Neanche piangersi addosso può aiutare a superare l’empasse, asserendo che l’Africa è stata vittima per secoli dello schiavismo o del colonialismo. D’altronde, come recita un detto anglosassone, charity begins at home, la carità comincia in casa propria. Ed è per questo motivo che il messaggio è indirizzato principalmente all’Africa in tutte le sue componenti, sia ecclesiali che sociopolitiche, perché possano modificare un sistema che determina una crescente divaricazione tra ricchi e poveri. In questa prospettiva, come si legge nel messaggio «l’Africa ha bisogno di politici santi che combattano la corruzione e lavorino al bene comune. Coloro che non sono formati alla fede, si convertano o abbandonino la scena pubblica per non danneggiare la popolazione e la credibilità della Chiesa cattolica». Molto importanti anche i riferimenti alla famiglia che le classi dirigenti debbono impegnarsi a salvaguardare, perché una nazione che penalizza questa istituzione agisce contro i propri interessi. Un richiamo questo che, lungi dal voler scadere in futili polemiche, potrebbe essere rivolto anche ai governi del Primo mondo. E ancora, proprio nella consapevolezza che l’Africa è parte integrante del villaggio globale, il messaggio è anche rivolto alla comunità internazionale, perché tratti il continente africano con rispetto e dignità, cambiando le regole del gioco economico e affrontando una volta per tutte la questione del debito estero, come anche il problema dello sfruttamento delle risorse naturali perpetrato con scaltrezza da gruppi d’interesse stranieri. Naturalmente, i temi trattati nella missiva sono davvero a 360 gradi: dal ruolo della donna, «spina dorsale» delle Chiese locali, ai giovani che rappresentano a livello continentale il 60% della popolazione con meno di 25 anni; dall’importanza del Sacramento della Riconciliazione, al rafforzamento dei legami con le antiche Chiese di Etiopia e di Egitto e tra l’Africa e gli altri continenti. Per non parlare dell’importanza che rivestono i mezzi di comunicazione sociale; della lotta contro l’Aids facendo riferimento soprattutto al valore della fedeltà coniugale e della castità; o del dialogo col mondo islamico, auspicando il pieno rispetto della libertà religiosa. Pertinente, poi, il richiamo alla necessità di sostenere i migranti e i rifugiati perché l’accoglienza è un dovere. Un impegno a cui nessun governo può sottrarsi. Toccante infine è il ringraziamento che viene formulato dai padri sinodali ai missionari. In fondo è anche merito loro se oggi in Africa c’è una Chiesa adulta. (da Avvenire 24 Ottobre 2009)
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Giulio Albanese
Padre Giulio Albanese è nato a Roma il 12 marzo del 1959 e appartiene alla Congregazione dei Missionari Comboniani. Ha diretto il "New People Media Centre" di Nairobi e fondato la "Missionary Service News Agency" (Misna). Attualmente collabora con varie testate giornalistiche per i temi legati all'Africa e al Sud del mondo tra cui Avvenire, Vita e il Giornale Radio Rai. Dal febbraio del 2007 insegna "giornalismo missionario/giornalismo alternativo" presso la Pontificia Università Gregoriana (Pug) di Roma ed è direttore delle riviste missionarie delle Pontificie Opere Missionarie (PP.OO.MM. Italia). È anche autore di alcuni libri tra cui "Ma io che c'entro? – Il bene comune in tempi di crisi" (Ed. Messaggero Padova 2009), "Hic sunt leones" (Ed. Paoline 2006), "Soldatini di Piombo" (Feltrinelli, Milano 2005), "Il Mondo Capovolto" (Einaudi, Torino 2003) e "Ibrahim, Amico Mio" (Emi, Bologna 1997) e "Sudan: solo la speranza non muore" (1994).
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