Co-operare

13/06/2013

Capacitazione persone Relazioni

…e Lei è molto preoccupata. #NoSlot

 

“ …..vedi Paolo, il marito di “xxx” ha recentemente perso il lavoro e ora in quella famiglia sono in difficoltà. Lui ha cominciato a trascorre gran parte della giornata nel Bar di fronte a casa, mica una novità anche prima amava intrattenersi con i compaesani a parlare di politica e calcio, ma  non so se lo sai da quasi sei mesi in quel Bar ci sono  le “slot machine” e lentamente  ha cominciato a giocare, prima qualche decina di  euro poi mi dicono abbia vinto una bella somma … beh sta di fatto che la “ xxx “ mi ha detto che lui ora è un altro … pensa solo a giocare .. e Lei è molto preoccupata.

blogging day #NoSlot

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21/05/2013

fundraiser fundraising Innovazione

L’innovazione del fundraising

Il tema della raccolta fondi oggi è quanto mai di attualità. In particolare, si offre come risposta al deficit di risorse che colpisce tutte le organizzazioni che non vivono di “scambi di equivalenti”, ma di risorse provenienti da “terzi” (donatori).

Il ri-orientamento delle organizzazioni al fundraising viene spesso percepito come scelta emergenziale e inteso al pari di qualsiasi altra spesa per dotarsi di strumenti e professionalità specialistiche. Ma il fundraising è molto di più, non solo per ciò che è come “competenza”,  ma soprattutto come meccanismo generativo di cambiamento (dal basso).

La cultura del fundraising produce un impatto (outcome) almeno su 3 direzioni: 

- Il cambiamento dell’oggetto. Coinvolgere e recuperare fiducia e risorse è oggi indispensabile per rispondere a nuovi bisogni. Gran parte della qualità della vita della nostra società risiede nella produzione di beni e servizi attivati dalla raccolta fondi, senza la quale molti servizi  non ci sarebbero.

- Il cambiamento del soggetto. Donare è un atto di fiducia che se reciprocata genera un soggetto nuovo. La cultura del dono in questo senso ha una valenza educativa: chi partecipa (donando) si lega a qualcosa che lo gratifica e a cui si appassiona e lo cambia.

- Il cambiamento del modello. Donare significa alimentare un nuovo paradigma di sviluppo. Un paradigma che si alimenta dal basso, capace di generare iniziative che diversamente non potrebbero esistere.

In poche parole serve una visione olistica del fundraising che deve superare le secche “dell’isomorfismo tecnicista” e deve aprirsi ad una rigorosa cultura professionale capace di alimentare nelle organizzazioni non profit una prospettiva di futuro. 

Ecco quindi che il fundraising, inteso come partecipazione, traguarda la singola buona causa e si spinge come strumento di un nuovo ben-essere (well being); questa affermazione è certificata dal numerose ricerche che dimostrano,  infatti, che ad alti livelli di ben-essere corrispondono alte percentuali di popolazione che effettua donazioni (civic engagement). Una correlazione solida  che deve farci riscoprire il senso del fundraising e la sua più grande innovazione:  tenere insieme beneficiario, donatore e società. 

 

 

 

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10/04/2013

cambiamento umano diversità fraternità non profit

La bio-diversità del non profit

Si fa presto a dire bio-diversità del non profit.… ma di che si tratta? Quali sono gli elementi peculiari e costitutivi di queste organizzazioni che vengono percepite (erroneamente) per lo più,  come coloro che operano in quello spazio (Terzo) non occupato da STATO e MERCATO? Mi soffermo su due aspetti che reputo decisivi e che spesso vengono ridotti:

- Uno dei più significativi elementi qualificanti le organizzazioni non profit è quello di aver ben compreso la differenza tra diseguale e diverso. Mentre disuguaglianza si oppone a eguaglianza, diversità si oppone a uniformità. Gli esseri umani sono, ad un tempo, eguali e diversi: eguali, in quanto partecipano tutti della medesima natura; diversi, perché ciascuno è un unico, irripetibile. È per questo che il diverso ha “diritto” a non subire l’uniformità. Ed è proprio in ciò che il principio di solidarietà si distanzia dal principio di fraternità: il primo si accontenta della uniformità; il secondo pretende l’unità. Su tale punto occorre cedere la parola a Pascal: “L’uniformità senza diversità è inutile agli altri; la diversità senza uniformitá è rovinosa per noi. L’una è nociva all’esterno, l’altra all’interno. Il principio di uguaglianza può essere utile a definire una generica equivalenza di diritti essenziali nell’ambito delle norme giuridiche, ma mal si presta a connotare il fondamentale diritto umano che do- vrebbe dirsi piuttosto il diritto… alla diversità”. Ecco perché è necessario ricordarsi sempre che il principio fondativo del non profit è il principio di fraternità .

- Il secondo elemento distintivo lo lascio alle parole di uno studioso che non puó essere annoverato fra le fila dei discepoli del non profit: P. Drucker, “guru” di fama mondiale per le sue opere sulle teorie di gestione aziendale :

«Non a scopo di lucro, non imprenditoriale, non governativo sono tutte definizioni negative, ed è impossibile definire qualcosa dicendo ciò che non è. Cosa fanno, dunque, tutte queste istituzioni?Innanzitutto, ed è una scoperta recente, hanno in comune l’obiettivo di “cambiare” gli esseri umani: il prodotto di un ospedale è un paziente curato, quello dell’Esercito della Salvezza, l’unica organizzazione che raggiunge i più poveri fra i poveri senza operare discriminazioni razziali o religiose, è un derelitto che finalmente diventa un cittadino. Il “prodotto” delle Girl Scouts è una donna matura che ha acquisito valori, capacità e rispetto per se stessa. Il nome più giusto  per le Organizzazioni Non Profit sarebbe: istituzioni per il cambiamento umano.

Emerge quindi con forza come le Organizzioni Non Profit abbiano nella loro “funzione obiettivo”  il compito non solo di trasformare l’oggetto (migliorando le condizioni di vita e rispondendo a bisogni della comunitá) ma innanzitutto quello di cambiare il “soggetto”;  come dire “le ONP sono quelle istituzioni che, più di altre, attraverso il principio della Fraternità hanno come fine il cambiamento  della persona ” o ancor più sinteticamente riprendendo il titolo dell’ultima edizione delle Giornate di Bertinoro: “sono istituzioni per uno  Sviluppo Umano Integrale”  


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25/02/2013

Uncategorized

L’assenza di una Preferenza

 

In questo anno ho scritto e ripetuto frequentemente che siamo dentro una crisi entropica, ossia di senso, di direzione, uno svuotamento totale della prospettiva che non ci fa vedere oltre le punte dei nostri piedi ma mai come ora ne ho preso coscienza:  queste elezioni ne sono la prova lampante, inequivocabile.

Questa assenza di prospettiva (di futuro) si legge fra le pieghe della scelta che gli elettori hanno fatto durante queste elezioni. La “pancia”è diventata il centro nevralgico a cui abbiamo demandato le nostre decisioni.

Decidere  etimologicamente significa “tagliare”, significa scegliere  sulla base di una preferenza. Ecco quello che emerge con forza da queste elezioni  è che manca una Preferenza. Manca  una ipotesi positiva, un criterio capace di farci decidere, scegliere: la conseguenza è che senza questo criterio  non siamo in grado di garantire la nostra “Preferenza”  chiara al Bene Comune, ma solo una domanda di cambiamento.

Manca quindi una “Preferenza” ma “l’urlo della società” che porta dentro una domanda insoddisfatta ora è centrale, come non mai; realismo vuole che si riparta da quella, tutti insieme. Vediamo…

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07/02/2013

Co-operazione Desiderio persone share economy

Share Economy e Valore di Legame

E’ ormai ampiamente noto che lo star-bene (well-being) delle persone è associato non solamente ai bisogni materiali, ma anche ai bisogni relazionali, e cioè alla loro capacità di entrare in relazione in modo genuino con altri (Zamagni 2005). Ed è altresì noto che, mentre le nostre economie avanzate sono diventate “macchine” straordinariamente efficienti per soddisfare l’ampia gamma dei bisogni materiali, non altrettanto si può dire di esse per quanto attiene i bisogni relazionali.

La ragione è che i bisogni relazionali non possono essere adeguatamente soddisfatti mediante beni privati, quale che ne sia il volume e la qualità. Piuttosto, essi richiedono l’attivazione di altri beni relazionali, beni cioè la cui utilità per il soggetto che lo consuma dipende, oltre che dalle loro caratteristiche intrinseche e oggettive, dalle modalità di fruizione con altri soggetti.

Relazionale è quindi il “bene” che può essere prodotto e fruito soltanto insieme. Come ha riconosciuto lo stesso Arrow (1999): “gran parte della ricompensa derivante dalle relazioni interpersonali è intrinseca; la ricompensa, cioè, è la relazione stessa” . Amicizia, fiducia, felicità sono altrettanti esempi di beni relazionali. I beni privati e i beni pubblici pur opposti tra loro rispetto agli elementi della rivalità e della escludibilità dal consumo, condividono un comune tratto: quello di non presupporre la condivisione, né la conoscenza dell’identità dell’altro. Due o più soggetti possono consumare un bene pubblico in perfetto isolamento tra loro, questo non è pensabile per i beni relazionali.   

Ricordare questo ci aiuta a contestualizzare meglio quello che negli ultimi due anni va sotto il nome di “Share Economy”. Quotidianamente leggiamo e sentiamo parlare di Co-working, Co-housing, Co-production… tutte declinazione di un paradigma del vivere che assume la condivisione come principio (Repubblica l’ha definito co-vivere).

La tragedia di questa narrazione è che spesso la condivisione viene declinata e letta come un’esternalità della crisi, capace di ridurre i costi  legati a tutti quei bisogni insoddisfatti che coinvolgono la nostra quotidianità e non come un modo migliore e diverso di  fare delle scelte, scelte capaci di costruire una società ed un economia che oltre al valore d’uso e al valore di scambio, mette al centro anche  il Valore di Legame.

Ecco quindi che  quel “co” che ritroviamo davanti a tante parole non è il segno di una strategia difensiva attivata da qualche minoranza di visionari  ma il segnale che di mezzo non c’è solo un comune interesse  ma anche una relazione.

Il Valore di Legame quindi non è (solo) una esternalità (effetto) ma è l’input (meccanismo generativocapace di cambiare la natura delle cose, della società, dell’economia fino ad  arrivare al consumo ( pensate ai Gruppi di Acquisto Solidale);  investire la vita cosi come l’impresa del Valore di Legame, non è una scelta appena dettata dalla “necessità” ma il presupposto di uno sviluppo umano ed economico più integraleCO-OPERARE.

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21/01/2013

Capacitazione nuovo Welfare Territorio

#NuovoWelfare

Le difficoltà che connotano il sistema di welfare pubblico non riguardano solo il  funzionamento di quest’ultimo, quanto piuttosto un suo allineamento di fronte alle trasformazioni della società. Come sostiene Mazzoli “o si riprogetta insieme ai cittadini ricostruendo un senso condiviso (un con-senso) o si rischia di erogare «prodotti di nicchia», un «lusso» riservato a chi ha le competenze […] per accedervi o a chi rientra nelle categorie previste dal mandato istituzionale”.

Anche a fronte della crisi che permea le diverse aree geografiche del nostro paese senza esclusione alcuna, lo sviluppo dei territori è legato alla capacità di risposta ad esigenze di tipo sociale, ancor prima che economico o finanziario. E la risposta in termini sociali alla domanda di servizi di cura ad alta densità relazionale da parte dei cittadini,  passa oggi inevitabilmente attraverso una logica di welfare community.

E’ necessario valorizzare la libera scelta di realizzazione del cittadino e della famiglia, attraverso l’attivazione delle capacità del soggetto e l’ampliamento dei suoi margini di autonomia o di libertà sostanziale, creando  un  welfare “plurale” sia dal lato della domanda che dell’offerta.

Un welfare “intelligente”, ovvero capace di leggere  le esigenze emergenti e di  socializzare i bisogni grazie all’azione della pluralità di attori “sul” territorio e, quindi, “per” il territorio (in particolar modo, in tal senso, tramite i soggetti del Terzo settore)

Un welfare “abilitante”, ovvero in grado di rigenerare i territori dando l’opportunità alle persone di ampliare le proprie possibilità (capacitazioni)  e di ridurre, di conseguenza, i livelli di disuguaglianza personali e territoriali accrescendo l’accesso a servizi di pubblica utilità “abilitanti”.

Obiettivo prioritario delle nuove politiche pubbliche orientate alla costruzione di un welfare di comunità, quindi, deve essere quello di generare le condizioni per una società del ben-essere che, come sottolineato anche da Istat e Cnel (BES), sia caratterizzata non solo da benessere economico ma anche da relazioni sociali (intese come presenza sul territorio di associazioni e cooperative sociali, di capitale sociale e di relazioni familiari ed amicali) e qualità dei servizi offerti (in ambito sanitario, socio-sanitario, nonché in materia di gestione dei rifiuti, dei trasporti e di risorse idriche).

In definitiva, un nuovo welfare che riuscisse ad accrescere sia la responsabilità individuale sia il grado di copertura nei confronti dei nuovi rischi sociali, costituirebbe, nelle condizioni storiche attuali, il più efficace stimolo alla crescita dei territori. 

 

 

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07/01/2013

Co-operazione Economia Sociale Impresa Sociale

Un Ministero dell’Economia Sociale

Devo dire che è abbastanza avvilente, per chi studia e osserva come me l’Economia Sociale e il Terzo Settore, vedere l’irrilevanza di questi temi nelle agende proposte dalle aggregazioni politiche o ancor peggio la strumentalità all’origine dei dibattiti legati al welfare, spesso finalizzati a condurre battaglie ideologiche pensate per imbonire fette di elettorato.

Siamo residuali e la prova della residualità sta nel proporre a scadenze prefissate la nostra lista della spesa ai partiti di turno (agende, linee guida, priorità,…). Sinceramente non credo più a questo metodo di interlocuzione. Non perché sia sbagliato in sé, ma perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti, le agende servono più alla Politica che al Sociale.

Occorre discontinuità: quello che manca non sono i contenuti, ma i luoghi e le istituzioni dedicate in cui i contenuti “lievitano” fino a diventare politiche.

Il differenziale fra capacità (potenziale) e capacitazione (tradurre in azioni concrete il potenziale) dell’Economia Sociale risiede solo in parte in una mancata evoluzione normativa e di promozione, perché gran parte del gap sta nella riforma delle istituzioni. Non si può cambiare paradigma con la stessa architettura istituzionale di 50 anni fa: occorre una nuova geografia di soggetti guidati da funzioni-obiettivo diverse per promuovere una reale innovazione.

Occorre riformare le istituzioni per far decollare l’Economia Sociale: diversamente saremo condannati a proporre agende con scadenze regolari per far riaffermare la nostra residualità.

L’Economia Sociale in Italia è una potenza economica: si contano, ad esempio, quasi 81 mila imprese cooperative e 12 mila cooperative sociali. È un bacino di occupazione significativo, stabile e capace di includere categorie vulnerabili in processi produttivi (la sola cooperazione sociale ha fatto registrare un +17,3% di occupati tra il 2007 e il 2011).

Nei settori più sensibili alla qualità della vita (istruzione, minori, cura) le imprese sociali sono protagoniste assolute e garantiscono servizi di qualità. Provate a pensare se per un attimo si fermassero i 2.228.010 lavoratori retribuiti impiegati nell’Economia Sociale: cosa succederebbe in questo Paese?

In Francia, basandosi sulla semplice constatazione che le imprese sociali rappresentano il 10% dell’economia del Paese e permettono alla società di risparmiare miliardi di euro l’anno di soldi pubblici con forme di “welfare alternativo”, si è deciso di istituire un Ministero sull’Economia Sociale. Potrei andare avanti e parlare della Gran Bretagna, della Spagna o dei paesi nord europei (Svezia e Finlandia in particolare): in tutti questi Stati l’istituzionalizzazione del civile non è una concessione “compassionevole”, ma un atto che nasce dall’evidenza della rilevanza di un settore e del suo peso per lo sviluppo. Come è possibile ignorare il 4,3% del PIL?

Alla Nuova Politica va chiesto un luogo su cui incardinare visione, competenze, politiche per l’Economia Sociale: un luogo per lo sviluppo capace di aumentare il suo perimetro e il suo impatto, includendo quell’imprenditorialità capace di garantire dividendi economici e sociali.

Avere un “luogo istituzionale” significherebbe incardinare la cura degli interessi dell’Economia Sociale nel cuore delle istituzioni, smettendo così di delegarla solo a politici sensibili. La cultura e le persone per crescere hanno bisogno di luoghi: rinunciare ad avere luoghi significa rinunciare a crescere.

Insomma, in Italia serve un Ministero dell’Economia Sociale, per smettere di scrivere appunti sulle agende e cominciare a lavorare stabilmente su un nuovo libro.

Buon Anno!

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19/12/2012

giustizia sociale motivazioni intrinseche piani di zona poliche sociali

#politichesociali

Devo dire che inizialmente non ero proprio motivato.

Partecipare al primo incontro promosso dal Comune di Forlì per realizzare la programmazione del Piano Sociale di Zona non mi entusiasmava troppo. Non per un vissuto particolarmente negativo, ma per un pregiudizio sui piani di zona, ne ho letto qualcuno e devo dire che difficilmente sono arrivato fino in fondo…

La proposta del Comune di Forlì nasceva da una precedente riflessione sull’evoluzione del modello di Welfare Municipale e voleva pertanto essere un momento di ” discontinuità”:  ” siamo in un momento particolare, non si può pensare di costruire una progettualità sullo stesso profilo di comunitá di 3 anni fa…” affermava l’assessore aprendo i lavori. Allora si cambia, si riparte da un “foglio bianco” e da una parola fin troppo abusata ma questa volta maledettamente centrata … innovazione sociale. Ebbene si .. Sempre lei, e lo si fa presentando prima il processo e poi aprendo una discussione con i soggetti del terzo settore.

La dirigente (molto brava) comincia a presentare il percorso e dopo 4 slides capisco che la cosa si faceva interessante…

Slide 1 dentro una crisi entropica occorre un cambio di paradigma

Slide 2 definire nuove modalità di collaborazione fra PA e stakeholder

Slide 3 partire dalla domanda prima di organizzare offerta

Slide4  diamoci nuovi obiettivi usando alcuni indicatori del BES

Non si trattava del solito processo partecipato, bensì di un tentativo di innovazione reale ossia provare a dare nuove risposte a vecchie domande, 

Lo stupore è cresciuto poi con  il primo intervento in cui la rappresentante della Caritas ha raccontato alcuni esempi di lotta contro le nuove povertà, dove l’esperienza più virtuosa,  nella sorpresa dei presenti,  è coincisa con una serie di iniziative adalto contenuto enogastronomico”  fra cui quelle che vedevano gli extracomunitari impegnati con alcuni volontari a fare i cappelletti”Solo grazie a queste occasioni di incontro e socializzazione si è potuto, poi, costruire dei percorsi, prima impossibili con i servizi sociali e con le organizzazioni del territorio ” ha concluso Antonella.

Antonella ci stava dicendo che per le nuove politiche sociali le risorse economiche sono una condizione necessaria, ma non sufficiente; oggi  è indispensabile una “densità relazionale”  che precede e ordina le politiche, un densità relazionale che ha il suo nucleo nelle motivazioni intrinseche delle  Organizzazioni Non Profit e  che  costituisce il presupposto per l’efficacia di qualsiasi azione di policy.

Nuove Politiche. Politiche Sociali come combinazione dell’ apporto di soggetti pubblici e del privato sociale nella co-produzione di servizi di interesse generale, in cui la partecipazione congiunta di tali soggetti rappresenta un presupposto qualitativo imprescindibile e non surrogabile.

 Un nuovo welfare,  dove fare  i cappelletti”  è  parte della Risposta ai bisogni sociali.

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03/12/2012

fundraiser fundraising social impact

#fundraising

Il dibattito sul fundraising  mi sollecita ad una breve riflessione su un aspetto cruciale (anzi fondativo) legato alla raccolta fondi ossia la formazione dei fundraiser.

Credo sia necessaria una nuova prospettiva.

Pensare di insegnare i principi e le tecniche della raccolta fondi è condizione necessaria ma non più sufficiente poiché l’evoluzione ed il cambiamento radicale in atto,  hanno mutato tanto le aspettative e le abitudini dei donatori, quanto i modelli organizzativi, gli strumenti e il potenziale di fundraising delle Organizzazioni Non profit e questo, cambia profondamente la “funzione obiettivo”  del fundraiser.

Raccogliere e orientare risorse per un progetto capace di produrre valore sociale oggi chiede di misurarsi con (almeno)  8 nuove sfide:

1 – Necessità di una maggior trasversalità delle competenze e di una maggior specializzazione settoriale

2 – Processo di ibridazione dei modelli organizzativi delle ONP (dimensione erogativa, di advocacy e produttiva tendono a miscelarsi )

3 – Integrazione fra finanza  e fundraising

4 – Crescente esigenza di fundraising for equity

5 – Maggior peso del volontariato (con caratteristiche diverse da prima)

6 – Crescita del ruolo della filantropia strategica

7 – Riduzione dell’orizzonte temporale dei  progetti (obiettivi concreti in tempi brevi )

8 – Crescente richiesta di  generare un impatto (social impact)  per la comunità di riferimento nel medio lungo periodo.

Ecco quindi che fare formazione sul fundraising, in questa fase storica,  significa associare ad una rigorosa conoscenza dei principi e degli  strumenti della raccolta fondi, una nuova narrazione, quella orienatata a recuperare e proporre  nuove evidenze (di successo e fallimento), nuovi metodi e nuove strategie.  

L’innovazione sociale diventa quindi una prospettiva fondamentale per il fundraiser, impegnato come prima a raggiungere obiettivi concreti per una buona causa ma con la speranza che questa si trasformi in:

una soluzione innovativa a un problema sociale, che produce valore per la società nel suo complesso piuttosto che per i singoli individui

 Stanford Social Innovation Review (2008)

 

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26/11/2012

Co-operazione Impresa Sociale mutualità

Una nuova Mutualità

La recente partecipazione  ad un convegno in Sicilia promosso da un consorzio della rete CGM sul rapporto fra Politiche Sociali e Bisogni Sociali mi ha definitivamente restituito la consapevolezza che é finita un’era e che siamo dentro ad una lunga transizione di cui non conosciamo le fasi,  ma che certamente terminerà  con un cambiamento radicale e irreversibile.

Cosa muove questo cambiamento ?

L’enorme quantità e la pressione di nuovi bisogni insoddisfatti sta gradualmente demolendo le rigiditá dell’attuale sistema politico, economico e sociale del nostro Paese.

Non esiste piú una distinzione netta fra ció che é politico, ció che economico e ciò che è sociale; lo Stato, il Mercato e la Societá Civile incorporano nella loro “funzione obiettivo” tratti ed obiettivi che sono insieme politici, economici e sociali e questo cambia radicalmente la prospettiva e quindi i termini del dibattito.

Un’evidenza di questo possiamo osservarla guardando all’impresa sociale.

Mentre può apparire  piu’ semplice individuare in essa, la finalità sociale (interesse della comunitá) e quella economica (occupati e patrimonio), meno banale (almeno per me) è  identificare la finalitá politica: ma il dibattito a cui ho assistito a  Ragusa  mi ha aiutato  in questo.

- L’impresa sociale ed in particolare la cooperazione hanno la responsabilità, attraverso percorsi di innovazione, di realizzare quelle esperienze capaci di rigenerare il valore e la pratica  di cosa è pubblico e di come si gestisce.

- L’impresa sociale ha la responsabilità di declinare il principio del co-operare tanto nel mercato quanto nel rapporto con la pubblica amministrazione, attraverso il contributo  di quelle esperienze capaci di “riformare” modelli obsoleti di prestazioni sociali e di partecipazione.

Socializzare e aggregare la domanda di nuovi bisogni per poi orientarla verso una nuova offerta “pubblica” costruita in un nuovo e diverso ruolo fra pubblico e privato sociale é una nuova forma di  mutualità. Una  Mutualità che si declina nell’aggregare bisogni plurali  per poi trasformali in governace plurali in cui il principio “co-operativo”, ossia condividere strumenti e fini per un comune obiettivo, diventa centrale.

Una nuova Mutualità per  nuovo Welfare, appunto.

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