14 giu

Anche in America ai tempi di Reagan, agli albori della rivoluzione neoliberista ora arrivata al termine in un generale senso di frustrazione,  si scatenò una campagna di discredito verso il “lavoro pubblico”.
Essa è stata riproposta (con la complicità di chi avrebbe dovuto avere a cuore il lavoro pubblico non meno che la sua serietà,  onestà ed efficienza) anche in Italia dal Ministro Brunetta, con iniziative, oltre che polemiche, che  egli non ha paura di definire “rivoluzionarie”. Una valutazione di alcune di tali proposte , ora norme di legge, non poteva mancare nel mio schiocchezzaio neo-liberista. Infatti esse sono accecate da un tale furore ideologico falso-meritocratico, da far sì che cadano in errori davvero meritevoli di inclusione in uno “sciocchezzaio”.
Ne ho scritto sul giornale elettronico  “Nel merito”, e riporto qui sotto l’articolo per i lettori del blog. Buona lettura.

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13 giu

Qualche settimana addietro ho promesso una riflessione un po’ più organica sul tema della connessione tra CSR e crisi economico finanziaria. Mi è capitato poi di svolgerla per una giornata di studio indetta dal sindacato che, secondo il ministro mio omonimo,  sarebbe quello dei “cattivi”, “dogmatici” e “chiusi” alle innovazioni delle relazioni industriali: a me è parso che si trattasse di persone ragionevoli,  preoccupate per i destino dei lavoratori che fanno le spese della crisi economica,  e interessate ad aprire percorsi nuovi,  anche rispetto ai linguaggi tradizionali del sindacalismo. Discorsi e prospettive nuove rese necessarie proprio dalla crisi in corso.  Certo,  nella continuità di ciò che rende conto della loro storia : il “senso di giustizia ” e la lotta alle disuguaglianze ingiustificabili. Comunque,  quello che segue “è quanto”.

Ah, per i lettori di blog: si tratta di una comunicazione a un convegno , risente del tono “parlato” e quindi è un po’ meno densa di un “trattato” , tuttavia è “lunga e articolata”, e poco scoppiettante , forse un po’ “pallosa” . E i lettori possono scaricarla in PDF direttamente da questo link.

Come dicevo però ora è anche il tempo delle riflessioni un po’ di fondo, che lascino da parte la polemica immediata. D’altra parte  per chi ama la polemica ne ho in serbo un po’ per il prossimo articolo del blog…

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4 mag

Questo blog è stato silente per più di qualche settimana. La ragione è che oggi parlare di CSR  – almeno per me – è impossibile senza argomentare a partire dalla crisi economica internazionale. La connessione tra i due fenomeni  è in un certo senso evidente. Ma i fili del ragionamento che portano dall’una all’altra, in termini non solo di denuncia ma di proposta, sono abbastanza sottili.

Molti, se non tutti – non certo i protagonisti dello sciocchezzaio  neoliberista – ora vedono che il modello di governo di impresa socialmente irresponsabile, basato sul dominio assoluto, sopra ogni altro criterio, della massimizzazione del c.d. “shareholder value”, e dell’idea che sul mercato finanziario le imprese debbano essere comprate e vendute come  mere “commodities” , con lo scopo di generare reddito a breve per i detentori delle azioni, è un nuovo caso di “fallimenti del mercato”. Esso tecnicamente  è socialmente irresponsabile poiché ritiene che l’unica responsabilità  nella conduzione di impresa sia massimizzare quell’unica grandezza, e ad essa addirittura lega strettamente l’incentivo egoistico dei manager (con le stock option). Ottenendo così che essi non si debbano affatto preoccupare di agire come  “fiduciari” di interessi altrui, cui “devono rispondere”, ma possano solo perseguire il loro interesse privato, allineato con quello degli shareholder grazie a schemi di remunerazione incentivanti. Tuttavia quel modello non mantiene la sua promessa di assicurare una gestione economicamente efficiente, funzionale alla creazione di valore,  e capace di disciplinare le condotte di coloro che stanno a capo delle  imprese stesse.

Molti ora riconoscono che il movimento della responsabilità  sociale, che ha attraversato quelle stesse imprese, senza riuscire tuttavia a influenzarne in modo determinante i criteri di conduzione  ai piani alti della governance, esprimeva in realtà la necessità di andare al di là delle ristrettezze di quel modello.

Questo per altro era già ovvio per chi condivideva  l’idea che l’impresa socialmente responsabile non consistesse nel fare  un po’ carità e beneficienza (magari “con i soldi degli altri” – come ripetevano fino a tre anni fa i suoi detrattori neoliberisti sull’economist). Bensì che la  CSr fosse un modello  di governance  e gestione strategica volto a creare valore per tutti gli stakeholder e distribuirlo equamente (tra di loro) nei limiti in cui può farlo un’impresa (che non può ovviamente intervenire sulla correzione in senso equitativo delle dotazioni iniziali – cui deve pensare lo Stato con lo strumento fiscale) .

Lo shareholder value – il dogma ideologico dietro la quale si sono mascherate le cecità e l’avidità che hanno portato al disastro dei mercati finanziari di cui  stentiamo a vedere la fine -  viene così demistificato a ricondotto più ragionevolmente alla remunerazione di uno stakeholder tra gli altri (benché essenziale). Viene incluso come una dimensione, benchè importante,  entro un concetto più ampio (lo stakeholder value). E quest’ultimo risulta dettato dal senso di equilibrio, dall’imparzialità tra i diversi interessi e diritti in gioco (il che in materia finanziaria detta anche criteri di cautela e di prudenza).

I teorici della semplificazione a tutti i costi finalmente tacciono. Certo era più facile perseguire uno scopo solo (il valore di mercato delle azioni nel breve periodo), sperando che esso li riassumesse tutti in sè , e concentrando su questo unico target la potenza di fuoco di tutti gli incentivi. Ma se la realtà è più complessa, se il mercato finanziario non è in grado di esprimere e prezzare correttamente tutti gli interessi e i valori economicamente rilevanti; se gli azionisti di controllo, per massimizzare il valore delle loro quote, possono sacrificare il valore dell’impresa nel futuro (successivo alla loro uscita) e così  il benessere di tutti quegli stakeholder che non possono fuggire così facilmente, poichè i loro interessi sono più idiosincratici e meno liquidabili;  se gli incentivi dei manager si rivelano potenti spinte a generare effetti assai diversi da quelli ipotizzati,  poiché possono essere manipolati e orientati alla semplice soddisfazione dell’interesse personale, se questo è vero allora il risveglio dal sonno dogmatico può essere assai duro.

Mentre però l’evidenza della prima proposizione, quella sulla fine del dogma,  è lampante, la seconda proposizione, quella sulla CSR come modello alternativo di governo e di gestione strategica, richiede un argomento più analitico e profondo, che poco si attaglia alla comunicazione rapida e immediata di un blog (molti dei miei lettori a questo punto hanno forse già raggiunto il limite massimo di disponibilità di tempo).

Inoltre quell’argomento richiederebbe anche una certo lavoro di demistificazione del cattivo servizio che hanno reso al “movimento per la CSR” (sia che i suoi protagonisti siano associazioni di consumatori responsabili, attivisti dei diritti umani o NGO, oppure imprenditori e manager saggi,  consapevoli e avveduti)  quei consulenti che hanno cercato di vendere il business case for CSR, cioè il  vano messaggio che la CSR sarebbe stato il modo migliore “per fare soldi”.

No, ragazzi, per quella strada non c’è modo di farcela. Capisco l’intenzione: convincere l’AD che un po’ di sustainability e qualche attenzione ai diritti dei lavoratori negli impianti  delocalizzati in paesi emergenti possa essere un “affare”.

Effettivamente è vero che la CSR è un modello economicamente perfettamente sostenibile in equilibrio, capace di creare ricchezza e distribuirla tra gli stakeholder rilevanti, remunerando ragionevolmente il capitale e gli altri input investiti, al contempo senza  generare effetti negativi sulla società circostante e l’ambiente. La chiave di volta per ottenere questi benefici sono la buona reputazione e la fiducia – che dipendono dalla CSR – e che permettono di effettuare e mandare a buon fine molteplici investimenti – finaziari, di capitale umano, in tecnologie dedicate, in “capitale sociale” (fedeltà dei consumatori, fiducia e buon vicinato delle comunità locali ecc.)  minimizzando così i “costi di transazione”.

Ma se il problema è competere con gli incentivi  privati a brevissimo termine del turbo-capitalismo, offrire prede per operatori finanziari in cerca di rapide performance, e gonfiare i bonus manageriali, allora non c’è gara. Per accettare un modello di  CSR occorre che la ricerca dell’arricchimento privato di ciascuna delle parti coinvolte sia moderata dalla lungimiranza, dalla cautela e soprattutto dal senso di equità e dell’attaccamento a istituzioni eque (come le imprese socialmente responsabili) da cui dipende per lungo tempo il nostro reciproco benessere. E’ inutile cercare di “inserirsi” nel modello, meglio contestarlo e presentare con coraggio l’alternativa.

Quello che per altro la crisi insegna è che il modello socialmente irresponsabile  porta a periodiche, talvolta gravissime, distruzioni di valore, non solo per i detentori del capitale, ma anche per l’economia e la società in generale. E soprattutto che per uscire da queste crisi occorre  fare appello a risorse morali e di responsabilità sociale che quel modello invece semplicemente “consuma” e rende sempre più scarse.

A costo di sfidare le leggi della comunicazione rapida che si addice al blog, proporrò in un’altra occasione  le analisi e le proposte che sostanziano la seconda proposizione , cioè non tanto la critica, ma la proposta.

Nel frattempo però si sono accumulati una serie  di fatti (“notizie dalla crisi”) che si prestano ad esemplificare bene gli argomenti principali. Li cito per tornarci sopra a breve

a) la vicenda Madoff, non solo per il suo contenuto tecnico-giudiziario, ma per il significato emotivo che ha assunto per tanti americani, alla  ricerca della responsabile morale  per la crisi della finanza; e al contempo per l’insegnamento che ne possiamo trarre sulla “razionalità” dei mercati finanziari e sulla aspettative  razionali degli investitori.

b) Lo scandalo dei bonus dei manager di assicurazioni e banche salvate con denari pubblici, e l’indignazione pubblica che ne è seguita;  che mentre mette in luce un altro bersaglio – forse mal posto-  per la ricerca di colpevoli della crisi, tuttavia richiama l’attenzione su un meccanismo che può essere effettivamente identificato come una causa,  e come la spia dell’impossibilità di prescindere dalla responsabilità  morale nella gestione delle imprese.

c)       La vicenda recentissima del salvataggio Chrysler pilotato dal governo Obama, con  l’entrata della FIAT nel capitale e del suo management alla testa della nuova società; ma soprattutto con l’emergere  di un struttura di proprietà e di governance che per la prima volta in USA coinvolge direttamente i sindacati, sia pure attraverso il canale  improprio dei fondi pensione; un modello di governo che, posta l’insoddisfazione degli investitori finanziari precedenti  (piuttosto scontenti risultano gli edge funds,  che hanno infatti costretto l’azienda alla procedura di fallimento pilotata), è inevitabile chiamare multi-stakeholder (cioè in linea di principio responsabile verso diversi stakeholder)

C’è molto da apprendere da questi fatti, sia in merito al fallimento del modello del capitalismo irresponsabile verso gli stakeholder,  sia a proposito della CSR  come forma di governo che corrisponde alla “natura” dell’impresa. Cioè che emerge quando si va alle  ragioni  “fondamentali”,  alle scelte che investono la “vita o la morte” dell’impresa come organizzazione ed istituzione economica. Chi è interessato (oltre a dire la sua), rilegga a breve il  blog.

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8 feb

Csr etica pubblica

Kramer Vs Kramer

Questo intervento ha a che fare per metà con la CSR , l’oggetto della rubrica, e per metà con un tema ancora più importante: la Costituzione. Ovvero  il rispetto di quell’insieme di principi e di norme che consente alla società di stare assieme, e senza il quale nemmeno la responsabilità sociale di impresa avrebbe ancoraggio saldo.

Infatti alla luce di che cosa dovremmo giudicare la “responsabilità sociale delle imprese”, se non dal fatto che gli interessi privati vengano perseguiti almeno nel rispetto dei principi generali e astratti, forse vaghi  ma comuni che, al di là delle norme di legge di dettaglio e concrete, permettono la  coesione basilare di una collettività sociale e politica, cioè la sua Costituzione? Essa – la Costituzione -  contiene le fondamentali obbligazioni che per ogni soggetto istituzionale nascono dal patto sociale,  e che costituiscono il minimo comune denominatore di etica condivisa in una società. Insomma,esprime  il contratto sociale di cui l’impresa è parte, e da cui discende il contratto sociale in piccola scala  tra un’ istituzione speciale, l’impresa, e la società che la circonda (con i suoi componenti: i famosi stakeholder, per quel tanto o poco che essa li influenza e ne viene influenzata).

In effetti quindi l’oggetto del mio intervento è di interesse generale, ma la motivazione è per “fatto personale”.  Il  lettore spero potrà apprezzare questa peculiarità.

L’omonimo Ministro Sacconi, si sta contraddistinguendo per essere il ministro addetto alla “spaccatura del paese”. Nella vicenda Alitalia – una vicenda che si è conclusa in modo “socialmente irresponsabile”, con l’aumento dei costi o dei disagi per tutti gli stakeholder di Alitalia (azionisti, clienti, dipendenti, indotto, fornitori, comunità locali, contribuenti) rispetto alla soluzione prospettata da Air France nel marzo scorso, tranne che per un beneficio probabile per un gruppo di imprenditori, un  beneficio sicuro per Air France ed uno assai incerto  per il governo – il Ministro omonimo ha operato con l’obbiettivo prevalente di determinare una spaccatura nel fronte sindacale, in modo da escludere il maggior sindacato confederale. Frattura poi rientrata, grazie al più saggio intervento di altri politici di governo e opposizione, e per la gestione da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Poche settimane dopo, gestendo per il governo come Ministro del Lavoro  la mediazione sul nuovo modello contrattuale, egli ha operato perchè l’accordo contenesse elementi tali da rendere impossibile la convergenza di tutte le forze sindacali. Mentre il principio di una redistribuzione dei pesi tra contrattazione centrale e contrattazione decentrata (a favore di questa ultima) poteva essere accettato da tutti (ed è massimamente coerente con l’idea di una governance  multi-stakeholder, che prevede l’equa soluzione dei conflitti in base alla possibilità di cooperazione in ciascuna impresa), nell’accordo sono stati inseriti tanti e tali elementi di ambiguità da motivare l’arroccamento della CGIL.

Per elencare:

1) l’incertezza sul soggetto che dovrà valutare e certificare la quantità di inflazione recuperabile.

2) La dubbia  esclusione della componente energetica dal recupero dell’inflazione.

3) La derogabilità verso il basso dal contratto nazionale per qualsiasi ragione e in ogni forma, incluse motivazioni come lo “sviluppo economico e occupazionale” – considerazioni di politica economica che dovrebbero essere rappresentate nel contratto nazionale, come anche l’esistenza di strutturali differenze nelle condizioni macro-economiche tra macroaree del paese – anziché solo per crisi locali impreviste (il che compromette  il ruolo del contratto nazionale come “massimo dei minimi” valido per tutti i lavoratori di un dato comparto e categoria, rispetto al quale ha significato la contrattazione decentrata come via per il recupero di un differenziale positivo mediante la partecipazione ai sovrappiù generati  in ottica di efficienza e aumento della produttività congiunta dei fattori su base di singola impresa o distretto).

4) Il  pericolo che la defiscalizzatone della parte variabile del salario finisca con l’introdurre distorsioni ulteriori a danno della parte base, quella che rinvia a condizioni economiche cui tutti hanno diritto, cioè spingendo semplicemente a sostituire il salario base col premio o il salario variabile solo per poter usufruire dei vantaggi fiscali.

5) L’assenza di ogni serio meccanismo che spinga ad aprire la contrattazione aziendale nella miriade di piccole imprese (il che sarebbe possibile forse solo come contrattazione territoriale).

Insomma tanti trabocchetti,  inseriti forse con il solo obbiettivo di rendere l’accordo sulle regole un “non accordo”: che senso hanno infatti regole per la contrattazione che non siano accettate dai maggiori contraenti? Per la CSR, che ovviamente richiede un modello di soluzione equa dei conflitti distributivi sulla base della potenziale cooperazione tra stakeholder di ciascuna impresa, è un’occasione persa.

Da ultimo, e questo è il caso più  grave,  egli ha operato attivamente in questi giorni nelle vesti di Ministro della Sanità, per coadiuvare il Presidente del Consiglio a compiere un vero attentato alla Costituzione italiana. Cioè emettere un decreto legge patentemente incostituzionale, che il Presidente della Repubblica non poteva che respingere. Per ragioni generali di equilibrio dei poteri: non è ammissibile rendere inefficace  per via di decreto una sentenza passata in giudicato e la cui validità è stata  confermata dalla  Corte di Cassazione.

Si potrà  legittimamente dissentire sui contenuti della  prossima  legge sul testamento biologico, ma questo non dovrebbe portare a violare la Costituzione. L’ omonimo si difende oggi sostenendo che egli è mosso dal primato “diritto sostanziale” contro i formalismi del “diritto formale” (vedi il Corriere della Sera) . I formalismi sarebbero la Costituzione . Cosa sarebbe il  diritto sostanziale? La risposta è: le Sue convinzioni politiche e religiose (sic!), punto.

Qualsiasi  filosofo del diritto potrebbe ricordare all’omonimo Ministro (specie se egli è stato socialista, dovrebbe ricordare l’insegnamento di Norberto Bobbio) che l’etica pubblica – cioè l’aspetto “sostanziale” che sta alla base di ogni Costituzione, non può che esser costituita dall’accordo (il patto sociale, le convezioni …) che risulta dall’aver rintracciato i valori accettati da tutta una comunità politica o collettività, e che permette a questa di vivere assieme e in pace.

Che siano religiose o no le giustificazioni che se ne danno, l’aspetto  “sostanziale” sono i diritti che noi ci riconosciamo reciprocamente in quanto persone ugualmente degne di considerazione e rispetto. Noi tutti, i cittadini,  senza eccezione:  cristiani (cattolici o protestanti), ebrei o mussulmani, induisti o buddisti, credenti, atei o agnostici.

A guidarci nel raggiungere l’accordo c’è la “ragione pubblica”. Alcuni diranno che le loro ragioni derivano dalla rivelazione divina (chiamata da loro “legge di natura”). Agli altri importerà però solo che i credenti di ogni confessione portino  argomenti capaci di ottenere il consenso non solo di loro stessi (la rivelazione che le “leggi di natura” seguano le sacre scritture), ma di tutti.

Altri ancora diranno che il test della razionalità è che ogni atto pubblico renda grande quanto possibile la somma di felicità e piccola quanto è possibile la somma di infelicità. Altri potrebbero aggiungere che conta l’uguale distribuzione della felicità. Oppure che le capacità umane di tutti siano fatte fiorire.

L’elemento minimo comune è dato dal “metodo” (formale?) dell’etica pubblica. Ce lo ricorda il vecchio filosofo di Koninsberg (Kant): ragione pubblica è semplicemente il requisito razionale (formale) che ci consente di accordarci con altri in quanto ci impegnano reciprocamente a ragionare imparzialmente e simmetricamente. Essa impone di usare soltanto ragioni che valgano indipendentemente da una particolare identità personale, culturale o di interesse. Di assumere un punto di vista  impersonale, imparziale e neutrale rispetto a casi, identità e interessi particolari, incluse particolari concezioni del bene. Il che non significa trascurarle, ma seguire un metodo che trovi il loro spazio più ampio possibile di intersezione reciprocamente accettabile.  Non è quindi solo vuoto formalismo. Al contrario possiede il “caldissimo contenuto” del rispetto di ogni persona partecipante al dialogo, in quanto degna di uguale considerazione e rispetto.

L’imperativo categorico è che le regole, cui soggiaciamo in ogni unione sociale, debbano poter essere riconosciute da noi tutti (le persone) come quelle leggi che ci saremmo dati autonomamente in quanto legislatori.

Ne deriva un minimale ma essenziale valore: l’uguale libertà di ciascun contraente il patto. Così la “sostanza” è frutto del dialogo pubblico, senza imposizioni. In particolare senza che una particolare concezione del “bene” (per  quanto nobile) possa prevaricare le ragioni della “giustizia”. Insomma, nessuno sarà violentato.

Sulla questione sollevata dal caso di Eluana Englaro allo stato non c’è accordo.

Di certo però il “diritto sostanziale” come etica pubblica condivisa non si identifica con la “religione” di una parte, che voglia vietare  alle altre la possibilità di considerare lo stato vegetativo permanete come una condizione tale da rendere (per loro) non degna di essere vissuta la (loro) vita, e quindi di rifiutare le cure. Specie se la Costituzione già  ammette la libertà di rifiutare le cure (e in futuro di farlo mediante un testamento biologico).

Ecco perché in una materia in cui il Parlamento dovrebbe deliberare cercando di trovare un consenso basato sul dialogo razionale, e almeno minimizzare il dissenso derivante dalla sopraffazione di particolari concezioni del bene su altre, è MORALMENTE inaccettabile un intervento d’urgenza per imporre il “punto di vista sostanziale” di una parte contro il diritto formale che riflette i valori comuni di tutti: una sentenza passata in giudicato, secondo procedure valide per tutti  e da tutti accettate (in quanto conformi ai principi della Costituzione).

Perché una parte del patto sociale è che certi problemi vengano risolti mediante certe procedure deliberative, da tutti accettate, ad esempio le sentenze dei tribunali. Cosa accadrebbe al patto sociale se, secondo le momentanee maggioranze, ciascun Governo potesse decidere di sovvertire discrezionalmente le sentenze che non gli aggradano?

Questa idea assai rozza di “diritto sostanziale” (cioè la volontà di imporre per via discrezionale la concezione del bene di una sola parte) porta in realtà il Ministro omonimo assai vicino a una visione “stalinista” della democrazia: la famosa “democrazia popolare sostanziale” che sarebbe andata oltre i limiti della “democrazia borghese formale”.

La verità, è che in tutti questi atti vi è una certa coerenza, che non c’entra nulla con i valori dei Cattolici.  Perseguire  un potere discrezionale assoluto del governo, con tanti saluti per il sistema di  checks and balances, e il sistema dei vincoli grazie  ai quali (siano essi giuridici o derivanti dallo sviluppo ordinato e legittimo del confronto sociale) il potere di governo viene limitato, sottoposto al primato della legge, e non si trasforma in “dittatura della maggioranza”.

Nel frattempo l’omonimo continua a operare (anche in queste ore, ostacolando  con capziosi mezzi amministrativi l’esecuzione di una sentenza, che è giuridicamente sovraordinata all’autorità amministrativa di un Ministro)  secondo lo stesso intendimento:  dividere, spaccare il paese, faziosamente.

Ed ecco allora la mia conclusione, minimale e del tutto personale: caro Ministro Maurizio si fermi, oppure, se davvero ritiene che le idiosincrasie personali possano passare sopra alla legge, dia ascolto alla mia idiosincrasia…… almeno pro-tempore lasci stare questo cognome.

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14 gen

Csr

Sciocchezzaio neo-liberista

Buongiorno. Questo blog si occuperà nei prossimi mesi di due temi: a) l’economia, vista con gli occhi dell’etica (razionale, non teologica) ; b) la responsabilità sociale di impresa.

Di tanto in tanto un certo spazio sarà dato allo “sciocchezzaio neo-liberista”,  con il quale oggi cominciamo. Gli autori preferiti a tale proposito sono – non me ne vogliano – due ottimi economisti italiani, Francesco Giavazzi e  Alberto Alesina (il primo tra i migliori della Bocconi, il secondo – che conosco dai tempi del liceo –  addirittura ha avuto successo nella mitica Harvard) che assieme sono autori di due pamphlet Il liberismo è di sinistra (2007) e La crisi (2008) – uno  all’anno, come Vespa!

Vi domanderete come sia possibile che autori di questa levatura (nient’affatto  sciocchi) siano protagonisti di uno “sciocchezzaio”. E’ semplice. Loro hanno un programma ideologico da sostenere, quello del laissez faire come ricetta per ogni problema dell’Italia. Come le vestali di un dogma religioso (mercato,  concorrenza,  e “valore per gli azionisti” sopra ogni cosa)  non usano argomenti scientifici, la loro tecnica argomentativa è retorica: raccogliere fior da fiore  esempi  a favore del dogma centrale, non curarsi affatto dei contro-esempi, delle falsificazioni o incongruenze tra un caso e l’altro.  Se l’intenzione è ideologica – il che è legittimo per un  partito, meno ovvio per due accademici –  allora è consentito  approfittare (a fin di bene, si capisce) delle debolezze cognitive del gregge che si vuole portare  sulla retta via. Insomma gli sciocchi, direi (secondo loro)  sono i lettori,  e agli sciocchi si può dare in pasto uno “sciocchezzaio” (what else?).

Facciamo un esempio dal primo libro (2007):  il programma ideologico prevedeva allora che il centro-sinistra facesse una politica liberista. Il dogma è che il mercato è buono perché, anche se genera diseguaglianza, promuove sempre la meritocrazia e premia i talenti dando gli incentivi giusti per svilupparli (i manuali dicono invece che solo nell’equilibrio di “concorrenza perfetta – quindi quasi mai – i fattori , come il lavoro, sono remunerati in base alla produttività marginale), cosicché la meritocrazia è “di sinistra” perché favorisce la promozione dei giovani di talento contro le caste corporative chiuse (cfr. p.31).

Ovviamente non è vero affatto che la meritocrazia come tale sia “di sinistra”. Il merito e il talento sono importanti solo come valori derivati  e secondari rispetto ad altri principi di giustizia – questo almeno per i liberal, cioè per la cultura di sinistra,  democratica  americana che ci si aspetterebbe i nostri autori conoscano.

Ad esempio per Rawls, il teorico della  ”giustizia sociale come equità” , massimo  filosofo liberal della fine del ‘900 (forse ci torneremo un’altra volta) noi non abbiamo alcun merito di avere i nostri talenti, così come non meritiamo la fortuna di esser nati in un paese ricco del G8.  Il talento è frutto di una  ”lotteria naturale” moralmente arbitraria. Così esso non deve essere premiato in base al merito che non ha, ma in modo da produrre benefici per tutti  -anche per gli svantaggiati. Una  distribuzione giusta dei beni più importanti è  infatti quella  che nasce non dal mercato ma dal “contratto  sociale”, e questo deve essere imparzialmente accettabile da chiunque, avvantaggiato o svantaggiato che sia.  Remunerare il base al merito e al talento quindi può semplicemente essere ingiusto. [...]

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Chi sono








Lorenzo Sacconi

Direttore del centro interuniversitario EconomEtica, presso l'Università Milano - Bicocca, professore straordinario di Politica economica e titolare della Unicredit chair in Economic Ethics and CSR presso il dipartimento di Economia dell'Università di Trento

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