Africana

18/12/2015

Chiesa Cultura Economia Giustizia Politica

PAPA FRANCESCO L’AFRICANO

Tra le diverse chiavi di lettura alle quali si presta il recente viaggio di papa Francesco nell’Africa subsahariana (in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana), una accomuna i cattolici, i fedeli di altre confessioni cristiane e di religioni diverse e i non credenti: la consapevolezza di aver assistito a un avvenimento storico.

Per i cattolici, lungi da ogni retorica, si è trattato di un evento ecclesiale senza precedenti, per l’impatto della predicazione del papa e per l’accentuata riflessione sui temi ispirati alle sue due encicliche: Evangelii Gaudium e Laudato Si. Ma soprattutto per alcuni gesti, il più significativo dei quali è stato voler far partire, in anticipo, l’anno giubilare in un luogo che appartiene ai bassifondi della storia.

Francesco ha infatti aperto la prima Porta santa non a San Pietro in Vaticano, ma nella cattedrale della capitale centrafricana (per inciso, dedicata all’Immacolata Concezione di Maria, nella cui memoria liturgica, l’8 dicembre, la bolla d’indizione fissa l’inizio del Giubileo della Misericordia). E subito dopo ha percorso le vie della città insieme con l’iman musulmano, quasi a dire al mondo che per la prima volta in oltre settecento anni nella storia giubilare (un istituto ebraico veterotestamentario, quello del Giubileo, di natura politica prima ancora che religiosa, trasferito dell’esperienza cristiana nel 1300 da Bonifacio VIII) possono riconoscersi nell’Anno Santo della Misericordia non solo i cattolici, anche i fedeli di religioni diverse, insieme naturalmente ai cristiani delle altre confessioni.

Lo stesso Francesco, al suo rientro a Roma, ha dichiarato che la tappa centroafricana, nel cuore del continente, geografico e non solo, «…era in realtà la prima nella mia intenzione, perché quel paese sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di conflitti violenti e tanta sofferenza nella popolazione. Per questo ho voluto aprire proprio là, a Bangui, con una settimana di anticipo, la prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia, come segno di fede e di speranza per quel popolo, e simbolicamente per tutte le popolazioni africane, le più bisognose di riscatto e di conforto».

Ben consapevole di visitare quelle che tante volte ha definito periferie esistenziali e geografiche della post-modernità, il papa ha voluto aprire una porta alla speranza, con un gesto profetico e moralmente ineccepibile, contrapposto alle persistenti chiusure di quella che chiama «la globalizzazione dell’indifferenza».
Già a Bangui, parlandone come di una «capitale spirituale del mondo», Bergoglio aveva spiegato che «l’Anno santo della misericordia viene in anticipo» perché «in questa terra sofferente ci sono anche tutti i paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra».

Attraverso cioè una sofferenza ingiusta, che, come spesso accade, vede i responsabili ammantare i loro interessi e la loro ferocia con blasfeme motivazioni pseudoreligiose. A devastare la Repubblica Centrafricana sono le milizie della Seleka (alleanza in lingua locale sango) formate in gran parte da jihadisti islamici, in maggioranza stranieri, e quelle sedicenti cristiane dell’Antibalaka (balaka, sempre in sango, è il nome di un coltellaccio che caratterizza l’equipaggiamento dei combattenti Seleka). Tanto più significativo, dunque, che le strade insanguinate di Bangui siano state percorse insieme dal papa di Roma e dall’imam della città.

Anche questo è stato un modo con il quale il pontefice ha affrontato la vexata quaestio del jihadismo che, come detto, dà segnali preoccupanti nella Repubblica Centrafricana e ha già da tempo contaminato il Kenya, dove trova alimento, oltre che radici, in una delle più annose crisi africane, quella della Somalia. In Kenya infatti si è manifestata la deriva terroristica delle milizie somale di al-Shabaab, con stragi aberranti come quella degli studenti cristiani nell’università di Garissa lo scorso aprile o quella del centro commerciale Westgate di Nairobi nel settembre del 2013.

A questo proposito, Bergoglio ha ribadito con forza che il nome di Dio “non deve mai essere usato per giustificare l’odio e la violenza”, spiegando a chiare lettere che il dialogo interreligioso «non è un lusso, ma è essenziale».Il tema è rovente non solo in Africa, ma anche in Europa e in altre parti del mondo, perché acuisce la cultura del sospetto e della paura, sebbene nessuna persona anche minimamente informata non abbia consapevolezza che dietro le quinte si celano interessi avulsi dalla religione in quanto tale. Basti pensare alle immense ricchezze minerarie della Repubblica Centrafricana, che vanno dal petrolio all’uranio, oltre ai diamanti presenti nei grandi depositi alluvionali delle regioni occidentali del paese.

È indubbio che la miseria e le guerre di questa parte del mondo trovino poco spazio nell’informazione occidentale. Anche le voci diventate a un certo punto insistenti di un rinvio del viaggio papale, soprattutto nella Repubblica Centrafricana, più che alla persistente violenza nel paese erano legate agli attentati terroristici che hanno insanguinato lo scorso novembre Beirut, Parigi e Bamako. Né erano mancati suggerimenti e pressioni, in un’apparenza di buon senso, per tale scelta “dettata dall’emergenza”.

Ovviamente – l’avverbio non è casuale – Bergoglio ha deciso di non cambiare programma, rispettandolo alla lettera, nella consapevolezza che di fronte alle intimidazioni dei violenti occorre testimoniare, sempre e comunque, il Vangelo della Pace. Una testimonianza fatta anche con gesti di chiara scelta di normalità, come la rinuncia ad automobili blindate o giubbotti antiproiettile, non a caso resa nota in anticipo, e sulla quale ha scherzato con i giornalisti alla partenza per l’Africa, dicendo di temere solo le zanzare.

Alla vigilia della partenza, il papa aveva sentenziato «maledetti coloro che fanno le guerre» durante un’omelia nella cappella della sua residenza a Santa Marta, in Vaticano. Durante il suo viaggio apostolico, da Francesco la condanna del terrorismo è arrivata sempre insieme a quella della guerra e alla denuncia del commercio e del traffico di armi, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse e degli squilibri sociali, e all’appello alle religioni a essere operatrici di pace e di unità – non strumenti di conflitto e divisioni. «La guerra è un affare, un affare grande. “Il bilancio va male? Facciamo una guerra”. Dietro ci sono interessi, vendita di armi, potere», ha detto ai giornalisti sull’aereo che lo riportava a Roma.
Una cosa è certa: se l’apertura della Porta santa a Bangui è stato l’evento principe di questo viaggio apostolico, anche per la sua triplice valenza pastorale, sociale e politica, il tema chiave dei sei giorni trascorsi in Africa è stato quello della pace: una conditio sine qua non per innescare i processi di cambiamento necessari al progresso e allo sviluppo dei popoli.

Francesco, restando sempre e comunque a fianco dei poveri, col cuore e con la mente, ha illustrato con chiarezza i «fondamentali» del suo pensiero, teologico e pastorale, non solo negli incontri con i religiosi, ma in quelli con la popolazione, soprattutto con i giovani, e con i rappresentanti politici e istituzionali. Il suo compito, legato al ministero petrino, di confermare spiritualmente le Chiese visitate, si è tradotto in un aiuto a interpretare i segni dei tempi.

Una scrutatio legata alle molte sfide di un continente che ha decisamente voglia di riscatto, nonostante le croniche manchevolezze che penalizzano fortemente i ceti meno abbienti. Soprattutto in Africa, infatti, il tema dell’esclusione sociale è legato fortemente all’iniqua distribuzione della ricchezza; un fattore altamente destabilizzante che finora ha vanificato gli sforzi per affermare l’agognato sviluppo e che ha lasciato campo libero ai «signori della guerra», favoriti da una spesso manifesta connivenza dei grandi potentati economici e finanziari internazionali.

Come emerge con chiarezza dall’enciclica Laudato Si’, la collaborazione, nell’ambito della società civile, per la pace e la giustizia, unitamente al dialogo interreligioso di cui sopra, rappresenta percorsi irrinunciabili per ogni credente, indipendentemente dalla professione spirituale di appartenenza. In questa luce, il papa ha evidenziato come «troppo spesso dei giovani vengono resi estremisti in nome della religione per seminare discordia e paura e per lacerare il tessuto stesso delle nostre società», auspicando dai leader religiosi «illuminazione, saggezza e solidarietà» per dare autorevolezza e concretezza alla loro missione spirituale.

Per questo il significato giubilare del viaggio ha dato da riflettere, come detto, anche ai non credenti. Da loro, infatti, il tour papale nell’Africa subsahariana è stato considerato una sorprendente e autorevole lezione sui più scottanti temi, legati all’attualità, di politica ed economia internazionale.

D’altronde, nella predicazione di Bergoglio vi è l’evidente e costante preoccupazione di riprendere con nuovi accenti le grandi questioni del rapporto tra la confessione della fede e l’impegno sociale, enunciando al contempo prospettive nuove, che arricchiscono e attualizzano il magistero dei suoi predecessori. Soprattutto oggi, in una congiuntura internazionale segnata da violenze, ingiustizie e sopraffazioni d’ogni genere, comprese le innumerevoli guerre più o meno «dimenticate»nei diversi angoli della terra.
Con la sua straordinaria capacità di empatia e di ascolto, Francesco ha manifestato solidarietà e vicinanza ai poveri, ma ha anche indicato la rotta da seguire. Significativo a questo riguardo il suo intervento presso l’Unon (United Nations Offices in Nairobi) in cui ha affermato che «… siamo consapevoli di come gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi. Questa presa di coscienza profonda ci porta a sperare che, se l’umanità del periodo post-industriale potrebbe essere ricordata come una delle più irresponsabili nella storia, l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità.

A tale scopo è necessario mettere l’economia e la politica al servizio dei popoli dove l’essere umano, in armonia con la natura, struttura l’intero sistema di produzione e distribuzione affinché le capacità e le esigenze di ciascuno trovino espressione adeguata nella dimensione sociale. Non è un’utopia o una fantasia: al contrario, è una prospettiva realistica che pone la persona e la sua dignità come punto di partenza e verso cui tutto deve tendere.

Impostando il suo ragionamento in questo modo, il papa ha fatto intendere che di fronte alla complessità dei fenomeni innescati dalla globalizzazione, in tutte le sue molteplici sfaccettature, non è lecito fare orecchie da mercante. Anche perché continuare a ripetere ad oltranza – come spesso fanno alcuni politici nostrani – che bisogna aiutare gli africani a casa loro, quando poi le politiche economiche dei grandi della Terra sono di segno contrario, significa palesemente assecondare quella che Bergoglio definisce dall’inizio del suo pontificato “cultura dello scarto”.

Pur riconoscendo il molto lavoro fatto nell’ambito del commercio, il papa ha rilevato che “sembra che non si sia ancora raggiunto un sistema commerciale internazionale equo e completamente al servizio della lotta contro la povertà e l’esclusione. Le relazioni commerciali tra gli Stati, parte essenziale delle relazioni tra i popoli, possono servire sia a danneggiare l’ambiente sia a recuperarlo e assicurarlo alle generazioni future”. A questo proposito egli ha auspicato che si vada al di là del «mero equilibrio di interessi contrapposti, ma un vero servizio alla cura della casa comune e allo sviluppo integrale delle persone, soprattutto dei più abbandonati».

In un frangente dello storia umana in cui le classi dirigenti a livello planetario ostentano grettezza di fronte alle istanze di liberazione di una moltitudine di popoli oppressi, papa Francesco appare davvero l’unico leader mondiale in grado di dare voce a chi non ha voce. Non solo proponendo un’agenda perspicace e illuminata sulla «casa comune» – dunque andando oltre le ormai croniche miopie determinate dagli «Stati-nazione» – ma soprattutto infondendo una speranza, davvero palpabile nei volti delle masse impoverite che ha incontrato. Un’empatia, la sua, manifestata col cuore e con la mente a tutti i poveri del mondo. A pensarci bene, questo è davvero il messaggio del Santo Natale, dell’Emanuele, «Il Dio con no

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08/05/2015

Chiesa

Una Chiesa che cresce…

La Chiesa africana continua a crescere. Se nel 2005 i cattolici rappresentavano circa il 17% della popolazione continentale, nel 2013 ne costituivano quasi il 19%. Si tratta di un dato statistico interessante se si considera che stiamo parlando di un continente in continuo aumento dal punto di vista demografico. Dunque, la crescita non riguarda solo i numeri ma anche la percentuale dei cattolici in rapporto alla popolazione africana nel suo complesso. Le ragioni che determinano questo sviluppo sono molteplici. Anzitutto va ricordato che il continente africano nel 1960 contava circa 284 milioni di abitanti, mentre oggi sono oltre un miliardo (circa 1.123.800.000 abitanti). Se l’Italia fosse cresciuta allo stesso ritmo oggi gli italiani sarebbero 185 milioni! Inoltre, in Africa – soprattutto in quella Subsahariana – vi è una enorme popolazione giovanile, (circa il 60% della popolazione con meno di 25 anni). A questo proposito va segnalato il ruolo peculiare che la Chiesa africana svolge nell’ambito educativo, in un contesto molto spesso segnato da una grave esclusione sociale. Essa rappresenta, alla prova dei fatti, un termine di riferimento per le giovani generazioni le quali trovano, spesso, nelle strutture scolastiche e formative in generale, proposte che mirano alla crescita integrale della persona. Da rilevare che non poche comunità ecclesiali del continente hanno patito gli effetti devastanti delle crisi armate che hanno segnato la storia dell’Africa postcoloniale. Particolarmente significativo è il contributo delle Chiese locali nella crescita della società civile che, in prospettiva, dovrebbe rappresentare il vivaio delle future classi dirigenti. I dati statistici, anche per quanto riguarda le vocazioni africane, sono confortanti se si pensa che rispetto al 2005 i sacerdoti, nel loro complesso, sono aumentati del 29,2%. Ma attenzione, non è tutto oro quello che luccica. Molte delle diocesi africane hanno trovato giovamento, in questi anni, dagli aiuti (spirituali e materiali) delle Chiese di antica tradizione (soprattutto europee). Ma l’attuale congiuntura è segnata in Occidente da un calo delle vocazioni missionarie e delle offerte. Questo, in sostanza, significa che le Chiese africane devono elaborare nuovi modelli di sviluppo all’insegna dell’autosufficienza.

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11/03/2015

Cultura Economia Giustizia

Una Storia tutta da conoscere…

Domani si apre un Convegno molto interessante sul continente africano. Si tratta di un’iniziativa promossa dai missionari comboniani alla quale prenderò parte come moderatore della prima tavola rotonda, in programma sabato mattina. Coloro che fossero interessati posso cliccare su: http://www.africaincammino.it

Detto questo, vorrei condividere con gli amici di questo Blog alcune considerazioni generali su questo grande continente, anni luce distante dal nostro immaginario. D’altronde, certi pregiudizi sulle Afriche – è meglio usare il plurale parlando di un continente grande tre volte l’Europa – retaggio dell’epoca coloniale, sono duri a morire e condizionano non poco l’immaginario collettivo a livello planetario. Sta di fatto che l’Africa, al singolare o al plurale che dir si voglia, viene sempre e comunque percepita, soprattutto nei Paesi Occidentali, come una terra di conquista fatta di savane, deserti e foreste pluviali i cui popoli, per misteriose ragioni ancestrali, sarebbero istintivamente avversi alla mente razionale e al pensiero scientifico. Ecco che allora nella gerarchia dei saperi, l’Africa viene ancora oggi redarguita per le sue barbarie quasi fosse irriducibilmente bocciata dalla Storia delle grandi civilizzazioni. Eppure, come ricorda sensatamente il grande storico Basil Davidson, queste idee costituiscono un serio pregiudizio che non giova alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento per cui si ha la presunzione di elaborare una conoscenza dell’altro che pregiudica l’incontro. A questo proposito sovviene un curioso aneddoto raccontato dallo stesso Davidson riguardante un etnografo tedesco e viaggiatore di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima di Cristo le coste dell’Africa Occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.

Si tratta dunque di andare decisamente al di là di certa mentalità coloniale quasi l’uomo bianco avesse bisogno d’inventare l’Africa con le sue affermazioni narcisistiche fondate sulla presunta superiorità. È opinione diffusa che prima dell’arrivo dei colonizzatori europei, il continente fosse una sconfinata distesa di terre popolate da miriadi di gruppi etnici litigiosi e incapaci di adottare le più elementari forme di organizzazione politica. Si tratta di un falso storico. Ci si dimentica che in Africa, a differenza di quanto avvenne nelle Americhe, la potenza degli Stati autoctoni fu tale da scoraggiare sino all’epoca della rivoluzione industriale, all’incirca il XIX secolo, qualsiasi conquista su scala continentale. Contrariamente a quanto si pensa, gli insediamenti portoghesi lungo le coste africane non furono che un primo tentativo di penetrazione; la colonizzazione vera e propria si avrà solo nell’Ottocento, grazie anche alle spedizioni di innumerevoli esploratori e missionari europei. A ciò si aggiunga che i sovrani africani dai quali i negrieri acquistarono la merce umana, a partire dalla fine del Quattrocento, governavano imperi più vasti di qualsiasi moderna nazione europea. Sta di fatto che, ahimè, la storia africana precoloniale non è mai entrata nei testi scolastici occidentali. Per esempio, chi ha mai studiato a scuola le vicende del grande Regno del Ghana (od Ougadou), abitato dal popolo soninke, che raggiunse il massimo dell’espansione nell’XI secolo? Si trattava di uno stato ricco e fiorente che si estendeva a nord del fiume Niger e comprendeva buona parte della Mauritania sudorientale e del settore occidentale del Mali. O chi ha sentito parlare di Sundjata Keita, mitico eroe del popolo malinke? Eppure, attorno alla metà del XIII secolo fondò il Regno del Mali che copriva un’area geografica vastissima, dalle coste atlantiche del Senegal e della Sierra Leone alla città di Gao, sulle rive della grande ansa del fiume Niger. Così a molti è sconosciuta la storia dell’impero Songhai, un popolo che viveva lungo le sponde del medio Niger. Alla fine del XV secolo esso divenne il più grande stato dell’Africa precoloniale. Secondo gli storici era diviso in province rette da governatori di nomina imperiale, alle cui dipendenze vi erano pubblici funzionari incaricati della pianificazione economica del territorio, della gestione delle entrate e della giustizia. La sicurezza delle vie commerciali era affidata a due forze armate, esercito e marina, composte prevalentemente da regolari. Più tardi, alla fine del Seicento, si impose il potente stato degli Ashanti sotto la guida carismatica di Osei Tutu: questo regno estese il suo controllo lungo tutte le coste degli odierni stati del Ghana e della Costa d’Avorio. Quello degli Ashanti fu certamente il più potente degli stati che si svilupparono tra la fine del Quattrocento e l’Ottocento sulla dorsale atlantica, dalla foce del Senegal sino ai confini occidentali del Camerun. Questi governi autoctoni si consolidarono fortemente con l’intensificarsi degli scambi commerciali con l’Europa; naturalmente gli schiavi erano la merce più pregiata. L’ultimo dei grandi regni della costa fu quello del Benin, che raggiunse il periodo di massimo splendore a cavallo tra il XV e il XVII secolo. Retto da integerrimi sovrani (Oba), questo stato, a forte impronta legalista, sorgeva a ridosso del vasto delta del Niger e si estendeva su un’area di densa foresta tropicale di circa 300mila chilometri quadrati. Tra l’eredita che ha lasciato al mondo vi sono preziosissime opere d’arte.

Ho ritenuto opportuno proporre questo breve e approssimativo excursus storico per suggerire alcune riflessioni. Anzitutto va riconosciuta la dignità degli antichi stati africani, espressione di un potere politico e culturale ben più vasto e articolato di quanto superficialmente si possa immaginare. A esercitare il governo erano classi egemoni, a volte dinastie, che aveva ai loro ordini un apparato militare e uno burocratico capace di riscuotere e amministrare le imposte dei sudditi. È vero che l’organizzazione politica dei regni non si estese in modo uniforme su tutto il continente, vista anche la moltitudine di ‘Stati senza Stato’, cioè piccoli gruppi etnici di agricoltori senza norme statuarie. Ma è anche vero che si consolidò gradualmente un rapporto tra Africa ed Europa dovuto ai crescenti scambi commerciali. Merce di scambio privilegiata era il prezioso ‘legno d’ebano’, così venivano chiamati in codice gli schiavi, unitamente alle armi da fuoco che giocarono un ruolo di primo piano, come oggi d’altronde, per la conquista e il controllo del potere. Prima dell’epopea coloniale ottocentesca, sui 30.258.010 chilometri quadrati del continente africano non regnava l’anarchia; nel bene e nel male vi furono forme di governo, anche dispotiche, su tutto il territorio. È vero che le classi dirigenti locali legittimarono di fatto lo schiavismo, sacrificarono la propria gente e per trarne profitti iniqui. Lo schiavismo fu una vergogna per tutti: per i mercanti europei, i negrieri, che comprarono senza scrupoli la merce umana e per i capi africani che barattarono milioni di giovani con rhum, acquavite, polvere da sparo e fucili. Ma queste elite pagarono esse stesse un prezzo altissimo poiché furono schiacciate a una a una dalle potenze coloniali: l’ultimo sovrano degli Ashanti si arrese nel 1896 a un corpo di spedizione venuto dal mare per fare del suo regno una colonia della Corona britannica.

Una cosa è certa: la storia dell’Africa Subsahariana, ancora oggi, per molti, è davvero tutta da scoprire.

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15/02/2015

Giustizia Politica

Nigeria: follia allo stato puro!!!

Non è possibile! In Nigeria ormai la follia ha davvero preso il sopravvento, un qualcosa di aberrante e le parole da sole non bastano a descrivere la scena del delitto. Una giovanissima kamikaze, oggi, si è fatta esplodere in un’affollata stazione degli autobus a Damaturu, in mezzo a ragazzini e ragazzine che vendevano noccioline, cercando così di racimolare qualche centesimo per sbarcare il lunario. La terrorista suicida ha superato i controlli e poi si è fatta saltare in aria intorno alle ore 13 ora locale. La scena che si è presentata agli occhi dei testimoni a dir poco raccapricciante: brandelli di carne dappertutto, pezzi di una umanità dolente, immolata sull’altare dell’egoismo umano. Almeno 16 i corpi straziati e senza vita, mentre trenta risultano essere al momento i feriti. La maggior parte delle vittime erano bambini che avevano voglia di vivere, un diritto negato. La responsabilità della strage non è stata rivendicata, ma tutto lascia ritenere che dietro questo ennesimo atto di sangue ci siano i famigerati Boko Haram, che dallo scorso anno arruolano donne kamikaze, per la facilità con la quale possono nascondere esplosivi sotto tuniche e vestiti, eludendo così i controlli della sicurezza. Scusate la mia temerarietà, ma faccio mia la lamentazione di Fëdor Michajlovic Dostoevski: “Perché i bambini devono morire?” Di tutte le altre lacrime dell’umanità, delle quali è imbevuta la terra intera, non dico nemmeno una parola. Ho ristretto di proposito il focus della mia mente su queste giovani vite nigeriane. Mi sento, col cuore e con la mente, proprio come Dostoevski ne “I fratelli Karamazov”: “Io sono una cimice e riconosco in tutta umiltà che non capisco per nulla perché il mondo sia fatto così. Vuol dire che gli uomini stessi hanno colpa di questo: è stato concesso loro il paradiso, ma essi hanno voluto la libertà e hanno rubato il fuoco dal cielo, pur sapendo che sarebbero diventati infelici, quindi non c’è tanto da impietosirsi per loro”. Ma per queste giovani vite non basta il pianto, occorre levare la nostra indignazione. Non è possibile essere silenti! Forse, prima di domandarci dove sia finito Dio nei bassifondi nigeriani, chiediamoci dov’è l’uomo! Per favore, diamo voce ai senza voce!

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15/02/2015

Chiesa Economia Giustizia Politica

Sud Sudan: un Paese allo sfascio

Peggio di così non poteva andare. Stiamo parlando del Sud Sudan, la più giovane realtà statuale a livello planetario – nata a seguito della consultazione referendaria del gennaio 2011 – ma anche di una terra flagellata da una terribile catastrofe umanitaria, un martirio che si sta consumando in sordina, lontano dai riflettori del sistema mediatico internazionale. Chi scrive ha visitato, in questi giorni, la capitale Juba, incontrando molti missionari/e che vivono a fianco dei poveri, in questa periferia del mondo. Il quadro generale è agghiacciante, basti pensare che sono due milioni e mezzo gli sfollati, in fuga dalla feroce guerra civile esplosa nel dicembre del 2013. Migliaia i profughi, donne, vecchi e bambini, massacrati dalle numerose bande armate. Sta di fatto che secondo le Nazioni Unite, metà degli 8 milioni di abitanti sudsudanesi sono oggi a rischio fame e malattie. Una crisi umanitaria, classificata dalle agenzie umanitarie a “livello 3”, lo stesso, tanto per fare un algido paragone, di quella siriana. Servono derrate alimentari perché tra quattro mesi riprenderanno le piogge e il Paese diventerà impraticabile. I responsabili di questo degrado sono il presidente sudsudanese Salva Kiir e l’ex vice presidente Riek Machar. La tesi prevalente è che il Paese sia sprofondato nel caos per vecchie ruggini tra il primo di etnia denka e il secondo nuer. In effetti, già negli anni Novanta, Machar aveva contestato la leadership dell’allora leader storico dell’Esercito di Liberazione Popolare del Sudan (Spla), John Garang, fondando un movimento scismatico denominato Movimento per l’Indipendenza del sud Sudan (Ssim). Le divergenze, allora, riguardavano l’agenda politica della ribellione che differiva, al suo interno, a seconda dell’appartenenza etnica. Quando, poi, Garang morì in un misterioso incidente – il suo elicottero precipitò nel luglio del 2005, pochi mesi dopo la firma dell’accordo pace di Nairobi – furono in molti a sospettare che vi fosse la longa manus di Machar. Il successore di Garang, l’attuale presidente Kiir, ebbe anch’egli non poche difficoltà nel contenere l’esuberanza di Machar, soprattutto quando si trattò di definire la gestione delle risorse petrolifere nella regione del Great Upper Nile (Gup). Non è un caso se lo Stato di Unity, che occupa gran parte del Gup, sia ora sotto il controllo delle milizie di Machar. D’altronde, quando nel 1983 scoppiò la seconda guerra civile sudanese – detta Anya Nya II – le operazioni dei ribelli dello Spla si concentrarono proprio attorno al bacino petrolifero di Bentiu, 120 chilometri a ovest di Malakal, dove la Chevron aveva realizzato una base operativa. Come se non bastasse, soprattutto nella prima fase della Anya Nya II, i sudisti divennero sospettosi nei confronti di una colossale opera ingegneristica, quella del canale di Jonglei, studiata per bonificare le vaste zone paludose prossime al Nilo, recuperando a fini agricoli l’acqua che andava perduta per l’evaporazione. Così anche il canale divenne uno degli obiettivi della guerriglia sudsudanese. È curioso, pertanto, che questo stesso scenario, con sfumature certamente diverse, si riproponga oggi con conseguenze che potrebbero davvero essere apocalittiche. La mancanza di un dialogo franco tra le parti, dimostra che nessuno dei contendenti ha le carte in regola per considerarsi estraneo al caos in cui è precipitata la giovanissima Repubblica sudsudanese. A questo proposito, mentre il popolo soffre la fame, il governo di Juba ha pensato bene di acquistare armi del valore di 14,5 milioni di dollari dalla Cina. La verità è che le autorità locali, con la loro condotta – maggioranza e opposizione, governativi e ribelli – hanno delegittimato lo stato di diritto. Venerdì scorso, il governo sudsudanese ha rinviato le elezioni di due anni, prolungando il mandato del presidente Kiir, in flagrante violazione del dettato costituzionale. La risoluzione sul rinvio delle elezioni deve essere votata dal parlamento, ma si tratta di una formalità, dato che quasi tutti i parlamentari sono a favore del presidente, perché l’opposizione si è unita alla ribellione di Machar. Le elezioni, secondo la costituzione, si sarebbero dovute tenere prima del 9 luglio (data dell’anniversario dell’indipendenza), ma al momento è davvero impossibile organizzare lo scrutinio a causa della guerra. Secondo il governo, la decisione di rinviare la consultazione elettorale darà la possibilità di portare avanti i negoziati di pace con Machar. Trattative che finora si sono sempre dissolte, quasi fossero bolle di sapone. Kiir e Machar hanno firmato il 2 febbraio scorso l’ennesimo accordo per mettere fine al conflitto che dura da più di 15 mesi. Un’intesa che purtroppo non trova ancora un felice riscontro sul campo, a riprova che manca la volontà politica per passare dalle parole ai fatti.

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06/01/2015

Cultura

Zimbabwean historian dies

Terry Ranger passed away in his sleep two days ago in his home at Oxford (Uk). He was, indeed, a great man and I’m proud of what he did for promoting the African culture, especially from a historical perspective. Deported from Rhodesia in 1963, he held Chairs at the Universities of Dar es Salaam, Ucla, Manchester and Oxford. Ranger was an open minded scholar. On retiring from Oxford where he held the Rhodes Chair of Race Relations until 1997, he went to the University of Zimbabwe as Visiting Professor and taught there for four academic years. Ranger has published and edited dozens of books, and published some 150 articles and book chapters. In his work, Ranger contributed substantially to the historiography of East Africa in general and Zimbabwe in particular. May his soul rest in peace!

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03/01/2015

Giustizia Politica

Ebola: guarito Pulvirenti

Davvero una bella notizia: Fabrizio Pulvirenti è stato dimesso ieri dall’ospedale Spallanzani di Roma. Com’è noto, il medico di Emergency era stato contagiato dal famigerato virus ebola in Sierra Leone. Dopo settimane di terapia intensiva, il volontario ha potuto così finalmente riabbracciare i propri cari. Il suo sangue sarà inviato in Africa per creare plasma in grado di guarire malati. Pulvirenti, come ha sottolineato il presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno, rap¬presenta un’eccellenza del nostro Paese nell’ambito della solidarietà internazionale. E lo ha ribadito ieri annunciando che tornerà presto in Sierra Leone a portare il suo aiuto. Sarebbe quindi auspicabile che tutti provassimo – istituzioni e singoli cittadini – a riflettere sull’esperienza di questo nostro ge-neroso connazionale. Dovremmo evitare, infatti, che la sua vicenda rimanesse confina¬ta negli annali di un meritorio premio della bontà o di qualche onorificenza, come quella che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha deciso di attribuirgli. In effetti, se il medico di Emergency ce l’ha fatta è stato grazie all’utilizzo di costosissimi farmaci, molti dei quali oggi ancora in fase speri¬mentale, a cui purtroppo non hanno ancora accesso coloro che in Africa avrebbero bisogno di essere sottoposti a simili terapie. Tutto ciò ci induce a pensare che se le periferie del mondo, usando il lessico di Papa Francesco, dove colpiscono duramente queste epidemie, disponessero di investi¬menti nell’ambito della salute, sia dal pun-to di vista infrastrutturale sia a livello di co¬noscenze mediche e cure farmacologiche, probabilmente non dovremmo piangere così tanti morti, spesso nell’indifferenza diffusa. Attualmente, stando all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), i decessi sono stati 7.905 e il numero dei casi accertati è superiore ai ventimila, con il rischio di un’ulte¬riore diffusione del virus. Ecco che allora l’affermazione del diritto alla salute diven¬ta una priorità nell’agenda della cooperazione tra Nord e Sud del mondo, conside-rando con quanto ritardo la comunità internazionale si è mobilitata al momento dell’esplosione di questa orribile e disastrosa peste del Terzo millennio. Una cosa è certa: agire con tempestività ed efficacia contro ebola non riguarda solo la tutela della salute di chi vive alle nostre latitudini – quasi che la vita umana non a¬vesse ovunque lo stesso valore –, ma è un imperativo che accomuna tutta l’umanità.

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30/12/2014

Economia Giustizia Politica

Nord Kivu: la guerra continua

Il settore orientale della Repubblica Democratica del Congo continua ad essere il teatro di una feroce guerra, purtroppo dimenticata dai media internazionali. La regione è infatti ostaggio di numerosi gruppi armati, sia nazionali che stranieri, tra cui le Forze Democratiche Alleate (Adf), d’origine ugandese, le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr), di origine ruandese, il Movimento del 23 marzo (M23) e le varie fazioni delle milizie Mai-Mai. Particolarmente drammatica è la situazione nei dintorni della città congolese di Beni, nel Nord Kivu, dove i ribelli dell’Adf, stanno seminando morte e distruzione, decimando la popolazione locale, compiendo sistematicamente raid contro i villaggi della zona e uccidendo, all’arma bianca, intere famiglie. Fonti indipendenti e ben informate, comunque, rilevano che i massacri di Beni vengono compiuti con la complicità di altre formazioni, quali l’ex M23, il Rcd-Kml di Mbusa Nyamwisi e alcuni gruppi Mai-Mai. L’obiettivo sarebbe quello di preparare la via a un nuovo movimento di liberazione in funzione antigovernativa. Dal 17 al 20 dicembre, la società civile congolese, molto attiva nella regione, ha organizzato un forum sociale per il ristabilimento della pace e della sicurezza, cui hanno preso parte rappresentanti di organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti umani e per lo sviluppo, membri di confessioni religiose, autorità locali e personalità politiche. I partecipanti hanno chiesto al governo congolese di non stare alla finestra a guardare, difendendo il diritto alla vita della stremata popolazione civile, in considerazione del fatto che queste formazioni eversive sono “gradualmente passate da una strategia di offensiva classica a quella intermedia della guerriglia per, infine adottare la strategia del terrorismo”. Alla Comunità Internazionale, invece, è stato chiesto di “aprire un’inchiesta internazionale sui massacri commessi”. Tutto questo avviene in una regione dell’ex Zaire dove sono evidentissimi gli interessi economici legati allo sfruttamento delle immense ricchezze minerarie del sottosuolo.

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10/12/2014

Cultura Economia Giustizia Politica

Grembiulini africani

La Massoneria è molto radicata in Africa e rappresenta l’anello di congiunzione tra l’epopea coloniale e quella successiva, non solo in termini di riconoscimento dell’autodeterminazione degli Stati sovrani, ma anche dell’avvento graduale del cosiddetto neocolonialismo. Questo tema è stato affrontato, nel 2007, in un interessantissimo articolo pubblicato sul mensile Nigrizia, a firma di un grande africanista, François Misser (Loggia ci cova Massoneria / “Fratelli” d’Africa). Pertanto, in considerazione anche di alcune recenti vicende, credo che possa risultare utile tornare ad approfondirlo. […]

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03/11/2014

Economia Giustizia Politica

Burkina Faso: finalmente Compaoré ha mollato lo scettro

Il regime criminale di Blaise Compaoré, presidente-padrone del Burkina Faso, si è finalmente dissolto dopo lunghi anni di tirannia. Si tratta di evento importante e dunque da non sottovalutare nel contesto della geopolitica dell’Africa Subsahariana. Anzitutto perché, rispetto a quanto accaduto in altri Paesi della regione, è stato il popolo a chiedere le sue dimissioni. La goccia che, per così dire, ha fatto traboccare il vaso, è stato l’annuncio di una riforma costituzionale per consentire a Compaoré di prolungare ulteriormente il suo mandato, dopo aver ucciso, 27 anni fa, il suo predecessore, il carismatico Thomas Sankara. Di fronte al crescente malessere che già da tempo covava tra la gente, Compaoré si era poi detto disposto a rinunciare al progetto di riforma costituzionale, in cambio di un prolungamento del suo mandato, cosa che ha fatto infuriare ancora di più la popolazione. Sta di fatto che ora il potere è nelle mani di una giunta militare che ha annunciato una transizione, in vista di nuove elezioni entro 90 giorni. Naturalmente, gli osservatori invitano alla prudenza, non foss’altro perché bisognerà vedere fino a che punto i militari saranno in grado di creare le condizioni per un passaggio dei poteri ai civili, nel rispetto delle prerogative di uno stato davvero democratico. Per dovere di cronaca, è bene rammentare che ieri i militari hanno fatto la voce alta, mettendo a tacere migliaia di manifestanti – uno dei quali è rimasto ucciso – che contestavano la presa del potere da parte del leader della giunta militare, il colonnello Isaac Zida, 49 anni. In serata, poi, i militari hanno assicurato che garantiranno un processo di transizione democratico, al termine di un incontro con tutti i principali leader dell’opposizione.

Da rilevare che l’ex presidente Compaoré comunque è al sicuro. Si sta già godendo il suo esilio dorato in Costa D’Avorio, nella residenza a cinque stelle del suo compagno di merende, il presidente Alassane Ouattara, a Yamoussoukro, dove è arrivato venerdì sera con molti familiari e collaboratori. Chissà che non venga in mente a qualcuno dalle parti dell’Aja e dintorni di processarlo per i crimini perpetrati in questi anni. Sarà comunque difficile (temo…) se si considerano le complicità, soprattutto da parte della Francia, nelle nefandezze compiute in questi anni da Compaoré. Una cosa è certa: se questo agognato cambiamento dovesse verificarsi in Burkina Faso, esso costituirebbe un precedente nell’intero scacchiere africano e rappresenterebbe un monito per tutti quei personaggi, veri e propri dinosauri della politica, che da decenni dominano la scena continentale, dall’ugandese Yoweri Museveni al camerunese Paul Biya, per non parlare dell’inossidabile presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe.

Come era prevedibile, l’uscita di scena di Compaoré preoccupa non poco le diplomazie occidentali, in quanto il suo governo costituiva una sorta di baluardo contro il fenomeno del jihadismo che ha interessato vasti settori della fascia saheliana, soprattutto dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi. Il “Paese degli uomini integri” (questo significa Burkina Faso) è tra i più poveri al mondo. C’è da augurarsi che sappia interpretare al meglio il sogno di Sankara: “Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire”.

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