Africana Linea aperta con il continente

19 mag

Economia Giustizia Politica

Somalia, un Paese che galleggia sul petrolio

Vorrei condividere con i lettori di questo Blog, una riflessione sulla Somalia che ho scritto per Avvenire. Come noto, per la prima volta dall’inizio della loro missione navale nel Corno d’Africa, le forze dell’Unione Europea hanno attaccato martedì scorso le basi dei pirati sulla costa somala con un bombardamento aereo. L’operazione è stata condotta d’intesa con il governo transitorio di Mogadiscio, in linea con la risoluzione 1851 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Sebbene questa iniziativa echeggiasse nell’aria da tempo, essa non pare sia stata motivata esclusivamente dalla minaccia costante che la pirateria rappresenta per il popolo somalo, quanto soprattutto per i costi che genera in termini di assicurazioni navali e protezione fisica dei convogli. Un fenomeno che gli armatori di tutto il mondo hanno apertamente denunciato in più circostanze e sul quale sperano di ricevere un aiuto concreto. Ma attenzione, la sicurezza dei mari è legata anche alla questione del petrolio. Infatti, gli interessi energetici sulle riserve on e offshore dell’Oceano Indiano, riguardano geograficamente e politicamente l’entità autonoma del Puntland, che è accusata di essere il principale centro da cui operano i pirati. Sta di fatto che tra i governi europei, quello che guarda con maggiore interesse al business degli idrocarburi in Somalia è il Regno Unito che non a caso, nel febbraio scorso, ha ospitato la Conferenza di Londra. D’altronde, già in passato, si era parlato di un impegno dell’Africa Oil, in collaborazione con la Range Resources e la Red Emperor Resources, per lo sfruttamento dei due block produttivi onshore di Dahroor e di Nugaal, che sarebbero stimati per un totale di 5,2 miliardi di barili. E da quelle parti c’è già oggi chi è pronto a giurare che la prima fase nelle procedure estrattive sia già partita. Prospettive indiscutibilmente allettanti se si considera che nel complesso il bacino petrolifero del Puntland sarebbe in grado di generare circa 10 miliardi di barili di greggio. Una eventualità che, se fosse confermata, farebbe entrare la Somalia nella “top 20” dei giganti petroliferi. Ma quella del petrolio è in effetti una vecchia storia. Già alla fine degli anni Ottanta si era sparsa la notizia che i fondali dell’Oceano Indiano fossero ricchi di petrolio e non a caso in quel periodo furono ripetutamente avvistate unità navali battenti bandiere di comodo, attrezzate per la ricerca degli idrocarburi le quali comunque godevano, a scopo cautelativo, di una scorta armata. Sudi accurati, commissionati dalla Banca Mondiale sotto la direzione del geologo Thomas E. O’Connor, in effetti avevano già indicato nel gennaio del 1991, pochi giorni prima che cadesse il regime di Siad Barre, rispettivamente la Somalia e lo Yemen come due sponde della stessa configurazione geologica contenente un enorme potenziale di giacimenti offshore. Ma in Somalia, sulla terraferma, a dettare le regole del gioco, a parte i famigerati bucanieri, sono soprattutto le numerose bande armate, estremisti islamici in primis, meglio noti come “Al Shabaab”. E a questo proposito, il Consiglio di Sicurezza, pur rilevando i progressi finora compiuti nell’attuazione della Road Map, ha mostrato preoccupazione per il fatto che a circa tre mesi dalla scadenza del periodo transitorio, prevista per il 20 agosto prossimo, le istituzioni federali fanno fatica a perseguire gli obiettivi previsti nella tabella di marcia, compresa la creazione di un’Assemblea Costituente e l’adozione di una Carta Costituzionale che sostenga il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali. Una cosa è certa: il business dell’oro nero, guardando al futuro, potrebbe giocare un ruolo non indifferente ora che il mandato delle istituzioni federali di transizione è vicino al termine e il processo politico federale ha certamente bisogno di nuovi input. Anche se poi bisognerà vedere, alla prova dei fatti, come riconciliare in Somalia le istanze di una good governance, con gli interessi di quei potentati stranieri che vanno in cerca di fonti energetiche. Esiste pertanto il rischio che il fattore-petrolio eroda il quadro già fragile dei margini negoziali, acuendo l’instabilità nello scacchiere del Corno d’Africa, sempre più linea di faglia tra Oriente e Occidente.

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15 mag

Cultura

“Grande Fratello Africano”

I format televisivi sono davvero senza confini. Il 6 maggio scorso, infatti, è partita la settima edizione africana del “Big Brother” (“Il Grande Fratello”). Ho provato a dare un’occhiata (http://bigbrotherafrica.com/) e ho scoperto che lo show è molto simile all’edizione italiana. Un gruppo di persone costretto a resistere all’interno di una casa per diversi mesi, superando prove imposte dagli autori del programma con eliminazioni decise dai telespettatori. In palio per il fortunato vincitore c’è un premio di 300 mila dollari. La novità di questa edizione africana è che i candidati devono presentarsi in coppia: amici, fidanzati, fratelli, sorelle… È insomma necessario che le coppie siano affiatate al punto giusto per cercare di trascorrere il maggior tempo possibile nella casa superando gli sbarramenti del televoto. Quattordici le nazioni rappresentate in questa settima edizione del “Big Brother”: Angola, Botswana, Ghana, Kenya, Liberia, Malawi, Namibia, Nigeria, Sierra Leone, Sud Africa, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Da rilevare che il governo tanzaniano non ha approvato la scelta dei suoi due connazionali di partecipare al Reality Show, considerato troppo volgare e violento. In effetti, due anni fa fece scalpore l’aggressione di cui fu vittima una concorrente picchiata in diretta tv da un suo coinquilino. Una cosa è certa: è davvero allarmante questa omologazione del sistema massmediale globale per cui i Reality, poco importa se africani o europei, sono sempre espressione di una stessa visione della società globalizzata, fondata su un pacchetto di “pseudo valori” (competizione, isolamento, esclusione…) che viene presentato come se fosse universale. La comunicazione non è mai neutra; in qualunque sua forma trasmette sempre – oltre ai contenuti – anche una certa visione della società. E quella del “Big Brother” è davvero anni luce distante dal pianeta Africa.

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1 mag

Chiesa Economia Giustizia Politica

A proposito degli attacchi contro i cristiani in Africa…

Davvero scioccante quanto è avvenuto Domenica scorsa, sia in Nigeria che in Kenya. Ecco che allora ho pensato di pubblicare su questo Blog alcuni pensieri già condivisi con i lettori dell’edizione odierna di Avvenire. Com’è noto sono state colpite ignobilmente due comunità cristiane, geograficamente agli estremi, una collocata ad Occidente, l’altra ad Oriente del continente. Un qualcosa di abominevole che si è consumato sincronicamente nel “Giorno del Signore”, offendendo non solo la dignità umana, ma anche il sacrosanto sentimento religioso di comunità cristiane che chiedono di vivere in pace. Detto questo, però, è bene rammentare che da quelle parti, sia nella città di Kano, come anche a Nairobi, questi credenti sono, per così dire, “nel mirino” degli estremisti perché rappresentano la parte sensibile, quella più indifesa, di società in cui la religione è troppo spesso strumentalizzata indebitamente per fini eversivi. In effetti, già nel passato, si erano verificate simili mattanze che in molti casi hanno anche colpito obiettivi civili e militari, più in generale gente comune. Nel caso nigeriano è evidente che gli autori dell’aggressione all’università di Kano hanno ribadito che il loro intento è quello di destabilizzare la più popolosa nazione africana, indebolendo lo Stato di diritto di cui le istituzioni federali di Abuja sono latrici. Una guerra non dichiarata che si sta consumando con complicità più o meno occulte, all’interno del sistema Paese, ma anche sotto l’effetto contaminante dei movimenti jihadisti maghrebini e saheliani. Formazioni che s’ispirano alla subdola dottrina qadeista col finanziamento del pericolosissimo movimento salafita, di matrice saudita, che sta sempre più radicandosi nella fascia nordafricana dopo la caduta dei due grandi Rais, Muammar Gheddafi e Hosni Mubarak. A Nairobi, invece, si è trattato presumibilmente dell’ennesima azione intimidatoria dei ribelli al Shaabab che intendono punire il governo del presidente Mwai Kibaki per essersi coinvolto militarmente in Somalia contro di loro. Ecco che allora non è lecito rimanere indifferenti di fronte a queste oscenità della Storia contemporanea, trattandosi di un terrorismo che rischia di pregiudicare qualsiasi ipotesi di riscatto per l’intero continente. Se da una parte è bene che la comunità internazionale esca dal letargo stigmatizzando l’inganno di questi malfattori, dall’altra è chiaro che l’unico vero ed efficace deterrente contro costoro è l’umanizzazione dei processi di globalizzazione, a partire dal riconoscimento dei diritti inalienabili della persona umana. Fin quando, ad esempio, i proventi dell’oro nero nigeriano saranno appannaggio di alcune oligarchie con la connivenza d’imprese straniere, o il business di armi e munizioni sarà fiorente per le negligenze di quei Paesi, poco importa se industrializzati o emergenti, che guardano solo al profitto – a Mogadiscio e dintorni, come anche a Nairobi vi sono ingenti arsenali in mano ad organizzazioni mafiose e dunque eversive – sarà illusorio pensare che questi scenari africani subiscano delle significative mutazioni. La posta in gioco è alta soprattutto in considerazione della crisi internazionale dei mercati che rischia di rendere sempre più spregiudicate le azioni sovvertitrici degli estremisti di cui sopra. Non v’è dubbio che forse, mai come oggi, sarebbe auspicabile che quelle Nazioni che, almeno sul piano formale, sono sostenitrici dei valori democratici, uscissero da quelle politiche “a geometria variabile” per cui i rapporti di cooperazione internazionale (politici, economici, militari e culturali) sono ambiguamente impastati con quelli della benemerita cooperazione allo sviluppo. Lungi da ogni retorica, per sconfiggere i famigerati jihadisti occorre tendere la mano ai Paesi del Sud del mondo promuovendo fattivamente il raggiungimento degli agognati obiettivi di riduzione della povertà, delle ingiustizie e la promozione dei diritti umani e della pace. Altrimenti continuerà a scorrere sangue innocente.

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27 apr

Economia Giustizia Politica

Taylor colpevole per i crimini in Sierra Leone

Per chi ha sofferto le violenze della guerra civile sierraleonese, la giornata di ieri passerà alla storia. Infatti, l’ex presidente liberiano Charles Taylor è stato giudicato colpevole di aver fornito aiuto materiale, assistenza e sostegno morale, influenzando sostanzialmente i ribelli del Ruf (Fronte Unito Rivoluzionario) attivi nella Sierra Leone in tutto il corso degli anni Novanta, sotto la guida del defunto Foday Sankoh. Tuttavia – e questo è un particolare che non va sottovalutato – è stato scagionato dall’accusa di aver esercitato comando e controllo sulla famigerata struttura ribelle. Naturalmente la sentenza, che sarà depositata il prossimo 30 maggio, dopo un’altra udienza il giorno 16, ha suscitato il plauso delle organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e più in generale di componenti significative della comunità internazionale. Ma per chi ha vissuto direttamente il dramma della guerra sierraleonese, è “sì” un passo significativo verso l’agognata giustizia, ma non definitivo. Non foss’altro perché a Freetown e Monrovia tutti sanno che Taylor, come anche Sankoh, hanno fatto il bello e il cattivo tempo col sostegno di poteri stranieri più o meno occulti interessanti al business dei diamanti e del rutilio di cui il sottosuolo sierraleonese è ricco. Ma questa è un’altra storia.

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20 apr

Chiesa Cultura

Diciannove anni fa moriva don Tonino Bello

Don Tonino Bello, grande pastore del Novecento, moriva il 20 aprile 1993, a 58 anni. Ancora luce sui nostri sentieri, lo ricordo caramente con l’affetto e l’amicizia di sempre. L’ultima volta che lo sentii al telefono, era già gravemente ammalato. Parlammo di molte cose, ma poi la conversazione si concentrò sull’Africa. E mi disse queste testuali parole, citando Plinio il Vecchio, parole che non dimenticherò mai: “Ex Africa semper aliquid novi”, dall’Africa infatti arriva sempre qualcosa di nuovo… E la testimonianza di tanta società civile in quel continente è la conferma che don Tonino aveva proprio ragione!

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19 apr

Chiesa Economia Giustizia Politica

I sudanesi non meritano un’altra guerra

Sono oltre vent’anni che seguo assiduamente le faccende sudanesi. Da quando cioè fui invitato a visitare la diocesi di Rumbek, da monsignor Cesare Mazzolari, compianto vescovo di quella chiesa ai confini del mondo. Un’esperienza davvero indimenticabile che ha profondamente segnato la mia vita missionaria e professionale. Non potrò mai dimenticare quella gente innocente, ammassata in condizioni disumane nei campi profughi, costretta a subire pene indicibili per ragioni discriminatorie a sfondo religioso, ma anche legate al controllo dell’immenso bacino petrolifero presente nelle regioni meridionali del Sudan. Ricordo molto bene la testimonianza di tanti miei confratelli e consorelle comboniani che, nonostante il degrado in cui essi vivevano immersi a fianco della gente, riuscivano ad infondere sempre e comunque un messaggio di speranza. Per così dire, nel nome di Dio, erano riusciti ad ottimizzare il caos di un popolo dimenticato da tutto e da tutti. Per queste ragioni ebbi modo di gioire quando nel gennaio del 2005 fu siglato a Nairobi, in Kenya, l’accordo di pace tra il governo di Khartoum e i ribelli dell’Esercito di Liberazione Popolare del Sudan (Spla). Ero convinto che ormai il processo di riconciliazione, per quanto ancora in divenire dal punto di vista attuativo, fosse irreversibile. Il pacifico svolgimento, lo scorso anno, della consultazione referendaria che ha sancito la nascita della Repubblica sudsudanese, 54mo Stato africano, confermò le mie convinzioni. Ma devo riconoscere – credetemi, lo scrivo con grande amarezza – che il mio e quello di tanti altri osservatori, è stato un grossolano errore di valutazione. In effetti, per quando la pressione internazionale fosse altissima sia su Khartoum che su Juba, è stata sovrastimata la capacità di fare politica da parte della nomenclatura suddista. Si trattava d’inventare di sana pianta uno nuovo “Stato” nel Sudan meridionale. Non solo in termini amministrativi e infrastrutturali, ma anche e soprattutto politicamente. A parte il rischio che le formazioni partitiche del Sud, col tempo, assumessero sempre più una connotazione etnica, il vero collante era e rimane costituito dagli ex ribelli dello Spla che per sei anni, durante la fase di transizione prevista dagli accordi di Nairobi, hanno amministrato le regioni meridionali attraverso il braccio politico del loro movimento, lo Mpla. Una realtà estremamente complessa e articolata, caratterizzata da una gerarchia piramidale, al cui interno sono rappresentate, con qualche vistoso discrimine, piccole e grandi etnie, dai Denka ai Nuer, dagli Shilluk ai Toposa. Sta di fatto che questi signori hanno tradito il mandato che avevano ricevuto dalla loro gente, mettendo a repentaglio la credibilità della nascente nazione sud sudanese. Per carità, il governo di Khartoum ha le sue gravissime responsabilità nella crisi in atto col Sud, ma era nota a tutti la sua spiccata indole provocatoria e il governo di Juba è caduto nella trappola tesa dal nemico di sempre. Per comprendere questo ragionamento, basterebbe rivedere il filmato mandato in onda da Aljazeera nel quale si vede il governatore del Sud Kordofan, Ahmed Harun – già incriminato dal Tribunale penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Darfur – arringare le truppe impegnate contro i sudisti, ordinando ai soldati di non fare prigionieri. Di fronte all’escalation di violenze di questi giorni hanno davvero fatto bene i vescovi sudanesi a definire “vergognoso” il nuovo conflitto, accusando i due contendenti per le sofferenze che stanno infliggendo nuovamente alla popolazione civile, già stremata da decenni di guerre. E nel loro comunicato, non è marginale il fatto che i presuli abbiano stigmatizzato l’atteggiamento sprezzante e ostinato mostrato dal presidente sudsudanese Salva Kiir verso la comunità internazionale che – ricordano i vescovi – ha sostenuto il popolo del Sud Sudan nella sua lotta per l’indipendenza e contro l’ingiustizia. La scelta della pace è certamente la via più difficile, ma è quella più sicura per la prosperità, ed è per questo motivo che tutti, ma davvero tutti, dovrebbero avere l’ardire di operare un sano esame di coscienza. Anche cinesi e americani che da quelle parti hanno osteggiato, in riferimento al business degli idrocarburi, un’etica prevalentemente utilitaristica, anteponendo in questi mesi i loro interessi particolari, di cui i due Sudan sono ignominiosamente latori.

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17 apr

Economia Giustizia Politica

Africa sempre più in subbuglio

In questi anni ho tentato in più circostanze di contrastare la tentazione dell’afropessimismo, ma devo confessare che quanto sta accadendo nel continente è estremamente preoccupante. Anzitutto vi è il nuovo conflitto tra Nord e Sud Sudan, determinato dal duplice contenzioso sulla delimitazione dei confini e sullo sfruttamento del petrolio. Sta di fatto che ormai è guerra aperta tra Khartoum e Juba e come al solito è la povera gente a pagare il prezzo più alto. Nel frattempo la questione somala rimane aperta con tutto il suo carico di miserie e nefandezze che rendono quel territorio “off limits”. La regione del Sahel, sul versante opposto del continente, è anch’essa in subbuglio, non solo per l’emergenza carestia lanciata dalle organizzazioni internazionali, ma anche a seguito della secessione dell’Azawad decretata dai ribelli tuareg. Un fenomeno estremamente complesso che coinvolge anche altri componenti armate di matrice di jihadista. Dulcis in fundo, giovedì scorso in Guinea Bissau vi è stato l’ennesimo colpo di Stato, in una Paese in cui la popolazione sognava ad occhi aperti l’avvento di un nuovo corso democratico.

Come già scritto più volte su questo Blog, la presenza di oligarchie avvinte alle ex potenze coloniali, soprattutto attraverso la massoneria, e a interessi nepotistici da quando questi Paesi divennero indipendenti, ha sempre reso difficile la gestione della res publica in Africa. Sarebbe pertanto forviante dividere lo scenario tra buoni e cattivi pensando che le responsabilità ricadano unicamente sui golpisti o sui movimenti armati. Vi sono infatti molto spesso colpe che pendono sugli stessi governi civili i quali in molti casi non hanno risposto adeguatamente ai bisogni delle popolazioni, disincentivandone la partecipazione alla vita civile. Ma non v’è dubbio che l’instabilità del continente è in gran parte determinata da più o meno occulte complicità straniere, mai dichiarate e strettamente connesse ad interessi di tipo commerciale. La Francia, ad esempio, continua ad ingerire pesantemente nelle vicende dei Paesi del Sahel, soprattutto per quanto concerne il controllo delle fonti energetiche (petrolio e uranio). Non è un caso se recentemente l’autorevole settimanale Jeuneafrique ha scritto che “Bamako sospetta Parigi di aver fatto un accordo con i ribelli tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla)”. Citando un alto ufficiale dell’esercito maliano, habitué del palazzo presidenziale di Bamako, nell’articolo di Jeuneafrique viene ventilata l’ipotesi che la Francia abbia chiesto ai tuareg presenti nel deserto meridionale libico di lasciare Gheddafi, promettendo un deciso sostegno nella lotta di liberazione della regione settentrionale maliana dell’Azawad. La presenza in Francia di almeno quattro portavoce dello Mnla come anche voci insistenti che da settimane circolano negli ambienti diplomatici africani relative ad un sostegno francese in favore della ribellione tuareg, spingono a considerare il governo di Parigi sia non del tutto estraneo alle recenti vicende maliane. E cosa dire della presenza dei cinesi che intrattengono proficue relazioni commerciali con tutti i i regimi o presunte democrazie africane? Un business, quello dell’Impero del Drago, che non pare assolutamente rispondere ai criteri di giustizia e di equità agognati dalla povera gente. Inutile nasconderselo, l’Africa è ancora ostaggio delle proprie ricchezze, dal Sahel alla Somalia, passando per il Sudan. D’altronde a questo servono guerre e colpi di Stato, non certo al bene delle stremate popolazioni e al sogno del riscatto dall’onta coloniale.

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1 apr

Economia Giustizia Politica

È caduta Timbuctu, il Mali è nel caos

La notizia è stata battuta oggi dalle agenzie di stampa di mezzo mondo: Timbuctu non ha resistito all’assedio dei ribelli tuareg, la cui avanzata nel nord del Mali sembra non trovare ostacoli. Nel giro di appena due giorni, una dopo l’altra, sono cadute Gao, Kidal e Ansongo. E oggi, dopo ore di serrato conflitto a fuoco, è stata la volta di Timbuctu che si è arresa davanti all’avanzata dei separatisti del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla). Lo hanno confermano fonti del governo di Bamako e Ong, precisando che, nelle ore seguite all’attacco tuareg, sono stati saccheggiati vari edifici, tra cui ristoranti, bar e alberghi. Voci non confermate parlano di una fuga di massa dal principale carcere cittadino, i cui cancelli sono stati aperti da sconosciuti quando gli agenti, dopo il primo cannoneggiamento, si sono allontanati. Da rilevare che proprio nelle ore in cui Timbuctu stava capitolando, la giunta militare di Bamako (al potere dal 22 marzo scorso) ha annunciato il ripristino della Costituzione e una transizione verso la democrazia dai tempi però non precisati e quindi incerti. Ora che anche Timbuctu è nelle mani degli insorti, la strada verso la vittoria tuareg, almeno nel nord del Mali, appare scontata, tanto che poche ore fa la giunta al potere nella capitale maliana ha inviato emissari ai gruppi ribelli del nord per negoziare un “cessate il fuoco”. Il successo dei tuareg dipenderebbe, almeno in parte, dall’alleanza con gli integralisti islamici di Ansar Din, guidati da Ag Ghaly, anch’egli tuareg, ma jihadista per vocazione. Accanto agli uomini di Ansar Din, combatterebbero elementi di al Qaida per il Maghreb islamico. Anche se spinti da motivazioni diverse (i tuareg sono tradizionalmente laici; mentre il gruppo di Ansar Din è fautore della sharia e del jihad) le due formazioni hanno costretto l’esercito maliano alla ritirata. Premesso che nel sottosuolo del Mali settentrionale c’è petrolio e uranio a bizzeffe, pare che i tuareg intendano sconfinare nell’Algeria meridionale, con l’intento di legare l’antica città maliana di Timbuctu, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, con Kidal, Gao e alcuni insediamenti lungo il massiccio algerino dell’Ahaggar. Verrebbe così realizzato il perimetro ideale di un ipotetico “stato-nazione” tuareg nel deserto. Dulcis in fundo, fonti della società civile a Bamako sostengono che i tuareg avrebbero ricevuto aiuti dalla Francia. Com’è noto il governo di Parigi ha grandi interessi nello sfruttamento del sottosuolo saheliano.

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28 mar

Chiesa Economia Giustizia Politica

Ibrahim amico mio

La grande bufera delle ingiustizie che imperversa nel Sud del mondo, qua e là manifestandosi con guerre, guerriglie, esodi, eccidi sopraffazioni, miseria e quant’altro, ha innescato il fenomeno delle migrazioni, una realtà che ha portato numerosi uomini e donne delle cosiddette periferie del mondo di fronte all’uscio delle nostre case. Ed ecco che allora l’Africa paradossalmente è diventata vicina di più di quanto potessimo pensare. Ed è proprio a Roma, la mia città natale, che ho incontrato Ibrahim, un egiziano copto che vive dal 1993 nel nostro Paese. Originario di un villaggio alla periferia del Cairo, fin da giovanissimo si rimboccò le maniche facendo un po’ di tutto. Trovò anche il tempo per studiare, sebbene poi preferì mollare, “giocandosi a tombola – racconta – quei quattro soldi risparmiati con tanto sudore e tentare così la via dell’esilio”. Nonostante avesse studiato ingegneria era praticamente senza lavoro dal giorno della laurea. Con quel pezzo di carta, sudato a caro prezzo, riusciva a combinare ben poco all’ombra delle piramidi.

È stata l’amara legge della sopravvivenza a spingerlo a lasciare l’Egitto. Sebbene nell’immaginario nostrano il Sud del Mondo sia socialmente povero e quindi emarginato, conoscendo Ibrahim, ho davvero compreso quanto la sua presenza in Italia sia provvidenziale per chi crede nei valori del Vangelo: primo fra tutti la carità in quanto convivialità delle differenze. Sì, perché le differenze non sono come vorrebbe qualcuno una sciagura, quanto piuttosto una grazia di Dio. Le nostre città, piccole o grandi che siano, pullulano di personaggi come lui. Qualcuno li ha definiti “sentinelle della carità”, altri “vu cumprà”, “intrusi”, “sfaccendati”, “nullatenenti”. Ma al di là di ogni congettura, forse non abbiamo capito in Italia che Ibrahim non voleva accontentarsi delle briciole di noi ricchi Epuloni. La sua è fame, fame di chi chiede d’essere considerato non per quello che non ha, bensì per ciò che il suo essere rappresenta. Di fronte abbiamo un uomo, forestiero e itinerante, ma pur sempre uomo: Figlio di Dio con la stessa dignità di chi, per destino o provvidenza, è nato o vive a Poggibonsi o a Gallarate, ai Parioli o al Prenestino. Insomma, per quanto possa essere guastafeste, Ibrahim ci vuole bene. È vero, tante volte anche lui ha avuto le sue debolezze. Ma chi di noi al suo posto non si sarebbe sentito un verme, giudicato, incompreso, emarginato per non essere stato capace di uscire dalla morsa della povertà? Ecco perché la sua amicizia, per un missionario e giornalista come il sottoscritto, è stata un’occasione per mettermi alla sua scuola, per imparare qualcosa che a noi occidentali manca… e che lui invece possiede. Sono certo – ed è il cuore a dirlo – che sono proprio questi poveri, tanto ricchi di valori a noi sconosciuti, che possono con la loro presenza dare una svolta al perbenismo di una società mercificata come la nostra.

Lungi da ogni retorica, sono sempre più convinto che in tempi di crisi è necessario coltivare un approccio globale ai problemi che assillano l’Italia e l’amicizia con Ibrahim mi ha davvero aperto gli occhi. Ogni anno, infatti, decine di migliaia di immigrati qualificati come lui entrano in Italia per poi dedicarsi a mansioni ben lontane dal loro profilo educativo e professionale. Ecco che allora vi sono laureati in fisica che fanno i portieri, specialisti in materie tecniche impiegati come badanti; insomma un vero e proprio esercito di competenze che alimentano un fenomeno internazionalmente noto come “brain waste”, spreco di cervelli. Secondo i dati riportati dallo European Migration Network (2010) il 54,1% degli stranieri è in possesso di diploma o laurea, ma circa i tre quarti (73,4%) svolgono una professione operaia o non qualificata. La conoscenza di questo capitale umano in Italia è quasi nulla, soffocata com’è dalla preoccupazione che i nostri giovani connazionali sono essi stessi costretti a fare le valigie, alla ricerca di prospettive di guadagno e soddisfazione professionale. Numerose ricerche realizzate in questi anni hanno dimostrato che “mobilità umana” e “creatività” sono sinergiche. In altre parole, la condizione del migrante stimola il pensiero innovativo molto di più che nel caso dei nativi. Questo, in sostanza, significa che i paesi di accoglienza dovrebbero valorizzare il patrimonio intellettuale straniero ricercando in esso delle risposte che la propria “intelligentia” non è in grado di offrire. L’orizzonte è quello di una governance globale su cui da anni il settore della cooperazione allo svilupppo sta lavorando come indicato dal recente Dossier Statistico 2011 sull’Immigrazione della Caritas-Migrantes. L’approccio attuale invece si basa prevalentemente sul contenimento dei flussi, con visioni di corto respiro e talvolta di miope politica. Sta di fatto che l’immigrato laureato in Italia, per potere risalire nella scala sociale, è di solito costretto a farlo lentamente e faticosamente, fino a potersi collocare di nuovo, ammesso che abbia successo, in una posizione che soddisfi le proprie aspirazioni. Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, hanno una lunga tradizione che ha fatto dell’immigrazione intellettuale una vera e propria strategia a lungo termine. Nelle università degli States i migliori studenti provengono dall’Oriente e sono destinati a costituire la nuova crema intellettual-scientifica d’America. L’immigrazione di talenti è dunque una priorità con il rilascio di visti speciali per neo-imprenditori e laureati in medicina, tecnologia, ingegneria e matematica. Se da una parte è vero che la sottrazione dei cervelli dai Paesi in via di sviluppo (Pvs) genera effetti depressivi, la sfida, guardando al futuro, consiste nel credere che questa, se debitamente governata, possa avere un impatto positivo sulle economie locali, stimolando circoli virtuosi di sviluppo sia nelle comunità di origine che in quelle di accoglienza. È l’ipotesi del brain gain, del guadagno, degli effetti positivi che si basa sulla brain circulation, sulla possibilità cioè di poter valorizzare le competenze dei migranti sia nei Paesi di accoglienza che nei Paesi di origine (Pvs), iniziando, ad esempio, dai progetti di cooperazione allo sviluppo e dalle molteplici opportunità imprenditoriali e di scambi commerciali capaci di rafforzare le relazioni bilaterali a reciproco interesse.

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18 mar

Economia Giustizia Politica

Carestia nel Sahel, ennesima sciagura del continente

Mentre il mondo occidentale è sempre più alle prese con le conseguenze della crisi sistemica dei mercati, in Africa prosegue il cinico carosello delle carestie. Mentre lo scorso anno l’emergenza riguardava il Corno d’Africa, in queste settimane sta prepotentemente venendo alla ribalta la crisi che attanaglia la regione saheliana, dove il raccolto ha segnato un calo della produzione cerealicola dal 15 al 52% rispetto alla stagione precedente, con una media per l’Africa occidentale stimata attorno al 25%. Come al solito, la Fao ha lanciato l’ennesimo appello, diramato lo scorso 15 marzo, per la raccolta di fondi addizionali con l’intento di scongiurare una crisi alimentare che a breve potrebbe colpire in maniera devastante, soprattutto la fascia saheliana dell’Africa occidentale. L’obiettivo minimo sarebbe quello di racimolare almeno 70 milioni di euro, con i quali assistere 790mila famiglie di agricoltori e allevatori, peraltro tutta gente ripetutamente colpita dalla carestia negli ultimi anni. Secondo gli esperti della Fao, sarebbero almeno 15 milioni le persone a rischio nel Sahel, così distribuiti: 5,4 milioni di persone (35% della popolazione) in Niger, tre milioni (20%) nel Mali, 1,7 (10%) in Burkina Faso (10%), 3,6 milioni nel Ciad (28%), 850mila in Senegal (6%), 713mila in Gambia (37%) e 700mila in Mauritania (22%). È chiaro comunque che servono molti più soldi, non foss’altro perché con l’andare del tempo, man mano che la crisi aumenterà. Secondo l’Onu servirebbero almeno 724 milioni di dollari per affrontare i bisogni attuali. A parte l’irregolarità delle piogge, la crisi è stata scatenata anche dai prezzi alimentari elevati a seguito della crescente speculazione sulle materie prime alimentari, per non parlare dell’accesa conflittualità che attanaglia la regione. Per intenderci stiamo parlando del Mali settentrionale dove è in atto un’offensiva, lanciata il 17 gennaio scorso, dai ribelli del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla) nella città di Menaka e nella regione di Kidal. Da allora le ostilità tra gli insorti e l’esercito regolare del Mali si sono intensificate al punto che – secondo quanto documentato dall’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu – 195mila persone sono state costrette ad abbandonare il territorio cercando rifugio nei Paesi limitrofi. Si preannuncia, dunque, a livello regionale, una stagione della fame che di fatto sta già mettendo in ginocchio la stremata popolazione civile. Basti pensare che da quelle parti i prezzi sono lievitati mediamente dal 25 al 50% nel corso degli ultimi 5 anni e che potrebbero crescere ulteriormente di un altro 25-30% nel periodo in cui la crisi alimentare toccherà il suo apice nei mesi di luglio e agosto, esponendo alla miseria, in modo inesorabile, le famiglie vulnerabili alla malnutrizione. A pagare il prezzo più alto, come accaduto lo scorso anno nel Corno d’Africa, sono i bambini. Si ritiene infatti che a seguito dell’emergenza saheliana, nei prossimi sei mesi, più di un milione di bambini dovranno essere inseriti in centri nutrizionali perché colpiti da inedia acuta e grave. In condizioni peggiori, il numero potrebbe arrivare ad un milione e mezzo.

Lungi da ogni valutazione ideologica, vengono alla mente di chi scrive le parole che, nel lontano 1944 Jean-Paul Harroy, governatore belga in terra ruandese, scriveva ai tempi del colonialismo: “Africa, terra che muore”. E alla fine degli anni Settanta René Dumont, agronomo di fama mondiale, rincarava la dose stigmatizzando il cronico dramma dei Paesi del Sahel, la cui ciclica carestia provocava già allora “dei sussulti d’interesse, fortemente equivoci”. E sì perché quarant’anni anni fa si versavano come oggi fiumi d’inchiostro per denunciare le solite emergenze alimentari che, com’è noto, fanno disastri a dismisura. D’altronde, le condizioni naturali, soprattutto climatiche, hanno sempre creato problemi a quelle latitudini anche se il fenomeno, con la fine del colonialismo, si è notevolmente acuito. Sempre Dumont, in un celebre libro pubblicato nel 1980 dal titolo più che emblematico, “L’Afrique étranglée” (“L’Africa strangolata”) scriveva che: “Mentre il Sahara avanza dappertutto, al nord e al sud, i Paesi ricchi continuano ad importare l’arachide e il cotone grezzo, le cui coltivazioni rovinano i terreni, ed ad esportare prodotti industriali, macchine e surplus di cereali. E affluiscono con tutte le spese relative, tutti gli esperti, commissioni, agenzie internazionali, con le valigie colme di talismani, gadgets… e altro fumo negli occhi”. Dumont ce l’aveva in particolare sia con le burocrazie della fame che “vivono alle spalle del Terzo Mondo e per esse la fine del sottosviluppo significherebbe disoccupazione”, sia con le borghesie africane che “hanno preso gusto al potere e vi si aggrappano preoccupate solamente di garantire la loro permanenza…”. Purtroppo, nonostante l’umanità abbia varcato la soglia del terzo millennio, il copione è sempre più o meno lo stesso. Ma a pensarci bene, il problema va ben al di là dell’emergenza e chiama in causa una visione alquanto paternalistica degli aiuti umanitari per cui s’interviene sempre quando è ormai troppo tardi. Inoltre, occorre riconoscere che le emergenze di cui sopra sono direttamente proporzionali al prosciugamento delle casse preposte al finanziamento dei progetti che dovrebbero quanto meno alleviare se non addirittura prevenire simili sciagure. Proviamo, allora a tornare indietro nel tempo cercando di comprendere come potevano nel passato sopravvivere le popolazioni del Sahel, visto che, stando agli esperti le siccità affondano le radici in tempi immemorabili. “Lo si sapeva – scrive Dumont – quindi lo si prevedeva e, nelle buone annate, si riempivano i granai di piccolo miglio e più a sud, in terre argillose, di grosso miglio, il sorgo”. Ecco perché, suggeriva l’agronomo francese, “occorre ricominciare come nei tempi antichi, prima della colonizzazione, a formare delle scorte alimentari oppure dei granai collettivi, al posto delle cooperative imposte e controllate dalle autorità, e da cui traggono vantaggio soprattutto i loro dirigenti…”.

Insomma, Dumont suggeriva saggiamente di ricreare raggruppamenti economici, sociali e politici, diretti dalle classi rurali, capaci di opporsi in modo non violento all’ingordigia delle oligarchie locali. D’altronde, non è un caso se nella crisi che attanaglia il Mali settentrionale, oltre alle tragiche vicende che riguardano il popolo Tuareg, vi è un mix d’interessi legati allo sfruttamento del petrolio e dell’uranio. In sostanza, fin quando parleremo di emergenze, anziché delle premesse allo sviluppo saremo sempre alle prese con queste cicliche mattanze. Secondo il sociologo ivoriano Assouman Yao Honoré all’origine di questi fenomeni devastanti che affliggono l’Africa, come la fame o la siccità, miseria e sottosviluppo, risiedono fattori reversibili, legati in gran parte alle responsabilità e dunque all’azione di specifici soggetti umani. Si tratta pertanto d’invertire la rotta, sostiene Assouman, mobilitando risorse intellettuali e materiali, nella consapevolezza che abbiamo un destino comune. In effetti, gli aiuti d’emergenza dovrebbero rimanere una soluzione temporanea, all’unico scopo di consentire ad una popolazione di sopravvivere ad una determinata situazione di crisi, mentre invece quasi sempre si traducono in una sorta d’espediente per rinviare la soluzione strutturale del problema. Se da una parte occorre vigilare sulle deviazioni quali ad esempio l’arrivo spesso tardivo o non confacente degli aiuti ai bisogni, la loro distribuzione mal organizzata o distorta dall’intervento di fattori politici, etnici o dal clientelismo, i furti e la corruzione, che impediscono alle derrate di giungere ai più indigenti; dall’altra s’impone un salto di qualità nelle forme d’intervento. Come? Investendo, per esempio, risorse nella prevenzione di queste calamità. Gli aiuti, a pensarci bene, dovrebbero, in primo luogo, contribuire a liberare le popolazioni dalla loro dipendenza. A tal fine, non possono prescindere da progetti che mirino a premunire le popolazioni esposte a possibili future penurie alimentari. Solo così gli aiuti di emergenza – potenziando la concertazione tra i vari partner della catena: Stati, autorità locali, organismi non governativi e associazioni ecclesiali – potranno considerarsi alla stregua di una incisiva azione di solidarietà internazionale. Non v’è dubbio che il problema della fame non potrà risolversi se non promuovendo le politiche di sicurezza alimentare, nella consapevolezza che troppo spesso la massiva distribuzione di generi alimentari in un determinato luogo, se non adeguatamente coordinata e non funzionale alle necessità contingenti, si rivela controproducente per combattere efficacemente la sciagura della malnutrizione. Da qui l’urgenza di una strategia capace di favorire una saggia e lungimirante erogazione di aiuti a beneficio dei tanti miserabili minacciati dallo scandalo della fame. Per debellare definitivamente la fame e non rinviarne la soluzione.

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Chi sono

Giulio Albanese

Padre Giulio Albanese è nato a Roma il 12 marzo del 1959 e appartiene alla Congregazione dei Missionari Comboniani. Ha diretto il "New People Media Centre" di Nairobi e fondato la "Missionary Service News Agency" (Misna). Attualmente collabora con varie testate giornalistiche per i temi legati all'Africa e al Sud del mondo tra cui Avvenire, Vita e il Giornale Radio Rai. Dal febbraio del 2007 insegna "giornalismo missionario/giornalismo alternativo" presso la Pontificia Università Gregoriana (Pug) di Roma ed è direttore delle riviste missionarie delle Pontificie Opere Missionarie (PP.OO.MM. Italia). È anche autore di alcuni libri tra cui "Ma io che c'entro? – Il bene comune in tempi di crisi" (Ed. Messaggero Padova 2009), "Hic sunt leones" (Ed. Paoline 2006), "Soldatini di Piombo" (Feltrinelli, Milano 2005), "Il Mondo Capovolto" (Einaudi, Torino 2003) e "Ibrahim, Amico Mio" (Emi, Bologna 1997) e "Sudan: solo la speranza non muore" (1994).

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