Bella Napoli

30/08/2012

Iniziative

‘A 67, se Scampia diventa un bel viaggio

Ci sono numeri che non sono solo numeri. 167, per esempio, è il nome di una legge, la famosa legge per l’edilizia residenziale popolare. Proprio a conseguenza di ciò, lo stesso numero è diventato anche un toponimo, identificativo di periferie e rioni troppo spesso dimenticati dagli uomini ancor prima che da Dio.

‘A 67, invece, è il nome di un gruppo musicale “rock-mediterraneo”, originario dell’area nord di Napoli, e in particolar modo proprio della 167 di Scampia. In otto anni di attività il gruppo ha dato vita a quattro album, di cui l’ultimo Naples Power risale al Gennaio 2012, mantenendo sempre un contatto diretto con il proprio quartiere, sperimentando artisticamente (musicalmente e attraverso la realizzazione di spettacoli teatrali) e partecipando a progetti con associazioni come Libera e Amnesty International.

Nel 2010 gli ‘A 67 hanno dato alla luce un album “Scampia Trip”, che esce accompagnato da un libro e da un documentario. Si tratta di un progetto che prova a scavalcare i luoghi comuni e i cliché che circondano il quartiere, un lavoro a cui hanno collaborato scrittori come De Cataldo e Braucci, e giornalisti come Sandro Ruotolo;  ancora, don Aniello Manganiello, per anni parroco nella parrocchia di Scampia, e tantissimi attivisti e operatori sociali, provenienti dalle realtà e associazioni che provano a rendere meno difficile la vita nel quartiere, da Chi rom e chi no, fino ai centri Mammut e Hurtado.

Proprio grazie al lavoro di una di queste associazioni, (R)esistenza Anticamorra, il libro è diventato uno spettacolo teatrale (diretto da Erminia Sticchi) che ha girato il paese raccogliendo grande successo. Uno spettacolo che tornerà in scena il 16 Settembre, al PalaVesuvio di Ponticelli – un’altra periferia della città, questa volta della zona est – dove per la prima volta gli ‘A 67 suoneranno dal vivo le (loro) musiche dello spettacolo.

Daniele Sanzone è l’anima e il cantante del gruppo.

È la prima volte che suonate le vostre musiche dal vivo durante lo spettacolo. Che effetto vi fa?

È una bella emozione. Siamo davvero felici di poter condividere il palco con i ragazzi del quartiere. Da subito, durante le prove, ci siamo divertiti, e devo dire che con tutti si è creata una grande sinergia.

Scampia Trip è ormai in giro da tempo, eppure nessuno di voi sembra “averne abbastanza”. Qual è stato il contributo, in termini materiali e ideali, che il libro, il disco e lo spettacolo sono riusciti a dare al quartiere?

Devo dire che il progetto è stato subito bagnato dalla fortuna. Ha girato e continua a girare tantissimo. La prossima presentazione del libro, per esempio, sarà a Settembre, in Basilicata. In termini materiali grazie alle vendite del libro abbiamo finanziato le attività di tutoraggio per  minori a rischio dell’associazione (R)esistenza, mentre idealmente speriamo di aver contribuito a dare un’immagine diversa del nostro quartiere che non è solo quella della faida ma, ovviamente, è anche tanto altro.

Eppure in questi giorni si torna a parlare di Scampia a livello nazionale a causa di una nuova guerra di camorra. Credi che il fatto che il tuo quartiere guadagni i riflettori in questi casi assai più che nelle occasioni  meritevoli” (penso allo spettacolo, ma anche a eventi organizzati con fatica e pazienza dalle associazioni del quartiere, a cominciare dal carnevale del Gridas) sia un processo inevitabile, o c’è modo di invertire questa tendenza?

In verità non so se si tratti o meno di una tendenza. Più probabilmente credo che tutto ciò appartenga a quelle che potremmo definire “regole mediatiche”. È risaputo che fa più rumore una cattiva notizia che non una buona. Credo, però, che gli organi di informazione dovrebbero quanto meno cercare di arricchire il proprio punto di vista, che da vita a un’informazione spesso unilaterale, in modo da contribuire a spiegare meglio una realtà così complessa com’è quella di Scampia.

Il vostro ultimo disco, Naples Power, ha nel titolo un riferimento al movimento musicale napoletano degli anni ’60 e ’70 che influì molto anche a livello nazionale. Inoltre vi è allegato un libro a cui hanno contribuito firme importantissime (da Lanzetta a Lucarelli, fino a Saviano). Ha senso oggi parlare di musica “sociale” in una città come Napoli? Come vi ponete di fronte a questa “etichetta”?

Per carattere sono uno che non ama le etichette, ma credo che – per quelli a cui dovesse far piacere – la nostra possa essere considerata una musica “impegnata” socialmente. Se invece mi chiedi se ha senso fare questo tipo musica, ti dico che più guardo l’attuale scenario politico e sociale, più mi convinco di questa necessità. Credo che ognuno di noi, al di là del mestiere che svolge, e di come lo svolge, dovrebbe far sentire la propria voce in momenti difficili come questi.

 

Leggi la presentazione del disco  e guarda il video di Accussì va ‘o munno: 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/naples-power-disco-libro/185812/

 

 

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03/08/2012

In città

Spiaggia pubblica: la proposta approda in Comune

La notizia è arvata ieri, con un comunicato stampa congiunto degli assessori Lucarelli (Beni comuni) e De Falco (Urbanistica). La proposta popolare “Una spiaggia per tutti”, portata avanti negli ultimi mesi con grande decisione da cittadini e associazioni partenopee, approderà nelle aule del consiglio comunale, così come previsto dall’iter burocratico.

Necessario un passo indietro per capire di cosa si tratta: era la scorsa primavera quando un folto gruppo di attivisti, associazioni, studenti, cittadini, decise di lanciare una campagna per la restituzione alla cittadinanza (in forma pubblica e gratuita) della lunga fascia costiera che si estende da Nisida a Pozzuoli. ”Napoli è una città di mare – spiegano i promotori – ma a differenza di tutte le altre non dispone di una vera spiaggia pubblica balneabile, fruibile a tutti, e gratuita”. È proprio partendo da questo presupposto, che dopo mesi di lavoro, il comitato è riuscito a raccogliere le firme necessarie (diecimila, anche se la cifra raggiunta è superiore alle tredicimila) per chiedere alle istituzioni di porre rimedio al paradosso.

Il primo passo, quindi, è stata la consegna dei moduli agli uffici comunali, per chiedere che da palazzo San Giacomo venga sottoscritta una delibera che renda attuativa la proposta del comitato. “Nel caso in cui questo non dovesse accadere – avevano già sottolineato dal comitato – ci rimetteremo al lavoro, per raggiungere quota ventimila firme, cifra necessaria per indire un referendum cittadino, che lascerà definitivamente la parola sulla questione ai napoletani”.

La notizia di ieri, invece, apre una nuova strada, quella istituzionale, una strada però tutt’altro che in discesa. Già all’interno del comunicato, infatti, gli assessori si sono affrettati a sottolineare le difficoltà che incontrerà la proposta in consiglio: “Costituiscono nodi oggettivamente critici la problematica ambientale rappresentata dalla presenza, ancora, della colmata; così pure la revisione delle numerose concessioni demaniali marittime nello specchio d’acqua tra Nisida e Pozzuoli, e le numerose attività imprenditoriali presenti lungo il litorale, delle quali occorre verificare la regolarità”.

Si tratterebbe, in realtà, di ostacoli non particolarmente grossi per l’amministrazione, proprio alla luce del fatto che le attività in questione sono per lo più irregolari, e che la rimozione della famosa inquinatissima colmata (una enorme banchina ex-industriale che si specchia nelle acque di Bagnoli) dovrebbe essere, a quanto detto, nel programma di lavoro per la riqualificazione della zona.

“Ora – spiega Aldo Velo, uno dei portavoce del comitato – la palla passa alle istituzioni. Certo, considerando i fattori di difficoltà sottolineati già nel comunicato, c’è il rischio che la delibera venga stravolta, e che a essere approvato non sia il progetto proposto da quasi quattordicimila napoletani, ma qualcosa di ‘annacquato’. Certo è che in tal caso, se il testo dovesse essere modificato, sarebbe proprio la giunta comunale a prendersi questa responsabilità, non di fronte al comitato, ma di fronte a tutti i firmatari della proposta”.

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22/07/2012

Pensieri e parole

Stadio: polemiche, istituzioni e parolacce

A cominciare è stato il patron del calcio Napoli, il presidente De Laurentiis, uomo esuberante e sempre più a proprio agio nelle vesti di padre-padrone della società e per certi versi dei calciatori azzurri. Nel corso di un acceso dialogo con i tifosi partenopei, durante il ritiro pre-campionato di Dimaro, il presidente si è lasciato andare su diversi argomenti, prendendo più di uno scivolone, soprattutto a causa di un linguaggio non proprio elegante. Ha parlato del mercato, delle ambizioni economiche e dei pochi scrupoli morali dei calciatori, del futuro della squadra, ed è andato avanti a ruota libera per un bel po’.

La dichiarazione più interessante, però, si è rivelata questa: «Il sindaco, ‘sto gran paraculo, ha capito che il Napoli è una cosa importante ma ha sbagliato a fare i conti. [...] In base al disegno di legge può fare lo stadio solo il club, perchè i soldi servono per finanziare il club, che ha la possibilità di fare altre costruzioni collaterali commerciali, investendo i ricavati nel club stesso. Il nostro sindaco non la conosce questa legge e poiché lui ha avuto i voti della Mennella, che è una torrese, la quale ha da farsi uno sviluppo a Ponticelli. Lei mi è venuta a trovare tre anni fa ed io le ho detto che a noi lo stadio serve per fare fatturato e non possiamo farlo fare ad un altro, altrimenti paghiamo pure il fitto. Lei se ne è fregata di questa chiarificazione ed ha fatto lo sponsor del sindaco, il quale deve adesso restituirle il favore. Ma io per adesso considero solo il San Paolo come la nostra casa» .

Il succo, per coloro che non abbiano troppa dimestichezza con le faccende politiche partenopee, è questo: il sindaco de Magistris insiste da un po’ di tempo a questa parte, per legare il proprio nome alla costruzione di un nuovo mega impianto calcistico a Napoli; la zona prescelta sarebbe quella di Ponticelli, periferia est della città, area caratterizzata da progetti di ricostruzione ad ampio raggio, promossi dall’imprenditrice Faraone Mennella, moglie dell’ex presidente di Confindustria, Antonio D’Amato. Il Napoli, e De Laurentiis, però, hanno più volte detto di non volerne sapere di allontanarsi dal San Paolo, e soprattutto di voler prendere nelle proprie mani l’onore ed onere della costruzione del nuovo stadio. Finora, però, non si era mai giunti apertamente allo scontro.

Sembra esserci, insomma, un intreccio che riconduce a un triangolo abbastanza ambiguo, tantopiù che le dichiarazioni di De Laurentiis potrebbero avere anche risvolti politicamente rilevanti. Se è davanti agli occhi di tutti, il fatto che nel corso dell’ultima campagna elettorale il candidato poi sconfitto Lettieri fu destinatario di parole ben poco gradevoli, in più occasioni, da parte dello stesso D’Amato, è anche vero che eventuali scambi di favori sullo stadio, sembrano essere tutt’altro che dimostrabili.

Così, mentre De Laurentiis si affretta a ricucire a mezzo stampa il rapporto con il primo cittadino, mentre (giurano i bene informati) quest’ultimo sarebbe rimasto deluso e infuriato per l’accaduto, e mentre l’opposizione in consiglio comunale ne approfitta per chiedere chiarimenti, in città si discute su quanto (poco) siano state opportune le dichiarazioni del presidente del Napoli.

È giusto rilasciare dichiarazioni così rumorose e delicate, alzando polveroni relegabili facilmente come “illazioni” dalla parte offesa? Oppure è lecita spavalderia dire qualcosa che tutti in città sussurrano da tempo, senza però mai alzare troppo il volume della voce, magari per paura di beccarsi una querela?

Questioni ancora più delicate: è vero che la costruzione di un nuovo stadio a Ponticelli sarebbe una sorta di risarcimento ai costruttori partenopei per l’appoggio ricevuto dal sindaco in campagna elettorale? E già che ci siamo, perchè qualcuno non ci spiega (dopo aver, va detto, sventato il rischio termovalorizzatore) quali sono, concretamente, i piani per il rilancio della zona est della città?

In mezzo a tutta questa fuffa restano le parole del protagonista assoluto della querelle, l’incontenibile De Laurentiis. Che ormai, forte del credito acquisito in città per i risultati raggiunti dalla squadra, sembra potersi permettere il lusso di fare e dire tutto. A cominciare da conferenze stampa, interviste, chiacchierate sotto gli occhi di telecamere e cellulari, in cui il numero delle parolacce e delle espressioni di indubbio cattivo gusto, supera di gran lunga quello degli articoli determinativi.

Ascolta l’audio integrale dal sito www.ilnapolista.it

 

 

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13/07/2012

In città

Campi flegrei, alla ricerca di cosa?

(foto di mirko parasole)

Sembra tutto pronto perchè le trivellazioni nella zona dei Campi Flegrei, l’ampia area vulcanica a ovest della città partenopea, comincino nei prossimi giorni. Proprio ieri, infatti, il cantiere è stato installato sul terreno appartenente all’azienda municipalizzata BagnoliFutura, nonostante le tante polemiche che negli ultimi anni hanno coinvolto il progetto.

Un progetto, il Deep drilling project, che prevede la perforazione profonda del terreno, e che ha come finalità quella di approfondire la conoscenza e monitorare le attività della caldera dei Campi Flegrei. In questa prima fase le operazioni prevedono una prima trivellazione che raggiunga i cinquecento metri di profondità, attività per la quale sono stati stanziati fondi di ricerca dall’AMRA e che è stata comunque molto discussa dalla comunità scientifica, oltre che dai cittadini della zona.

PERCHE’ SI – A quanto pare, in realtà, trivellazioni a queste profondità non presentano grossi rischi, dal momento che la casistica di aumento della sismicità, di emissioni gassose, di piccole esplosioni dovute al contatto tra gas diversi, è piuttosto bassa a questi livelli. Si tratta, dicono dal fronte del si, di una operazione di routine, che presenta esclusivamente i cosiddetti “rischi di cantiere”, per i quali sono stati presentati  regolarmente i piani di sicurezza.

PERCHE’ NO – Il problemi, secondo gli oppositori, sono due: in primo luogo, c’è chi contesta le bassissime percentuali di rischio presentate dai promotori del progetto, e quindi vorrebbe che ai piani di sicurezza per il cantiere, il comune di Napoli si preoccupasse di coniugare quelli di evacuazione per i cittadini, almeno dei quartieri di Bagnoli e Fuorigrotta. L’obiezione più grande, però, è quella riguardante la seconda fase del progetto, che prevede trivellazioni fino a quattro chilometri di profondità, con un rischio a questo punto decisamente alto, come insegnano i casi storici nel campo, a cominciare dalle potenti scosse sismiche prodotte a Basilea, nel 2006, da un progetto di analisi geotermica.

Se è vero, però, che i fondi per la seconda fase del progetto non sono ancora stati stanziati, né tantomeno richiesti, è anche vero che una eventuale trivellazione “intensiva” preoccupa abbastanza i cittadini, oltre che diversi studiosi, in un territorio delicato e ad alto tasso vulcanico come quello in questione. Poco utile, peraltro, sarebbe fermare le operazioni di trivellazione soltanto alla prima fase, dal momento che la stratigrafia del terreno a quelle profondità è già praticamente nota.

Perché scavare, quindi? Lecito chiederselo. Per capirlo, probabilmente, è necessario fare un passo indietro nel tempo, quando il progetto fu presentato all’allora sindaco Iervolino, che ne rimandò l’attuazione trovandosi a fine consiliatura. In quella fase, infatti, fu detto in maniera chiara che la finalità del Deep drilling sarebbe stata la costruzione di un impianto geotermico, senz’altro una risorsa, ma una risorsa che avrebbe rischiato di compromettere il lungo e laborioso processo di riqualificazione dell’ex area Italsider, un processo che prevede su tutto la nascita di un immenso parco naturale, ma che appare ancora in fase embrionale, da vent’anni a questa parte.

Solo l’immediato alzarsi di voci decisamente contrarie all’impianto geotermico, fece si che la mission (come si dice oggi) delle trivellazioni fosse modificata, e trasformata esclusivamente in un percorso di analisi e approfondimento scientifico.

Le domande a questo punto arrivano una dopo l’altra: chi è in grado, oggi, in città, di spiegare in maniera chiara quali sono gli obiettivi a lungo termine delle trivellazioni? Chi è in grado di garantire sui rischi (contenuti, ma presenti) che la popolazione potrebbe correre nel corso delle operazioni a cinquecento metri, e ancor di più su quelli (elevatissimi) che comporterebbe uno scavo a maggiore profondità? Chi è in grado di garantire sugli sviluppi della seconda fase del progetto e sui piani di evacuazione? Allo stesso tempo, chi avrà intenzione di esporsi per evitare che il progetto di una centrale geotermica non risalga a galla nei prossimi anni, in una fase in cui l’amministrazione comunale continua a promettere evoluzioni sensazionali per il rilancio dell’area ex industriale, ma dimostra di dover fare i conti quotidianamente con una mancanza di risorse, e talvolta anche di volontà?

Sarebbe bastato poco, in realtà, per mettere ordine nella questione. Una conferenza stampa, un percorso di comunicazione chiaro, capace di coinvolgere i cittadini (che pure hanno creduto alle promesse “partecipative” ricevute in campagna elettorale), qualsiasi cosa capace di rassicurarli e spiegare alla ricerca di cosa, e con quali finalità si intende scavare. L’assenza totale di tutto ciò, al contrario, ha contribuito a creare una confusione e una tensione sulla questione, che sembra tutt’altro che prossima ad affievolirsi.

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06/07/2012

Iniziative

Parco Robinson, un campo estivo “popolare”

Chi l’ha detto che il “campo estivo” è una cosa da ricchi? Chi l’ha detto che per tenere i bambini occupati, magari sotto il sole cocente partenopeo e con Caronte, Lucifero e compagnia bella, che bruciano la città praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro, sia necessario spendere un capitale, per alcune famiglie una cifra quasi pari a ciò che si guadagna in un mese?

Nessuno, l’ha detto, e infatti al Parco Robinson di Napoli, a Fuorigrotta, alcuni ragazzi del “Movimento disoccupati flegrei” hanno deciso di impegnarsi, impegnando a propria volta il tempo dei ragazzini di quartieri popolari come Bagnoli, Fuorigrotta e Cavalleggeri, in un campo estivo praticamente gratuito. Un campo all’aria aperta, sotto gli occhi attenti e allo stesso tempo divertiti di giovani inediti “operatori” (termine ormai troppo istituzionalizzato per non essere virgolettato) che per la maggior parte sono anche loro delle mamme e dei papà.

Chi vuole, e soprattutto può, versa un piccolissimo contributo agli organizzatori del campo (chiamato proprio Robinson, con tanti saluti al Crusoe di Defoe) e può lasciare i propri bambini a scatenarsi per l’intero mese di luglio, dalle 8.30 del mattino fino alle 16 del pomeriggio, nei prati del parco che (a proposito di organizzazione “dal basso”) fu riaperto al pubblico una manciata di anni fa grazie al lavoro di volenterosi cittadini e associazioni della zona.

Il campo è un’esperienza totalmente indipendente, alla quale, oltre agli organizzatori, hanno deciso di contribuire anche musicisti (che collaborano al laboratorio di costruzione di strumenti musicali “ecologici”), disegnatori e artisti, che guideranno i bambini in un percorso di pittura che riserverà non poche sorprese. Non manca lo sport, e poi attività che esaltano il rapporto dei ragazzi con la natura,  comprese quelle di “riciclo creativo”, sempre importanti in un contesto particolare come quello che si sviluppa all’ombra del Vesuvio.

Una piccola nota stonata, tuttavia, è arrivata qualche giorno fa, quando il presidente della X municipalità si è affrettato a prendere le distanze dall’iniziativa, evidentemente macchiata in modo indelebile agli occhi delle istituzioni per aver bypassato quasiasi iter burocratico, non aver chiesto autorizzazioni, patrocini, supporti (morali e economici) di qualsiasi tipo. Sarebbe stato bello, invece, se le stesse istituzioni si fossero interessate in maniera diversa all’iniziativa, provando ad andare incontro ai piccoli problemi che non può non incontrare chi cerca di fare qualcosa di utile per la propria città, e lo fa (cosa più unica che rara) senza chiedere nulla in cambio.

Forse, però, sarebbe stato chiedere troppo, o quantomeno sarebbe stato il caso di farlo tramite carta bollata, passando attraverso gli “uffici competenti”, e un linguaggio burocratico da 1800. Intanto il campo va avanti: tutto ciò che serve è un pallone da rincorrere, e un sole enorme che aspetta solo di essere dipinto.

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