Diritti & Rovesci

10/05/2013

Uncategorized

La logica omicida del profitto

«Non è stata una fatalità. Ma un omicidio. Quei nove sono stati uccisi dalla logica del profitto, che dimentica i lavoratori»: è stato questo il grido di dolore degli operai genovesi durante il funerale dei loro compagni, morti sul lavoro nel porto del capoluogo ligure due giorni fa. O, meglio, morti di lavoro, come è stato denunciato. Tre persone al giorno, ogni santo giorno, muoiono a causa del lavoro. Ma si muore anche per assenza di occupazione e di reddito. Com’è stato per Romeo Dionisi, che si è ucciso a Civitanova Marche lo scorso 5 aprile assieme alla moglie Anna Maria Sopranzi, subito seguiti dal fratello di lei, Giuseppe. «Omicidi di Stato»: così sono state definite queste tre morti dalla folla che ne seguiva le esequie e che ha contestato l’unica autorità che ha avuto il coraggio di presenziare, la neo presidente della Camera, Laura Boldrini. [...]

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15/04/2013

Politica

Ho sognato il nuovo Presidente della Repubblica

È difficile che la scena pubblica italiana di questi tempi possa appassionare più di tanto un giovane (ma pure un meno giovane). Ciò vale per la politica, ma anche per gli altri campi, ad esempio la cultura o l’arte. I cattivi esempi sono all’ordine del giorno, mentre voci e figure autorevoli vanno rintracciate nella memoria più che nell’attualità.

Guardiamo alla politica, che purtroppo tiene banco tutti i santi giorni su tutte le prime pagine, a discapito di problemi più pressanti, come il lavoro o il welfare, ad esempio, o più interessanti come la cultura. Qualche decennio fa, peraltro, quest’ultima trovava posto nella terza pagina dei quotidiani, a sottolinearne, anche pedagogicamente, la centralità e importanza. Progressivamente, i maggiori quotidiani ne hanno poi decretato il tramonto: per prima “la Repubblica” nel 1976, “La Stampa” nel 1989, “Il Corriere della Sera” nel 1992. Ciò anche in ragione di un’altra delle peculiarità negative dell’Italia, che è quella di tendere all’omogeneizzazione dei prodotti informativi. Un po’ come la politica, che a far data dalla fine della Prima Repubblica punta in gran parte al centro, così i giornali si somigliano quanto a impostazione e contenuti.

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07/02/2013

carceri Politica

Napolitano a San Vittore

La visita del Presidente Giorgio Napolitano nel carcere milanese di San Vittore e le parole che ha pronunciato nell’occasione suggeriscono un’immagine di potenza e di impotenza al tempo stesso.

Potente, e coraggiosa, è la considerazione che la drammaticità della condizione carceraria «mette in gioco il prestigio e l’onore dell’Italia», poiché «La mancata attuazione delle regole penitenziarie europee conferma la perdurante incapacità del nostro Stato a realizzare un sistema rispettoso del dettato dell’artico 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena e sul senso di umanità».

Non è tanto la visita di un Capo dello Stato a San Vittore dunque a essere un fatto inedito e importante. Sono queste parole pronunciate dal massimo garante della Carta costituzionale, che denunciano l’illegalità della situazione in cui versano le carceri, a essere gravi e vere. Gravi perché vere. [...]

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05/02/2013

carceri Politica

Lo scandalo delle carceri

Lettera aperta al Presidente Giorgio Napolitano in occasione della sua visita al carcere milanese San Vittore

«Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori».

Queste le parole di Filippo Turati in un Discorso alla Camera dei deputati del 18 marzo 1904.

Oltre un secolo dopo il quadro è il medesimo, reso forse persino più grave da un sovraffollamento che non ha eguali nel passato né in Europa, quanto a rapidità della crescita (negli ultimi vent’anni, infatti, il tasso di detenzione è salito da 53 a 113 detenuti ogni centomila abitanti) e, ancor di più, quanto a inefficacia delle risposte. [...]

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29/01/2013

Movimenti Non profit Politica

Le elezioni e gli appelli del non profit

Il paradosso continua. Nel momento in cui appariva massima la distanza tra politica e realtà sociali, tra partiti e società civile, tra Casta – anzi Caste – e cittadini, tanto da produrre anche un pericoloso sentimento qualunquistico di massa, con relative traduzioni organizzate (Grillo in primis), arriva un’inaspettata e inedita apertura di credito da parte del variegato mondo del non profit.

Con un vero e proprio “esodo” dai suoi vertici in direzione delle liste elettorali (fenomeno che abbiamo già recentemente analizzato). E con pressoché quotidiani appelli a partiti e candidati promossi da network tematici e coordinamenti di gruppi.

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24/01/2013

Movimenti Non profit Politica

Il sociale e le elezioni, nell’epoca del populismo

«Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente», cantavano i Nomadi nel secolo scorso in Dio è morto.

L’intramontabile canzone torna in mente dopo aver guardato le liste delle candidature alle prossime elezioni, dove si profila un esodo senza precedenti dal non profit in direzione degli scranni parlamentari.

Sono almeno una ventina i presidenti o comunque i referenti di associazioni candidati perlopiù nel PD, in SEL e nella Lista Ingroia, l’ennesimo “partito-personale” chissà perché sottotitolato Rivoluzione civile. Difficilmente, infatti, le rivoluzioni sono bene educate, men che meno risultano realizzabili per via elettorale. [...]

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04/01/2013

Politica

Ragion politica e Ragion di Stato

E così i due fucilieri della Marina militare italiana hanno terminato la loro licenza premio e sono tornati alla libertà vigilata in India, in attesa del processo per il duplice omicidio di due pescatori. Li avevano scambiati per pirati, è la loro versione, prontamente sposata in Italia, con ardore patriottico, dal Capo dello Stato in giù. Nessuno ha eccepito che, pescatori o pirati, si trattava di persone disarmate uccise senza motivo. La difesa è peraltro incentrata su un elemento tecnico – la sussistenza o meno della giurisdizione indiana – più che sul fatto in sé, evidentemente giudicato trascurabile: «Abbiamo sparato in acqua – hanno ribadito ieri Girone e Latorre – e in ogni caso eravamo in acque internazionali». Una linea formalistica sostenuta anche dal governo italiano, che fornisce ai due militari l’assistenza giuridica e diplomatica del ministero degli Esteri e della Difesa e il sostegno aperto delle massime autorità istituzionali.

Tanto che i due, all’arrivo per la licenza in Italia 15 giorni fa, sono stati ricevuti con tutti gli onori al Quirinale da Giorgio Napolitano, dopo essere arrivati con un volo di Stato e aver goduto del pagamento di una cospicua cauzione, sempre con fondi dello Stato italiano.

Nulla di nuovo e nulla di strano. Il mestiere dei militari, in fondo, è quello di usare le armi, per difesa, per offesa o per accidente. In questo mestiere, il loro mandante, lo Stato, non può che essere corresponsabile, per non dire complice.

Si chiama Ragion di Stato. La stessa per la quale, da sempre, si convive e talvolta collabora con le organizzazioni criminali mafiose.

Del resto, in Italia, se lo Stato, dai massimi vertici in giù, abbia o meno trattato con la mafia pare non interessare nessuno. In fondo son cose del secolo scorso. Tanto meno interessa agli eredi di quel compromesso storico che oltre 30 anni fa sacrificò ogni tentativo di salvare la vita di Aldo Moro al cinico imperativo della cosiddetta fermezza.

Dopo l’apertura di un’inchiesta a riguardo da parte della Procura di Palermo e la notizia sull’esistenza di intercettazioni telefoniche tra un ex ministro e l’attuale inquilino del Quirinale, l’attenzione è stata interamente spostata sugli elementi giuridici e costituzionali e da lì pare non volersi schiodare, tanto più dopo la sentenza della Consulta che ha sposato le ragioni di Giorgio Napolitano.

Peraltro, l’inchiesta della Procura in ogni caso non potrebbe che partorire un topolino, vale a dire la scoperta che, da che mondo è mondo, opera l’interesse supremo dello Stato che ha il primato su qualsivoglia legge o trasparenza. Di volta in volta, in base alle convenienze politiche di chi occupa lo Stato in quel momento, e in generale del sistema dei partiti e dello statu quo, quella Realpolitik sceglierà di trattare o meno, di cedere o di irrigidirsi di fronte a poteri ed eventi esterni che minaccino, o che si suppone minaccino, o che si finge minaccino, l’interesse supposto dello Stato, o meglio di qualche suo inquilino.

Non che non vi sia in ciò una logica, se non altro quella del Principe di Machiavelli. Tanto che alla Ragion di Stato si affianca naturalmente, e ne dipende, il Segreto di Stato, un robusto e capiente armadio maleodorante, tradizionalmente pieno di scheletri e vergogne. Un segreto opposto alle richieste dei magistrati, ad esempio, nella vicenda del rapimento di Abu Omar sia da parte del Governo Prodi, sia di quello retto da Berlusconi. A dire del carattere bipartisan delle ragioni ultime del potere.

Sarebbe tuttavia ingiusto affermare che l’inchiesta di Palermo non abbia prodotto alcunché. Sia pur in maniera indiretta, infatti, ha consentito al pubblico ministero Antonio Ingroia di formare una lista politica a sé intitolata che concorrerà alle prossime elezioni. Vedremo con quali risultati. Uno lo ha già determinato: il deragliamento di un nascente “quarto polo” che da opzione innovativa, interessante e genuinamente radicale si è trasformato in un ostello per pezzi e pezzetti delle vecchie formazioni politiche, più o meno di sinistra e più o meno decrepite e in particolare delle loro anime giustizialiste.

La Ragion politica, a volte, non è meno cinica e respingente della Ragion di Stato, di cui è stretta parente.

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12/12/2012

Crisi & Finanza

Il capitalismo è la crisi

 

La crisi non è che il modo con cui funziona il capitalismo nell’epoca della globalizzazione, puntualizza il filosofo Giorgio Agamben in un articolo che apre il primo libro della nuova collana editoriale che “Vita” ha realizzato in collaborazione con la casa editrice Feltrinelli.

L’articolo, in origine pubblicato da “la Repubblica” con il titolo Se la feroce religione del denaro divora il futuro, è stato qui rinominato Economia del credere. Non si può ragionare sul futuro senza parlare anche della fede, ammonisce il filosofo. Il termine greco che la rappresenta, pistis, significa anche credito e trova posto sulle insegne delle banche. Nella mitologia Pistis era la personificazione della fiducia e affidabilità. Di più immediata comprensione l’equivalente latino, Fides.

È già chiaro dove va a parare il discorso. In un’epoca che vede smarrita la fiducia nel futuro e la direzione di marcia per arrivarci, tutta la nostra fede è andata a finire altrove, in un’altra sfera: «Quella sfera è il denaro e la banca − la trapeza tes pisteos – è il suo tempio», ci dice Agamben. «E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese», conclude il filosofo.

I mercati sono dunque divenuti tribunali che decidono durata e caratteristiche di governi e di democrazie, mentre le banche sono moderne cattedrali dove nuovi sacerdoti gestiscono e manipolano la fiducia dei governati, pregiudicando altresì il futuro comune.

Il gigantesco gomitolo della finanza avvolge in una camicia di forza il mondo intero, stringendo ciascuno nel ricatto di contribuire a tenere in piedi il castello di carte, avendo fiducia nella sua stabilità e fede nella sua ineluttabilità. Così i cittadini resi sudditi da un potere impalpabile vivono in una sorta di perenne Sindrome di Stoccolma. Così anche la scelta elettorale rischia di indirizzarsi non verso un programma e dei valori che si sentono vicini a sé, ma verso chi si ritiene potrà far abbassare lo spread. Chi, in sostanza, avrà il placet e l’investitura dei nuovi sacerdoti e dei nuovi giudici. Poteri forti in quanto privi di sembianze umane, metafisici e onniscienti. Poteri la cui forza deriva dalla fede che riescono a suscitare e che viene riversata su di essi, proprio com’è per qualsiasi altra religione.

L’Italia, dopo la parentesi montiana imposta da quei poteri, per il tramite del Capo dello Stato, è tornata al medesimo punto. Le lacrime e il sangue (altrui) con il quale i tecnocrati hanno impastato i mattoni del loro tempio sono risultati vani, puro disciplinamento all’obbedienza, esercizio di coazione alla fiducia. Ma anche, e di nuovo, drenaggio di ricchezza dal basso verso l’alto.

Mentre faticosamente e tardivamente si cerca di introdurre la Tobix tax sulle transazioni finanziarie, lo Sceriffo di Nottingham continua a imperversare senza tregua e senza pietà.

Gli effetti ce li racconta la stessa Confindustria, che ieri ha diffuso i dati previsionali.

La disoccupazione crescerà dal 10,6% di quest’anno all’11,8% nel 2013 per arrivare al 12,4% nel 2014. Il 2013 terminerà con un milione e mezzo di unità di lavoro occupate in meno rispetto all’inizio della crisi nel 2007. I consumi delle famiglie sono crollati, con il calo peggiore dal dopoguerra a oggi: cedono il 3,2% quest’anno (il 3,6% pro capite) ma la caduta proseguirà nel 2013 (-1,4%).

Record anche per la pressione fiscale, vicina ai massimi storici: 53,9% al netto del sommerso.

Altre cifre eloquenti sono venute in questi giorni dall’ISTAT e documentano un aggravamento delle povertà (peraltro inferiore al reale, essendo riferito all’anno passato e quindi già superato in peggio). Nel 2011 il 28,4% delle persone residenti in Italia è risultato a rischio di povertà o di esclusione sociale, con un aumento di 2,6 punti percentuali rispetto al 2010 a causa della crescita della quota di persone a rischio di povertà (salite dal 18,2% al 19,6%) e di quelle che soffrono di severa deprivazione (passate dal 6,9% all’11,1%).

A fianco e dentro queste cifre cresce la solitudine dei lavoratori, per citare il titolo del recente libro del sindacalista Giorgio Airaudo (Einaudi editore), costretti a una resistenza impotente o a cedere diritti e dignità subornati dalle sirene della nuova truffaldina religione.

Se il capitalismo è crisi, con il corollario indissolubile di violenza che essa reca con sé, per fuoriuscirne e ridurne le tragiche conseguenze occorre un nuovo compromesso tra capitale e lavoro simile a quello susseguente alla Seconda guerra mondiale, a sua volta esito lungo della crisi del 1929.

Perché ciò diventi possibile bisogna però buttare fuori un po’ di mercanti dai vecchi templi e sbugiardare i sacerdoti di quelli nuovi.

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12/11/2012

sciopero

Prove tecniche di movimento

Mercoledì 14 novembre uno sciopero transnazionale porterà la protesta per le strade di tutti i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. Mentre è ancora fresca nella memoria la Primavera araba che ha scosso la sponda sud del mediterraneo, ribaltando satrapie e dittature, ora è la sponda nord che contesta le politiche messe in atto dalle tecnocrazie e dalla Troika (FMI, UE, BCE), che hanno soppiantato e reso inerti i parlamenti nazionali eletti dai cittadini, falcidiando i sistemi di welfare e imponendo sacrifici unilaterali.

In qualche modo, dunque, anche quella del 14 novembre è una protesta per una nuova e vera democrazia.

A differenza di quanto è successo in Tunisia o Egitto, la risposta alle mobilitazioni sindacali e popolari in Europa non saranno i fucili, ma più probabilmente il muro di gomma dei manganelli della polizia e dell’indifferenza dei poteri reali nei confronti della domanda di diritti e di equità dei lavoratori e dei ceti medi che stanno pagando per intero i costi economici e sociali di una crisi provocata dalla finanza globale. Un conto ingiusto e salatissimo.

Sulle stesse lunghezze d’onda l’iniziativa “Firenze 10+10”, che si è tenuta nel capoluogo toscano dall’8 all’11 novembre e che ha visto migliaia di persone provenienti da numerosi paesi tentare di ritrovare il bandolo della matassa dei Social Forum e di rivitalizzare un movimento altermondialista che, paradossalmente, è al punto più basso della sua forza e vitalità proprio nel momento in cui la storia e le vicende della crisi dimostrano la fondatezza delle sue analisi, portate avanti dal “movimento dei movimenti” nello scorso decennio.

Un primo risultato del meeting fiorentino è la nascita dell’European Progressive Economists Network, un network di economisti promosso da diverse e significative esperienze: Another Road for Europe, con la Campagna Sbilanciamoci! per l’Italia, i francesi di Euromemorandum e Economistes Atterrés e che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Econosphères dal Belgio, Econonuestra dalla Spagna, di Transnational Institute, Critical Political Economy Network e Transform!.

In buona sostanza, un’importante “rete di reti” che in un primo documento propone un drastico rovesciamento di prospettive, mettendo in discussione il fiscal compact, per «difendere la spesa pubblica, il welfare e i redditi» e consentire all’Europa «di assumere un ruolo più forte nello stimolare la domanda, promuovendo il pieno impiego e avviando un nuovo modello di sviluppo equo e sostenibile». Nell’immediato, occorre pensare e imporre «una redistribuzione che riduca le diseguaglianze, e andare verso l’armonizzazione dei regimi di tassazione, mettendo fine alla competizione fiscale, con uno spostamento dell’imposizione dal lavoro verso i profitti e la ricchezza».

Per gli economisti “sgomenti” e critici, «le politiche europee dovrebbero favorire i servizi pubblici e la protezione sociale», mentre vanno difese l’occupazione e la contrattazione collettiva poiché «i diritti del lavoro sono un elemento chiave dei diritti democratici in Europa».

Le altre proposte vanno dall’attribuire alla Banca Centrale Europea una funzione di prestatore di ultima istanza per i titoli di stato all’istituzione di un audit pubblico per la valutazione del debito, dalla tassazione delle transazioni finanziarie al controllo sul movimento dei capitali. Più in generale, si pensa a una radicale conversione ecologica per favorire nuovi modi di produrre e di consumare, a un programma di investimenti per promuovere occupazione di qualità, tutela dei beni comuni, sviluppo sostenibile.

Last but not least il richiamo alla profonda riforma dell’Unione Europea per sostenere la partecipazione dei cittadini, un rafforzamento del ruolo del parlamento e del controllo democratico sulle decisioni fondamentali.

Per gli estensori del documento, la strada maestra e la necessità è quella di «un’alleanza tra società civile, sindacati, movimenti e forze politiche progressiste», la cui finalità è di «portare l’Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia».

Questioni di economia, di ecologia, di società, di welfare, di stili di vita, dunque. Ma, prima e assieme, questioni di vita e di morte.

Degli effetti mortiferi e devastanti della crisi e delle ricette avvelenate della Troika abbiamo già accennato: in Grecia (Il mercato che uccide), in Italia (Primavere arabe e autunni italiani, Il crimine e il suo profitto).

In un recente reportage dalla Spagna, Adriano Sofri ci ha raccontato il dramma delle 350.000 famiglie già buttate fuori dalle proprie case, mentre altre centinaia di migliaia saranno sfrattate nel prossimo futuro a causa dell’insolvenza sui mutui e dell’indebitamento con le banche. Folle intere di donne, uomini, anziani e bambini buttati sul lastrico affinché il castello di carte impazzito della finanza e dei profitti miliardari possa essere ricostruito e continuare come nulla fosse, dirottando la rovina sui paesi più deboli e sulle persone più fragili. «Abbiamo imparato che i poveri vanno in rovina mentre gli Stati o le banche fanno default», commenta amaro Sofri (cfr. “Così abbiamo perso la casa” spagnoli sempre più disperati e il suicidio diventa epidemia).

Si stima che negli USA la bolla immobiliare abbia provocato la perdita di undici milioni di case, confiscate dalle banche creditrici e poi svendute agli speculatori o lasciate andare in malora, creando città fantasma e famiglie distrutte.

E lasciando dietro di sé uno stuolo immane di cadaveri.

È stato calcolato che i suicidi dovuti alla crisi negli Stati Uniti dal 2008 al 2010 sono stati 4.750, un numero superiore alle vittime dell’11 settembre. Il tasso dei suicidi negli Stati Uniti è aumentato nel triennio 2008-2010 a una velocità quattro volte maggiore rispetto agli anni precedenti la recessione, secondo la recente ricerca pubblicata dall’autorevole “The Lancet” (cfr, The Lancet)

Di tutto ciò sui media mainstream (e non solo) non vi è traccia. Spazio e attenzioni sono dedicati per intero all’ultima polemica tra Renzi e Bersani, alla più recente invettiva di Grillo, all’ennesima furbata di Di Pietro, all’estremo cerchiobottismo di Casini, al prosieguo della telenovela delle primarie (vere o finte, civiche o politiche) del PD in Lombardia, dove si è infine scoperto poter esistere un candidato più candidato degli altri, come nella Fattoria degli animali di George Orwell, che non abbisogna di assoggettarsi al rito democratico.

Non c’è tempo e non c’è inchiostro per riferire dell’oppressione e ingiustizia che vive il 99% dell’umanità, per raccontare che dal basso della società, stanno nascendo movimenti che non accettano questo stato di cose e che fanno proposte concrete di cambiamento, tese a una maggior giustizia sociale, alla conversione ecologica dell’economia e alla riduzione delle esplosive diseguaglianze create da due decenni di ultraliberismo e di turbocapitalismo.

Pare proprio di assistere all’eterna e drammatica favola di un sistema (e dei suoi custodi, sacerdoti e gazzettieri) alacremente impegnato a segare il ramo su cui è seduta l’umanità intera.

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06/11/2012

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Il mercato che uccide

Ferisce più la lingua della spada, dice un antico e discutibile motto. Oggi si potrebbe ammodernarlo così: ne uccide più il mercato delle bombe. Se poi, come spesso accade, il mercato assume e governa anche la variante della guerra tradizionale, il risultato è, per così dire, ottimale, moltiplicando esponenzialmente l’entità e la frequenza della strage.

I dati dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità nel 2006 arrivarono a stabilire che in Russia, a seguito delle profonde trasformazioni intervenute dopo il 1989, la mortalità generale risultava cresciuta del 4%, mentre la speranza di vita era scesa di sei anni, così che le aspettative di vita di un cittadino russo alla nascita erano meno di 60 anni, all’incirca le stesse del Bangladesh.
Ancora più evidenti e drammatici i dati di varie agenzie delle Nazioni Unite ripresi dall’autorevole rivista scientifica “The Lancet” nel 2009: secondo l’UNICEF nell’impetuosa transizione dell’Unione Sovietica all’economia di mercato sarebbero stati oltre tre milioni le morti premature, mentre l’United Nations Development Programme valuta in oltre 10 milioni il numero delle vittime a causa del cambiamento di regime (cfr. http://www.saluteinternazionale.info).
Oggi nell’occhio del ciclone, vale a dire sotto i colpi omicidi degli impalpabili e irresponsabili mercati, si trova in particolare la Grecia. È di nuovo il Lancet a fornire dei primi dati, parziali e già superati ma sufficientemente eloquenti, sulla devastazione sociale: gli ospedali pubblici hanno avuto tagli del 40%, mentre sono aumentate le richieste di ricovero (+24% nel 2010 e +8% nella prima metà del 2011) data l’impossibilità di molti greci di accedere e sostenere i costi in strutture private (-25-30%). In aumento anche il numero di quanti non possono sostenere ticket sanitari per altro bassi, in media di 5 euro, per la degenza. Sono aumentate le sieroconversioni da HIV (+52% nel 2010) e l’uso di eroina (+20% nel 2009), in presenza di tagli del 30% nei servizi tossicodipendenze. In forte crescita anche i disagi psichici e i suicidi: questi ultimi sono saliti del 17% tra il 2007 e il 2009 e del 25% tra il 2009 e il 2010; nella prima metà del 2011 sono stati addirittura il 40% in più rispetto allo stesso periodo del 2010 (cfr. Kentikelenis Alexander, Marina Karanikolos, Tuckler David, Irene Papanicolas, Sanyai Basuce, McKee Martin, Health effects of financial crisis: omens of a Greek tragedy, “The Lancet”, 10 ottobre 2011).
Un quadro tragico, sicuramente peggiorato nel periodo successivo alla ricerca del Lancet, dato l’approfondirsi della crisi e l’impoverimento generalizzato della popolazione ellenica.
È notizia di oggi che il gruppo farmaceutico Merck (uno dei più grandi e potenti, con oltre 40 mila dipendenti sparsi in 67 Paesi e ricavi in crescita per 2,8 miliardi di euro nel primo semestre del 2012, l’11,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2011) ha deciso di interrompere le forniture di un importante farmaco anti-tumorale agli ospedali greci, data la loro situazione debitoria. Tutto ciò alla vigilia di nuovi tagli per 13,5 miliardi di euro in votazione al Parlamento greco e in una situazione di conflittualità sociale ormai quotidiana e senza sbocco.
Il mercato dunque uccide. Le decisioni della Trojka sono apparentemente asettiche ma producono, più o meno indirettamente, morte e sofferenza su scala industriale.
I mercati sono da tempo divenuti un insindacabile tribunale metafisico, senza volto e senza responsabilità, che dispensa sentenze di morte. E quando la pena non è quella capitale, diventa quella dell’esproprio.
Racconta Marco Revelli nel suo ultimo libro (I demoni del potere, Laterza editore, 2012) che un rampollo della famiglia reale del Qatar, Ahmad Mohamed al-Sayed, avrebbe comprato Oxia, una delle più belle isole dell’arcipelago delle Echinadi, vicina a Itaca. L’isola è vasta 500 ettari, quanto metà della nostra Capri, ed è stata svenduta alla misera somma di cinque milioni di euro. Quanto una palazzina di periferia.
Negli stessi giorni le cronache riferiscono che la competizione nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è costata complessivamente, secondo la CNN, sei miliardi di dollari raccolti dai due candidati e dai loro sostenitori. Donazioni, le chiamano, ma sarebbe più esatto definirle investimenti. Ad alto tasso di rendita. Non per caso uno dei donatori più attivi e interessati (e bipartisan) è la National Rifle Association, la lobby dei fabbricanti di armi.
Eppure Mitt Romney negli USA ha incentrato la propria campagna sull’assunto che occorre tagliare tasse (per i ricchi) e spesa sociale (per poveri e ceti medi). Un leitmotiv che in Europa si è fatto da tempo assillante. E soprattutto praticato. Il modello sociale europeo è ormai un ricordo: come spesso succede, prima di poter essere liquidato a colpi di spending review, è stato mistificato e denigrato (mascariato, dicono in Sicilia, dove questa pratica è antica e collaudata), sino a rendere senso comune che il welfare è un lusso, quando invece è, prima ancora che un diritto, un investimento.
«Non credo affatto che il modello sociale europeo sia superato. Al contrario, penso che nelle sue versioni più riuscite sia tuttora inadeguato. È il migliore di gran lunga. E non solo in base a criteri etici, o valori politici, ma anche per la sua efficienza economica». Così scrive, argomenta e documenta Federico Rampini nel suo ultimo libro dall’espressivo titolo: «Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale». Falso! (Laterza, 2012).
Per disarmare i mercati assassini, insomma, bisogna prima di tutto contrastarne le menzogne.

PS: Abbiamo “rubato” il titolo di questo articolo al quotidiano “L’Osservatore Romano” del 29 agosto 2012. A proposito di restituire verità e coraggio alle parole.

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