Fenomeni

13/05/2016

innovazione scenari

Abitare l’ecosistema

Forse è vero che se ne parla troppo e anche a sproposito. Ma mai come in questa fase sono molti i soggetti che provano a dar vita – o a infrastrutturare meglio – ecosistemi di innovazione sociale. La spinta viene soprattutto “dalla base”, ovvero da persone e organizzazioni che giocano la partita della social innovation in prima linea, cercando attivamente soluzioni a sfide sociali che richiedono innovazioni non solo di prodotto e di processo, ma di sistema, in grado cioè di incidere sui modelli di economia e società e di conseguenza sul disegno delle politiche. Questa è la sfida dell’impatto sociale e delle sue metriche. Tutto il resto è (degnissima) rendicontazione sociale.

La spinta ecosistemica per via endogena era ben visibile alla due giorni “abitare una casa
tenutasi a Torino la scorsa settimana. Un evento da tutto esaurito dove a fare la parte del leone erano decine di buone pratiche di rigenerazione di beni immobili e spazi pubblici per finalità sociali. Esperienze che esondavano dati esperienziali, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei processi di coinvolgimento e la conseguente ricostruzione delle comunità locali. Ma che erano altrettanto forti quanto a consapevolezza rispetto alla capacità di incorporare in questi processi innovazioni significative nel campo del welfare, delle politiche culturali, della tutela dell’ambiente, dei nuovi modelli di produzione e consumo.

Una forza dal basso per la quale si può tranquillamente spendere l’attributo “generativo” senza temere di abusarne.

cropped-ucm_martedi_banner_blog_ok1 Ma un ecosistema non è fatto solo di azioni dal basso e coordinamento orizzontale perché l’innovazione (anche quella sociale) chiede di essere scalata non solo per esigenze di sostenibilità economica, ma soprattutto per amplificarne l’impatto nella prospettiva del cambiamento sistemico di cui sopra.

Ecco quindi che al pieno delle pratiche si contrappone il vuoto delle risorse a supporto dell’ecosistema. Non si tratta beninteso dei classici “servizi tecnici” allo sviluppo forniti da una qualche agenzia che opera nel retrobottega di network con funzioni di coordinamento. Si tratta piuttosto di un complesso ampio e variegato di risorse che diversi soggetti mettono a disposizione per favorire la crescita di queste iniziative puntando sia sull’adattabilità al contesto locale (scaling deep) sia nel replicare modelli di servizio e di business in ambiti diversi (scaling wide). Senza queste due componenti non si realizza una vera e propria trasferibilità dell’innovazione, col rischio che gli ecosistemi si chiudano in sperimentazioni di nicchia incapaci di modificare lo status quo o, all’opposto, vedano colonizzati elementi di valore troppo blandamente condivisi.

L’impressione comunque è che i vuoti stiano per essere colmati. Lo si nota in particolare guardando agli attori filantropici che agiscono un ruolo strategico sempre più deciso nell’infrastrutturare l’innovazione sociale come ecosistema. Ricercano, ad esempio, una complementarità più spinta tra risorse proprie e di altra natura (fundraising, crowdfunding, finanza a impatto sociale). Agiscono poi come soggetti di venture, partecipando cioè al “rischio d’impresa” di iniziative particolarmente rilevanti anche a livello di governance. E come già ricordato spingono su valutazioni che mettano in luce il valore creato non solo per “gruppi target”, ma per più ampi contesti territoriali guardando alla coesione sociale ma anche a misure “hard” di natura economica e occupazionale.

Anche gli attori della conoscenza provano – con una certa fatica – a recuperare posizioni in un contesto di innovazione aperta dove le pratiche, ancora loro, sfornano semilavorati in attesa di nuovi modelli analitici e interpretativi. Iniziative come la Human Factory dell’innovazione sociale vanno (o dovrebbero) andare in questa direzione. Anche in questo caso si tratta di una struttura di conoscenza che letteralmente poggia su un luogo – Cascina Triulza – denso di esperienze alternative al contesto socioeconomico dominante (Expo e post Expo), ma che accetta la sfida del dialogo e soprattutto della cross-fertilization. Solo così la conoscenza può operare in chiave ecosistemica: contribuendo a definire cornici di senso in ambienti ricchi di peculiarità e ambivalenze (apporto fondamentale soprattutto per costruire politiche) e sostenendo l’attivazione dei molti e diversi soggetti che questi ecosistemi li vogliono abitare.

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08/04/2016

innovazione ricerche scenari

#NoiItalia e lo spazio dell’innovazione sociale

E’ vero. Il quadro, nel complesso, è deprimente. La rappresentazione della società italiana che scaturisce dai 100 indicatori di #NoiItalia non lascia spazio all’ottimismo, considerando che lo sviluppo interno arranca e che i vettori economici a livello macro perdono capacità di traino. Ma per chi vuol fare innovazione sociale, cioè misurarsi con le principali “societal challenges”, questi stessi dati sono una manna, perché misurano, letteralmente, l’entità dei problemi da risolvere e la relativa capacità di risposta. Ed è interessante notare come le sfide scaturiscano sia da andamenti dei dati che disegnano curve (dunque una rottura rispetto al passato recente), sia linee costanti che invece restituiscono un quadro di immobilismo, altrettanto – se non più – complesso da affrontare.

Tra i cento indicatori, ne scelgo 3 perché confermano meglio di altri che, sì, chi investe in innovazione sociale in questi ambiti ha fatto la scelta giusta in termini di rendimenti attesi, anche e soprattutto sul valore sociale. Sarà rispetto a questi parametri che si potrà misurare l’impatto delle progettualità e delle politiche in termini di innovazione sistemica, cioè nel correggere la rotta delle curve o nel rianimare “l’encefalogramma piatto” di alcune tendenze. Eccoli.

1. Fuga dal primo welfare. Il calo dei bambini che frequentano asili nido è la spia di una tendenza più ampia che riguarda l’abbandono dei servizi di protezione sociale erogati attraverso il meccanismo classico del welfare state, ovvero risorse economiche pubbliche redistribuite per cofinanziare l’offerta gestita direttamente dalla stessa pubblica amministrazione o, più spesso, attraverso fornitori che in molti casi sono organizzazioni nonprofit e imprese sociali. Una fuga che avviene non per riduzione delle unità di offerta (sostanzialmente stabili) e non solo per la crescita dei livelli di compartecipazione alla spesa da parte degli utenti. Il dato evidenzia anche (e soprattutto?) un problema di efficacia del modello di servizio. Spazio aperto quindi per chi voglia ridisegnare i servizi di welfare, incorporando elementi di innovazione che, molto spesso, riguardano il coinvolgimento di attori e comunità locali dentro contesti di co-produzione.

Italia_Protezione sociale

2. Una nuova classe di asset immobiliari. La debacle del mercato immobiliare è forse la curva che meglio di tutte rappresenta non solo una “crisi settoriale”, ma la fine di un modello di sviluppo che, anche nei decenni recenti, ha contribuito a generare importanti esternalità negative a livello paesaggistico-ambientale e di coesione sociale (a tal proposito altri dati, quelli del BES, sono altrettanto significativi). Anche in questo caso il problema apre opportunità ormai più che mature e che riguardano le politiche di riuso e ristrutturazione (il successo dei bonus fiscali in questo campo è lì a sottolinearlo), ma, più in generale, la definizione di nuove tipologie o classi di asset immobiliari come quelli destinati non semplicemente ad ospitare ma ad abilitare iniziative di innovazione in campo culturale, sociale, ricreativo. Lo spazio, in senso di mercato, lasciato vuoto dalla classica speculazione immobiliare non potrà che ricomporsi nel campo della riconversione di community asset grazie a joint ventures tra attori associativi, volontaristici, cooperativi e for profit. Un campo che si presta particolarmente anche a investimenti finanziari che incorporano obiettivi di impatto sociale.

Italia_Territorio

3. Mutualizzare l’imprenditorialità. Il tessuto imprenditoriale italiano è cambiato radicalmente durante gli anni della crisi. Basti pensare al declino della produzione industriale e manifatturiera in termini di numero di imprese e di valore aggiunto. Ma di questo sommovimento epocale traspare molto poco se si guarda al contributo delle imprese come infrastruttura che, come ricorda Giacomo Becattini nel suo ultimo libro, determina sviluppo economico e “coscienza dei luoghi”. La linea sostanzialmente piatta del numero di imprese ogni mille abitanti segnala, a chi volesse cimentarsi in innovazioni in questo campo, la necessità di  intervenire per organizzare una vera e propria società imprenditoriale capace di generare crescita economica, occupazionale e, non da ultimo, mobilità sociale e contaminazione tra settori, mercati, territori. Per questo bisogna innovare l’accompagnamento all’imprenditorialità, lavorando non solo per far nascere nuove imprese (magari con la sola, deleteria, azione degli incentivi), ma anche per arrestare la tendenza alla polverizzazione delle unità imprenditoriali, agendo la leva del mutualismo che nel nostro Paese ha radici ben profonde e rappresenta quindi un asset prezioso per indirizzare la crescita economica.

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Campo aperto per l’innovazione sociale quindi. E nel caso non bastasse ci sono altri 97 indicatori…

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25/03/2016

impresa sociale innovazione leggi

Un centauro al varco della riforma

Il senatore Marino è abile. Gioca una carta da consumato uomo dei corpi intermedi, da finale di trattativa. Spariglia il tavolo riportando il dibattito su questioni di base che sembravano più che risolte. Non solo a livello normativo, ma anche e soprattutto nella prassi. Ed ecco quindi che l’evocazione del centauro o qualsiasi altra immagine mitologica, animale (io sono affezionato all’okapi ad esempio) e vegetale che restituisca il carattere geneticamente ibrido dell’impresa sociale colpisce nel segno e, a modo suo, raggiunge l’obiettivo. Non solo perché rallenta i lavori parlamentari, ma perché riporta artatamente anche il confronto fuori dall’aula su questioni artificiali, distogliendo l’attenzione da quelle sostanziali.

Centauro_Capitolini

Sì perché l’impresa sociale ha metabolizzato gli elementi di ibridazione che sono all’origine del suo modello e, con buona pace del senatore, si appresta a incorporarne altri. Alla riforma quindi non è solo richiesto di definire i fondamentali, gli elementi costitutivi, ma di indicare, in particolare al Governo che agirà in sede di decretazione, linee guida che intercettino i contesti più densi in cui prende forma la produzione di valore sociale. In questo senso la norma, rispetto alle versioni precedenti, rimarca il terzo settore come “bacino” prioritario (praticamente unico) di imprenditoria sociale. Un ambito rilevante, ma non il solo in una fase in cui la socialità deborda in luoghi, settori, mercati sempre più differenziati. Forse un’impresa sociale meno vincolata a questa prospettiva poteva ambire ad un’operatività a più ampio raggio, ma probabilmente lo scatto di reni che ha portato all’approvazione della norma sulle società benefit ha coperto un ambito – quello, per capirci, della produzione di valore condiviso nell’ambito dell’economia mainstream – che ha suggerito al legislatore un riposizionamento più circoscritto in quello che, tra l’altro, è storicamente l’alveo dove è l’impresa sociale nella forma della cooperativa sociale è nata e ha conosciuto la sua prima, importante fase di espansione.

Ma tant’è, ormai ci siamo (facendo i dovutissimi scongiuri), quindi meglio riepilogare le sfide che attendono la nuova legislazione e la sua implementazione all’interno di un policy framework articolato e da completare, attraverso il quale transiteranno importanti risorse (dall’impact investing ai fondi strutturali passando per i grant di fondazioni, cittadini, ecc.). Un riepilogo utile a scansare, in velocità, il centauro posto da Marino al varco della riforma.

La prima sfida riguarda il “pay back” degli investimenti. In questi ultimi anni cooperative e altre forme più o meno canoniche di impresa sociale hanno investito, e molto, su innovazioni di prodotto e di servizio che oggi è indispensabile portare a regime, alimentando nuovi modelli di business e di efficacia dell’azione sociale. Un passaggio cruciale per riposizionare le imprese sociali nei mercati, non solo in quelli nuovi ma anche in quelli tradizionali come quelli pubblici, dai quali rischiano di essere espulse o, forse peggio, ulteriormente ridimensionate rispetto al carattere di “interesse collettivo” che ne sostanzia l’operato e la missione, scadendo ulteriormente in sistemi di outsourcing (pubblici o privati che siano) sempre più impoveriti e sempre più a rischio di comportamenti opportunistici (se non peggio).

La seconda sfida consiste nel rendere più agile il lavoro all’interno di organizzazioni che hanno investito molto anche sul consolidamento del capitale umano (in termini contrattuali e di formazione), ma che oggi si trovano ad affrontare problemi di produttività dovuti a eccessive rigidità organizzative generate da forme di isomorfismo burocratico e a un crescente stress dovuto all’impoverimento delle risorse da allocare per mantenere (o migliorare) gli standard qualitativi lungo la linea dei servizi.

Terza sfida: la ricerca intenzionale di una maggiore sintonia le nuove espressioni di socialità; un’azione sociale oggi riconfigurata all’interno di contesti  e attraverso tecnologie che ricordano molto poco i contesti e le tecnologie che, all’epoca, sostennero lo startup delle imprese sociali di prima generazione. Il rischio, in questo caso, è che il lavoro comunitario delle imprese sociali degradi a mera azione di “responsabilità sociale d’impresa” (proprio nel momento in cui le imprese for profit superano questa prospettiva) o che le imprese sociali vengano spiazzate su un loro terreno elettivo, come, almeno in parte, dimostra il civismo ormai imperante dei beni comuni che monopolizza l’azione sociale volontaria e, a tendere, anche quella economica.

Tre buoni motivi – assieme ad altri – per scansare il centauro.

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24/02/2016

innovazione scenari

Il peso e la massa (dell’innovazione)

Le cooperative di comunità? Poche e incompiute. Le imprese benefit? Più convegni che concrete realizzazioni. Le startup a vocazione sociale? Si contano a poche decine (e dipende dalla rilevazione camerale). Gli ibridi dell’impresa sociale? Beh quelli addirittura non esistono (per qualcuno). E’ curioso notare come molte forme organizzative dell’innovazione siano oggetto di un confronto molto acceso a fronte di numeri esigui (unità attive, valore economico, occupazionale, sociale, ecc.). E questo, naturalmente, da’ fiato ai sostenitori della componente “fuffologica” che caratterizza tutto ciò che si etichetta come innovazione sociale. Forse c’è del vero in queste posizioni, ma quasi certamente c’è, voluta o meno, una sottovalutazione di questi stessi fenomeni perché, e qui rispolvero le mie misere nozioni di fisica, si guarda esclusivamente alla loro massa, la famosa “massa critica” che una volta raggiunta consente a un determinato modello di azione di impattare sui sistemi di regolazione e di essere autosostenibile.

606px-PSM_V56_D0072_Magnetic_whirls_around_the_sending_wireIn realtà l’innovazione sociale è  soprattutto una questione di peso. Una misura che dipende non solo dalle caratteristiche intrinseche, ma che sconta anche l’influenza del contesto (ambientale e, nel nostro caso, socio economico). “The context is the king” scriveva qualche tempo fa Luca Debiase. Un po’ come la gravitazione ai poli o all’equatore che determina, e di molto, il peso e quindi, fuor di metafora, la rilevanza del soggetto che fa da veicolo dell’innovazione.

Ne ho avuto conferma, l’ennesima, partecipando a un interessante seminario sulle “cooperative recuperate” argentine, altro fenomeno che, a prima vista, pare sovrarappresentato rispetto alla sua massa numerica: appena una sessantina di realtà a fronte di migliaia cooperative (spesso ben più rilevanti considerando le misure tradizionali). Eppure per le recuperadas si sprecano convegni, ricerche, confronti, film, ecc. Tutto esagerato a fronte di un limitato impatto rispetto a una crisi devastante? Sì in termini di massa, no in termini di peso. Perché come spiegavano bene i ricercatori / attivisti argentini le cooperative recuperate stanno al posto giuto e al momento giusto, esposte ai driver del cambiamento. Lungo le faglie che si creano tra economia e società, anzi più precisamente sono imprese poste tra vecchio e nuovo cooperativismo e tra economia industriale e movimentismo sociale. Con l’intento di suturare queste fratture costruendo un nuovo assetto. Per questo assumono, come altre esperienze, quel carattere “paradigmatico” (o almeno emblematico) che consente, attraverso loro, di intravedere “i segnali di futuro” – oggetto di mappatura ed esposizione a Milano – di un nuovo sviluppo. E al tempo stesso consentono di leggere la realtà non attraverso i soliti trade-off: pubblico che spiazza il privato (e viceversa) e profit che contamina il nonprofit (e viceversa), ma attraverso l’affermazione di inediti modelli di produzione del valore che fanno leva, indistintamente, su economia e socialità.

Se infatti Polanyi evidenziava che le istituzioni di mercato hanno perso progressivamente i legami con le reti sociali è altrettanto vero che molto del welfare che conosciamo andrebbe sradicato dalle bucrazie e “piantumato” nella socialità secondo schemi nuovi. Non sorprende così l’interesse per tutto quello che nella protezione sociale è generativo, sussidiario, comunitario, ecc. Una nuova “grande trasformazione” che si realizza modificando l’impianto – e il modus operandi – della Pubblica Amministrazione, ma anche dei soggetti nonprofit e dell’imprenditoria sociale. In questo sta la sfida profondamente politica dell’agognato “civil act”.

Qualche giorno fa leggevo le riflessioni di un cooperatore sociale: “serve smontare elementi di socialità sostituendoli con buona impresa, in modo da realizzare un modello in cui non serva più rincorrere sistemi di riconoscimento e sostegno speciale della parte svantaggiata della società, in quanto essa è inclusa nei normali processi di inserimento lavorativo e di produzione. Si dovrebbe attuare in tal modo una normalizzazione di essere e fare impresa, come modello standard frutto di un mix di componenti tra welfare ed economia di mercato”. Considerazioni forti che, per dirla sbrigativamente, superano di slancio le linee guida ANAC rispetto ai “favoritismi” del terzo settore nei mercati pubblici e riposizionano l’imprenditoria sociale al centro della crescita. Tanto che, a questo punto, più che a una coop B questa impresa finisce per assomigliare a una… B Corp.

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30/12/2015

innovazione scenari

#2016: l’economia reale e l’innovazione disponibile

Fine d’anno incupito per lo storytelling dell’innovazione: le startup hanno rotto, la sharing economy è morta, le Benefit Corporation minacciano il nonprofit, le imprese di comunità sono residuali. Non c’è fenomenologia più o meno riconducibile a istanze di cambiamento che non sia oggetto di critiche tendenti a ridimensionarne l’impatto. D’altro canto anche i modelli economici e sociali mainstream non se la passano meglio: l’economia è appesa a un misero zerovirgola di prodotto interno lordo (con outlook negativo direbbero – o dicono? – quelli delle agenzie di rating) e la socialità fa contorsionismo intorno a dati sulla fiducia ondivaghi nell’andamento e ambigui nell’interpretazione. Se le cose stanno in questo modo c’è poco da stare allegri per l’anno in arrivo. Senza una svolta significativa, la transizione verso il nuovo assetto post crisi assomiglierà più a un “ristagno secolare”, come ricorda il governatore di Bankitalia Visco nel suo ultimo libro, piuttosto che a un nuovo modello di economia sempre più determinato dal valore sociale, come proviamo a delineare ormai da qualche anno.

Le critiche, per carità, sono in gran parte giuste: è vero che l’enfasi tutta tecnologica sulle startup ha monopolizzato l’attenzione mediatica e dei policy makers, distraendo dal grande cambiamento verso una società più imprenditoriale, anche al di fuori dal dominio delle ICT. Ed è altrettento vero che la quasi totalità della nuova economia digitale che sta rivoluzionando modelli di servizio e di business è governata secondo schemi che hanno ben poco di “condiviso”. Per non parlare poi dei frequenti misunderstanding in merito al ruolo effettivo dei beni comuni come metodo di gestione e governance di partite legate alla produzione di beni e servizi di interesse collettivo e non semplicemente a realizzazioni microcomunitarie che, più di tanto, non disturbano Stato e mercato, la coppia di manovratori che, alla faccia dei buoni propositi, determina (soprattutto il secondo) l’andamento e la direzione dello sviluppo.

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Chiudendo qui il discorso non si fa però un gran servizio alla causa, né di chi auspica trasformazioni sistemiche e che vede il percorso costellato di ostacoli sparsi dalle “forze della conservazione”, né di chi gestisce le partite socioeconomiche ordinarie e che, rappresentando l’innovazione come minaccia, si delizia a enfatizzarne l’inconsistenza (“non fa PIL”) e le mancate realizzazioni (“tutta fuffa”). In realtà c’è un percorso avviato e che riguarda ciò che oggi si ri-definisce “economia reale”. Il carattere reale dell’economia si sta lentamente (purtroppo ancora troppo lentamente) ridefinendo, alla luce di una più complessiva trasformazione della società, delle istituzioni, dei modelli produttivi e di consumo. In tal senso si possono evidenziare tre declinazioni di un nuovo “realismo economico” riassumibili in un modello a “tripla W”.

1. La produzione di ricchezza (wealth): un fattore classico che approssima il reale all’economico, ma che però è sempre più scomposto e arricchito guardando a modalità più condivise di produzione e di consumo.

2. La creazione di lavoro (work): altra componente tradizionale dell’economia reale, ma che richiede – anch’essa – di essere ridefinita, guardando a un complesso più articolato di motivazioni ed interessi (creatività, condivisione, ecc.) che mettono in crisi i modelli organizzativi tradizionali ed enfatizzando quelli in senso lato cooperativi.

3. L’impatto sul benessere (well-being): è forse il fattore che più è cresciuto di rilevanza negli ultimi anni, dimostrando che l’economia è reale anche perché genera valore ad ampio raggio e a favore di diversi soggetti.

Non tutta l’economia reale è oggi gestita attraverso modelli che ne valorizzano in modo efficace e sostenibile le diverse componenti. E non tutti i modelli organizzativi sono adeguati rispetto a questa sfida. L’imprenditorialità sociale, declinata in senso ampio, rappresenta la modalità più efficace per gestire una quota parte sempre più consistente di economia reale che oggi giace in forma latente in contesti informali, è bloccata nelle burocrazie ed è svalorizzata in modelli d’impresa che massimizzano solo alcune componenti a scapito di altre. Emergono così diversi modelli di gestione imprenditoriale dove il valore economico è legato al carattere need-driven (legato cioè alla risposta a bisogni altrettanto reali) e di radicamento territoriale (imprese sociali, comunitarie, coesive, ecc.) e rispetto ai quali si ricercano due meta competenze. La prima riguarda la capacità di adattare allo scopo innovazioni tecnologiche che, a ben guardare, sono sono meno monolitiche e totalizzanti di quel che appare (l’internet e le sue risorse sono molto “localizzabili” ci ricorda Frederic Martel nel suo ultimo saggio-inchiesta). La seconda è di far leva su una propensione sempre più diffusa non alla semplice partecipazione nel campo politico-culturale, ma alla coproduzione, sfondando inevitabilmente nel contesto economico in maniera decisamente più massiccia di quanto è successo con i movimenti di metà secolo scorso dai quali è scaturita, guarda caso, la prima ondata di impresa sociale.

Visto che  processo è attivo, ma il margine di azione sempre più ristretto, vedo alcuni soggetti che, da subito, possono fare da leader di processo. Soggetti che accettano la sfida innovare non in senso sperimentale o all’interno di contesti più o meno protetti, ma su elementi “core” dello sviluppo. Ecco quindi i pionieri della nuova economia reale che incorpora in modo strutturale l’innovazione sociale e tecnologica ormai disponibile in fase “post-prototipale”: mille cantieri di rigenerazione di asset comunitari (beni immobili e spazi pubblici) che intercettano il civismo di scopo (purpose civicness) emergente; cinquecento imprese sociali eccellenti che si candidano a nuove municipalizzate dell’inclusione sociale (coop B), che modellizzano le imprese coesive come l’italian way dello shared value (Benefit Corporation), che ridefiniscono su base comunitaria e produttiva i sistemi di welfare (coop A, imprese sociali di capitali); dieci piattaforme cooperative che infrastrutturano sistemi di economia condivisa su base territoriale e/o online. Temi di cui credo si occuperà anche il primo numero del 2016 del magazine Vita.

#buonanno!

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30/11/2015

innovazione pubblicazioni ricerche scenari

La terza società stende la GDO

Visto che il PIL è inadeguato e il BES troppo complicato, affidiamoci alla merendina. La lettura delle tendenze sociali ed economiche è affidata non solo a super indici che sintetizzano la ricchezza e il benessere, ma anche a singole misure in grado di approssimare dinamiche più ampie. Un po’ come il Baltic Dry Index che calcola il costo di spedizione delle materia prime su venti rotte oceaniche molto trafficate. Un dato singolo per una misura di tendenza sullo stato dell’economia globale, a proposito della quale già si intravede la crisi prossima ventura: quella dei Brics. La merendina in sé forse non è così efficace, ma se la si infila in un più ampio “paniere” ne esce un osservatorio sui consumi degli italiani come quello gestito da Conad e da Affari&Finanza che, letto come trend di medio periodo, restituisce un quadro di mutamento sistemico che spiazza importanti attori economici. Big players mica comprimari!

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L’attore in questione è la GDO – la Grande Distribuzione Organizzata – che negli anni precrisi ha fatto la parte del leone nel ridisegnare il modello di commercializzazione e consumo, con una parte più che rilevante giocata dal movimento cooperativo. Basta guardare ai risultati economici e occupazionali rilevati dall’ultimo censimento dell’industria e dei servizi: dal 2001 al 2011 il sistema della GDO – insieme al nonprofit – è uno dei più performanti, assorbendo, almeno in parte le tendenze negative di altri comparti.

Ora il quadro sta radicalmente mutando e la GDO perde posizioni, soprattutto nelle aree meridionali. E’ l’effetto di una crisi che ha mutato inesorabilmente la struttura sociale, facendo emergere un nuovo attore leader: la terza società. Quella parte definita come “emarginata” in realtà è sempre più centrale nel ridefinire i sistemi di offerta perché le sue dimensioni sono ormai tali (in particolare in alcuni territori come la regioni meridionali) da “mandare fuori mercato” importanti pezzi dell’economia. Ecco quindi che il mantra del “far ripartire i consumi” con le stesse logiche del passato non basta, come peraltro evidenzia Roberta Carlini nel suo ultimo libro intitolato con un esplicito “Come siamo cambiati”. Bisogna saper leggere nuovi modelli di consumo che sono ormai dominanti.

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Fino ad oggi la risposta è stata all’insegna del “low cost” che è all’origine, non a caso, dei nuovi leader della GDO: gli hard discount. Ma questo, alla lunga, non basta. Sono modelli, infatti, che si basano quasi esclusivamente sul contenimento dei costi (strutturali e del personale) e della qualità, ma che coinvolgono solo parzialmente e, nel caso, passivamente il vero driver del cambiamento cioè la domanda. Da questo punto di vista i modelli di GDO a matrice cooperativa hanno una grande opportunità: ricercare una dialettica più marcatamente coproduttiva con i propri clienti (che spesso sono anche soci e molto altro), interpellandoli in tempo reale rispetto a bisogni e aspettative (anche che esulano dal consumo in senso stretto) e assecondando la loro disponibilità intervenire anche nel “retrobottega” del servizio (coprodurre, coprogettare, ecc.). Un’offerta più centrata sulla domanda e gestita secondo modelli just in time anche grazie a piattaforme tecnologiche che, da questo punto di vista, rappresentano un importante veicolo non solo per scambiare beni e servizi ma per co-definire modelli di consumo attraverso una modalità più autenticamente cooperative.

Il sociale, ancora una volta, insegna: i modelli di emporio solidale, infatti, non agiscono solo sulla variabile economica, ma anche sulla compartecipazione degli utenti e sulla valorizzazione di importanti esternalità, come ad esempio la lotta allo spreco. A essere coinvolte sono persone che, non a caso, fanno parte proprio di quella terza società che sta mettendo al tappeto il gigante della GDO. Il loro principale alleato è il consumatore attivo e critico che opera nella stessa direzione, ma a partire dal vertice (autorealizzazione di sè) e non dalla base (sopravvivenza) della scala dei bisogni. Per ora sono ancora distanti: la terza società va all’emporio solidale e il consumatore critico ai negozi bio come Naturasì (non a caso oggetto di un altro acquisto sociale da parte del patron di Diesel). Il punto d’incontro (ancora parziale) è all’hard discount. Ma se qualcuno inventerà (o metterà a regime) un nuovo modello orientato al prosuming asseconderà un cambiamento epocale perché, come ci ricorda ancora Roberta Carlini, “vista con queste lenti l’eredità della crisi non è solo un tappeto di cicatrici e nuove povertà, ma anche una formidabile accelerazione di comportamenti che erano allo stato nascente già prima del cambio di ciclo economico”.

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02/10/2015

innovazione scenari

Grom&Jerry’s

Non ho potuto fare a meno di pensarci. Un po’ perché producono la stessa cosa (gelato) e un po’ perché l’acquirente è lo stesso (Unilever). Ma soprattutto perché sia per Ben&Jerry’s che per Grom non si fa fatica a scorgere un’aura di innovazione sociale, seppur con tonalità diverse. Nel caso del gelato americano – buono peraltro – la si nota nella filiera dei prodotti (che punta molto sul fair trade) e anche nel modello di gestione; è infatti – anche dopo l’aqcuisizione – una Benefit Corporation cioè un’impresa che incorpora (e rendiconta) elementi di valore sociale e ambientale come parte integrante del modello di business, non “esternalizzandoli” a pratiche di CSR. Grom non arriva a questo punto – anche se non mi sorprenderei di una scelta in tal senso, soprattutto se sbarcasse in Italia una normativa in tal senso – ma comunque il suo successo è molto legato ad aver estratto (e capitalizzato) elementi di valore da culture sociali come quelle elaborate da Slow Food.

Ben-and-Jerrys-Collage

Come leggere questa doppia acquisizione? Facile in prima battuta vederci l’ennesimo caso di economia “sociale” (in senso lato) inglobata in quella capitalistica e, quasi come effetto immediato, la perdita dei suoi “valori autentici”. Per Grom si potrebbe rincarare la dose tirando di mezzo il made in Italy e il fatto che, nonostante le critiche, sia stata quasi certamente la miglior startup degli ultimi anni. E così il claim dell’azienda piemontese – “il gelato come una volta” – si potrebbe leggere come una sinistra profezia. Ma si potrebbe andare oltre, generalizzando la casistica ad altre acquisizioni avvenute in altri comparti. Famosa, ad esempio, quella della piattaforma di car-sharing Zipcar da parte del colosso del noleggio auto Avis, avvenuta ormai qualche anno fa.

grom

In realtà la questione è più complessa e, inevitabilmente, ambivalente. Si tratta, con tutta probablità, di un piano di acquisizioni da parte di Unilever dove il valore dell’asset è determinato anche dall’impatto sociale e non solo dalla qualità intrinseca del gusto “crema di Grom”. E quindi l’intento è di accelerare il processo di riposizionamento della multinazionale all’interno di nuovi paradigmi di produzione e consumo caratterizzati da una maggiore condivisione del valore, ad iniziare dai consumatori. Assumere il controllo di imprese che sono eccellenze (anche) da questo punto di vista non fa una piega, come ben dimostrano le posizioni di Paul Polman, Ceo di Unilever.

Rispetto a questa tendenza è forte la tentazione dell’economia sociale di “blindare” il proprio modello, impedendo o rendendo molto difficili operazioni di questo tipo. Così facendo c’è però il rischio di confinarsi all’interno di nicchie dalle quali è difficile uscire, se non attraverso società veicolo che in molti casi si limitano a fare da impalcatura strumentale allo sviluppo del business, piuttosto che da moltiplicatore del valore sociale. Forse servirebbero architetture societarie ad hoc, ma sicuramente servirebbe una strategia di acquisizione (o almeno di partnership) mirata. Ad esempio per “prendersi” (posto che gli interessati lo vogliano!) una startup come Destinazione Umana che sembra fatta apposta per un turismo sociale e cooperativo, ma che potrebbe anche arricchire in senso esperienziale l’offerta di big players turistici come un tour operator o una piattaforma di prenotazioni online. Mai come in questa fase il panorama è ricco di opportunità. Basta scegliere (si fa per dire).

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22/07/2015

impresa sociale innovazione scenari terzo settore

I.T.A.L.I.A.: fine della transizione

Da AILATI a I.T.A.L.I.A. Può sembrare solo un gioco di parole, ma in realtà non è così. Perché il rapporto della fondazione Symbola che individua e analizza le qualità competitive del nuovo “made in Italy” trasformando Italia in un acronimo (Industria, Turismo, Agroalimentare, Localismo e sussidiarietà, Innovazione, Arte e cultura), contribuisce a chiudere una lunga e difficile fase di transizione e ad aprire una prospettiva di futuro. Un futuro magari ancora incerto, ma alimentato dal bene più scarso in questa fase: la capacità di visione.
A inaugurare la transizione era stato – ormai cinque anni fa – il padiglione Italia della Biennale architettura che provocatoriamente si intitolava AILATI. Italia scritto al contrario non solo per mera denuncia della marginalità crescente nei processi di globalizzazione e cosmopolitismo, ma per rappresentare una pletora di progetti di innovazione allora allo stato embrionale però con le credenziali giuste per assumere la leadership di un nuovo modello di sviluppo che poteva scaturire dalla trasformazione sistemica in atto.
Le cose cominciano ad essere messe al loro nuovo posto. Il brand infatti è sempre quello, ma la declinazione dell’acrononimo è ben diversa. È interessante notare soprattutto che gran parte delle progettualità del vecchio padiglione Italia oggi sono raccolte alla lettera L. del rapporto Symbola, alla voce “localismo e sussidiarietà” curata da Aiccon.
Non è un dato banale, anzi è una novità dirompente perché quelle iniziative erano in gran parte nonprofit e d’impresa sociale, alle prese con problemi quali rigenerare gli spazi pubblici, proporre nuovi modelli di abitabilità, attivare le comunità locali, ecc. Oggi quelli che erano solo “riflessi dal futuro” trainano nientepopodimeno che la dimensione locale ovvero il principale driver di sviluppo del Paese. Non lo fanno da sole ovviamente, ma contaminandosi con le economie forti dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura, oltre che interfacciarsi con le principali innovazioni tecnologiche (in attesa di quelle finanziarie).
Tutto questo peraltro è avvenuto in un contesto di politica “sfascista” come si diceva qualche anno fa. Una politica che ha fallito su una riforma chiave – quella del localismo federalista – mettendo quindi in ulteriore difficoltà tutti quei soggetti vecchi e nuovi che nella valorizzazione degli asset locali – materiali e immateriali – hanno individuato la loro mission e definito il loro modello economico.
Eppure nonostante questo, nonostante una sussidiarietà verticale ormai a pezzi, dove nella filiera dei poteri pubblici non si capisce più chi fa che cosa alimentando così inefficienza e deficit di legalità, quella orizzontale (o forse meglio circolare) ha continuato ad operare spesso sulle gambe del nonprofit produttivo (cooperativo soprattutto) ben analizzato nel rapporto anche in chiave di impatto sull’economia pubblica come voce di investimento e non di redistribuzione come voce di spesa.
Proprio alla luce di questi dati ci sarebbe una seconda chance per il policy maker, ovvero la riforma dell’impresa sociale, ma purtroppo il condizionale è d’obbligo leggendo su Vita le cronache di questi giorni. Cronache che restituiscono, a prima vista, un quadro di incertezza legato a questioni tecniche dovute a ingorghi istituzionali. Ma in realtà traspare, anche nel testo della legge delega, il solito problema, ovvero la carenza di visione che impedisce di traguardare l’impresa sociale oltre le nicchie dei settori di attività, dei modelli giuridici e pure di quelli compartimentali – il terzo settore – che magari ne preservano l’origine ma che oggi non consentono il pieno dispiegarsi di potenzialità non di là da venire ma in buona parte già in azione. Per questo il rapporto I.T.A.L.I.A è una buona lettura per alimentare un autentico percorso di riforma e non solo di riordino. Alla lettera L. ma non solo.
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26/04/2015

innovazione scenari terzo settore

Terzo settore, ceto medio

Credo fosse la fine degli anni 90 quando a Napoli si tenne la prima manifestazione nazionale del Forum del terzo settore. Un evento con tanto di corteo e striscioni. Ricordo bene che su corso Umberto ci risalivano incontro un paio di persone con in mano una fotocopia del famoso quadro di Pellizza da Volpedo sormontata da uno slogan facile ed efficace: “terzo settore, quarto stato”.

Più che qualche anno è passata un’era geologica. Il mito originario della precarietà è però duro a morire, guardando non solo all’economia nonprofit (guardando alle retribuzioni soprattutto), ma a progettualità dal respiro sempre più corto. La crisi, infatti, non taglia solo i budget, ma accorcia drammaticamente gli orizzonti temporali, dopo i quali regna una crescente incertezza. Questo tratto costitutivo lo si legge anche nei commenti al recente disegno di riforma del terzo settore, dove ad abbondare non sono solo gli strafalcioni (ad esempio il tema del vincolo alla distribuzione degli utili), ma anche i richiami a una dimensione originaria che rischia di essere contaminata da processi di privatizzazione (ad esempio in ambito sanitario) e mercatizzazione (con il rischio del formarsi di una “confindustria del sociale”). C’è quindi una sottile, e ambigua, linea rossa tra precarietà e residualità. Una debolezza intrinseca che è all’origine di un tratto identitario del settore e rispetto alla quale – diciamocelo – un po’ ci si crogiola.

Nel frattempo però non solo il terzo settore, ma il Paese è cambiato. E gli effetti di questi cambiamenti sono sempre più visibili e sistemici. Cambia, soprattutto, la struttura della società e, con essa, i processi di mobilità sociale che la alimentano. Basta leggersi, ad esempio, gli editoriali di Luca Ricolfi che illustrano l’ascesa della “terza società” caratterizzata da elementi strutturali di precarizzazione ed esclusione che si sviluppa intorno a economie informali e discontinue. Una società che ormai pareggia per dimensioni quella dei lavoratori garantiti da contratti nella Pubblica Amministrazione e nelle grandi imprese e pure quella popolata da liberi professionisti, commercianti, artigiani, lavoratori autonomi, dipendenti privati delle piccole imprese.

In questo quadro di trasformazione è interessante guardare a cosa succede al “ceto medio”, ovvero al perno delle società moderne e contemporanee. Un’elemento portante, di solito rappresentato in forma di stabilità grazie ad attributi più o meno contigui come “maggioranza silenziosa” o “elettore mediano”. Lo potremmo pensare ben arroccato nella società dei garantiti, ma in realtà ci sono molti indizi di un mutamento della sua composizione interna e, con essa, della sua morfogenesi.

Un editoriale di qualche mese fa a firma di Giuseppe De Rita conferma il protagonismo del ceto medio, ma sotto nuove spoglie. Più imprenditoriale, con un orientamento ai consumi caratterizzato da contenimento e preferenza (dunque non solo per necessità ma anche per virtù) e, dato piuttosto clamoroso, sempre più giovane. Basti pensare che il 53% dei giovani fra i 18 e i 34 anni si colloca nel ceto medio, mentre solo il 9% si sente precario. “It’s not only what you have, but how you feel”, sintetizza un articolo più recente apparso sul New York Times che, attingendo a diverse ricerche, approfondisce le segmentazioni interne al ceto medio americano, correlando i livelli economici, sempre più differenziati, con l’altro importante aspetto della mobilità sociale: le aspirazioni delle persone.

Un quadro differenziato rispetto al quale il terzo settore non appare estraneo, anzi. Il carattere imprenditoriale, l’orientamento a nuove forme di consumo, l’impegno civico, sono tratti del nuovo ceto medio che assomigliano molto al profilo, se non di tutto, almeno di una parte rilevante del terzo settore che, vale la pensa di ricordare, è composto da persone generalmente in possesso di contratti di lavoro garantiti (assunzioni a tempo indeterminato) e con retribuzioni che si sono via via “rivalutate” anche a causa del generale ridimensionamento di altri settori “forti” dell’economia. Ad esempio i contratti del pubblico impiego ormai non rinnovati da anni.

Ma l’economia, come dice il New York Times, non basta. Servono aspirazioni di cambiamento sociale che oggi si ritrovano in quelli che Aldo Bonomi chiama mangiatori di futuro: startupper, makers, innovatori e imprenditori sociali che il sociologo valtellinese cercherà di rappresentare all’interno di Expo come “neoborghesia”, altro che precariato e marginalità.

Il rivolgimento è in atto, pur con tutte le sue incertezze. Prenderne atto significa cambiare nel profondo la rappresentazione del terzo settore e, più in generale, quella del variegato ecosistema dell’innovazione sociale e culturale anch’esso in buona parte vittima di questa stessa sindrome di marginalità. E’ una precondizione fondamentale per avviare processi che siano effettivamente in grado di ristrutturare economia e società: dalle forme d’impresa ai servizi di welfare, dalle reti commrciali alla mobilità. Nuovi contraenti per un nuovo patto sociale che non può non riconoscere nel mutualismo uno dei suoi pilastri, oltre all’innovazione innovazione tecnologica e finanziaria. Sarà questo il banco di prova per normative che siano, per davvero, riforme.

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06/03/2015

innovazione scenari

La lezione del pallet

Certificato: se un trend finisce segnalato su Repubblica significa che sta morendo. È avvenuto di recente anche per la suppellettile più diffusa nel campo dell’innovazione sociale: il pallet. Lo si trova in ogni spazio che si rispetti dove si macina innovazione: coworking e incubatori soprattutto.
Volendo esagerare, la diffusione del bancale di legno (rigorosamente riciclato e “hackerato”) si potrebbe considerare una misura della maturità di molte fenomenologie di innovazione sociale. Pronte all’uso.
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Bene quindi la morte del trend. Significa che siamo al termine dell’incubazione e che l’innovazione sociale è pronta a realizzare la sua missione di cambiamento grazie all’avvio di nuovi schemi di co-operazione tra attori diversi che si coalizzano per risolvere problemi di interesse collettivo.
Il tempo potrebbe essere propizio anche guardando alle tendenze macro. C’è una ripresa, per quanto ridotta, da agganciare. L’Istat informa che è in crescita la fiducia (senza la quale nulla si muove). E poi all’orizzonte c’è pure un + 0,4% del famigerato PIL (che comunque.. “conta”). Non sarebbe male che dalla #socinn italiana venisse un contributo, un decimale che porterebbe alla soglia psicologica del mezzo punto. Non vorrei sbagliare, ma credo che uno 0,1% del PIL italiano corrisponde a 1,6 miliardi di euro.
Se questa è la misura della sfida serve una discontinuità che sia alla sua altezza, non solo localizzata (per settore o per territorio), ma “sistemica”.. Che liberi energia non solo dentro iniziative che sono disegnate a questo scopo, ma anche nei sistemi economici e sociali tradizionali. Come qui a Bari dove Legacoop si confronta nell’ecosistema dei Bollenti Spiriti alla presa, anche loro, con una delicata fase di “messa a regime” (nelle nuove policy regionali) o morte.
Proprio in questo contesto risaltano i fattori di trasformazione un po’ in essere e un po’ in divenire. Eccone una rassegna (parzialissima):
– trasferimento di asset (immobili ma anche immateriali) senza però le “tossicità” di una eccessiva burocrazia per trasformazioni d’uso e processi autorizzativi;
– defiscalizzazione dell’in kind: tutto quello che riguarda il trasferimento tecnologico (in senso lato, anche sociale) e la fertilizzazione incrociata va fatto emergere dall’informalità come fattore economico, ma incentivato (ad esempio rispetto alla tassazione);
– rigenerazione del mutualismo, l’unica strada per garantire protezione sociale nella società imprenditoriale, sia attraverso trasferimenti economici (welfare assicurativo) sia attraverso servizi erogati in regime di co-produzione.
Obiettivo: 1,6 miliardi.

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