Come già scritto tante volte su questo Blog, inedia e pandemie, guerre e carestie, sono una costante in molti Paesi dell’Africa Subsahariana, soprattutto in quelli della fascia Saheliana e del Corno d’Africa. E proprio di ieri la notizia dell’ennesimo attentato terroristico a Mogadiscio, in Somalia, perpetrato dalle solite formazioni estremiste islamiche, foraggiate dai salafiti sauditi. Undici le vittime finora accertate, in un contesto dove la stragrande maggioranza della popolazione vive, o meglio, sopravvive in condizioni subumane. Ecco perché s’impone un serio discernimento, trattandosi di una questione irrisolta che interpella la coscienza di ogni uomo e donna di buona volontà. Ma andiamo per ordine.
Lungi da ogni retorica, le ragioni di questo permanente degrado della condizione umana, per dirla con le parole di Christian Coméliau, sono legate alla povertà che “non può essere intesa come una fatalità del destino, né uno stato, né tanto meno una categoria sociale, ma un processo di esclusione determinato dalle ineguaglianze strutturali”. In effetti, stiamo parlando di Paesi dove il jihadismo spinto, ovvero la strumentalizzazione ideologica della religione per fini eversivi, come anche l’emarginazione di vastissimi settori delle popolazioni autoctone dalla gestione della res publica, sostenuta da un’accesa conflittualità, rendono questo scenario a dir poco incandescente. Una fenomenologia con le caratteristiche tipiche del circolo vizioso, in cui i diversi fattori interagiscono tra loro, penalizzando ogni anno milioni di innocenti. Ciò che, comunque, sconcerta è l’omertà della comunità internazionale rispetto alle vicende di questi Paesi, Somalia in primis. E sì, perché se da una parte è evidente che l’Africa rappresenti la linea di faglia tra opposti interessi geostrategici, legati – almeno in parte – al controllo delle immense fonti energetiche presenti nel sottosuolo (che vanno dal petrolio al gas naturale fino all’uranio), vi sono anche altre negligenze che coinvolgono le classi dirigenti locali (troppo spesso assetate di denaro) e di certi grandi benefattori o presunti tali. Ad esempio, da troppi anni a Mogadiscio e dintorni, come anche nel resto del Corno d’Africa, il consesso delle nazioni anziché promuovere una cooperazione allo sviluppo che tenesse conto degli effettivi bisogni del territorio, ha risposto spesso e volentieri alle cicliche calamità climatiche, poco importa che si trattasse di siccità o inondazioni, e alle crisi armate promuovendo interventi d’emergenza con modalità che hanno finito per acuire a dismisura la dipendenza delle popolazioni africane dagli aiuti stranieri. E cosa dire delle speculazioni finanziarie legate alla compravendita di fondi di investimento? Si tratta di “futures” sui prodotti agricoli che non vengono più solo acquistati da chi ha un interesse diretto in quel determinato mercato seguendo le tradizionali leggi della domanda e dell’offerta, ma anche di soggetti finanziari come i fondi pensione, che investono grandi somme di denaro con l’obiettivo esclusivo di ottenere il miglior rendimento. Col risultato che si determinano impennate dei costi alimentari, soprattutto dei cereali in contesti dove la solidarietà dovrebbe prendere il sopravvento sulle spietate regole del business. Parliamo di Paesi in cui la gente destina più dell’80% del proprio reddito al fabbisogno alimentare e che, nell’attuale congiuntura, non sono assolutamente in grado di far fronte all’aumento indiscriminato dei prezzi del cibo. Ecco perché sarebbe auspicabile che la diplomazia internazionale iniziasse ad affrontare l’agenda politica di queste nazioni, partendo dalla prossima conferenza internazionale sulla Somalia, che si terrà a Londra domani. Un evento, questo, a cui prenderà parte la neoministra Emma Bonino, alla sua prima uscita internazionale.
Ciò che conta è guardare ai problemi in una prospettiva olistica e non segmentata nei tradizionali settori d’intervento, quasi fossero realtà a sé stanti (emergenze umanitarie, peace-building, aiuti allo sviluppo) e che tenga conto delle varie componenti che hanno fatto di quel Paese un autentico calvario. Ma ciò sarà possibile solo e unicamente quando si avrà l’onesta intellettuale di affermare nella politica internazionale, un multilateralismo dalla parte dell’uomo e non ostaggio dei soliti interessi mercantili, quelli asserviti al dio denaro.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: "Mogadiscio", "Somalia", Africa, bipolarismo, fame, guerre, multilateralismo, siccità
di Giulio Albanese
Le algide cifre dei morti per inedia e pandemia in Somalia costituiscono la cartina al tornasole di un Paese ridotto allo stremo. In soli due anni oltre 260mila persone sono morte per la crisi alimentare. La metà erano bambini sotto i cinque anni. Una tragedia che secondo uno studio delle Nazioni Unite si è consumata a partire dal 2010. Ma dopo questa ennesima strage degli innocenti, il dato preoccupante è che l’emergenza non è rientrata. Da rilevare che, nel 2011, il Corno d’Africa era stato colpito dalla più grave siccità degli ultimi 60 anni. Una delle ragioni, questa, della catastrofe umanitaria che ha seminato morte e distruzione, ma non la sola. Alla radice di tutti i mali c‘è, infatti, la sanguinosa guerra in corso in Somalia che si procrastina nel tempo dalla caduta del regime di Siad Barre, nel 1991. Il conflitto alimenta, per così dire, la crisi alimentare e ostacola l’intervento delle agenzie umanitarie internazionali che non riescono a fornire l’assistenza in modo tempestivo e significativo per soccorrere la stremata popolazione civile. Ad aggravare la situazione di questo Paese confinato nei bassifondi della Storia è la progressiva parcellizzazione del territorio sotto il controllo dei “signori della guerra” e delle famigerate formazioni jihadiste, finanziate dal salafismo di matrice saudita.
Ciò che comunque è davvero sconcertante è l’omertà della comunità internazionale rispetto alle vicende somale. E sì, perché se da una parte è evidente che questo Paese rappresenta la linea di faglia tra opposti interessi geostrategici, legati – almeno in parte – al controllo delle immense fonti energetiche presenti nel sottosuolo (che vanno dal petrolio al gas naturale fino all’uranio), vi sono anche altre negligenze che coinvolgono le classi dirigenti locali (troppo spesso assetate di denaro) e di certi grandi benefattori o presunti tali. Da troppi anni a Mogadiscio e dintorni, come anche nel resto del Corno d’Africa, il consesso delle nazioni anziché promuovere una cooperazione allo sviluppo che tenesse conto degli effettivi bisogni del territorio, ha risposto spesso e volentieri alle cicliche calamità climatiche, poco importa che si trattasse di siccità o inondazioni, e alle crisi armate promuovendo interventi d’emergenza con modalità che hanno finito per acuire a dismisura la dipendenza delle popolazioni africane dagli aiuti stranieri. L’ho scritto tante volte e non mi stancherò mai di ripeterlo: “se la fame si nutrisse di parole la Somalia sarebbe già sazia”.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: "Somalia", Corno d'Africa, Nazioni Unite
di Giulio Albanese
“Avvolte tra i poveri”, proprio come raccomandava il Beato Luigi Maria Palazzolo, loro fondatore. Abituate a combattere a servizio del Regno, sei coraggiose missionarie delle Poverelle di Bergamo, non abbandonarono la trincea della carità, sotto l’incubo della terribile pandemia di Ebola che nel 1995 sconvolse la lo loro missione congolese. Domani, nella cattedrale di Kikwit, si aprirà la Causa di beatificazione delle religiose che, di fronte all’epidemia, restarono al fianco dei malati seguendo fedelmente il carisma. Suor Floralba Rondi, Suor Clarangela Ghilardi, Suor Danielangela Sorti, Suor Dinarosa Belle, Suor Annelvira Ossoli e Suor Vitarosa Zorza furono falciate dalla febbre emorragica tristemente nota per i dolori atroci, dissenterie e cefalee. Tutto iniziò quando, il 15 marzo di quello stesso anno, un certo Gaspar Menga tornò a casa febbricitante dopo aver trascorso una giornata di lavoro, nei pressi di un villaggio a poca distanza dalla cittadina di Kikwit, nello Zaire. Dieci giorni dopo morì, dissanguato da un male misterioso. La stessa sorte toccò a suo figlio, a suo fratello e ad altri membri della famiglia. Nel giro di poche settimane, l’ospedale di Kikwit si riempi di moribondi. Suor Floralba fu la prima missionaria ad essere contagiata, la prima a morire. Le consorelle raccontarono che si ammalò mentre assisteva un paziente in gravi condizioni. La morte sopraggiunse il 25 aprile. Suor Vitarosa fu invece l’ultima tra le religiose a cadere. Il diario della comunità ricorda che assistette le consorelle contagiate dal terribile virus e le raggiunge in cielo il 28 maggio, festa dell’Ascensione. Ben presto i medici capirono che la diffusione del virus era favorita dall’usanza locale di toccare i morti durante i funerali. Perciò venne dato l’ordine di avvolgere i cadaveri nella plastica e di gettarli in fosse comuni. Provocata dal famigerato virus, che d’allora salì alla ribalta internazionale dei media, l’epidemia provocò in tre mesi la morte di 244 persone con una media di otto su dieci persone infettate. Tra le vittime vi furono anche le sei missionarie che si erano prodigate nell’assistenza ai malati, pur consapevoli della pericolosità del morbo.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: "Repubblica Democratica del Congo", Ebola, Kikwit
L’Africa continua ad essere il continente delle grandi contraddizioni. Potrebbe essere un “Paradiso terrestre” eppure non sembra riuscire ad imprimere l’agognato cambiamento rispetto alle vicende neocoloniali; quelle che, ancora oggi, condizionano il vissuto dei suoi popoli. La recente crisi centrafricana e quella maliana sono sintomatiche di un malessere determinato sia dalla fragilità delle classi dirigenti, come anche dagli interessi internazionali, poco importa se di matrice salafita, cinese o francese. La questione somala rimane irrisolta: l’attentato di domenica scorsa al tribunale di Mogadiscio la dice lunga. In Nigeria, invece, la frattura tra il Nord e il Sud del Paese rappresenta un fattore di grande instabilità, indebolendo fortemente il governo di Abuja. Nel frattempo, a marzo, in Kenya è stato eletto presidente Uhuru Kenyatta. Cinquantuno anni, figlio del padre della patria Jomo Kenyatta, è un kikuyu che ha preso il potere riproponendo, col suo avversario Raila Odinga, d’etnia luo, una campagna elettorale dalla forte connotazione etnica. Inoltre, la Corte Penale Internazionale (Cpi) gli ha intimato di presentarsi il prossimo 9 luglio per rispondere di crimini contro l’umanità di cui è accusato, come presunto regista delle violenze che hanno preceduto e seguito le elezioni presidenziali del 2007. E mentre le diplomazie occidentali, in linea con i pronunciamenti della Corte dell’Aja, erano rappresentate alla sua cerimonia d’insediamento solo dai rispettivi ambasciatori, si rafforza l’influenza dei Brics (Cina in primis) che guardano all’ex colonia inglese come ad un Paese strategico per il commercio con l’Oriente. Da rilevare che quando ha giurato, il 9 aprile scorso, Kenyatta è stato applaudito da capi di Stato del calibro di Robert Mugabe (Zimbabwe) , Joseph Kabila (Repubblica Democratica del Congo), Ali Bongo (Gabon) e Yoweri Museveni (Uganda) che in materia di diritti umani non sono certo campioni. A riprova che le leadership africane continuano a rispondere a logiche oligarchiche e fortemente nepotistiche. Cosa dire, ad esempio, del presidente sudanese Omar Hassan el Beshir o dell’eritreo Isaias Afewerki? Questi signori, politicamente inossidabili, guidano le loro rispettive nazioni come veri e propri dittatori.
Sul piano strettamente economico, le previsioni, a livello continentale, del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) sono positive, grazie soprattutto ai forti investimenti del governo di Pechino e più in generale dei Paesi del cartello Brics (oltre alla Cina, esso comprende, Brasile, Russia, India e Sudafrica). “Guidata dallo slancio dei consumi privati e dagli investimenti così come dall’export – scrivono gli esperti del Fmi – l’Africa Subsahariana, sulla base della robusta crescita del 2012 proseguirà lungo il trend di espansione interrotto solo nel 2009”. Secondo il Fmi la crescita dell’area per il 2013 è stimata attorno al 5,5%. “La crescita generalizzata – prosegue il rapporto – è basata sulla crescita significativa dei continui investimenti in infrastrutture e capacità produttiva, sul sostegno dei consumi e sull’avvio di nuove capacità estrattive”. Letto così, il Fmi sembra dipingere uno scenario idilliaco, ma non è tutto oro quello che luccica. Anzitutto perché la debolezza dell’aera euro potrebbe coinvolgere i Paesi africani; inoltre la crisi dei mercati finanziari su scala planetaria, unitamente a un prevedibile calo degli investimenti dovuto alla diminuzione della domanda nei Paesi industrializzati, potrebbero far calare i prezzi delle materie prime e danneggiare così i produttori minerari. A ciò si aggiunga la crescente disparità sociale nei Paesi africani, non solo a basso reddito, ma anche in quelli emergenti come il Sudafrica. Non v’è dubbio che i processi della crescita economica vanno contestualizzati in un habitat, quello africano, dove la democrazia e il pluralismo lasciano ancora molto a desiderare. Insomma, il risveglio dell’Africa è ancora una grande ambizione che potrà realizzarsi nella misura in cui la società civile, nelle sue molteplici componenti, sarà in grado di assolvere il suo vero ruolo. Quello di essere un vero e proprio vivaio per le future classe dirigenti, protese al servizio della “Res publica”, in antitesi alle politiche dei satrapi che ancora oggi fanno il bello e il cattivo tempo.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Africa, Brics, Kenyatta
Ieri mattina, la capitale centrafricana, Bangui, è stata conquistata dai ribelli della coalizione Séléka. Si tratta di un evento che segna la fine politica del presidente Francois Bozizé, costretto a fuggire all’estero. Intanto la Francia ha inviato nella sua ex colonia un contingente di un centinaio di soldati a protezione dei propri connazionali, mentre la Croce Rossa si è detta pronta a garantire soccorsi alla stremata popolazione civile. Dunque, a meno di tre mesi dalla prima offensiva e dopo gli accordi di pace di Libreville, siglati lo scorso gennaio, gli insorti del Séléka, hanno ormai il controllo di un Paese ridotto allo stremo, in uno stato di miseria indicibile, nonostante le enormi ricchezze del sottosuolo. Le informazioni che ho ricevuto stamane, sono davvero allarmanti, non foss’altro perché in questi giorni vi sono stati episodi di saccheggio per mano degli insorti. In particolare, la notte scorsa, alcuni quartieri della capitale sono stati messi a ferro e fuoco. A ciò si aggiunga il fatto che all’interno del Séléka vi è una componente di matrice islamica che non pare assolutamente ben intenzionata nei confronti dei missionari. Le Nazioni Unite, per bocca del Segretario Generale Ban Ki-mo, hanno condannato ieri l’offensiva ribelle, chiedendo il ristabilimento immediato dello Stato di diritto, nel rispetto della dettato costituzionale. Nel frattempo, il governo di Kinshasa ha sollecitato l’intervento dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati. Si temono infatti ritorsioni contro chiunque abbia collaborato con Bozizé che, mentre scrivo, pare abbia trovato rifugio della Repubblica Democratica del Congo. Nata lo scorso agosto dall’alleanza tra Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp) e la Convenzione dei patrioti della salvezza e del Kodro (Cpsk), Séléka ha raccolto anche l’adesione dell’Unione delle forze democratiche per il raggruppamento (Ufdr). Comunque, dietro le quinte, si celano interessi geostrategici che vanno ben al di là dei confini del Centrafrica. La presenza di giacimenti di petrolio (a Birao) e di uranio (a Bakouma) costituisce un fattore di grande instabilità per la sicurezza nazionale. In particolare, le aperture ai cinesi, a livello di cooperazione economica, da parte di Bozizé, non sono piaciute al governo di Parigi che pare abbia scaricato il presidente centrafricano, appoggiando, informalmente, la rivolta. A riprova che gli interessi commerciali sono tali da condizionare il destino di un Paese che continua ad essere ostaggio di nuove forme di colonialismo.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Bangui, Francia, Séléka
di Giulio Albanese
Si conclude questa sera la campagna elettorale e domenica andremo a votare. A questo riguardo, quello che è mancato è stato un serio dibattito sulla politica estera del nostro Paese. Lo si vede chiaramente dall’assenza del cosiddetto “strategic thinking” che caratterizza invece altre potenze industrializzate o emergenti. Per la sua posizione geopolitica, protesa verso il Mediterraneo, l’Italia potrebbe svolgere, meglio di chiunque altro, un ruolo fondamentale nella soluzione delle crisi in atto, sia in Africa (oggetto di questo Blog), come anche nel Mondo Arabo. Il provincialismo, insito nel Dna delle nostre classi dirigenti, unitamente alla sindrome della marginalizzazione, oltre al complesso da “media potenza”, non hanno consentito, ancora una volta, in questa campagna elettorale “casareccia”, di disegnare scenari che contemplino un’azione politica dell’Italia verso questi scenari. Si tratta, naturalmente, di un ragionamento estendibile anche al versante balcanico e alla sponda iraniana. Qui è in gioco, non solo la stabilità e la sicurezza del nostro Paese, per la tradizionale dipendenza dalle fonti energetiche. Nel pieno di una crisi economica globale, al netto delle mirabolanti e ammiccanti promesse elettorali e delle reazioni preoccupate delle piazze finanziarie per l’instabilità politica del Bel Paese, nessuna grande democrazia dovrebbe permettersi incertezze sul proprio ruolo internazionale. Un discorso che riguarda sia l’interscambio commerciale, per non parlare della cooperazione allo sviluppo che da molti anni, ormai, è il fanalino di coda nell’agenda dei governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi. Tutto fa pensare che, dopo l’intervento francese in Mali, l’Europa, priva di un comune governo unitario, continuerà a non avere un indirizzo comune in politica estera. Come già avvenuto per la Libia, Parigi s’è mossa nell’Azawad, ancora una volta, in solitario, cercando “ex post” il consenso degli alleati europei. Londra l’ha sempre fatto e Berlino la sta emulando. Quale sarà la posizione dell’Italia nel mondo? Perché i nostri giornalisti, esperti di politica, (tranne qualche lodevole eccezione) non hanno fatto domande sulle questioni internazionali ai candidati dei vari partiti?
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Africa, Azawad, Francia, Geramania, Italia, Parigi, Regno Unito, Unione europea
In questi ultimi mesi, ho seguito con grande preoccupazione, quanto sta avvenendo nella Repubblica Centrafricana. La ragione per cui ho taciuto su questo Blog, lo ammetto, è stata determinata da un forte senso di frustrazione, derivante dalle ragioni che hanno generato l’ennesima crisi armata in questo Paese dell’Africa Centrale. Dietro le quinte, infatti, si celano interessi geostrategici che vanno ben al di là delle divergenze politico-istituzionali tra i ribelli della coalizione Séléka e il governo del presidente François Bozizé. Le ricchezze del sottosuolo (petrolio a Birao e uranio a Bakouma) costituiscono un fattore di grande instabilità per la sicurezza nazionale. In particolare, le aperture ai cinesi, a livello di cooperazione economica, da parte del governo di Bangui, non sono piaciute a Parigi che pare abbia definitivamente scaricato Bozizé , appoggiando, informalmente, la rivolta. A riprova che gli interessi commerciali sono tali da condizionare il destino di un Paese che, alla prova dei fatti, è tra i più poveri del continente. Ma proviamo ad andare indietro con la moviola della storia. Il 10 dicembre scorso, i ribelli hanno iniziato una veloce avanzata verso Bangui, con l’intento di conquistare il potere. Nata lo scorso agosto dall’alleanza tra Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp) e la Convenzione dei patrioti della salvezza e del Kodro (Cpsk), la coalizione Séléka ha raccolto anche l’adesione dell’Unione delle forze democratiche per il raggruppamento (Ufdr). Secondo le dichiarazioni ufficiali, i ribelli avrebbero lanciato la loro offensiva, accusando il governo di Bangui per il mancato rispetto degli accordi di pace siglati nel 2007, che prevedevano un programma di smobilitazione, disarmo e reinserimento degli ex ribelli del nord. In pochi giorni, Séléka ha occupato il centro minerario di Bria e le città di Batangafo, Kabo, Ippy, Kaga Bandoro, Bambari e Sibut, fino ad arrivare a circa un centinaio di chilometri dalla capitale centrafricana. L’iniziativa diplomatica intrapresa a livello ragionale ha portato all’accordo di Libreville, in Gabon, l’11 gennaio scorso, per porre fine alla crisi che in poche settimane aveva gettato nel caos la Repubblica Centrafricana. Si tratta di un’intesa che prevede un “cessate-il-fuoco” immediato, la conferma in carica del presidente Bozizé e la formazione di un governo di unità nazionale. Dovranno, inoltre, tenersi nuove elezioni legislative, al termine di un periodo di transizione che durerà 12 mesi, durante il quale sarà nominato un primo ministro espressione dei partiti di opposizione. L’accordo di Libreville prevede anche il ritiro di tutte le forze militari straniere presenti nel Paese, ad eccezione delle forze africane di interposizione. Bozizé, giunto al potere nel 2003, grazie ad un golpe sostenuto anche dall’esercito del vicino Ciad, rimarrà in carica fino alla scadenza naturale del suo mandato, nel 2016, ma non potrà revocare il primo ministro durante tutto il periodo di transizione. Il premier e gli altri membri del governo di unità nazionale non potranno, comunque, essere candidati alle prossime elezioni presidenziali. In cambio, la coalizione ribelle Séléka, dopo aver ottenuto la liberazione delle persone arrestate durante il conflitto, si è impegnata a ritirare le proprie milizie dalle città occupate e abbandonare la lotta armata. Sta di fatto che, mentre scriviamo, l’avvenuta formazione del governo di unità nazionale non ha ancora rasserenato gli animi nel tormentato Paese africano. Secondo la stampa locale, i ribelli della coalizione, che hanno ottenuto nel nuovo esecutivo alcuni importanti ministeri (come quello della difesa) continuano a commettere violenze in alcune aree dell’ex colonia francese. Personalmente, sono sempre più convinto che Parigi, nonostante le dichiarazioni altisonanti di Hollande continui ad ingerire pesantemente nelle vicende africane. Una cosa è certa: il conflitto centrafricano, militarmente parlando, può essere definito “a bassa intensità” (Low Intensity Conflict). Ma proprio mentre sembrava acquisito che l’Unione africana avrebbe fatto valere il principio “soluzioni africane per le crisi africane” , l’interventismo francese - a volte palese (come nel caso della Costa d’Avorio, della Libia o del Mali), altre volte mascherato (Centrafrica docet) - dimostra che il continente è ancora fortemente condizionato dal neocolonialismo. I delicatissimi problemi di “state-building” che caratterizzano alcune aree geografiche africane, unitamente all’ossessione delle compagnie straniere in cerca di fonti energetiche, complica, in modo irreparabile, i processi interni dei singoli Paesi, in un contesto di per sé vulnerabile per le condizioni sociali estremamente precarie e l’eccezionale fragilità dei sistemi economici. Lungi da ogni disfattismo, il futuro dell’Africa mi sembra , davvero, tutto in salita.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Bangui, Francia, Séléka
Nella guerra asimmetrica tra l’esercito convenzionale francese e i ribelli jihadisti presenti nella regione dell’Azawad, si sta profilando uno scenario, per certi versi, “scontato”. I francesi, che hanno una forza militare d’impatto di tutto rispetto, occupano le città del Nord, mentre le milizie estremiste islamiche si sono ritirate, come nel caso di Kidal, rifugiandosi nelle montagne limitrofe che circondano la zona. Intanto, l’Unione Europea (Ue) ha lanciato un “allarme” sulle violazioni dei diritti umani commesse nel conflitto maliano. In una nota diramata al termine della riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette si invita il governo di Bamako a “indagare immediatamente” sugli episodi denunciati, ieri, anche nel Rapporto di Human Rights Watch (Hrw), secondo cui le vessazioni nei confronti dei civili sono state commesse, non solo dai jihadisti, ma da tutte le parti in conflitto. Intanto, in Francia i detrattori del presidente Francois Hollande, senza nulla togliere alla ferocia dei ribelli dell’Azawad, denunciano quelli che, secondo loro, sarebbero i veri motivi che avrebbero spinto il governo di Parigi ad un intervento militare in Mali. E sì, perché sarebbe servito a “garantire l’approvvigionamento di uranio alle centrali francesi”. Naturalmente, tutto da dimostrare, ma i dubbi sono leciti. Sta di fatto che nel caos dell’Azawad, il popolo maggiormente penalizzato è quello dei “tuareg”, i leggendari nomadi del Sahara, che, per ragioni ancestrali, si sono sempre spostati con disinvoiltura nella fascia desertica che attraversa cinque Paesi: Niger, Mali, Libia, Burkina Faso e Algeria. Questi nomadi blu, alcuni dei quali hanno sognato la creazione di uno Stato indipendente nell’Azawad, si trovano oggi tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è l’ostilità di Bamako, dall’altra quella delle forze jihadiste più reazionarie che li considerano poco affidabili perché reticenti rispetto all’applicazione della Sharia (la legge islamica). Già in passato, è bene rammentarlo, le politiche di emarginazione e di sedentarizzazione forzata attuate dai governi locali, insieme alle ripetute siccità, hanno messo a dura prova la sopravvivenza del popolo tuareg. In tutto questo diastro bellico, l’unica nota positiva riguarda gli antichi manoscritti di Timbuctù. Pare che siano stati salvati dal rogo appiccato dai ribelli jihadisti in fuga dalla città. È quanto hanno riferito alcuni esperti come il professor Shamil Jeppie, dell’università di Cape Town, esperto dei manoscritti della città sahariana. Una cosa è certa: la soluzione dei mali dell’Azawad dipenderà molto dalla capacità del governo di Bamako di promuovere non solo la sicurezza, ma anche l’integrazione di tutte le etnie locali, attraverso politiche rispettose della dignità della persona umana. E non v’è dubbio che il “business dell’uranio” e il “terrorismo islamico”, guardando al futuro, rappresentano dei fattori altamente destabilizzanti non solo per il Mali, ma anche per i Paesi limitrofi.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Azawad, Francia, Mali, Unione europea
Purtroppo, il conflitto dell’Azawad sta scatenando quella che qualcuno ha già definito “la prima guerra mondiale africana”. Come già scritto su questo Blog, occorre avere il buon senso di comprendere che:
1) da una parte il terrorismo va sconfitto (altrimenti non lamentiamoci dei massacri perpetrati dai gruppi jihadisti in Nigeria o in Mali),
2) dall’altra però sarebbe auspicabile che fossero riconsiderate, sia le procedure decisive degli organi internazionali come l’Onu (spesso messe di fronte al fatto compiuto), sia la risposta alla minaccia terroristica (dato che quella sinora utilizzata non è riuscita a fermare la follia di questi criminali). Credo sia sufficientemente chiaro, guardando alle esperienze del passato, che gli interventi militari non possano essere risolutivi nello scontro asimmetrico contro il jihadismo.
Dal mio punto di vista, occorre avere l’onesta intellettuale per farsi qualche domanda. È certo, ad esempio, che i ribelli dell’Azawad stanno utilizzando una parte consistente dell’arsenale di Gheddafi. Perché non è stato distrutto dopo la caduta del regime? Perché non si è fatta pressione sull’Arabia Saudita e sul Qatar che finanziano il salafismo in Nord Africa? sì, quel salafismo che già tanti disastri ha fatto in giro per il mondo! Qualcuno si è mai chiesto come mai i convogli di droga latinoamericana continuino ad attraversare impunemente il deserto? Dove vanno a finire i soldi di questo business del narcotraffico? Cosa ha fatto l’intelligence occidentale per arginare questo fenomeno? Dulcis in fundo, sarebbe importante che l’Europa fugasse ogni dubbio sulle reali intenzioni di Parigi. Chi pagherà, ad esempio, la protezione offerta al Mali, contro gli estremisti islamici? Questo intervento armato francese non può rappresentare, ancora una volta, il pretesto per procrastinare nel tempo il “neo colonialismo” di cui la “Françafrique” è stata un’espressione eloquente. L’Europa è in grado di offrire garanzie a questo riguardo? Quale politica l’Europa intende perseguire in Africa? Siamo davvero convinti che il continente non possa essere più considerato, come in passato, “terra di conquista”? Quali iniziative diplomatiche ha davvero messo in cantiere l’Europa per promuovere le relazioni con l’Africa in materia di sviluppo, commercio, cooperazione? Qualcuno, si è mai chiesto a Bruxelles perché lo scorso anno a Bamako vi è stato un colpo di Stato dei militari? Il motivo non è stato solo quello della debolezza dell’esecutivo maliano nei confronti dei ribelli dell’Azawad, ma il fatto che il governo di Bamako stesse trattando con i cinesi e in generale con i Paesi dei Brics. E questo andazzo non era gradito a certe cancellerie. Insomma, un esame di coscienza su quanto sta avvenendo, dovremmo farlo tutti quanti perché, comunque, le “bombe intelligenti” non possono essere la soluzione contro il terrorismo!
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Azawad, Francia, Mali
Oggi, ho ricevuto molte mail da amici che polemizzano sull’iniziativa francese in Mali (a cui hanno aderito, con modalità diverse, alcuni Paesi europei come l’Italia). Sono osservazioni provocatorie che offrono lo spazio al confronto e al dibattito, dunque non vanno assolutamente bollate, quasi fossero una sorta d’eresia pacifista. A questo proposito, mi permetto di condividere alcune considerazioni che, almeno in parte, ho già espresso su questo Blog.
Anzitutto, è bene ricordare che nel 2011, quando si trattò di intervenire in Libia, l’intelligence francese entrò in contatto con i gruppi tuareg che erano al soldo del regime di Gheddafi. Col risultato che l’allora presidente Sarkozy avrebbe chiesto ai tuareg dispiegati nel deserto meridionale libico – secondo diffuse indiscrezioni trapelate dai circoli diplomatici africani e pubblicate sulla stampa francese lo scorso anno – di scaricare Gheddafi, in modo che fosse catturato, con la promessa di un deciso sostegno nella lotta di liberazione della regione settentrionale maliana dell’Azawad. La presenza in Francia, nel 2011, di almeno quattro portavoce del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) spinge a considerare che il governo francese della vecchia amministrazione “Sarko” non fosse del tutto estraneo alle vicende maliane. Detto questo, sebbene solo un piccolo numero di tuareg abbia aderito al jihadismo (lo Mnla ha sempre manifestato una visione laica della politica e lo stesso possiamo dire della maggioranza dei tuareg che non condivide l’imposizione della Sharia, la legge islamica) nell’Azawad è avvenuta una commistione tra varie formazioni armate, alcune delle quali, quelle fortemente jihadiste di matrice salafita, hanno preso il sopravvento. A ciò si aggiunga il fatto che il governo di Bamako è in una situazione di grande debolezza, ostaggio di gruppi d’interesse militari e politici, in forte disaccordo tra loro.
Al di là dell’evoluzione del conflitto maliano e delle sue conseguenze, ancora una volta emerge la necessità di operare un sano discernimento sulle modalità con cui affrontare la minaccia del terrorismo di matrice islamica. Anzitutto, sarebbe ora che l’Europa cominciasse a ragionare su quello che c’è effettivamente dietro questa escalation di violenze, non solo nel Mali, ma anche su altri versanti come quello somalo o afghano. A parte le ricchezze del sottosuolo di regioni geostrategiche come l’Azawad di cui sopra (fonti energetiche in primis), è evidente che il movimento salafita, responsabile di tanti disastri, continua ad essere lautamente foraggiato dai sauditi. Ora viene spontaneo chiedersi, come mai l’Occidente nel suo complesso (Europa e Stati Uniti) continuano ad essere così servili nei confronti della casa reale Wahabita? In effetti, tornando indietro nella storia, si scopre che, alla fine della seconda guerra mondiale, Franklyn Delano Roosvelt e il re saudita Abdul al Aziz decisero un “affare” che tuttora condiziona negativamente l’intero scenario Mediorientale e più in generale minaccia la pace mondiale. L’America, a quei tempi, ebbe l’oro nero a prezzi convenienti e la corona saudita, in cambio, ottenne forniture belliche per sopprimere ogni forma di dissidenza. Sta di fatto che sebbene oggi tutti sappiano che questo Paese è la vera culla del fondamentalismo e dell’estremismo islamico più intransigente, Washington e Bruxelles fanno finta di niente. Ma non è tutto qui.
Credo sia sufficientemente chiaro, guardando alle esperienze del passato, che gli interventi militari non possano essere assolutamente risolutivi nello scontro asimmetrico contro il terrorismo e il jihadismo più in generale. Gli invisibili cacciabombardieri o i droni di ultima generazione, come anche altre sofisticate tecnologie belliche, non possono rispondere adeguatamente alla necessità di affermare la Pace e la Giustizia su scala planetaria. Sarebbe auspicabile, pertanto, che fossero riconsiderate, sia le procedure decisive degli organi internazionali (spesso messe di fronte al fatto compiuto), sia la risposta alla minaccia terroristica (dato che quella sinora utilizzata è riuscita solo a farla, paradossalmente, incrementare a dismisura). Emblematico è il caso maliano che porta ancora una volta alla ribalta la questione del ruolo, da un lato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dall’altro dell’Unione Europea (Ue), istituzioni internazionali, queste,che si sono trovate a dover prendere atto dell’azione d’oltralpe. Peraltro, l’iniziativa francese nei confronti della grave crisi del Paese africano ha provocato immediatamente il coinvolgimento di altri Paesi come l’Algeria, con la vicenda di ieri degli ostaggi. Per non parlare degli alleati occidentali chiamati, inequivocabilmente, a dare sostegno all’azione di Parigi. E naturalmente, nella nostra vecchia e goffa Europa, è alle stelle il timore per possibili azioni terroristiche in supporto ai ribelli jihadisti del Mali.
Ecco che allora, dal mio modesto osservatorio, sono sempre più convinto che si debba decisamente cambiare modo di fare politica; non più come cani sciolti, ognuno per conto proprio, ma in modo organico, nell’interesse della “Res publica” dei popoli. Non basta dire: “Siamo direttamente interessati dalla crisi in Mali e non possiamo restare indifferenti”, come ha fatto oggi l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton, secondo cui “la comunità internazionale è unita” a sostegno del popolo del Mali. Sì, quasi a parafrasare il nostro vecchio proverbio, “A ‘Mali’ estremi, estremi rimedi”. Ma, la questione è un’altra! Quale politica l’Europa intende perseguire in Africa? Siamo davvero convinti che il continente non possa essere più considerato, come in passato, “terra di conquista”? Quali iniziative diplomatiche ha davvero messo in cantiere l’Europa per promuovere le relazioni con l’Africa in materia di sviluppo, commercio, cooperazione? Per il momento, un po’ tutti i governi europei si muovono guardando, solo e unicamente, ai propri interessi domestici e manca una visione d’insieme. Dulcis in fundo, vorrei ricordare che sarebbe importante che l’Europa fugasse ogni dubbio sulle reali intenzioni di Parigi. Chi pagherà, ad esempio, la protezione offerta al Mali, contro gli estremisti islamici? Questo intervento armato francese non può rappresentare, ancora una volta, il pretesto per procrastinare nel tempo il “neo colonialismo” di cui la “Françafrique” è stata un’espressione eloquente. L’Europa è in grado di offrire garanzie a questo riguardo? Ecco perché credo che questa crisi maliana debba necessariamente rappresentare l’occasione per mettere in discussione un indirizzo politico e militare, quello occidentale in generale ed europeo in particolare, che finora si è rivelato fallimentare.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Azawad, Francia, Mali, Unione europea