Riconquistare in gruppo lo spazio circostante fino a oltrepassare la meta. Non solo sul campo di gioco: a Librino, quartiere periferico di Catania, una squadra di rugby guida la riappropriazione di un’area urbana abbandonata, in un contesto sociale dominato dalla criminalità organizzata.
Opere pubbliche incompiute, sprechi, passaggi di mano e di responsabilità. Fenomeni noti e diffusi in gran parte della Sicilia, una regione magnificata dai tesori della classicità e deturpata dalle rovine dell’inaugurazionismo. Esemplare è il caso di Librino, periferia sud-ovest di Catania, dove a metà degli anni Novanta l’amministrazione investe circa 10 milioni di euro per la costruzione di un centro sportivo polifunzionale che avrebbe dovuto ospitare le Universiadi del 1997. Le scadenze non vengono rispettate, la struttura viene consegnata incompleta nel 2003 e successivamente abbandonata. Neppure una convenzione tra l’amministrazione e la Calcio Catania è risolutiva, nonostante l’impegno della società ad organizzare una scuola calcio.
I campi, gli uffici, le palestre e gli spogliatoi nell’arco di poco tempo vengono vandalizzati e resi inagibili: per la sistemazione del centro si calcolano circa 8 milioni di euro, più o meno quelli spesi per la sua costruzione. Librino non è un quartiere facile e il centro polifunzionale sorge a ridosso del “Palazzo di cemento”, vero e proprio covo della criminalità organizzata nonché uno dei principali luoghi di spaccio, traffico di armi, ricettazione. L’abbandono della struttura, di per sé già grave, in un contesto di forte degrado risulta devastante.
Ma contro l’indifferenza si mobilitano i volontari dell’associazione Iqbal Masih, attivi nel quartiere dal 1995 con vari laboratori e fondatori nel 2006 de “I Briganti” Rugby Librino. Coraggio, generosità, sacrificio, altruismo, rispetto dei compagni, dell’avversario e delle regole. Il rugby non è soltanto una pratica agonistica ma uno stile di vita che in 5 anni di lavoro, su un campo bonificato pezzo per pezzo, viene trasmesso a più di 300 ragazzi del quartiere. Per ridare vita all’impianto abbandonato “I Briganti”, conformandosi al Regolamento degli strumenti di partecipazione democratica, chiedono al Comune di ottenerne la gestione con una petizione popolare che raccoglie 7mila adesioni. Altri cittadini, associazioni e sindacati appoggiano la richiesta. Interviene addirittura il presidente della Federazione italiana rugby con una lettera indirizzata all’Assessorato allo sport di Catania. Senza alcun esito tangibile.
Per restituire la struttura pubblica abbandonata alla collettività, “I Briganti” avviano allora una battaglia di legalità: pur non possedendo alcun titolo sull’area, riescono a riunire un centinaio di cittadini per ripulire, spostare, estirpare, mettere in sicurezza i tombini scoperchiati, ripristinare gli accessi. Costituiscono il Comitato San Teodoro Liberato, riunendo cittadini e tante realtà dell’associazionismo catanese. Danno vita ad una campagna di azionariato popolare, con la sottoscrizione di “buonAzioni”, per sostenere le spese materiali di recupero. Nell’arco di alcuni mesi ripuliscono gli spazi esterni, creando una piccola arena, lavorano sull’impianto elettrico, realizzano un’area attrezzata per la serigrafia, danno vita ad un progetto di orto sociale con l’aiuto di consorzi bio e aziende agricole.
E dopo aver lavorato duramente per ripristinare il terreno, la palestra, gli spogliatoi, riescono ad ottenere dalla Federazione – a tempi record – l’omologazione del campo da gioco a cui, un mese più tardi, fa seguito l’inaugurazione della club house. Dopo 15 anni i ragazzi di Librino hanno finalmente un campo dove poter allenarsi e svolgere gare ufficiali. E comprendere – attraverso il rugby – il valore della fatica, del gruppo e delle regole.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: beni comuni, catania, riappropriazione, san teodoro liberato, sport
L’arrivo di un cane in famiglia non trasforma soltanto le abitudini dei suoi componenti. In alcuni casi può contribuire a cambiare le sorti di interi spazi urbani. E’ questo l’incipit di una storia a lieto fine, animata dalla cagnetta Cara e dal suo padrone Carlo, da un gruppo di cittadini volenterosi e da un’amministrazione ben disposta a sostenerne le iniziative.
Nella splendida cornice del parco delle Basiliche a Milano, a ridosso della Basilica di Sant’Eustorgio, esiste da anni un’area attrezzata per cani. Uno dei tanti spazi in Italia ideati per garantire il decoro e la sicurezza nei parchi, la pacifica convivenza tra diverse categorie di utenti ed il benessere degli amici a quattro zampe. Spesso però ritenuti luoghi esenti da qualsivoglia obbligo di manutenzione e percepiti come liberi da qualsiasi regola da rispettare.
“Un’enorme pozzanghera d’inverno, una nuvola di polvere in estate”: l’area cani al Sant’Eustorgio non faceva differenza, tanto da essere quasi inutilizzabile. Fino a quando un neo-frequentatore del parco, accompagnato da una cagnetta trovata sul Monte Amiata, decide di porre il problema all’attenzione di altri residenti. Si pensa prima ad una raccolta firme, poi si tenta la strada del Consiglio di zona. Il problema resta però irrisolto, sino a quando i cittadini non vengono a sapere che il Comune di Milano, a maggio 2012, ha lanciato un progetto sperimentale per l’adozione di aree verdi. Sulle “aree cani” in realtà nulla è previsto ma il gruppo non si lascia scoraggiare, rivolgendosi direttamente all’amministrazione comunale.
Di lì a poco, e senza troppi affanni, segue un incontro di ben due ore con il direttore dell’Arredo urbano e Verde di Milano, dagli esiti più che positivi: il Comune è disposto a mettere in moto le procedure per effettuare un intervento straordinario di riqualificazione. Prima però i cittadini devono stabilire la modalità di gestione ordinaria dell’area: affidarla ad un privato attraverso un contratto di sponsorizzazione o limitarsi ad un contratto di collaborazione con il Comune. Si percorre una terza via: i cittadini si impegnano a costituire un’associazione, ricomprendendo all’interno anche un rappresentante dello sponsor da loro individuato, la pensione per cani Bubi e Pupe, disposta a farsi carico di metà delle spese.
Ma al momento della firma del contratto con il Comune, la neo-costituita associazione “Area Dog” rileva nel testo toni eccessivamente paternalistici, termini e contenuti che fanno dei cittadini dei potenziali trasgressori. Accolta con favore la rimostranza, viene stabilito un rapporto paritario e continuativo tra i due soggetti. E a settembre iniziano i lavori: il Comune fa piantare nuovi alberi, sistemare le panchine, recintare l’area con le siepi e sistemare l’impianto idrico. I cittadini invece adottano l’area, stabilendo una quota associativa di 5 euro al mese per garantirne la manutenzione ordinaria assieme allo sponsor, con cui condividono le responsabilità. Risultato? Un’area rinata e finalmente fruibile, di cui i frequentatori sono al contempo gestori e manutentori: i padroni intervengono direttamente per ovviare ai piccoli danni che, se sommati, porterebbero ad un nuovo deterioramento. Ed insieme individuano le soluzioni più convenienti per garantire lo svolgimento dei lavori più duri.
Carlo Zanda, proprietario di Cara e attuale presidente dell’associazione, è soddisfatto: “Se il Comune ha capito da subito che si trattava di una buona opportunità, da parte nostra abbiamo battuto gli atteggiamenti disfattisti ed esclusivamente recriminatori delle prime fasi, mettendo a disposizione di altri cittadini un modello che, con un po’ di impegno, può essere facilmente replicato”. E così è stato: altri cittadini si sono rivolti all’associazione per avviare nuovi percorsi di riqualificazione in diverse zone di Milano.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: aree verdi, giardini condivisi, milano, parchi pubblici, sussidiarietà
La definiscono “Fact checking explosion” o “Golden age of fact checking”. Nel duello Obama-Romney non passa inosservata la rapida ascesa di un modo alternativo di fare giornalismo che, prendendo ispirazione dall’antica prassi di verificare i fatti e le fonti prima di procedere alla pubblicazione, intende controllare quanta verità ci sia nelle affermazioni, nelle informazioni e nei dati numerici diffusi attraverso i mass media. Il fact checker è un vero e proprio cercatore di verità che, sfruttando le enormi potenzialità della rete, filtra, approfondisce e commenta in maniera rigorosa ogni asserzione di pubblico rilievo che viene gettata nel grande calderone dell’informazione.
Succede così che nei confronti televisivi tra i due candidati presidente New York Times, Washington Post e Cnn impieghino decine di giornalisti nella verifica “live” di ogni affermazione controversa: il pubblico ascolta il dibattito e contemporaneamente monitora in apposite finestre la veridicità dei dati presentati a supporto di tesi quasi sempre contrapposte, grazie ad un lavoro di ricerca minuzioso di equipe, almeno nelle intenzioni, del tutto imparziali.
Prima ancora della stampa generalista, ad essersi dedicata esclusivamente e continuativamente a questa attività è stata l’organizzazione non profit FactCheck.org, con sede nell’Università di Pennsylvania, “un’associazione di consumatori che intende ridurre il livello di inganno e confusione nella politica statunitense”. Tra gli altri siti specializzati c’è PolitiFact.com, vincitore di un premio Pulitzer per la copertura vigile e dettagliata delle elezioni Usa del 2008 che, accanto ai fatti analizzati, fa ricorso al cosiddetto “Truth-O-Mether”: lo staff distingue graficamente tra asserzioni vere, quasi vere, mezze vere, a stento vere e false, facendole ricadere in casi estremi nella categoria “pantaloni in fiamme”. Un modo per dire che il politico di turno l’ha sparata grossa. Un sistema simile è stato adottato dal Washington Post, che attribuisce alla menzogna da uno a quattro “Pinocchi”. In Europa il settimanale tedesco Der Spiegel ha assunto a tempo indeterminato più di 70 fact checker a partire dal 2010. In Italia, sulla piattaforma Civic Links, Ahref ha creato un fact checking partecipativo, da oggi presente con il suo simbolo anche su Corriere della Sera.it: ogni utente può collaborare con altre persone per verificare la veridicità delle notizie.
Non si sono fatte attendere tuttavia le prime manifestazioni di scetticismo. Il magazine Time per esempio ha posto il problema del “dilemma della falsa equivalenza”: come è possibile giudicare una campagna migliore o peggiore, un politico più onesto dell’altro, su basi quantitative? Secondo il magazine ad una balla sul pupazzo Big Bird, amato personaggio del circuito televisivo a gestione non profit PBS, non si può attribuire lo stesso peso di un dato non veritiero riferito alla sanità o alla gestione fiscale. Il quotidiano New York Times ritiene che il fact checking non sia sufficiente. Innanzitutto si pone un problema interpretativo: gli stessi dati spesso e volentieri non si prestano a delle conclusioni univoche. In secondo luogo le verità dei fact checker limiterebbero di fatto le facoltà di giudizio del lettore, a cui tradizionalmente spetta l’ultima parola.
Perplessità lecite e limiti innegabili che non riducono tuttavia la rilevanza di questo servizio in rapida espansione: l’informazione è un bene comune nel momento in cui rinuncia ai facili sensazionalismi, alle imprecisioni e ai cliché. Il fact checking non solo li contrasta ma contribuisce anche a decostruire la cattiva retorica: quell’arte del discorso artificioso pianificato seguendo alla lettera un insieme di regole di marketing politico, che affina le sue strategie e moltiplica i suoi effetti proprio quando la democrazia si riduce ad essere una somma di voti. Il fatto che milioni di cittadini siano attratti non da titoli ad effetto ma dalla volontà di entrare nel merito delle politiche pubbliche può delineare pertanto il superamento di concezioni della democrazia ormai vetuste.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: elezioni usa, fact checks, giornalismo responsabile, informazione bene comune, mass media
Benvenuti nell’Italia dei balocchi. A giudicare dallo studio sui sistemi educativi nei paesi Ocse ‘Education at a glance’, i suoi abitanti presto inizieranno a ragliare: con una spesa per l’istruzione pari al 9 per cento del totale della spesa pubblica – contro una media del 13 per cento- la penisola è al penultimo posto su 32 paesi industrializzati per investimenti nella scuola. A determinare la posizione in classifica non conta in questo caso la ricchezza di un paese, tantomeno l’ammontare del suo debito pubblico. Il rapporto è determinato infatti dalle scelte politiche di chi ha il compito di allocare le risorse di uno stato. Nel caso dell’Italia decisioni orientate evidentemente a ridimensionare il ruolo della scuola. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Cattedre scoperte, orari ridotti, strutture fatiscenti. Diminuisce la quota di spesa pubblica destinata alla scuola, aumenta quella delle famiglie per garantire un’adeguata istruzione ai figli: il ‘caro libri’, dovuto essenzialmente alle strategie adottate dalle case editrici per contrastare il mercato dell’usato, e il ridimensionamento del trasporto pubblico locale, particolarmente percepito nei piccoli centri, rappresentano due uscite importanti nei bilanci familiari. A Padova è partita addirittura una colletta per pagare i libri a studenti in difficoltà. E la principale indicazione evidenziata dal rapporto Ocse di quest’anno è proprio quella che riguarda la correlazione tra condizione sociale della famiglia e successo scolastico.
Di fronte ad una scuola disastrata emergono le iniziative di genitori e studenti che, approfittando della pausa estiva, – a Roma come in altre città d’Italia – si organizzano per prendersi cura degli ambienti scolastici: tinteggiano le aule, forniscono gli arredi, eseguono interventi di manutenzione, supervisionano i lavori di ristrutturazione. Piccoli contributi dai risvolti positivi: i cittadini si riappropriano degli spazi pubblici, stabiliscono come e dove intervenire, alimentano relazioni interpersonali, apprendono nuove abilità, riducono la spesa per la manutenzione ordinaria degli istituti, si confrontano con le istituzioni, rafforzano il proprio potere contrattuale nelle rivendicazioni.
Deduzioni che non derivano da una mera speculazione filosofica ma dai risultati di un progetto volto a promuovere la formazione di una cittadinanza consapevolmente attiva. “Rock your School” (video di presentazione) ha permesso ad un gruppo di ragazzi di due istituti romani di riflettere sull’importanza della cura dei beni comuni e, nello specifico, delle proprie scuole. Gli studenti si sono confrontati per individuare gli spazi da valorizzare e le risorse da utilizzare. Hanno superato le timidezze e le perplessità iniziali per coinvolgere il maggior numero di persone. Si è così costituita una rete, composta da studenti, associazioni, genitori ed istituzioni, che ha permesso di restituire luoghi degradati ed inutilizzati ai presenti e futuri frequentatori degli istituti, all’interno e all’esterno degli edifici. Poi? A due anni dall’avvio del progetto gli spazi recuperati non solo non sono stati violati da nuovi atti vandalici, per la cui riparazione la Provincia di Roma spende la metà del suo budget destinato alla manutenzione scolastica, ma sono stati addirittura valorizzati grazie all’impiego di nuove forze raggiunte dal “vortice virtuoso” innescato da RyS.
Cittadini che non aspettano ma danno il buon esempio, a testimonianza di un anelito comunitario crescente che, attraverso la cura dei beni comuni, si oppone ad una mentalità diffusa nel Paese e per lungo tempo maggioritaria, all’origine di molti dei mali presenti: quel modello sociale che fa dell’amministratore un re, capace di influenzare i sottoposti con i suoi usi e costumi, e riduce il cittadino ad un cortigiano, affidatosi totalmente alle capacità taumaturgiche del sovrano.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: beni comuni, cittadini attivi, genitori, investimenti, istruzione, scuola, studenti
Nella Grecia salentina c’è un luogo in cui arte ed economia si intrecciano per dare vita ad un risultato entusiasmante: un modello di sviluppo incentrato sulla valorizzazione delle tradizioni popolari e sull’applicazione di metodi innovativi di gestione delle risorse rinnovabili. Un posto in cui passato e futuro sono tenuti insieme e continuamente rinsaldati da una comunità di cittadini attivi. Anzi, “tarantati”.
Melpignano, comune di 2mila abitanti nella provincia di Lecce, ha deciso da poco più di un anno di puntare sul fotovoltaico per produrre energia elettrica “pulita” da destinare alle famiglie. Fin qui nulla di straordinariamente innovativo, se non fosse per il sistema di gestione promosso dal Comune (intervista al sindaco Ivan Stomeo): una Cooperativa di comunità in cui i cittadini sono imprenditori di se stessi, ricoprendo contemporaneamente i ruoli di soci utenti e fornitori. In loro sostegno sono intervenuti l’amministrazione comunale, Coopfond e diverse aziende locali in veste di soci sovventori, e ancora ingegneri, installatori e manutentori in qualità di soci lavoratori autonomi.
All’origine del progetto c’è stato lo studio di fattibilità redatto dal Comune, in collaborazione con il Dipartimento di ingegneria dell’innovazione dell’Università del Salento e con la cooperativa sociale Officine creative di Lecce, poi sono stati censiti 180 edifici in cui installare gli impianti. Nel 2011 settanta cittadini, rispondendo positivamente alla proposta dell’amministrazione, hanno quindi deciso di associarsi e di installare impianti fotovoltaici sui tetti delle loro case, attraverso l’impiego di forza lavoro proveniente dalla stessa comunità.
Quali i vantaggi? Oltre alla produzione di energia pulita, c’è il riconoscimento economico ai soci utenti, i cittadini stessi, dell’energia immessa in rete e non utilizzata. E per quanto riguarda l’utile, il suo utilizzo viene deciso dai soci della cooperativa, quindi sempre dai cittadini: una parte serve per rientrare dall’investimento in banca mentre la quota non ripartita tra i soci può essere reinvestita nella comunità, migliorando la qualità della vita urbana con interventi che vanno dalla manutenzione stradale a quella del verde pubblico. Vengono poi a crearsi nuove opportunità di lavoro, utili ad attivare le competenze tecniche locali. Tutto questo grazie ad una rapporto di collaborazione tra amministrazione e cittadinanza che, quando non è puramente simbolico, produce effetti straordinari, come quelli ottenuti grazie alla raccolta differenziata: i rifiuti da problema sono diventati una risorsa, tanto che il paese vanta una delle tariffe più basse d’Italia.
Ma lo sviluppo della comunità di Melpignano è garantito anche da un’iniziativa ben più remota, il concerto finale della Notte della Taranta, che il 25 agosto per la quindicesima volta farà ballare migliaia di persone fino a notte fonda: dai 5mila spettatori del 1998 si è passati ai 100mila delle ultime edizioni, con una tv nazionale che quest’anno seguirà l’evento in diretta (Cielo, dalle ore 21.55), assieme ad alcuni media esteri. Attraverso il recupero del patrimonio musicale della tradizione, la pizzica, Melpignano è riuscita a promuovere il territorio e a rilanciare le sue potenzialità economiche nel campo turistico, senza rinnegare il passato o deturpare il territorio: cultura e memoria, dunque due beni comuni che arricchiscono chi li tutela sotto più punti di vista.
In quest’ottica è stato il maestro Goran Bregovic, invitato quest’anno a dirigere l’Orchestra Popolare, a specificare la naturale vocazione della manifestazione: “Melpignano si confermerà il luogo dell’accoglienza, dell’incontro e della condivisione, caratteristiche del Salento”. Valori di una piccola comunità, protagonista di uno sviluppo equilibrato.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: ambiente, beni comuni, cultura, melpignano, memoria, rinnovabili, taranta
Furti, rapine e borseggi: l’eredità onerosa di un’estate che può andare ad incidere pesantemente sui bilanci familiari e sulla reputazione delle località marittime. Specie quando le vittime sono cittadini inermi, che non possono permettersi sofisticati sistemi di vigilanza, e se le comunità colpite, di modeste dimensioni, hanno fatto del turismo il principale settore di sostentamento. Ecco allora che i cittadini non ci stanno.
E’ il caso della comunità del piccolo comune di Acciaroli, frazione marinara di Pollica nel Cilento, la cui notorietà e il cui sviluppo sono legati principalmente alla persona di Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” ucciso in un agguato nel 2010. A seguito dei ripetuti furti avvenuti nelle abitazioni e a danno dei turisti, alcuni abitanti, di concerto con l’amministrazione locale, hanno deciso di costituire il ‘‘Gruppo cittadini Vacanze sicure” per monitorare l’intero territorio comunale. Un’azione di controllo, condotta dai cittadini con torce e telefonino, che nelle ore serali va a coadiuvare le operazioni investigative e di controllo dei carabinieri.
Un’iniziativa spontanea che ha destato meraviglia ed il plauso da parte dei vacanzieri che hanno riconosciuto nell’intervento a sostegno dell’amministrazione, e di concerto con le forze dell’ordine, un alto valore civico. La sicurezza viene dunque percepita come un bene comune, strumentale allo sviluppo dell’individuo e della comunità in generale. Il termine contrario infatti- l’insicurezza – è prima di tutto uno stato mentale, alimentato dal persistere di una concezione individualistica nella società, che paralizza quella coesione sociale necessaria a garantire, anche materialmente, pace e serenità. Un’iniziativa dunque che muove in direzione contraria rispetto al “fare finta di non vedere”, quale atteggiamento diffuso nelle grandi città, immortalato in alcuni video da brividi (1 – Napoli) (2 – Roma), iscrivendosi in quelle pratiche ispirate al principio di sussidiarietà orizzontale.
Ma l’azione dei cittadini di Pollica, nei titoli di giornale, è stata subito bollata come “ronda”, termine che in Italia ha assunto un’accezione ben precisa: un sistema di vigilanza politicizzato ed istituzionalizzato. Non dunque un’autonoma iniziativa della cittadinanza riunita per raggiungere un obiettivo delimitato, nel perseguimento dell’interesse generale, bensì una pratica di ispirazione partitica contro un nemico immaginario, ideologicamente costruito. Risultato? Per garantire la sicurezza delle “ronde padane” la polizia è stata costretta a scortare i gruppi di cittadini, con la paradossale conseguenza di ridurre il controllo sul territorio. Dall’introduzione delle ronde nel “decreto sicurezza” del 2009 ne è conseguita poi un’istituzionalizzazione quanto mai controversa: i poteri pubblici che “ingabbiano” l’impegno civico, come se i cittadini, in un’ottica sostitutiva, possano essere considerati una soluzione per il mantenimento dell’ordine pubblico in Italia. Non a caso, dopo l’entrata in vigore del decreto, solo 4 associazioni hanno fatto richiesta di iscrizione ai registri.
La tutela del bene comune “sicurezza” è un’altra cosa. Qualcosa che i cittadini dovrebbero fare normalmente, cioè respingere l’indifferenza e sentirsi responsabili di ciò che accade nel territorio in cui essi vivono. O meglio non avere paura di sentirsi responsabili, azzerando le impostazioni ideologiche del passato. Questo il senso dell’iniziativa nella frazione di Acciaroli, precisato tra l’altro dal sindaco Stefano Pisani: “Il territorio appartiene a noi e tocca a noi tutti quindi difenderlo, senza arrecare intralcio alle forze di polizia. Non possiamo tollerare — ha aggiunto — che i nostri turisti non vivano con serenità il loro soggiorno nel nostro borgo. Occorre che tutti collaborino con i carabinieri per assicurare alla giustizia questi delinquenti che fanno un danno enorme alla nostra immagine ed alla nostra economia”. La differenza con le cosiddette ronde è sostanziale.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: beni comuni, cittadinanza, pollica, ronde, sicurezza
Porte aperte a Milano, il vicinato è in festa. Il viaggio alla scoperta delle pratiche virtuose di cittadini e amministrazioni fa sosta questa volta nel capoluogo lombardo. Il 25 luglio si svolge in 5 punti della città la prima edizione della Festa dei vicini, un evento “per iniziare a ri-creare spazi di socialità effettivi ed efficaci. Per cercare di non lasciare nessuno da solo”.
L’iniziativa è promossa dall’Assessorato alle politiche sociali del Comune di Milano e prevede il coinvolgimento di tantissimi attori: centri anziani, parrocchie, centri di aggregazione giovanile, associazioni, laboratori di quartiere. Il tutto sotto la supervisione dei “Cittadini fattivi”, comunità di cittadini a sostegno delle buone pratiche messe in atto dall’amministrazione. Il progetto nasce dall’esperienza positiva del “Piano antifreddo“, avviato dal Comune lo scorso inverno, che ha visto la partecipazione di centinaia di persone mobilitatesi per offrire ai senzatetto una tazza di the caldo, un sacco a pelo o il trasporto in uno dei ricoveri allestiti nelle giornate più rigide dell’anno.
La pagina Facebook che riunisce i “Cittadini fattivi” è ancora poco frequentata, d’altronde sono spesso le minoranze a farsi carico dei problemi della collettività e a tentare di promuovere messaggi positivi. Una Festa del vicini, con una diversa declinazione, era stata già proposta a Roma nel 2007 ottenendo però una scarsa risonanza, nonostante l’impegno di alcuni condomini virtuosi (vedi video tratto da “L’Altrolato”, programma di Radio2 condotto da Federico Taddia).
Ma l’idea di riaprire i portoni di casa per relazionarsi con il proprio vicinato, abitudine consolidata nei paesi e nelle città di una volta, non può che risultare vincente. Dalla cura degli spazi in comune, e dalle relazioni sociali che si creano nel corso di queste attività, possono scaturire importanti benefici per la collettività in generale. Pensiamo ai piccoli contributi che molto pensionati – ma non solo- sarebbero disposti a dare, se coinvolti, all’interno dei propri condomini: dal babysitting al portierato, passando per le piccole opere di manutenzione, per cui le giovani generazioni sono solite ricorrere – a costi elevati- all’aiuto di tecnici. Fare compagnia ad un anziano, offrirgli aiuto nei compiti quotidiani e un passaggio ogni tanto tornerebbero ad essere attività spontanee.
Promozione della solidarietà intergenerazionale ma non solo. La cura dei beni relazionali arreca vantaggi inestimabili, spesso equivalenti a quelli prodotti dall’attività in sé: i rapporti tra vicini instaurati e alimentati attraverso la cura condivisa di un giardino, la verniciatura delle pareti di un edificio, l’organizzazione di feste in cortile o il semplice scambio di oggetti rappresentano infatti valide cure contro l’insicurezza e la solitudine percepiti spesso negli ambienti metropolitani. Costituiscono anche un valido antidoto contro le liti provocate spesso dall’assenza di momenti di interazione, indispensabili per la formazione di regole tacite di buon vicinato. A tutto vantaggio della qualità della vita, dello sviluppo della persona e dell’integrazione. Al contempo il consolidamento delle relazioni costituisce la premessa necessaria per la formazione di una massa critica per interventi di più ampia portata, come avviene nelle comunità co-housing. Da comproprietari virtuosi di parti in comune, in veste di condomini, a custodi di beni comuni, in qualità di cittadini attivi, in definitiva il passaggio è breve.
E’ importante perciò coltivare i beni relazionali sin dai primi anni di vita. Ne è convinta anche in questo caso l’amministrazione milanese, che da poco ha approvato una delibera in cui si consente ai bambini di giocare nei cortili condominiali, fatte salve alcune fasce orarie: i patti tra privati come i regolamenti condominiali dovranno adeguarsi, in caso contrario qualsiasi condomino potrà ricorrere al Tar.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: beni relazionali, cohousing, condomini solidali, milano, sussidiarietà, vicinato
Dalle stragi di Capaci e via d’Amelio una reazione sociale prorompente. Dopo gli attentati del 1992 si diffondono in tutto il Paese comitati spontanei, movimenti, associazioni e mobilitazioni di ogni sorta: la mafia diventa definitivamente un problema prioritario per la collettività. Di certo molte delle esperienze di quegli anni muovono per lo più in un’ottica emozionale ed emergenziale, tanto da esaurirsi in poco tempo. Ma fra queste emergono diverse forme di aggregazione attente, responsabili e impegnate, che promuovono in tutto il Paese l’educazione alla legalità e alla cittadinanza.
Ed è proprio sulla scia di queste mobilitazioni che nel 1996 viene approvata una legge di iniziativa popolare che prevede anche la restituzione alla collettività dei beni immobili confiscati alle mafie per usi sociali. E’ il passaggio che comporta una vera e propria rivoluzione nella lotta contro la criminalità organizzata: non più circoscritta ad una contrapposizione tra Stato e mafia bensì una questione che coinvolge direttamente la cittadinanza. Una soluzione che dà fastidio ai clan. Pochi giorni fa l’ennesimo attentato ai terreni confiscati alla mafia, che ha mandato in fumo 7.500 metri quadrati coltivati a orzo a Isola Capo Rizzuto, in Calabria. L’ultimo di una serie di incedi dolosi che nell’ultimo mese ha colpito campi di grano, uliveti e agrumeti in varie parti della Sicilia, in Campania ed in Puglia, su terreni gestiti da cooperative legate a Libera.
Le ragioni? I beni confiscati costituiscono in concreto una risorsa per il territorio, un’opportunità di sviluppo e di rinnovamento culturale. Attraverso il sequestro e la confisca dei patrimoni illeciti è possibile non solo privare la criminalità organizzata delle ricchezze che vengono utilizzate per commettere altri reati ma anche soddisfare bisogni collettivi: creare coesione sociale, diffondere la cultura della legalità, offrire un’alternativa all’affiliazione mafiosa, rispondere alle esigenze di persone in condizione di disagio. I beni confiscati sono dunque beni strumentali al perseguimento dell’interesse generale, come sottolineato da Alice Mora, dell’Università di Trento: “Ville, case, palazzi, adibiti oggi a strutture di recupero per tossicodipendenti, spazi di recupero funzionale e sociale, luoghi di recupero socio-lavorativo riabilitativo, comunità alloggio destinate all’erogazione di prestazioni di servizi socio-sanitari nell’area dell’handicap e della tutela della salute psico-fisica”.
Ma di fronte a questi indiscutibili vantaggi emergono alcune disfunzioni di grande rilevanza: in primo luogo lo stato di abbandono di immobili consegnati alle amministrazioni locali e tutt’ora vuoti, in secondo luogo lo svolgersi di attività che mal si conciliano con le finalità della legge che li vorrebbe restituiti alla collettività, e ancora un forte accentramento dei beni destinati ad usi sociali nelle mani di pochi soggetti “istituzionalizzati”. Emerge poi il problema dei beni immobili ipotecati: con il sequestro il riscatto passa dal mafioso ai comuni che ne hanno preso possesso. Ma molti comuni italiani non hanno risorse per pagare debiti contratti dai mafiosi, in questo modo il circolo virtuoso previsto dalla legge 109 del 1996 rischia di interrompersi. La ministra dell’Interno Anna Maria Cancellieri, ultima in ordine di tempo, è poi convinta che dalla vendita dei beni immobili possano scaturire risorse per assicurare servizi essenziali, altrimenti non erogabili secondo una logica sostitutiva della cosiddetta società civile.
A partire dalla contrapposizione fra due “totem” della lotta antimafia, come don Luigi Ciotti e Roberto Saviano, il primo strenuo difensore della destinazione sociale dei beni confiscati, il secondo promotore -su Twitter- di una vendita immediata delle proprietà sequestrate, il dibattito è riaperto. Soluzioni opposte ma non inconciliabili, a patto che l’educazione alla legalità e la responsabilizzazione della cittadinanza continuino ad essere impegni prioritari. Altrimenti nessun intervento di natura economica sarà mai sufficiente.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: beni confiscati, ciotti, cittadinanza, legalità, libera, mafia, palermo, saviano
Il quartiere della movida sregolata, il terreno di conquista dell’Università la Sapienza, l’amico immaginario di tanti frequentatori che, ribattezzandolo “San Lollo”, ne evidenziano la deriva modaiola. Nel viaggio alla scoperta dei beni comuni, e di chi con determinazione se ne prende cura, è d’obbligo sostare a San Lorenzo, ex quartiere popolare nel centro di Roma, per scoprire lati inediti ed assolutamente esemplari di una comunità che si sente protagonista del proprio destino.
In un’area periferica del quartiere, a ridosso della silenziosa via dei Galli, sorge un terreno del tutto abbandonato o quasi, dal momento che rifiuti di grandi e piccole dimensioni, costruzioni abusive, cespugli ricoprono l’intero ambiente, rendendolo impenetrabile. Un vero e proprio spreco di “verde” pubblico, risorsa di cui la zona tra l’altro non eccede: da qui l’idea della Cooperativa Oltre di trasformare il terreno in un giardino per la ricreazione di bambini e genitori. Ma è nel momento in cui i beni comuni tentano di essere tutelati che emergono gli interessi degli intramontabili profittatori.
Il proprietario di un bed & breakfast sito nelle vicinanze inizia infatti a rivendicare un diritto di acquisto sull’area, che vorrebbe far diventare un parcheggio per clienti. Ecco allora che alcuni cittadini di San Lorenzo e diverse associazioni si costituiscono parte civile e chiedono l’intervento del Terzo Municipio di Roma, il quale sostiene la causa dei residenti e si offre di coprire le spese legali. Un caso esemplare di applicazione della Costituzione, nella parte in cui i poteri pubblici sono chiamati a sostenere le iniziative per la tutela dei beni comuni, secondo il principio di sussidiarietà orizzontale.
L’interesse generale riesce quindi a trionfare sulle avidità dei singoli, anche grazie ad un’alleanza che si ripropone in tutte le fasi successive. I cittadini si occupano di ripulire l’area, piantare alberi e seminare il prato, la Provincia di Roma di costruire i vialetti, installare le panchine ed i giochi per i bambini. L’Associazione sportiva popolare costruisce un piccolo chiosco in cui, a prezzi simbolici, si vendono gelati e succhi di frutta per coprire in parte le spese di manutenzione. Infine l’idea di un orto condiviso, con i cui prodotti si organizzano cene collettive. Nel tempo il giardino di via dei Galli viene utilizzato anche per incontri pubblici, progetti di giardinaggio rivolti alle scuole locali e cineforum. A distanza di 4 anni dalle prime iniziative per il suo recupero, a riprova dell’importanza di pratiche condivise, il parco è un incantevole e consolidato punto di riferimento per le famiglie della zona.
A pochi metri dal giardino risultano evidenti altre tracce dell’impegno della cittadinanza. E’ il caso dell’ex Cinema Palazzo, che una società avrebbe voluto far diventare un casinò nel bel mezzo della città storica. La mobilitazione in massa di associazioni, cittadini ed istituzioni locali ha evitato questo scenario e, come avvenuto con il Teatro Valle di Roma, l’ex sala è diventato uno spazio autogestito al servizio della cultura e dello studio. E’ il caso poi della storica Vetreria Sciarra, il cui recupero e cambio di destinazione in Facoltà di Scienze Umanistiche sono stati sottoposti ad una progettazione concertata, per evitare scempi preventivati.
Quella di San Lorenzo è la storia di una popolazione partecipe e solidale, qualità ereditate da un passato tragico: tra pochi giorni, il 19 luglio, ricorrerà il 69° anniversario del bombardamento che colpì il quartiere nel 1943, causando la morte di circa 3mila abitanti, come ricordato anche in una canzone di De Gregori. Allora i cittadini si sostennero a vicenda per affrontare i lutti, la povertà e la ricostruzione. Oggi raccolgono la sfida dei tempi per contrastare ogni forma di bieco individualismo ribadendo, nonostante la trasformazione socio-economica della zona, di essere ancora una comunità vitale.
Continua a leggere... | 1 Commento | Tag: ambiente, cinema palazzo, comunità, roma, san lorenzo, sussidiarietà
Tutti ai propri posti, il tour per l’Italia dei beni comuni è pronto a partire. Unico viaggio in cui, ad ogni chilometro percorso, diminuiranno i costi a carico dell’individuo e aumenteranno i benefici collettivi. L’ennesimo raggiro? Niente affatto, a patto che sempre più persone siano disposte a rispettare alcune condizioni di viaggio. In questo percorso ogni individuo non è solo portatore di bisogni ma anche di capacità, che possono essere messe a disposizione della comunità. Ogni persona non deve limitare le possibilità altrui di godere in uguale misura di un bene di cui ha usufruito, che si impegnerà a tutelare e valorizzare. Il cittadino è un alleato, non un sostituto delle amministrazioni locali. Precisazione rassicurante, affinché nessuno approfitti della sua disponibilità.
Prima tappa, la tutela dell’ambiente: a Roma, così come a Milano e a Napoli, si “coltivano” le città del futuro. Parchi degradati, cortili abbandonati, balconi e terrazze condominiali diventano i luoghi privilegiati per iniziative di giardinaggio di comunità e di cura di orti condivisi. Nella sola Capitale sono circa 100 gli spazi recuperati dai cittadini e destinati al verde pubblico: gli orti di comunità migliorano la qualità della vita, fungono da catalizzatore per le relazioni sociali e rappresentano al contempo uno strumento di integrazione.
Dall’ambiente alla cultura della legalità, il tratto è breve. Per il progetto “Libera Terre” in Sicilia alcuni spazi, un tempo appartenenti alla mafia, sono stati affidati a cooperative sociali che, attraverso metodi di coltivazione principalmente biologica, producono pasta, olio, vino, legumi e ortaggi, con l’aiuto degli agricoltori del territorio ed il sostegno di giovani lavoratori.
Per continuare questo viaggio, è indispensabile salvaguardare le infrastrutture. In Trentino un gruppo di cittadini ha assunto autonomamente l’iniziativa di prendersi cura di un vicolo nella zona antica di Mori, un paese della Vallagarina. Il Comune, in accordo con i cittadini, ha fornito i materiali necessari alla riparazione. I residenti hanno fatto il resto, con risultati eccellenti.
In questo tour ogni spostamento è sostenibile. La bicicletta è sempre di moda: non inquina, non fa rumore, è salutare e può essere facilmente costruita e manutenuta in una delle tante ciclofficine metropolitane, nate per iniziativa di cittadini e associazioni, o grazie ad iniziative delle amministrazioni locali. In alternativa si può usufruire del servizio di car pooling, condividendo il viaggio in macchina con cittadini che percorrono lo stesso tragitto. Anche la mobilità dei più piccoli è assicurata da progetti di auto-aiuto e solidarietà: nel Comune di Ravenna si promuove la raccolta di beni per la prima infanzia, come seggiolini per auto, carrozzine, passeggini e vestiario. Questi oggetti di solito vengono smaltiti una volta terminato il periodo di utilizzo, quando in realtà possono essere riutilizzati da altre famiglie, incentivando la cultura della condivisione.
Nell’ampio terreno della sostenibilità emerge il modello Melpignano, comune nel cuore del Salento, caratterizzato dall’idea che gli introiti del fotovoltaico, gestito da una cooperativa composta da cittadini e dall’amministrazione comunale, possano garantire l’erogazione di altri servizi di pubblica utilità. Nelle zone montane gli acquedotti sono stati costruiti e continuano ad essere gestiti da consorzi di cittadini. Uno di questi casi è il consorzio di Mezzana Montaldo, nel Biellese, dove il Consorzio Acqua Potabile gestisce l’acquedotto in maniera non profit.
Queste sono solo alcune tappe di un percorso affascinante alla scoperta di un Paese inedito, che si dà da fare. Non una navigazione a vista ma un itinerario che può contare su un illustre punto di riferimento: la Costituzione italiana. Dal 2001, all’articolo 118 ultimo comma, la Carta fondamentale contiene infatti il principio di sussidiarietà orizzontale, secondo cui le autonome iniziative per la tutela dei beni comuni devono essere riconosciute e sostenute dai poteri pubblici. Ed è a partire da tale principio che questo blog,facendo propri gli obiettivi di Labsus, cercherà di offrire spunti di riflessione e dare spazio a casi virtuosi di cittadini attivi e responsabili, affinché sempre più persone si sentano coinvolte nella cura dell’interesse generale. Non un concetto astratto ma per l’appunto il risultato delle azioni virtuose di ciascuno di noi.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: ambiente, beni comuni, infrastrutture, sostenibilità, sussidiarietà