Africana Linea aperta con il continente

1 feb

In questi giorni ho provato a fare una serie di ragionamenti sulla situazione economica dell’Africa alla luce dei dati forniti dall’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development). Visitando il sito aggiornato di questa organizzazione Onu per lo sviluppo economico, ho trovato dei dati interessantissimi sugli investimenti diretti esteri (Ide) che rappresentano la capacità di un Paese di attrarre, sul proprio territorio, aziende straniere per investimenti nel lungo periodo. Ebbene, a riprova che la crisi dei mercati sta penalizzando fortemente non solo le vecchie potenze industriali, ma anche l’Africa, ho scoperto che nel 2011 l’investimento complessivo, a livello continentale, è sceso per il terzo anno consecutivo. Nel complesso gli afflussi di Ide verso l’Africa hanno subito una contrazione dello 0,7%. Si è dunque passati dai 54,7 miliardi nel 2010, a 54,4 miliardi di dollari dello scorso anno. I risultati sono stati influenzati, anche a seguito del crollo dei vecchi regimi, da un calo dei flussi verso Libia, Tunisia ed Egitto. Basti pensare che proprio l’Egitto ha registrato un crollo pari a oltre il 92%, dai 6,4 miliardi di dollari del 2010 a soli 500 milioni l’anno scorso. Anche l’Africa Centrale e l’Africa Orientale hanno sperimentato riduzioni dei flussi di investimento, soprattutto per ragioni di ordine geopolitico e climatico. Basti pensare alla crisi che attanaglia l’intero Corno d’Africa, di cui peraltro abbiamo condiviso assieme, nei mesi scorsi, cari lettori, le complesse ragioni di un disordine che si procrastina nel tempo. Di positivo c’è comunque da registrare il trend in crescita degli altri due settori geografici del continente, l’Africa Occidentale e quella Meridionale. Basti pensare alla Nigeria che nel 2011 ha ottenuto un aumento del 12% degli afflussi di Ide, che passano da 6,1 miliardi di dollari del 2010 a 6,8 miliardi lo scorso anno. Naturalmente, con le violenze scatenate dal movimento estremista “Boko Haram”, che si sono verificate a partire da Natale, il futuro è incerto anche per il gigante nigeriano.

Una cosa è certa: il Paese africano che ha fatto meglio, in termini di Ide, è stato il Sudafrica che nel 2011 ha raggiunto la cifra di 4,5 miliardi di dollari in investimenti stranieri. Stando all’Unctad, la buona performance del Sud Africa è stata sostenuta dai 2,4 miliardi di dollari investiti nell’acquisto della partecipazione di maggioranza della Massmart, azienda quotata alla Borsa di Johannesburg, da parte del gigante statunitense del dettaglio, Wal-Mart. L’acquisto ha implicato una significativa inversione di tendenza per il Paese rispetto alla caduta del 70 % registrata in tale voce nel 2010. Ciononostante, la performance sudafricana nel 2011 è giudicata dagli analisti non sufficiente, perché abbondantemente al di sotto del picco di investimenti ricevuto dal Paese nel 2008. Alcuni esperti ritengono che il Sud Africa poteva essere decisamente più brillante, soprattutto alla luce della vivacità dei mercati delle materie prime, che hanno sostenuto i flussi di investimento in altre economie ricche di risorse naturali. È chiaro che il Sud Africa è decisamente il Paese del continente che sta meglio, essendo entrato il 24 dicembre del 2010 nel gruppo dei Paesi Bric, divenuti con l’ingresso del governo di Pretoria, Brics. Ma attenzione, il cammino per un autentico riscatto è ancora lungo. Il Sud Africa, infatti, è un Paese che non solo deve proseguire il sostegno all’economia con politiche fiscali e monetarie espansive, ma deve anche continuare a promuovere una serie di iniziative protese, ad esempio, alla riduzione della disoccupazione giovanile, al sostegno alle industrie ad elevata intensità di lavoro, al supporto agli investimenti nel settore pubblico e privato, all’aumento del tasso di risparmio, al miglioramento delle performance del settore pubblico e soprattutto investire maggiori risorse nel sociale. Come già scritto in un precedente “post” di questo Blog, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), il tasso medio di aumento del Pil nei Paesi dell’Africa Subsahariana – attualmente attorno al 5,2% – dovrebbe salire al 5.8% in termini reali nel 2012. Comunque molto dipenderà dagli investimenti stranieri, cinesi in primis. Nel 2000 il governo di Pechino aveva investito appena 60 milioni di dollari. Ma da allora il flusso di capitali cinesi è cresciuto in termini esponenziali, fino a raggiungere livelli 200 volte superiori. Non è un caso se la Banca mondiale (Bm) prevede che entro pochi anni la Cina avrà “esportato” ben 85 milioni di posti di lavoro in Africa. Ma attenzione, l’Impero del Drago non fa beneficenza e senza altri investimenti stranieri che tengano conto non solo del profitto delle imprese ma anche dei diritti della gente, l’Africa continuerà ad essere una terra di conquista.

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24 gen

Sarà mai possibile che ogni giorno, da mattina a sera, si debba parlare della nave Concordia? Per carità, è stata una sciagura indicibile quella dell’isola del Giglio, non foss’altro perché è morta gente innocente. Ciò che però trovo riprovevole è l’accanimento mediatico. Sì, come al solito la “spettacolarizzazione” del dramma si è concretizzata nelle prime pagine dei giornali, ma soprattutto nei soliti “talk show” con ricostruzioni fantasiose e ospiti di tutti i generi. La storia, d’altronde, dove essere sempre ben “cucinata” per il volgo, perché tra i giornalisti e gli editori del Bel Paese (e non solo…) è ben radicata la convinzione che alla gente piacciono le storie misteriose e imprevedibili negli sviluppi. Soprattutto quando c’è un “monstrum” da massacrare come il comandante Schettino. Intendiamoci, non lo voglio affatto assolvere per le sue negligenze, ma sembra che questo signore sia diventato una sorta di parafulmine dove scaricare le frustrazioni di un Paese alla deriva. Come mai invece, quando si tratta delle sgangherate carrette che attraversano il Mare Nostrum – tra parentesi, molte volte scomparse nel nulla col loro carico umano – tutto si riduce a raccontare l’algida cronaca? La verità è che ci sono naufraghi di sere “A” e naufraghi di serie “B”. In effetti, quelli che vengono dall’Africa, non hanno le cassette di sicurezza piene di gioielli e soprattutto avvocati in grado di difendere i loro diritti. Dimenticavo una cosa in tutto questo ragionamento: gli equipaggi delle carrette di cui sopra, a differenza della Concordia, vorrebbero finire almeno sugli scogli, ma solitamente vanno a fondo prima…

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12 gen

La Nigeria purtroppo sta precipitando sempre più nel caos. Anzitutto lo sciopero generale indetto contro il “caro-benzina” dopo il taglio delle sovvenzioni statali. Ieri è stato il terzo giorno di blackout, mentre simultaneamente continuano nel Paese le violenze interreligiose che, nelle ultime 24 ore, hanno causato la morte di quattro cristiani e di un poliziotto per mano del gruppo integralista Boko Haram nel nord est del Paese.

Non v’è dubbio, dal mio punto di vista, che quanto sta avvenendo in Nigeria evidenzi la debolezza del governo federale di Abuja e in particolare del presidente Goodluck Jonathan. Stiamo parlando di un Paese caratterizzato da profonde diversità etniche, religiose, linguistiche e culturali, nonché da fortissimi squilibri sociali ed economici. L’unico vero collante, a parte i confini geografici, è rappresentato da un ordinamento costituzionale di tipo federale che nell’epoca postcoloniale è passato disinvoltamente dalla gestione civile a quella militare. Negli anni, la frammentazione interna al “sistema Paese” ha fatto sì che si affermassero delle oligarchie locali in forte competizione. Ciò ha determinato una gestione clientelare delle risorse petrolifere e acuito a dismisura la povertà della stragrande maggioranza della popolazione. Questo concretamente significa che il 60% della popolazione nigeriana sopravvive con due dollari al giorno. E dire che la Nigeria ha riserve petrolifere stimate in 36 miliardi di barili, mentre per il gas si parla di 5.200 miliardi di metri cubi.

Come noto, a garantirne lo sfruttamento del bacino sono le compagnie petrolifere straniere, che beneficiano di offerte contrattuali estremamente vantaggiose. Eppure i proventi dell’oro nero quasi mai sono stati utilizzati per la “res publica” da parte dei governi, sia civili che militari. Basti pensare alle gravissime carenze infrastrutturali e al paradosso di una fornitura energetica del tutto inadeguata per la domanda interna. La cosa assurda è che, sebbene l’esportazione di greggio e gas copra il 95% dell’export complessivo nigeriano, questo Paese che, per così dire, “galleggia sul petrolio” deve importare l’85% dei prodotti raffinati, a causa delle scarse capacità interne di produzione. Jonathan aveva fatto sperare perché rappresentava un volto nuovo, essendo sempre stato estraneo agli ambienti militari. Inoltre, è un cristiano con una buona reputazione, originario della regione petrolifera del Delta del Niger e non è espressione di alcuna delle tre maggiori etnie (Hausa-Fulani, Yoruba e Ibo) che rappresentano quasi il 70% della popolazione. Appartenente al gruppo Ijaw, minoritario a livello nazionale, il presidente è stato favorito nella sua elezione dalle indiscrezioni pubblicate da WikiLeaks che ha reso noto un cablo di un ex ambasciatore Usa nel quale veniva considerato come uno dei pochi politici nigeriani non corrotti. Sta di fatto che Jonathan oggi è sempre più solo; sia l’esercito che i politici sembrano remargli contro, dando solo apparentemente l’impressione di assecondarlo nelle sue decisioni. È stato inoltre contestato da più parti il fatto che proprio lui, un cristiano del Sud, abbia violato, candidandosi, la regola, non scritta, ma sin qui osservata, dell’alternanza tra un capo di Stato musulmano e uno cristiano. Jonathan è però giunto al potere lo scorso anno, a seguito della morte prematura del suo predecessore Umaru Yar’Adua, un musulmano, del quale era vicepresidente e non ha quindi svolto un intero mandato. Ha potuto perciò sostenere il diritto di candidarsi senza violare la regola dell’alternanza. Ma il suo antagonista alle presidenziali, l’ex dittatore Muhammadu Buhari, musulmano del Nord, ha promesso di non dargli tregua. Nei circoli diplomatici accreditati ad Abuja, c’è chi dice che sia proprio Buhari o qualcuno del suo entourage a finanziare il movimento Boko Haram. Non solo: il progetto di questi signori prevederebbe una secessione dal Sud. Un’ipotesi che preoccupa non poco gli analisti, considerando che vi è un precedente, quello sudanese. Inoltre, proprio nel Nord della Nigeria pare vi siano depositi di materie prime e fonti energetiche, finora ignote, che acuirebbero l’appetito di potentati stranieri. E qui Al Qaeda e i salafiti sauditi potrebbero davvero centrare, come peraltro già scritto su questo Blog.

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11 gen

L’Africa sta cambiando velocemente e vi sono alcuni indicatori sui quali varrebbe la pena riflettere. Ad esempio, i dati macroeconomici indicano un boom del cosiddetto Prodotto interno lordo (Pil). Secondo le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi), il tasso medio di aumento del Pil nei Paesi dell’Africa Subsahariana – attualmente attorno al 5,2% – dovrebbe salire al 5.8% in termini reali nel 2012. Ma attenzione, non è oro tutto quello che luccica. A volte anche solo far emergere una parte dell’economia informale africana, per così dire, “tracciandola” e registrandola all’interno degli scambi economici di questo o quel Paese, si traduce in un consistente aumento del Pil (che oggi, grazie a nuove tecniche di rilevamento consente di quantizzare ciò che prima esisteva, ma non era registrato). Mentre invece la realtà economica e reddituale reale della gente comune, alla prova dei fatti, non è cambiata più di tanto. Inoltre, la semplice misurazione della crescita del Pil non dice assolutamente nulla rispetto a quella che è la sua distribuzione. Emblematico è il caso dell’Angola dove si registra grazie al settore petrolifero un +12% che finisce puntualmente nelle tasche dell’attuale oligarchia al potere, quella del presidente José Eduardo dos Santos. Uno stesso aumento del reddito molte volte, come nel caso angolano, risulta tutto concentrato nelle mani di una sola persona o di una sola famiglia. Occorre poi ricordare che molti Paesi africani stanno sì crescendo, ma partendo da condizioni di disagio economico particolarmente gravi. Questo in sostanza significa che gli spazi di crescita percentuale possono essere rilevanti, ma in rapporto a un Pil di partenza molto basso, paragonabile a una piccola regione italiana. Sta di fatto che a livello continentale, solo il 20% della popolazione ha accesso diretto all’energia elettrica. Secondo le Nazioni Unite, oltre 600 milioni di africani oggi vivono senza l’accesso all’energia che servirebbe a soddisfare i loro bisogni fondamentali come la cucina, l’illuminazione e il riscaldamento. Tutto ciò rende la questione energetica una delle grandi sfide guardando al futuro e soprattutto considerando che stiamo comunque parlando di un continente che possiede nelle proprie viscere le più richieste fonti energetiche, come ad esempio il il petrolio, il gas e l’uranio. Detto questo, c’è comunque un dato interessantissimo che fa ben sperare: in Africa gli investimenti nelle energie rinnovabili sono passati da 750 milioni di dollari nel 2004 a 3,6 miliardi di dollari nel 2011. La ragione di questa sbalorditiva crescita riguarda la combinazione particolare, in Africa, di una massiccia domanda di energia elettrica non soddisfatta, soprattutto nelle comunità più remote, unita ad un’abbondanza di potenziale energia rinnovabile sotto forma di energia solare, eolica e di potenziale geotermico. Una cosa è certa, lo sviluppo sarà possibile solo se l’Africa si doterà di una rete infrastrutturale che al momento lascia molto a desiderare, sia per quanto concerne il traffico delle persone e delle merci, come anche il contenimento nei grandi invasi e la distribuzione dell’acqua potabile. La recente carestia che ha colpito il Corno d’Africa la dice lunga a questo proposito. Comunque vi è un altro ambito in cui l’Africa continua a salire, addirittura più del Pil. Questo continente nel 1960 contava circa 284 milioni di abitanti, mentre oggi sono oltre un miliardo (circa 1.123.800.000 abitanti). Se l’Italia fosse cresciuta allo stesso ritmo oggi gli italiani sarebbero 185 milioni! I numeri allora parlano chiaro. In Africa – in particolare quella Sub-sahariana – vi è una enorme popolazione giovanile, (circa il 60% della popolazione con meno di 25 anni). Se da una parte vi è la responsabilità delle classi dirigenti locali di garantire loro studio e lavoro, dall’altra sono proprio i giovani che potrebbero segnare la svolta. Il loro dinamismo e la loro perspicacia contano più del Pil. D’altronde, come scriveva Plinio il Vecchio, “Ex Africa semper aliquid novi”, dall’Africa infatti arriva sempre qualcosa di nuovo.

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7 gen

Le aberranti violenze perpetrate in queste settimane natalizie dal movimento nigeriano Boko Haram sono atti a dir poco disumani, ingiustificabili, perpetrati contro Dio e contro gli uomini. E ogni giorno che passa il numero delle vittime cresce a dismisura. Ma cerchiamo di capire meglio chi siano realmente questi estremisti nigeriani che seminano morte e distruzione con così tanta disinvoltura. L’espressione “Boko Haram” nella cultura hausa (Nord della Nigeria), esprime la negatività (così almeno viene percepita da questi fanatici) del sistema educativo degli ex colonizzatori britannici. In effetti, letteralmente, “Boko” vuol dire “falso” mentre “Haram” in arabo significa “peccato”. Il progetto politico di questi terroristi è comune ad altre formazioni estremiste presenti nel mondo islamico. In Nigeria essi vorrebbero imporre sharia (la legge islamica) a tutta la Repubblica Federale che finora ha goduto di una costituzione garante della laicità delle istituzioni politiche. Stando ad indiscrezioni della società civile, oltre a possibili complicità dei poteri politici locali e a connivenze dell’alta finanza locale affamata di petrodollari, i veri mandanti sarebbero esponenti del salafismo saudita, lo stesso movimento ideologico che ha foraggiato alacremente Al Qaeda in giro per il mondo. Informazioni raccolte dall’intelligence nigeriana parlano addirittura di collegamenti tra Boko Haram e la cellula magrebina di Al Qaeda. Da questo punto di vista la prima considerazione che sovviene riguarda il rischio di una deriva della cosiddetta “primavera araba”, che ha interessato nel 2011 i Paesi del nordafricana. Con l’avvento al potere dei fondamentalisti in Paesi come l’Egitto, questo “segno dei tempi” rischia di sfumare, consentendo ai fautori del Jihadismo di contaminare la fascia Sub-Sahariana. Col risultato che Paesi come la Nigeria, finora tolleranti sul piano religioso e sociale, verrebbero consegnati ai fautori dell’integralismo islamico. L’Occidente, pertanto, deve trovare il coraggio di affrontare seriamente la questione, attraverso una lettura critica della globalizzazione che, soprattutto in Africa, nonostante gli investimenti stranieri, ha acuito paradossalmente la miseria delle popolazioni autoctone. La posta in gioco è alta se si considera che l’estremismo della Mezzaluna rischia di diffondersi a macchia d’olio, dalla Somalia alla Nigeria. Servono pertanto nuove forme di “governance” che tengano conto della persona umana (come peraltro indicato dal Magistero Sociale della Chiesa) e non solo dei ricavi derivanti dallo sfruttamento del bacino petrolifero. Proventi che quasi mai hanno generato uno sviluppo sostenibile dei ceti meno abbienti, considerando che a tutt’oggi l’1% della popolazione in Nigeria detiene il 75% della ricchezza nazionale. Fin quando i proventi dell’oro nero finiranno nelle tasche di un manipolo di nababbi, con la complicità delle imprese straniere – poco importa se americane, europee o cinesi – le masse impoverite rappresenteranno il terreno fertile per ogni genere di estremismo.

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21 dic

Joseph Kabila ha dunque giurato ieri per un secondo mandato come presidente della Repubblica Democratica del Congo, dopo la vittoria nelle contestate elezioni del 28 novembre scorso. Ma i dubbi sulla legittimità dell’intero processo elettorale rimangono. Basti pensare che alla cerimonia ha preso parte un solo capo di stato straniero, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, oltre agli ambasciatori di Stati Uniti, Francia e Regno Unito. La cerimonia, offuscata dal mancato riconoscimento da parte dell’opposizione della vittoria di Kabila, si è tenuta in un complesso sulle sponde del fiume Congo nella capitale Kinshasa, sotto lo stretto controllo delle forze di sicurezza (militari locali e mercenari stranieri). Come già scritto su questo Blog, va ricordato che il capo dell’opposizione, Etienne Tshisekedi, non ha riconosciuto il risultato elettorale e si è autoproclamato presidente, alimentando così le preoccupazioni su possibili nuovi episodi di violenza in tutto il Paese. Intanto Unione Europea e Stati Uniti sono tornati a prendere le distanze dal controverso esito delle presidenziali. Basti pensare che il Dipartimento di Stato americano si è detto “profondamente deluso” dalla decisione della Corte Suprema di Kinshasa di omologare i dati ufficiali, e dunque l’affermazione di Kabila, senza aver prima “valutato pienamente le diffuse denunce di irregolarità”. A questo punto le uniche ipotesi viabili, per evitare inutili spargimenti di sangue, potrebbero essere due: l’istituzione di una commissione indipendente in grado di valutare l’attendibilità delle elezioni. Qualora l’esito dell’inchiesta fosse negativo, confermando le denunce dell’opposizione, non rimarrebbe che procedere a una nuova consultazione sotto l’egida di un governo di unità nazionale. Sarebbe pertanto auspicabile che le cancellerie straniere (africane in primis) uscissero dal letargo!

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19 dic

La situazione è sempre più preoccupante nella Repubblica Democratica del Congo. Domenica, infatti, il leader dell’opposizione Etienne Tshisekedi ha ribadito di considerarsi il “ legittimo presidente eletto”, annunciando la cerimonia d’investitura per il 23 dicembre. E dire che tre giorni fa la Suprema Corte di Giustizia di Kinshasa aveva omologato il contestato risultato delle presidenziali del 28 novembre scorso, ufficializzando la vittoria del presidente uscente Joseph Kabila. Sebbene sia sempre rischioso generalizzare, quanto sta accadendo nell’ex Zaire ha delle analogie con quanto successo esattamente un anno fa in Costa d’Avorio, quando il presidente Laurent Gbagbo e il suo sfidante Alassane Ouattara, all’indomani dei risultati sul ballottaggio, si proclamarono contemporaneamente vincitori delle presidenziali. Come al solito, dietro i contendenti di turno – Kabila e Tshisekedi – si celano interessi stranieri in forte contrapposizione tra loro. Ma andiamo per ordine nel nostro ragionamento.

Anzitutto va ricordato che la tornata elettorale congolese è stata caratterizzata da violenze e sospetti di brogli che hanno portato tre degli undici candidati alle presidenziali a chiedere l’annullamento delle elezioni. Questi signori sono Léon Kengo wa Dondo, Antipas Mbusa e Adam Bombole i quali hanno invocato la formazione di un governo di transizione in attesa di un nuovo voto. Da rilevare che anche a detta di autorevoli esponenti della società civile locali, qualcosa non ha davvero funzionato nel complesso meccanismo della macchina elettorale. Sulla scarsa trasparenza del voto e sui brogli elettorali sono state tante le prese di posizione, sia da parte del cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa, che degli osservatori della Fondazione Carter e dell’Unione Europea. Anche gli Stati Uniti hanno segnalato “gravi irregolarità e mancanza di trasparenza” come evidenziato dalla portavoce del dipartimento di Stato Victoria Nuland. Com’è noto, gli americani hanno molti interessi in Congo, soprattutto nel settore minerario. Ebbene, stando ad informazioni che chi scrive ha raccolto in questi giorni, pare che i cinesi (anche loro con un forte debole per le ricchezze del sottosuolo congolese) abbiamo finanziato alla grande la campagna elettorale di Kabila con l’intento di fargli vincere a tutti i costi le elezioni. Da rilevare che sul retro del coperchio delle scatolette dei tamponi d’inchiostro utilizzate per imporre le impronte digitali degli elettori su una delle 11 facce dei candidati in lizza, era stampato un misterioso numero “3”. Misterioso poi fino a un certo punto, se si considera che Kabila è stato il candidato numero “3” secondo quanto riportato fedelmente da ogni manifesto elettorale. Ma non è tutto qui. Pare addirittura che i tamponi d’inchiostro indelebile fossero “made in China”.

Una cosa è certa, il rischio a questo punto è la guerra civile, considerando che mai come di questi tempi circolano armi d’ogni genere nell’ex Zaire. Come se non bastasse, pullulano un po’ dappertutto mercenari provenienti dal Sud Africa, alcuni dei quali sono stati dispiegati per ordine di Kabila nei pressi dell’aeroporto di N’djili (Kinshasa). Ma i sudafricani non sono gli unici soldati di ventura da quelle parti. Fonti ben informate, che ho contattato telefonicamente, mi hanno parlato della presenza di ugandesi, ruandesi e somali. Lungi dal voler sembrare disfattista, lo scenario è davvero allarmante e se i due contendenti – Kabila e Tshisekedi – non dovessero raggiungere un accordo per sbloccare l’impasse, potrebbe davvero innescarsi una violenza incontenibile. Nel frattempo, l’Unione Africana e le Nazioni Unite cosa stanno facendo? Stanno per caso, come al solito, alla finestra a guardare?

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13 dic

In questi giorni si sono svolti due importanti appuntamenti elettorali in Africa. Il primo è stato quello delle elezioni generali nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) i cui risultati, resi noti venerdì scorso, hanno riconfermato la leadership del presidente uscente Joseph Kabila. Sta di fatto che il suo principale avversario, Etienne Tshisekedi, ha rifiutato il risultato, denunciando numerosi brogli e autoproclamandosi vincitore delle presidenziali. Domenica, invece, si sono svolte le elezioni legislative in Costa d’Avorio, le prime dopo l’avvento al potere del presidente Alassane Ouattara. In questo caso, al di là del risultato finale, la scarsa affluenza alle urne è sintomatica delle forti divisioni all’interno del Paese. Il trasferimento dell’ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo alla Corte penale internazionale dell’Aja, dove sarà giudicato per crimini contro l’umanità, sta inevitabilmente acuendo il rancore dei suo sostenitori. Essi, infatti, considerano Gbagbo vittima di una congiura internazionale orchestrata dalla diplomazia francese con la complicità delle Nazioni Unite.

Se da una parte è vero che è sempre forviante e riduttivo dividere lo scenario tra “buoni” e “cattivi”, non v’è dubbio che l’agognato “rinascimento africano”, tanto caro all’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, è un traguardo ancora molto lontano. In effetti, il dibattito politico all´interno dei singoli Stati è ancora fortemente condizionato dalle vecchie oligarchie avvezze a fare il bello e il cattivo tempo con cospicui aiuti stranieri. A questo proposito, vi sono tre grandi potenze che, con dinamiche diverse, stanno influenzando non solo l’ex Zaire e la Costa d´Avorio, ma anche la stragrande maggioranza dei Paesi del continente. Si tratta di Cina, Stati Uniti e Francia che pur di affermare la loro leadership in Africa stanno letteralmente colonizzando l’Africa comprando di tutto e di più. Il “land grabbing” (traducibile come “accaparramento della terra”) a cifre irrisorie è una delle strategie messe a punto da questi signori non escludendo i gruppi di potere locale, ma inglobandoli con laute parcelle. Per carità, non sono assolutamente soli nella corsa al controllo all´accaparramento delle cosiddette “commodities”, vale a dire le fonti energetiche e le materie prime alimentari, di cui è ricca l’Africa. Basti pensare alle politiche commerciali messe a punto dal Brasile in Paesi come l’Angola, il Ghana, il Togo, la Nigeria, e il Mozambico. Dal punto di vista economico, la media del Pil africano, alla fine del 2011, è stato del +3,7%, ma è caratterizzato da forti disparità sociali, con Paesi in cui l’1% della popolazione detiene la stragrande maggioranza della ricchezza nazionale come nel caso dell´ex Zaire. L’economia sudafricana è quella, tutto sommato, che sta meglio, nonostante la debolezza morale del presidente Jacob Zuma, rispetto almeno a quella dei suoi predecessori. A livello continentale, l’Unione Africana, dopo l’uccisione di Gheddafi, suo maggiore benefattore, fa sempre più fatica a sbarcare il lunario. Ma soprattutto appare come una sorta di conglomerato acefalo, letteralmente incapace di definire delle politiche unitarie che salvaguardino il continente. In questo contesto, l’Europa, come già scritto ripetutamente su questo Blog, continua a fare la “Bella Addormentata” quando potrebbe essere promotrice di nuovi assetti di cooperazione più equi e rispettosi. Una scommessa disattesa non solo a seguito della crisi internazionale dei mercati, ma per la poca convinzione da parte dei 27 Paesi dell’Unione Europa (molto divisi tra loro) di concepire per l’Africa una piattaforma di sviluppo incompatibile con la sopravvivenza dei regimi autocratici. Le vicende politiche del Congo e della Costa d’Avorio ne costituiscono la conferma eclatante.

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30 nov

A Durban, in Sudafrica si cercherà da domani di trovare una soluzione per evitare che il pianeta si riscaldi con conseguenze catastrofiche per tutti. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, le possibilità che si trovi una soluzione sono scarse, anche a causa dell’attuale crisi economica globale, dopo i fallimenti delle conferenze di Copenaghen (2009) e Cancun (2010). Sta di fatto che il 1° gennaio 2013 scade il primo periodo di applicazione del Protocollo di Kyoto, e l’Europa vorrebbe una sorta di “road map”, auspicando magari l’ingresso di Stati Uniti e Cina, che da soli emettono il 50% dei gas che provocano il riscaldamento climatico. Le piccole isole del Pacifico promettono battaglia se non si giungerà a un risultato concreto, e già pensano ad una protesta come quella di “Occupy Wall Street” contro l’alta finanza. In effetti, sancire la morte di Kyoto sarebbe pura follia: gli attuali livelli di emissioni di gas serra stanno mettendo seriamente a repentaglio il futuro dell’umanità. Una cosa è certa: il coraggioso impegno europeo di ridurre le emissioni del 20% entro il 2020 ha senso solo se la volontà sarà planetaria. Servono comunque miliardi di euro d’investimenti pubblici che, allo stato attuale, è difficile reperire. Personalmente, condivido pienamente l’appello lanciato oggi da all’Angelus da Benedetto XVI che si è rivolto a coloro che parteciperanno alla conferenza di Durban: “Auspico che tutti i membri della comunità internazionale concordino una risposta responsabile, credibile e solidale a questo preoccupante e complesso fenomeno, tenendo conto delle esigenze delle popolazioni più povere e delle generazioni future”.

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22 nov

Il messaggio dell’Esortazione Africae Munus è all’insegna della speranza. Firmata ufficialmente sabato scorso da Benedetto XVI a Cotonou, nel Benin, il documento, fin dalle prime battute, si qualifica come espressione di una “sollecitudine paterna e pastorale dell’Africa di oggi, che ha conosciuto i traumi e i conflitti che sappiamo”. Redatta sulla base di 57 Proposizioni finali del Secondo Sinodo speciale per l’Africa, svoltosi a Roma nell’ottobre del 2009, l’Esortazione Apostolica rappresenta, nel suo complesso, un messaggio di speranza, nella consapevolezza del patrimonio intellettuale, culturale e religioso del continente, ma anche delle grandi sfide che esso è chiamato ad affrontare nel Terzo Millennio. In questa prospettiva, il Papa incoraggia le Chiese africane a farsi interpreti del messaggio evangelico, emancipandosi da ciò che sembra a volte paralizzarle, trovando al proprio interno le forze e le risorse per rilanciare la propria vita e la propria storia. È stata dunque recepita quell’istanza, ben espressa due anni fa nel messaggio finale del Sinodo, secondo cui è giunta l’ora di voltare pagina attraverso una decisa assunzione di responsabilità. Il punto di partenza deve essere il rinnovamento delle comunità cristiane locali, rifuggendo da sterili pietismi, nella certezza che occorre mettere in discussione una mentalità remissiva di fronte alle sfide imposte dal tempo presente.

Facendo tesoro del contributo dei padri sinodali – che lo stesso Pontefice ricorda come lo abbiano “impressionato per realismo e lungimiranza” – Africae Munus illustra le urgenze dell’evangelizzazione a partire da quella che assilla maggiormente l’animo umano a tutte le latitudini: la questione antropologica. Una sfida che nel concreto si traduce nel promuovere l’inculturazione del Vangelo, distinguendo il grano buono dalla zizzania. “Come il resto del mondo, l’Africa vive uno ‘choc’ culturale che minaccia le fondamenta millenarie della vita sociale e rende talvolta difficile l’incontro con la modernità”. È questa la cornice nella quale si colloca, ad esempio, il tema della riconciliazione con Dio e con il prossimo, via necessaria alla pace, come quello del dialogo ecumenico e interreligioso. Anche con il mondo islamico, nel rispetto della libertà religiosa e di coscienza. Il Papa sottolinea, poi, che sebbene la costruzione di un ordine sociale giusto competa alla sfera politica, la Chiesa ha comunque il dovere di formare le coscienze degli uomini e delle donne, educandole alla sacrosanta sfera dei valori.

Vivere la giustizia di Cristo significa, allora, adoperarsi per porre fine alla confisca dei beni a scapito di popoli interi, definita inaccettabile e immorale , guardare alla sussidiarietà e alla carità, nella logica delle Beatitudini. La Chiesa deve, dunque, offrire il proprio apporto alla formazione di una nuova Africa, dando voce al “grido silenzioso degli innocenti perseguitati o dei popoli i cui governanti ipotecano il presente e il futuro in nome di interessi personali”. Ciò che colpisce, leggendo il testo, è l’estrema concretezza, sia per quanto concerne la politica – l’Africa ha davvero bisogno del buon governo degli Stati, che si esprime nel rispetto delle Costituzioni, delle elezioni libere, di sistemi giudiziari indipendenti, di amministrazioni trasparenti e non tentate dalla corruzione – come anche in riferimento a temi socio-economici più scottanti. A questo proposito, il Papa invoca il rispetto dei beni essenziali come l’acqua, la terra e le materie prime più in generale; ma parla anche dell’attenzione da rivolgere al fenomeno delle migrazioni. Illuminante anche il pensiero di Benedetto XVI sulla “globalizzazione della solidarietà”, un impegno che coinvolge tutte le nazioni. Sul piano pastorale, nessuno deve tirarsi indietro, ministri di Dio, laici impegnati e tra questi le donne che hanno il compito di umanizzare la società. L’augurio del Papa, attraverso l’intercessione della Vergine Maria, è che la Chiesa in Africa possa essere davvero “uno dei polmoni spirituali dell’umanità”.

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Chi sono

Giulio Albanese

Padre Giulio Albanese è nato a Roma il 12 marzo del 1959 e appartiene alla Congregazione dei Missionari Comboniani. Ha diretto il "New People Media Centre" di Nairobi e fondato la "Missionary Service News Agency" (Misna). Attualmente collabora con varie testate giornalistiche per i temi legati all'Africa e al Sud del mondo tra cui Avvenire, Vita e il Giornale Radio Rai. Dal febbraio del 2007 insegna "giornalismo missionario/giornalismo alternativo" presso la Pontificia Università Gregoriana (Pug) di Roma ed è direttore delle riviste missionarie delle Pontificie Opere Missionarie (PP.OO.MM. Italia). È anche autore di alcuni libri tra cui "Ma io che c'entro? – Il bene comune in tempi di crisi" (Ed. Messaggero Padova 2009), "Hic sunt leones" (Ed. Paoline 2006), "Soldatini di Piombo" (Feltrinelli, Milano 2005), "Il Mondo Capovolto" (Einaudi, Torino 2003) e "Ibrahim, Amico Mio" (Emi, Bologna 1997) e "Sudan: solo la speranza non muore" (1994).

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