Co-operare

15/06/2016

Capacitazione Capitale Umano collaborazione Spazio Pubblico

Da Spazi a Luoghi

Identità GdB 2016 825x340

Non c’è alcun dubbio sull’importanza di creare, in un momento storico caratterizzato da una forte discontinuità, da crescenti disuguaglianze e dalla diffusione della “Terza Società” quella dei vulnerabili, una nuova “ecologia dello sviluppo” ossia un ecosistema in cui si creano le condizioni per uno sviluppo umano integrale. 

I meccanismi di produzione del valore (economia) e di governance (sussidiarietà) non sono più verticali, bensì “circolari” e i progressi della tecnologia digitale stanno cambiando le tradizionali strutture di potere. I cambiamenti apportati dalla quarta rivoluzione industriale (Industria 4.0) e le sfide imposte dal raggiungimento degli SDGs per essere affrontati necessitano di nuove governance: istituzioni plurali ed inclusive. In tal senso, la partita si gioca sul campo dello spazio pubblico quale locus in cui la produzione di valore viene attivata dal coinvolgimento dei cittadini.

Rigenerare un nuovo ecosistema, infatti, comporta “la produzione come fatto sociale” (Becattini, 2016) ossia la centralità della società e dei territori. I segni di questi nuovi paradigmi si intravedono nell’affermazione del “sociale” dentro nuove forme di economia collaborativa, di cittadinanza attiva e di mutualismo, nella rigenerazione delle periferie urbane, nella vocazione sociale di molte start-up, nei modelli organizzativi e di business delle imprese, nell’uso sostenibile delle risorse.

Diventano così luoghi‬ quegli spazi‬ in cui la dimensione comunitaria è protagonista di un’innovazione che dà ‪ vita‬ a nuove forme di abitare, includere, socializzare, produrre,ecc.

Una vera e propria trasformazione nei meccanismi di produzione del valore (economica, sociale, istituzionale ed ambientale) che deriva dal porre al centro del “codice sorgente” dello sviluppo, il sociale inteso come dimensione coesiva, collaborativa e comunitaria.

Da ciò deriva la necessità di generare una nuova ecologia che sia in grado di osservare e interpretare le interazioni tra i soggetti che concorrono alla realizzazione di questo nuovo ecosistema per comprenderne i meccanismi e le pratiche che contribuiscono a generare uno sviluppo sostenibile.

Ma quali sono i protagonisti della creazione di un nuovo ecosistema? E quali le condizioni e i fattori che permettono di generare percorsi di sviluppo endogeno?

Le Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile 2016 che si terranno il 14-15 ottobre, intendono mettere in luce e approfondire tali aspetti a partire dalla piena valorizzazione dei soggetti dell’Economia Civile quali promotori di un’azione di trasformazione delle istituzioni economiche e sociali, dall’investimento sui giovani e dal genius loci dei nostri territori.

www.legiornatedibertinoro.it

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05/05/2016

Capacitazione Capitale Umano Co-operazione

Produrre fraternità

paolo-fraternita

“…di liberare la dignità e le capacità delle persone e, lo ripeto, di produrre fraternità”

Papa Francesco torna a parlare alla cooperazione durante l’assemblea di Confcooperative e lo fa ancora una volta sollecitando una riflessione profonda e significativa in termini di sfide da percorrere. Le cooperative devono “produrre fraternità”. Due parole apparentemente distanti ed in contrasto, ma che invece contengono, a mio avviso, la cifra dell’innovazione a cui è chiamata la cooperazione.

Provo a darne conto.

Il primo elemento è “la produzione” come fatto sociale. La dimensione produttiva non è più solo appannaggio del mercato e delle sue regole massimizzatrici, ma è la modalità e il luogo in cui “si forma il carattere delle persone” (Marshall), si investe sulle loro capabilities (A. Sen), producendo così ben-essere. La “produzione” è un fatto sociale che si manifesta attraverso la cooperazione fra soggetti (Becattini) ed è la modalità peculiare delle cooperative per generare e redistribuire valore.

Il secondo elemento è “la fraternità” intesa come elemento che sta nel mercato e non fuori, perché è proprio il principio di fraternità che consente al mercato di fiorire e svilupparsi.

Spesso si tende a confondere la solidarietà con la fraternità; una società fraterna è anche solidale, mentre non necessariamente una società solidale è fraterna. La solidarietà è il principio di organizzazione sociale che tende a rendere uguali i diseguali e con essa tendiamo innanzitutto a ridurre le disuguaglianze. La Fraternità, invece, è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi (Zamagni). Non è un gioco di parole. L’uguaglianza è il contrario della disuguaglianza, mentre il contrario della diversità è l’uniformità.

Il principio di fraternità, quindi, consente agli uguali di esprimere in maniera diversa le proprie attitudini e preferenze e di non cadere in un quella visione omologante (e distorta) che troppo spesso viene suggerita da molte istituzioni, come la soluzione migliore ai fallimenti dello Stato e del mercato.

Agire per la solidarietà è quindi necessario, ma non sufficiente: per uno sviluppo umano integrale e per coltivare la biodiversità della cooperazione occorre “produrre fraternità”.

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21/12/2015

Co-operazione

L’X Factor dello sviluppo

x factor

Una società a bassa autopropulsione, che non ritrova il gusto del rischio …”

Inizia così la sintesi del Rapporto Censis sulla situazione sociale in Italia. Una società in letargo, alla ricerca di connessioni tecnologiche come surrogato di quelle relazionali da sempre fondanti e fondative della dimensione economica, produttiva e comunitaria del nostro Paese. Dalla fotografia emerge un paese in cui diminuisce la propensione al rischio (se si esclude il contributo imprenditoriale generato dai Millennials  ..) e si afferma una cultura attendista che ha come unico effetto quello di “…gonfiare la bolla del cash cautelativo”.

Una staticità non dovuta unicamente agli effetti della crisi economica, bensì alle difficoltà ad individuare percorsi generativi.

Di questa difficoltà se ne è occupato un economista ungherese Tibor Scitovsky nel suo libro “ The Joyless economy” (L’economia senza gioia). Scitovsky nel 1976 entrando nel merito del dibatto sul paradosso della felicità, indicava la noia come  il principale malessere dei nostri tempi: “noia, che la società del consumo genera in seguito all’aumento delle aspirazioni e dell’aspettative …” .

Nella sua analisi, Scitovsky  cerca di andare più a fondo e si chiede come mai  nonostante si “corra tanto”(sembra una conversazione dei nostri giorni), si rischia poi non solo il pericolo di rimanere fermi ma addirittura di andare indietro?

La sua tesi  è che una «vita buona» abbia bisogno della presenza sia di “beni di comfort che di “beni di stimolo”. Il punto è che il comfort agisce in particolare per eliminare ogni fatica (si pensi all’aumento di comfort dovuto all’introduzione delle tecnologie..), mentre i “beni di stimolo” o di “creatività” per poter essere fruiti necessitano di una fatica iniziale, in quanto necessitano di un’esperienza. La musica classica o la fruizione di esperienze culturali, per esempio, sono dei tipici beni di creatività: il beneficio che forniscono  è direttamente proporzionale all’investimento in termini di conoscenza e tempo che ciascuno di noi nella propria vita dedica a queste attività. Alcuni autori (Pier Luigi Sacco in Italia) hanno chiamato tale fatica iniziale «costo di attivazione»: per poter  percepire gratificazione nel consumo di un bene di creatività è necessario sostenere dei costi di attivazione iniziali.  Lo stesso può valere per i beni relazionali: andare a visitare un amico, costa relativamente sempre più, nella misura in cui costa sempre meno mandargli un messaggio su Whatsapp o via SMS.

Il prezzo è un rapporto tra due beni, se uno diventa sempre meno caro e come se l’altro aumentasse…e oggi i beni relazionali e l’investimento cognitivo in cultura, sono sempre più  costosi (la prova di ciò la si può trovare nella scelta del nostro Governo di proporre  un pacchetto corposo di incentivi nella Legge di Stabilità per favorire l’investimento in cultura).

Ecco che quindi per uscire dal torpore fotografato anche dal Censis,  il meccanismo generativo di un nuovo inizio consiste, come ci suggeriscono gli studi di Scitowsky,  nella riscoperta di  una nuova “assett class” di beni su cui investire: quelli di creatività, di stimolo e relazionali. Per fare ciò occorre cominciare a condividere l’esistente e dare “potere” alle giovani generazioni, in una prospettiva nuova, non strumentale o tattica. Occorre cooperare realmente, ricombinando e incrociando settori e competenze con l’intento di generare nuovo valore … un’innovazione che sta già accadendo e che il Censis non ha mancato di evidenziare:

La piattaforma di ripartenza (e trasformazione) dell’Italia è  ridisegnata dal driver dell’ibridazione. Il vero «X factor» sta in una rinnovata ibridazione di settori e competenze tradizionali che produce un nuovo stile italiano: il risultato di questa ibridazione è una trasformazione…”.

#Auguri

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12/11/2015

Ben-Essere Co-operazione Co-Produzione

Lo spazio pubblico

 

Lo spazio pubblico è l’arena su cui si gioca una diversa idea di società, di economia e di politica. L’interpretazione (spesso riduzionista) di cosa sia pubblico, definisce le scelte e gli incentivi delle istituzioni (economiche-sociali-pubbliche) e influenza il corso della storia. “Le istituzioni sono le regole del gioco di una società o, più formalmente, i vincoli che gli uomini hanno definito per disciplinare i loro rapporti. Di conseguenza danno forma agli incentivi che sono alla base dello scambio, sia che si tratti di scambio politico, sociale o economico” ( Douglass North)

La trasformazione in atto nel Terzo settore (che incorpora il concetto di utilità generale), la riforma dell’impresa sociale (finalizzata a perseguire l’interesse generale), i cambiamenti del volontariato (impegnato a reinterpretare in una società post-moderna il concetto del dono e del bene comune), la nuova governance dei beni comuni e la ri-generazione degli innumerevoli asset pubblci, postulano un ancoraggio solido al significato di “pubblico”.

L’accento “statalista” da una parte e quello “mercatista” dall’altra, spesso polarizzano la definizione di questo “spazio” facendolo coincidere a volte con il perimetro delle Istituzioni Pubbliche, altre con un’azione distaccata che osserva la domanda e l’offerta di mercato nel trovare un equilibrio e poi intervenire solo per riparare o regolare.

Ma a ben pensare, cosa manca a queste due visioni? L’idea di comunità.

Se le persone che fruiscono del bene comune non riconoscono che esiste tra loro un legame di reciprocità, né il contratto sociale hobbesiano, né l’individualismo libertario che si affida alla coscienza dei singoli, potranno mai costituire soluzioni soddisfacenti al problema dei beni comuni e la costruzione di uno spazio pubblico.

Uno Spazio, quello Pubblico, che Hannah Arendt nel suo “Vita activa”  aveva magistralmente descritto:

“Il termine “pubblico” denota due fenomeni strettamente correlati ma non del tutto identici. Esso significa, in primo luogo, che ogni cosa che appare in pubblico può essere vista e udita da tutti e ha la più ampia pubblicità possibile. Per noi, ciò che appare – che è visto e sentito da altri come da noi stessi – costituisce la realtà (…)

(….) In secondo luogo, il termine “pubblico” significa il mondo stesso. In quanto è comune a tutti e distinto dallo spazio che ognuno di noi vi occupa privatamente. (…)Vivere insieme nel mondo significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che lo hanno in comune, come un tavolo è posto tra quelli che vi siedono intorno; il mondo, come ogni in-fra [in-between], mette in relazione e separa gli uomini nello stesso tempo.

(…) La sfera pubblica, in quanto mondo comune, ci riunisce insieme e tuttavia ci impedisce, per così dire, di caderci addosso a vicenda.

(…) Questo è il significato della vita pubblica, in confronto al quale anche la più ricca e più soddisfacente vita di famiglia può offrire solo il prolungamento o la moltiplicazione della propria posizione individuale, con i suoi relativi aspetti e le sue prospettive.

(…) Sono tutti imprigionati nella soggettività della loro singola esperienza, che non cessa di essere singolare anche se la stessa esperienza viene moltiplicata innumerevoli volte. La fine del mondo comune è destinata a prodursi quando esso viene visto sotto un unico aspetto e può mostrarsi in una sola prospettiva.

(Hannah Arendt, Vita activa, II, 7, La dimensione pubblica: l’essere in comune, Bompiani, 1998)

* La foto è tratta dal progetto INSIDE OUT NEW YORK CITY dell’artista JR.

 

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09/09/2015

Co-operazione imprenditorialità investimenti Uncategorized

Tornare ad investire? si, ma ripartiamo dalla #domanda.

Uno dei temi maggiormente dibattuti al momento rispetto al mondo delle cooperative sociali e delle imprese sociali è quello relativo alla finanza e agli strumenti finanziari – dedicati o meno – di cui tali soggetti possono usufruire. Un’offerta in crescita, sempre più diversificata e attenta alle diverse necessità che le imprese sociali manifestano nei molteplici ambiti di attività in cui operano e rispetto alle stadio di sviluppo in cui si trovano. Ma cosa accade, invece, dal lato della domanda? Qual è il rapporto tra cooperazione sociale ed imprenditorialità sociale ed istituti di credito rispetto al tema “investimenti”?

Iniziare una riflessione sulla domanda di investimento delle imprese sociali oggi è fondamentale soprattutto per scardinare qeulla monocultura che crede che una corretta intermediazione (ecosistema) e set di strumenti finanziari agevolati siano sufficienti per far ripartire gli investimenti delle imprese sociali. Parto da alcuni dati.

Il campione di cooperative sociali italiane osservato nella IV edizione dell’Osservatorio UBI Banca “Finanza e Terzo settore” (2014)  realizzata con il supporto scientifico di AICCON, fa registrare una diminuzione delle richieste di finanziamento per investimenti (-7,9%), in controtendenza rispetto all’aumento rilevato l’anno precedente (+8,3%, percentuale media pari a circa il 32%). La percentuale media torna così ad allinearsi al valore riferito all’anno 2012 (intorno al 24%).

Il 44,8% (-1,2% rispetto al 2013) delle cooperative sociali ha avanzato richieste di finanziamento per attività o investimenti ad istituti di credito negli ultimi 3 anni. Di queste realtà più della metà (52,7%, +1,6% rispetto al 2013) ha ottenuto l’intero ammontare del finanziamento richiesto. La percentuale di credito ottenuto cresce all’aumentare delle dimensioni (90,2%, cooperative sociali con più di 50 soci) e all’aumentare degli anni di attività (84,9%, intervistati con più di 20 anni attività). Tra le diverse modalità di impiego dei finanziamenti ottenuti è stato rilevato che gli importi erogati alle cooperative sociali negli ultimi 3 anni sono stati principalmente utilizzati per effettuare degli investimenti (circa il 60%), di cui la maggior parte (quasi il 46%) presentano un orizzonte temporale di medio-lungo termine (oltre 18 mesi; soprattutto realtà di grandi dimensioni – più di 50 soci – e operanti nel settore “ambientale”) e il 15% di breve termine.

Coerentemente al calo (-7,9%) del dato relativo all’utilizzo nel corso del 2014 di richieste di finanziamento per investimenti, anche l’analisi delle prospettive future condotta sulla cooperazione sociale evidenzia una previsione in termini di investimenti negativa: 6 cooperative su 10 dichiarano, infatti, di non prevedere investimenti per il 2015, indicando la crisi economica come principale motivazione alla base della scelta di non investire.  Tuttavia, tra coloro i quali prevedono di investire nel 2015, diminuisce la percentuale di chi presume di far ricorso all’autofinanziamento quale primario strumento per coprire il proprio fabbisogno finanziario (-7%). In maniera quasi compensativa, cresce (+8,5% rispetto al 2013) la percentuale di coloro che prevedono di far fronte agli investimenti tramite il ricorso al sistema bancario (soprattutto (50,7%) le cooperative sociali di tipo B), a dimostrazione di una maggiore capacità degli istituti di credito di costruire un’offerta adeguata e di una crescente minore capacità da parte delle cooperative sociali di rispondere internamente, attraverso il proprio patrimonio, alle esigenze di sviluppo e di investimento.

D’altro canto, il campione di imprese sociali con forma giuridica di Srl, oggetto del focus tematico della IV ed. dell’Osservatorio, costituito da soggetti più “giovani” e, di conseguenza, meno solidi in termini strutturali rispetto alle cooperative sociali già descritte, hanno fatto registrare basse percentuali relative alle richieste di finanziamento sia per attività che per investimenti (rispettivamente -13,6% e -6,8% nel confronto con le cooperative sociali). Solamente 2 imprese sociali srl  su 5 hanno in previsione investimenti per il 2015 e solo un’impresa sociale srl su  7 ha impiegato i finanziamenti ottenuti per realizzare investimenti con orizzonte temporale superiore a 18 mesi.

In conclusione, quindi, questi dati mostrano una domanda di investimento sostanzialmente “debole” rispetto ad un’offerta di finanza sempre più strutturata e diversificata, come già osservato in un recente articolo di Mario Calderini e Veronica Chiodo sulla Rivista Impresa Sociale.

La debolezza dal lato della domanda è ancora più evidente se ci si focalizza sul campione di imprese sociali con forma giuridica di Srl, che molto spesso si trovano ancora in una fase di start-up e, quindi, sono deboli da un punto di vista di rating bancario.

Al fine di colmare il gap tra domanda e offerta di strumenti finanziari, occorre agire sul lato della domanda.

Una prima risposta ci viene suggerita da nuove forme di imprenditorialità sociale come quelle proposte dai cd. “ibridi organizzativi”: soggetti a matrice cooperativa che perseguono una mission sociale attraverso modalità di ricombinazione innovativa degli elementi chiave in termini imprenditoriali (modello di business, governance, struttura organizzativa, stile di leadership e risorse economico-finanziarie). L’innovazione prodotta internamente a queste imprese ha permesso loro di  accedere a diversi canali di finanziamento volti in particolar modo a sostenere investimenti in capitale umano, networking e ICT: i dati più recenti (Venturi e Zandonai, 2013) indicano che 74 soggetti “ibridi” hanno investito circa 38 milioni di euro.

Il tema diventa quindi come rendere la domanda più solida e capace di crescere in qualità, dimensione ed impatto? Per rispondere occorre innanzitutto abilitare e qualificare  un più alto tasso imprenditoriale,  senza il quale,  anche in presenza di dosi massicce di finanza e capitali dedicati,  non si ridurrà il  gap esistente tra la domanda e offerta di finanza per l’investimento.

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31/07/2015

Capitale Umano Co-operazione

Il “prodotto sprecato” e la cooperazione

 

rochdale

Ieri i dati dello SVIMEZ hanno certificato come nel 2014 al Sud si siano registrate solo 174 mila nascite (minimo storico da oltre 150 anni) e il numero degli occupati nel Mezzogiorno (5,8 milioni) sia il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat.

Oggi i dati sull’occupazione di giugno hanno registrato  22.000  occupati in meno rispetto a maggio e sullo sfondo rimanngono i dati dell’Istat che ci raccontano dei 4 milioni e 102 mila persone in condizione di povertà assoluta, dei  7,8 milioni di persone in condizione di povertà relativa e dei 2 milioni e mezzo di giovani che non sono né occupati né in formazione (i cosiddetti Neet).

Insomma, sembra che l’economia e la società possano fare a meno del Capitale Umano, ma sappiamo bene che non è così e forse è utile ricordarlo.  

Marshall nel 1889 scrisse “Nella storia del mondo vi è un prodotto sciupato, tanto più importante di tutti gli altri, che ha il diritto di essere chiamato “il prodotto sprecato”: le migliori capacità lavorative […]“. Il termine “lavoro sprecato” verrà poi ripreso alcuni decenni dopo da Hannah Arendt nel suo “Le origini del Totalitarismo” dove scriveva “il male radicale risiede nella volontà perversa di rendere gli uomini superflui“.

Gli anni in cui Marshall scriveva ciò,  erano gli anni e i tempi della Rivoluzione Industriale, anni di profonde e strutturali trasformazioni sociali dove il capitale umano rischiava di diventare mezzo e non fine dello sviluppo. Non a caso la cooperazione conosce in quegli anni la sua alba non solo come superamento dei limiti del capitalismo ma come strumento per civilizzare il mercato:La caratteristica dell’essere umano civilizzato”, scrive J.S. Mill nel 1848, “è la capacità di cooperazione; e questa, come tutte le altre facoltà umane, tende ad aumentare con l’uso e diventa capace di estendersi ad una sempre ampia gamma di azioni“. Credo che Mill avesse ragione e son convinto che per leggere la modernità quel messaggio sia quantomai essenziale.

Siamo arrivati ad un punto della storia dove occorre ripartire dal Cooperare (dai suoi principi fondativi e dalle sue nuove declinazioni) per promuovere la sola innovazione capace di rimettere in moto uno sviluppo che non sprechi il prodotto più prezioso ossia il capitale umano anzi… il “carattere dell’uomo”. Così, infatti, diceva Marshall: “La finalità ultima della cooperazione è dunque quella di civilizzare il mercato attraverso il cambiamento del carattere dell’uomo.” 

#buonevancanze

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03/07/2015

Capitale Umano impatto sociale Impresa Sociale

#SEWF2015. Osservando il flusso dell’Impresa Sociale

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Impresa Sociale. Basta trascorrere una giornata al Social Enterprise World Forum in corso a Milano per capire “di che si tratta”.

Per cogliere l’essenza di un fenomeno occorre andare al cuore di ciò che è, e il metodo più adeguato è quello dell’osservazione come diceva il premio Nobel per la medicina Alexis Carrel: Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; poca osservazione e molto ragionamento portano all’errore”. L’impresa sociale osservata nel flusso eterogeneo delle esperienze internazionali che si sono susseguite prima all’EXPO e poi allo IULM fa emergere “di schianto” il primo dato comune: la motivazione del capitale umano.

La si può osservare nell’esperienza inglese di Hisbe, un supermercato etico che rigenera la comunità e che coinvolge 2000 persone alla settimana (“Happiness before profit” è il suo payoff), passando poi per Afripads, l’impresa femminile che produce assorbenti igienici lavabili e perfettamente accessibili anche alle fasce più povere della popolazione ugandese che oggi conta 130 occupati, fino ad arrivare alle nostre esperienze di cooperazione sociale come quelle degli ibridi del Consorzio CGM e del Consorzio calabrese Goel.

L’impresa sociale esiste per trasformare (non solo per re-distribuire) e il meccanismo generativo di questa trasformazione è la persona, la sua motivazione: “You can copy my idea but not steal my dream“...ha detto Martin Burt della Fundaciòn Paraguay.

Quando la persona poi “si fa Comunità” (impresa collettiva) emerge con forza il secondo dato comune a tutte le imprese sociali: l’impatto sociale. Senza entrare nel dibattito della misurazione e degli indicatori dell’impatto sociale, lo streaming degli eventi del SEWF 2015 ci segnala in maniera inequivocabile che l’impatto (quale che esso sia) è l’esito di un processo inclusivo, di partecipazione, di co-produzione…insomma non c’è impatto senza inclusione.

Il terzo elemento che ho osservato nella mia giornata trascorsa al SEWF è la posizione di “apertura” dei delegati rispetto a tutto ciò che può essere utile a creare valore sociale. L’impresa sociale in questo senso è realmente paradigmatica: per produrre valore deve ricombinare sociale, economico e istituzionale con ciò che è meritorio, commerciale e pubblico.  Il distillato di questa azione (trasformazione) è un cambiamento da offrire alla comunità (qualunque essa sia) per far crescere il proprio ben-essere.

Passare dalla separazione alla co-produzione e dall’antagonismo (o dicotomia come l’ha definita S. Zamagni in apertura dell’evento) alla complementarietà è il portato originale delle imprese sociali di nuova generazione, quelle che hanno il compito non solo di riparare ai danni ma di proporre nuove piattaforme di occupazione giovanile, di nuovo welfare, nuovi modelli di sviluppo locali e di ri-generazione.

Capitale umano, impatto sociale e apertura… il flusso globale delle pratiche, dei volti e delle narrazioni che stanno attraversando Milano ci consegnano queste raccomandazioni… segnali che solo l’osservazione e il desiderio (come diceva Alexis  Carrel) sono in grado di cogliere e perseguire.

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14/05/2015

Co-operazione Co-Produzione imprenditorialità Impresa Sociale

Impresa Sociale: trasformare per re-distribuire

impresa-sociale-coopeare

All’origine del ciclo di vita di tutte quelle imprese che si sono dimostrate capaci di produrre cambiamenti sistemici, c’è sempre un’innovazione radicale...ne è prova l’innovazione apportata dalla cooperazione sociale. Un’innovazione di rottura rispetto al modello allora esistente, capace di produrre quei cambiamenti culturali ed economici ai quali oggi dobbiamo gran parte del nostro benessere e della qualità sociale dei servizi pubblici; un’innovazione che ha impattato sia sui diritti di cittadinanza ma anche sullo sviluppo, proponendo un nuovo modello di produzione del  valore capace di legare il valore  economico al bene (interesse generale) della comunità.

A mio avviso due sono le innovazioni radicali che hanno generato questo impatto: la prima è quella di aver dimostrato che le politiche pubbliche possono essere progettate, realizzate e condivise da soggetti imprenditoriali e la seconda è quella di aver mutato “la definizione monolitica”  di impresa,  rompendo la dicotomia fra dimensione produttiva e interesse generale.

Dopo quasi 25 anni dalla Legge 381, rileggendo l’ultimo rapporto di Iris Network emergono alcuni elementi di innovazione che al pari di quelli “originari” (che han generato un fatturato 10,1 miliardi di euro, investimenti per 8,3 miliardi e 513mila posti di lavoro) incorporano un potenziale enorme. Sono “tratti” di una nuova imprenditorialità (spesso a matrice cooperativa) che perseguono la propria mission attraverso percorsi di trasformazione e non più di mera re-distribuzione.

L’orizzonte dell’impresa sociale del futuro e il compito della nuova Riforma, a mio avviso, starà molto nell’abilitare questi nuovi modelli di imprenditorialità inclusiva come risposta a nuovi bisogni: modelli che seguono percorsi non più re-distributivi ma trasformativi.

Recuperare le origini significa riconnettere le risposte ai bisogni (e non solo al committente) attivando nuovi modelli di co-produzione con la comunità (soggetto portatore non solo di interessi  ma anche di risorse) alimentando  governance plurali.

La sfida della moltitudine dei nuovi bisogni postula la creazione di governance plurali (a volte ibride) che sfidano i cittadini-consumatori a votare col portafoglio (buy social). Se la produzione di valore sociale non passa più “solo” per la re-distribuzione o per la re-stituzione (modello filantropico) ma per la trasformazione,  allora ben si comprende come il campo di azione delle imprese sociali non possa essere delimitato. Limitare i settori in cui l’impresa sociale può operare diventa quindi una “gabbia” che rischia di ridurre la capacità trasformatrice degli imprenditori sociali. Le dinamiche economico-sociali e i settori  sono ormai interdipendenti per cui se la sfida è quella dello sviluppo a “tutto tondo” attraverso nuovi modi di produrre valore economico e sociale  alimentando (e non consumando) fiducia,  allora il campo deve essere aperto.

C’è in gioco il “welfare del futuro”. L’incapacità di competere a causa dell’assenza di un adeguato ecosistema di policy, di risorse finanziare, tecnologiche e di competenze non farebbe altro che agevolare quel for profit già ampiamente posizionato sui mercati dei servizi alla persona ( in Emilia Romagna negli anni 2008-2013 l’assistenza sociale residenziale ha visto crescere gli addetti del for profit del 39,8% e la cooperazione del 15,8% e nella assistenza sociale non residenziale rispettivamente del 17,7% e dell’8,3% – Dati Unioncamere ).

Occorre una Riforma capace di abilitare nuovi percorsi di trasformazione della PA e di ri-generare nuovi modelli di sviluppo; modelli  che poggino su asset tipicamente non delocalizzabili (cultura, turismo, ambiente, agricoltura, sociale, ecc.) attraverso modelli imprenditoriali inclusivi (e partecipati) capaci di legare il valore ai soggetti (lavoro) e ai luoghi (comunità) che lo producono.

Se è vero che la riduzione delle disuguaglianze postula una più equa redistribuzione, è altrettanto vero che oggi il miglior modo di redistribuire è trasformare il modo di produrre.

Perseguire questa innovazione di metodo è la nuova sfida dell’impresa sociale e sostenere questo tentativo è il compito di una Riforma che guarda al futuro.

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17/02/2015

Co-Produzione Innovazione Ruralità

Il contributo della Rural Social Innovation

Non ho mai amato i “manifesti“, ma devo riconoscere che il dibattito sull’innovazione sociale con l’uscita del “Manifesto sulla Rural Social Innovation” a cura di Alex Giordano e Adam Ardvisson,  si arricchisce di uno strumento prezioso, per rafforzare la necessità di recuperare la dimensione comunitaria e ambientale  come meccanismo generativo di una nuova economia. E’ quindi una bella notizia e perciò, con il permesso dell’amico #Alex, ho provato a commentarne i tratti a mio (personalissimo) avviso più significativi..

..

Il modello economico dominante (mainstream) sta producendo una metamorfosi nei processi di produzione del valore, coagulando nell’intangibile l’esperienza di consumo che noi facciamo. Questa esperienza ha sempre meno a che fare con la nostra capacità di giudicarne l’utilità, mentre è sempre più condizionata dalle aspettative  prodotte dal valore simbolico e dalla  rappresentazione che la comunicazione legata al consumo di quel determinato prodotto determina in noi.

A ciò va aggiunto un altro fattore, ossia che la  società dell’urgenza obbliga tutti a vivere il “tempo della fretta”. Costantemente protesi verso la novità del prossimo futuro, fatichiamo a goderci le cose del presente. Per prendere decisioni in modo appagante occorre aver fatto esperienza in qualche modo dei termini delle scelte; ma per fare esperienza ci vuole tempo, quel tempo che spesso l’accelerazione dei mutamenti in atto, ci sottrae. (Si badi a non confondere il concetto di “fretta” con la “velocità”. Quest’ultima è sempre positiva perché accorcia il tempo per giungere allo scopo; la fretta, invece, è la velocità fine a se stessa che finisce spesso per mancare l’obiettivo prefissato…tanto quanto il suo opposto, la lentezza)

Recuperare il senso e il tempo dell’esperienza sono alcuni dei pilastri che compongono i contenuti de “ Il Manifesto sulla Rural Social Innovation” a cura di Rural Hub.  Riportare i meccanismi di produzione del valore al centro, tanto nell’esperienza personale quanto nel territorio in cui esso viene generato, massimizzando l’utilità sociale e le economie dei beni comuni, è il contenuto di una proposta che assume la rilevanza di  un nuovo paradigma economico. L’innovazione che emerge da questo modello di economia che ha nel #cibo la sua “cellula staminale”, nasce sempre da una diversa struttura motivazionale della persona che si vuole riappropriare di un pezzo autentico di se stesso mettendo in moto  nuove forme di economia sostenibile e di socialità.

Non è, quindi,  una posizione antagonista o ideologica quella contenuta nella proposta del “Manifesto” ma una narrazione di “contenuti vissuti” che cerca di condividere, con tutti,  un’innovazione già in atto. E’ un cambiamento che ha certamente bisogno di essere ulteriormente infrastrutturato (in particolare nella governance)  ma che oggi va sostenuto e accompagnato sia per affermare la bio-diversità dei modelli di innovazione sociale,  sia per uscire dalla logica della “minoranza profetica” e  sfidare il mainstream… buona lettura! 

 

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04/12/2014

Co-operazione felicità

.. i #beni da non sacrificare.

L’ascesa dell’economia della collaborazione (sharing economy) ed il rilancio della cooperazione come metodo per produrre valore  ci offrono non solo la possibilità di costruire nuovi paradigmi economici e sociali ma anche la possibilità di rompere l’assunto antropologico che l’interesse della persona vada perseguito individualmente e spesso in competizione con gli “altri”. Recentemente mi è stato chiesto di scrivere un articolo su questo tema cercando di evidenziare il nesso fra la condivisione e la felicità.

Ho provato perciò a riflettere… e uno stralcio di questa riflessione non potevo non lasciarla in un blog che si chiama #co-operare…

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“Una delle scoperte più paradossali di questi ultimi anni è che la felicità non proviene solo dai beni e servizi che il denaro è capace di comprare. Il denaro serve,  ma vi sono altre “cose” che servono molto di più: tra queste le relazioni e le esperienze di senso fra persone.

Non è difficile darsene conto.

La promessa che il mercato e la società in generale fanno di una felicità legata al consumo di “beni posizionali” (beni che conferiscono utilità per lo status che creano), porta a sacrificare i beni relazionali e le occasioni di condivisione (basti pensare al crescente tempo che la dimensione totalizzante del lavoro sottrae ai rapporti familiari, di amicizia, di esperienze culturali, sociali, ecc.).

Ma poichè la felicità dipende in buona parte da quei beni “sacrificati“, ne deriva il paradosso in base al quale abbiamo sempre più ricchezza ma siamo sempre meno felici, proprio come tanti Re Mida, che muoiono di una fame che “l’oro non può saziare”.

Utilità e felicità ,quindi, non sono coestensive. Perché l’utilità è la proprietà della relazione tra l’essere umano e la cosa (i beni, i servizi sono utili); la felicità, invece, è la proprietà della relazione tra persona e persona.

La conseguenza di ciò è che si può essere dei massimizzatori di utilità ( intesa come consumo e dotazione di beni) in solitudine, ma per essere felici bisogna essere almeno in due.”

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