Che zuppa!

29/03/2013

cultura impresa culturale innovazione produzione culturale

Fuori radar. Dubbi sulla vulgata dell’innovazione.

Leggendo l’interessante articolo su PianoC  pubblicato su Nova del Sole24ore di qualche settimana fa, i miei dubbi sulla (fin troppo facile e semplicistica) equazione innovazione=digitale/tecnologia/app si rafforzano. PianoC, per chi non lo conoscesse, è un particolare coworking, un luogo che cura i bimbi insieme ai genitori, che assicura servizi complementari di gestione di piccole commissioni, che permette di gestire al meglio il rapporto tra famiglia e lavoro, che in sostanza ridefinisce la dimensione del lavoro in relazione al benessere e alla qualità del tempo che dedichiamo alla nostra vita. I riconoscimenti non mancano, compreso la Banca di Investimento Europea che ha riconosciuto PianoC come migliore Innovazione sociale, ma secondo i criteri impostati nell’Agenda Digitale Italiana, PianoC non potrebbe entrare nel registro delle imprese innovative.

Come riconoscere e valorizzare quell’innovazione (sociale) che non passa (esclusivamente) dalle nuove tecnologie?

E torna di nuovo un dubbio: e se l’innovazione si generasse anche dalla cura delle cose semplici, almeno in apparenza, come i tempi, la gestione di questi, la creazione di comunità reali, la costruzione di progetti di qualità.

E lo dico pensando al settore culturale, pensando all’arte, pensando alle produzioni più interessanti dell’ambito editoriale. Tra queste cito, in disordine, un magazine che è un progetto e un colletivo di ricerca intorno al linguaggio grafico come Nurant; molte altre piccole case editoriali dedicate alla ricerca artistica; librerie specializzate che valorizzano quartieri periferici; Timbuktu, straordinaria e affermata esperienza di start up innovativa nell’ambito dell’editoria digitale per bambini e adoloscenti (che piace poi a quanti seguono con vivo interesse quella produzione culturale caratterizzata da ricerca nell’illustrazione e nella narrazione), che alla base sembra avere il vecchio e caro lavoro autoriale e di cura editoriale.

Penso alle istituzioni e ai musei più vivi (si distinguono per la ricerca e la qualità dell’allestimento espositivo, per le cose semplici  come le luci giuste messe al posto giusto, o il personale preparato e professionale); penso ai temi di ricerca artistica (non per forza la scoperta di un nuovo -vero o finto- Caravaggio o Leonardo, ma gli incroci tra cibo arte e design come al Mart, ancora inconsueti per le nostre istituzioni, o per esempio tra architettura, ingegneria e arte, utopia e sostenibilità, propri della installazione di Saraceno all’Hangar Bicocca che ha avuto un incredibile successo di pubblico).

Penso alla qualità dei servizi che permettono di vivere semplicemente una bella esperienza (e se si trattasse di migliorare il senso di accoglienza, la chiarezza, la presenza di gioia in un museo  e semplicemente la conoscenza e la coesione intorno a un museo, a un parco archeologico, al patrimonio materiale e immateriale) o alla capacità di un territorio (istituzioni, operatori e cittadini) di raccontarsi, di generare storie nuove, di trasmettere interesse e passione verso i propri luoghi.

Se per fare innovazione si trattasse di coinvolgere, di curare la partecipazione. Di attivare processi di governo coordinati e strategici. Di ricercare solo l’alta qualità. Di finanziare, dare respiro, e permettere di accompagnare questi processi?

 

 

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07/02/2013

partecipazione

Reintrodurre il futuro. Come una dimensione del fare cultura.

Mi sembra che sia questa la necessità primaria e più urgente di un’agenda politica, di un’agenda di operatori, formatori, volontari per il mondo culturale.

Racconterò di un episodio e di un epilogo, accaduti nella stessa giornata, il 24 gennaio 2013, nella stessa città, Milano, in due sedi universitarie, Bovisa, Politecnico Dipartimento del Design, e Bicocca, Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale.

Comunicare bene.

All’interno del corso di Narrazione tenuto dal prof Pinardi per gli studenti di Design, sono stata invitata a raccontare come si racconta la cultura. Ho portato diversi casi: la onnipresente Zuppa, la meno conosciuta Panda, e infine il quasi nascosto caso della Galleria Parmeggiani, dei Musei Civici di Reggio Emilia.  Quest’ultimo è un lavoro vecchio, ma non inattuale, sul disvelamento delle storie nascoste di uno spazio museale. Il caso presentato, certamente perfettibile, ha la particolarità di non concentrarsi esclusivamente sulle tecnologie (in questo caso il podcast, modalità che nel 2009 era all’apice della diffusione come strumento di divulgazione e di costruzione collettiva dei contenuti, user generated content, e soprattutto si basava sull’ampia distribuzione dell’ipod e di altri mp3 player), ma sul racconto e la sua costruzione, sull’attenzione al dato quasi etnografico del reale, dal timbro di voce dei narratori scelti (conservatori museali, designer, scrittori, architetti) al tipo di fruizione immaginata per questo strumento. La sfida del progetto era riuscire a raccontare le molte storie di questo museo (e allargando di ogni museo): storie di un collezionista che era anche un personaggio da feuilleton (un anarchico, un falsario, un dongiovanni, e infine un mecenate), della produzione artistica ottocentesca, storie di vero e di falso, e del senso di questa distinzione attualizzata ad oggi. E nonostante i non pochi difetti possa riconoscere in questo progetto di oltre un triennio fa, non riesco a non osservarne la silenziosa rivoluzione che in nuce ha portato all’interno di quello spazio museale.

“È un carattere proprio dei nostri musei, e delle istituzioni culturali in generale, che sottovalutano, in poche parole, l’importanza di comunicare e di farlo bene”. Dico così a una platea di studenti attenti, designer in erba coinvolti curiosamente da questo mio argomentare non legato ai tecnicismi della comunicazione, ma più al senso del comunicare e della comunicazione in cultura. Mi chiede uno studente, che sembra non capire: “Come mai?”

Ho liquidato velocemente questa domanda così semplice e così importante. Come si farebbe con i perché di un bambino. Quelli che a prenderli bene e con il giusto tempo ti farebbero ribaltare il mondo. Ma ho pensato tutta la sera a quel perché.

Perché è così difficile comunicare bene?

Forse perché la dimensione del futuro è assente.

Non semplicemente in termini di risorse economiche, finanziarie, umane; certo la continua carenza di sostegno ha messo in un perenne stato di allerta e di fatica le istituzioni italiane, che si trovano troppo spesso a fare di più con meno come si ama dire da più parti. Mancano le politiche e la governance, manca un disegno strategico, organico, armonico, che punti in alto e che sia frutto di pensieri lunghi. Questa specificazione va fatta, e serve anche per capire qual è l’elemento innovativo di questo progetto. La “forma museo”, troppo spesso, è concentrata sulla sequenza espositiva che l’allestimento museale propone, e dimentica talvolta, se si escludono le iniziative rivolte alle scuole, di fare mediazione e soprattutto di attrarre, affascinare, catturare l’attenzione. In una sola parola, di raccontare. Dimenticare di raccontare aumenta il rischio di non riuscire a coinvolgere, di non agevolare la partecipazione. Dimenticare di raccontare significa rinunciare a fare cultura.

L’epilogo è quasi un post scriptum.

Ascolto in platea la presentazione di un libro sulla sociologia dell’infanzia. Sono coinvolta per questioni di affetto e di parentela con l’autrice, ma al di là di tutto è stato l’insieme delle personalità coinvolte a colpirmi. Siamo in Bicocca , si parla di childhood sociology, sociologia dell’infanzia. È una nuova corrente per l’Italia, e per la sociologia italiana, e richiede a ricercatori e operatori di entrare in modo nuovo nella complessa relazione tra adulti e bambini, e di osservare, in dialogo continuo, immaginari, rappresentazioni, desideri. Si parla di futuro, anche qui, in un modo estremante concreto, tanto da avere a che fare con la qualità della vita quotidiana, dei tempi e degli spazi, con la qualità della partecipazione alla vita pubblica.

A chiusura di uno degli interventi principali un augurio: “buon futuro!”.

A fine giornata, pensando alle due aule universitarie, alle diverse platee e settori coinvolti, mi dico che è proprio un augurio giusto, quello di rimettere il futuro, la dimensione del futuro, nelle nostre agende.

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04/10/2012

impresa culturale

seipersonaggi#2: il racconto e le conclusioni aperte

“Riccardo è un designer, ha scelto un approccio etico. Crea oggetti che uniscono forma, funzione e racconto.”. “Alessandra, consulente legale e volontaria per una cooperativa, costruisce sistemi di produzione creativa di massa, con attenzione ai creative commons. Potremmo chiamarla l’avvocato che ama la pirateria”. “Laura ha studiato design, ma mette le sue mani e la sua testa per trasformare vecchi abiti in capi femminili di alta classe”. “Sara, redattrice radiofonica ha fondato un’associazione per la produzione di audiodocumentari. Per ora i suoi canali sono ancora quelli tradizionali ma sta lavorando per sviluppare una nuova distribuzione. La sua forza sono le relazioni pubbliche”. “Paola, ricercatrice in antropologia, diffonde buon cibo preparato dalle sue mani con un servizio di catering colorato e gustoso. È da tempo che pensa di differenziare la propria attività: ha introdotto la cucina collettiva come un’attività di comunità”. “Bruno, una vita da architetto. Fonda un’associazione per organizzare viaggi di architettura. Inizia a pensare alla produzione editoriale e a nuovi format digitali”.

Questi 6 personaggi, inventati ma plausibili, sono ispirati alla nuova classe creativa in un terziario avanzato che produce conoscenza e manufatti, che lavora a cavallo tra creatività e artigianato, tra servizi e divulgazione. Questi 6 personaggi hanno tutti caratteristiche importanti per poter lavorare con capacità innovativa e intercettando dei bisogni del mercato, ma non tutti sono ancora degli imprenditori. Cosa gli serve per diventare imprenditori culturali?

Sulla costruzione dell’identikit dell’imprenditore culturale abbiamo lavorato al workshop ospitato dall’Iris Workshop al Fuori WIS (si veda l’instant book).

Si è partiti dal fissare ciò che è cultura secondo i partecipanti. Ossia quell’ambito di valori materiali e immateriali di una comunità e al contempo universali. È l’ambito della passione, della motivazione, del sapere e della conoscenza. Ha come oggetto il patrimonio (in senso stretto) fatto non solo di monumenti, musei, teatro, musica, arte, biblioteche, ma di viottoli, paesaggio, storie, manufatti, e ancora di divulgazione della conoscenza, di creazione e produzione di nuova cultura. Il settore culturale si allarga, straborda, sconfina, si ibrida. Se la cultura è un patrimonio costituito anche dagli aspetti materiali del fare, se è quindi questione di tutti, forse l’impresa culturale ha dei confini più larghi di quanto non si creda in prima battuta leggendo i codici Ateco.

Cosa suggerire ai 6 personaggi per diventare imprenditori e per fare impresa?

La discussione si è accesa intorno ai processi della produzione e alla necessità di avere un team e al suo interno anche qualcuno con competenze di tipo gestionale e amministrativo. Avere i piedi per terra, insomma, fare bene con poco e sapere gestire piani economici, budget, preventivi e rendicontazione. Toccati quindi alcuni  dei punti nodali del mondo della produzione culturale.

Qual è dunque l’identikit di un imprenditore culturale?

Deve avere capacità di networking, capacità di coinvolgimento e inventiva per ripensare la produzione culturale e per costruire nuovi format culturali, capacità di creare mercati o di individuare bisogni non soddisfatti in ambito culturale – compreso il bisogno di partecipare nella costruzione dei contenuti -, capacità tecniche legate al business planning, al project and staff management.

Che ruolo hanno i pubblici nel processo produttivo e creativo? Un’impresa culturale può (deve) fare partecipazione ? Quanti contenuti user generated e come gestire la questione dei diritti d’autore?

Con il tempo di proseguire nell’elaborazione, avremmo certamente parlato del pubblico, di come attrarlo, coinvolgerlo, farlo tornare, renderlo partecipe sostenitore delle azioni culturali.

Inoltre, se la cultura va sempre di più a definirsi secondo i (nuovi?) paradigmi, rivisti alla luce degli strumenti social, della partecipazione e della cocreazione, come non pensare ad un imprenditore che sappia coinvolgere e avviare processi di partecipazione o di co-creazione?

Questi sono i primi spunti per un tema, fare impresa culturale, dove ancora è necessario osservare la complessità e individuare i modelli funzionanti, che coniughino ricerca artistica e qualità dell’offerta culturale, con i numeri e la qualità dei pubblici, con la tenuta dei conti e la remunerazione degli addetti. Anche in cultura fare impresa deve diventare una questione di responsabilità e sostenibilità, pensando all’impatto sociale e culturale che si riesce a creare. La riflessione è aperta.

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10/09/2012

produzione culturale

Sei personaggi in cerca di… Riscrivere la produzione culturale

Impossibile, in questo periodo, non pensare a “Italia reloaded, ripartire con la cultura”, interessante pamphlet di Sacco e Caliandro edito dal Mulino,  e ai molti incontri e articoli che ultimamente popolano  i nostri giornali sul ruolo del settore culturale in termini economici e di creazione di posti di lavoro.

Accettando la proposta di SocialEnterpriseItaly e The HUB Rovereto di condurre una sessione sull’impresa culturale all’interno dell’Iris workshop, o meglio nell’articolata sessione di incontri off  chiamata Fuori WIS, avevo in mente proprio alcuni spunti provenienti  dalla lettura di questo testo.

Italia reloaded presenta  una lunga riflessione sulla produzione culturale, in termini soprattutto di innovazione delle forme e di processo, con una forte relazione, suggerita più che argomentata, con il ruolo creativo e partecipativo che può avere il pubblico.

Si descrivono le principali caratteristiche del fare culturale in Italia: rimozione del valore del patrimonio artistico ma anche della produzione culturale recente, debole e discontinuo sostegno per tutto ciò che non sia conforme alla tradizione, forme sempre più invecchiate per la valorizzazione del patrimonio tradizionale. Il discorso entra nelle forme dell’arte, per meglio analizzare la qualità della produzione culturale e dire così, una volta per tutte, che non e’ più (solo) fare eventi culturali, mostre, né progetti di marketing turistico-promozionale (interessante tra l’altro la descrizione della decadenza delle città d’arte). Si apre il dibattito sul rinnovamento della scena culturale, e si danno indicazioni di metodo per stimolare l’innovazione (pensiero divergente, produzione underground riconosciuta e sostenuta, ruolo attivo del pubblico, arte che sia di nuovo e con forza disturbante e non accomodante) nell’arte e nella produzione culturale.

Tutto ciò ha molto a che fare con la recente ricerca di Symbola e Unioncamere, e in generale con l’incontro dell’11 settembre al Teatro dell’Elfo, una vera e propria anteprima dell’Iris WS.
E’ utile che sia un teatro come l’Elfo a ospitare questo incontro, soprattuto  per chi si interroga sul ruolo di musei/biblioteche/teatri per l’innovazione culturale. E’ utile per chiedersi anche: al di fuori del settore pubblico e istituzionale chi fa produzione culturale in Italia e come?
Rispondere a queste domande mette in gioco la figura dei nuovi operatori culturali: forse sempre di più  imprenditori culturali.

Parlare di impresa culturale e farlo all’interno dell’Iris Workshop  significa innestare il discorso della produzione culturale con quello della partecipazione e della sostenibilità economica e sociale.

Cos’è un’impresa culturale, considerando la dimensione dell’essere imprenditori culturali, sarà proprio il tema del workshop  “Sei personaggi in cerca d’autore, per trasformare scenari e modelli e fare impresa culturale” che terrò al Fuori WIS di Riva del Garda. La modalità merita una nota: saranno i profili e le esperienze di 6 personaggi (fittizi ma realistici) a guidare nel rispondere alle tre domande e a stimolare la ricerca di soluzioni e la definizione di nuovi scenari. Racconterò gli esiti del laboratorio nei prossimi post (ma intanto per chi vuole seguire da lontano i lavori #fuoriws su tw).

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19/07/2012

innovazione

Di cultura e di futuro.

Nonostante il nome del blog, non si parla di cucina. Ma di cultura, in senso largo e ampio.

Per la precisione gli ingredienti di questo blog saranno cultura, accessibilità culturale, talento immaginifico di artisti o progettisti o operatori, poeti della resistenza di un settore morto o forse vitalissimo com’è quello culturale, e poi ancora territori, sensi e significati, cura e riguardo, partecipazione e coinvolgimento dei cittadini nella costruzione e nella fruizione della cultura. E ancora innovazione, creatività e sostenibilità in ambito culturale.

Iniziamo da una domanda: perché la cultura è importante ? Appadurai ne scrive nel suo saggio “La capacità di aspirare: la cultura e i termini del riconoscimento”, in A.Appadurai, Le aspirazioni nutrono la democrazia, et al./edizioni, e in sintesi risponde che la cultura è importante perché contiene la dimensione del futuro.

In periodo di magra e di orizzonti bassi, anche solo dirsi che la cultura è futuro suscita quello che Ermanno Rea chiama “l’entusiasmo dell’impossibile” o forse soltanto un lieve fremito di rivoluzione e tanta voglia di rimboccarsi le maniche.

Per raccontare  di scultori visionari, di paesi museo abitati e vivissimi, di territori marginali che innovano, di centri o progetti culturali che fanno qualità della vita. Di storie nascoste e tragitti inusuali.

E nei prossimi post, dopo questa introduzione, naturalmente parlerò anche di zuppe e di cosa c’entrano con la trasformazione, l’innovazione, la creatività.

 

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