L’intervista a Boeri pubblicata qualche giorno fa lascia l’amaro in bocca. Il famoso architetto recentemente defenestrato dalla giunta Pisapia analizza con la consueta lucidità i problemi della metropoli milanese, soffermandosi in particolare sulla questione abitativa e, in specifico, sul riutilizzo dell’enorme patrimonio immobiliare pubblico e privato che giace dismesso o sottoutilizzato. Il disagio deriva dal fatto che le analisi e pure le soluzioni sono ormai ben conosciute, ma non si riescono a mettere in atto, logorando così una politica – e le annesse iniziative – prima ancora che abbia modo di mettersi alla prova. Non sto neanche a nominare i molti soggetti che, ormai da tempo, si stanno impegnando per mappare, gestire e finanziare la riattivazione di beni immobiliari per trasformarli nei mitici “community asset” come avviene nel Regno Unito. Anzi, guardare a esperienza estere che appaiono così distanti – in termini di opportunità e di innovazione – si rischia di accentuare il logorio.
La tensione tra opportunità che appaiono a portata di mano ma che non si riescono a cogliere, a meno di non finire nel ristretto novero delle “best practice”, è tale da spingere a percorrere scorciatoie sul crinale della legalità. Qualche tempo fa sul sito di Repubblica è apparso un intervento di Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, dove con grande nonchalance dichiarava di aver aperto alcuni dei suoi negozi senza attendere l’autorizzazione pubblica che non arrivava mai e invitando poi i sindaci all’inaugurazione. “Dobbiamo prenderci qualche avviso di garanzia e avviare una rivoluzione”: a dirlo non è un qualche collettivo o movimento antagonista, ma un imprenditore che per quanto innovativo sta comunque nell’establishment.
Il contesto è diverso, ma il problema è lo stesso, anzi sono due. In primo luogo sburocratizzare le procedure di assegnazione dei beni e di loro messa a norma. Altrimenti il riuso finisce ancora prima di cominciare. Qualche tempo fa ho intervistato un’associazione non profit romana che ha preso in gestione la struttura di un ex ente pubblico per aprirci un suo centro servizi. Una grande opportunità, peccato che solo per mettere a norma l’edificio (perché si sa, lo Stato può permettersi di costruire “in deroga”) abbia speso circa un milione di euro, più le altre risorse necessarie per avviare le attività. Risultato: una risposta negativa alla fatidica domanda se dovessero consigliare qualcun altro ad imbarcarsi in una simile intrapresa. Il secondo problema è l’accompagnamento. Non con il modello di agenzia “terza” come propone Boeri, perché ormai abbiamo alle spalle cadaveri eccellenti come ad esempio la fondazione Talenti che doveva fare matching tra beni religiosi e organizzazioni non profit chiamate a rigenerarli. Quel che serve è un mercato di servizi professionali (dagli aspetti infrastrutturali a quelli legali, sociali finanziari), in grado di accompagnare l’individuazione, l’acquisizione e il riutilizzo dei beni ed evitando un pericoloso fai da te che ha messo in crisi non poche organizzazioni non profit ingolosite dalla possibilità di acquisire beni a titolo gratuito o a prezzo non di mercato che però incorporavano problemi assai onerosi.
C’è poi la postilla, la solita: ci vogliono soldi. Proprio qualche giorno fa al G8 inglese, il premier Cameron oltre a impact investing e social stock exchange ha lanciato un fondo di 250 milioni di sterline per gli asset comunitari (biblioteche, scuole e persino pub comprati e fatti ripartire da imprese comunitarie). Ma per non farsi prendere dalla solita frustrazione esterofila c’è la partita dei nuovi fondi strutturali europei attualmente in fase di negoziazione. Un’opportunità, come si suol dire, da non farsi sfuggire.
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Non c’è niente da fare: le classifiche, o le classificazioni, piacciono sempre molto. Che si tratti dei dischi da portare sull’isola deserta (problema peraltro risolto dalla liquefazione dei supporti), degli innovatori sociali under 35 o delle scuole sull’impresa sociale poco cambia: la discussione si apre in merito a chi c’è (e, come diceva il guru Signorini, chi non c’è s’inc***a) e ai criteri di valutazione (con la tipica reazione: “non ci riconosciamo in nessuno di questi”). Però se ne parla, questo è certo e i giornalisti, compresi quelli di Vita, ben conoscono il meccanismo.
Nel caso degli innovatori si è acceso un confronto che in parte è venuto a galla grazie alla lettera inviata da Alberto Masetti Zannini e prontamente trasformata in articolo. Segno che quella classifica fa anche un po’ da termometro delle fibrillazioni che agitano l’ecosistema italiano dell’innovazione sociale. Un ecosistema ancora in buona parte fluido e sempre più affollato: accanto ai pionieri, new entries e, inevitabilmente, qualche parvenu.
Ma il vero dato, quel che più colpisce, è che nella classifica latitano (ed è quasi un eufemismo) i giovani innovatori provenienti dalle organizzazioni più consolidate del terzo settore e dell’impresa sociale. E la cosa non sembra aver più di tanto scosso l’ambiente nonostante a promuovere il sondaggio sia stato il giornale di riferimento del non profit italiano che non può certo essere accusato di scarsa conoscenza. Dunque niente innovatori? Allora è vero che una volta istituzionalizzate, le organizzazioni non sono più in grado di generare cambiamento sistemico? La risposta è gravida di conseguenze perché se così fosse significherebbe che per le politiche di innovazione c’è una sola strada da battere: la creazione di nuove genie d’impresa che incorporino l’innovazione come driver di sviluppo. Tutto sommato quel che è accaduto con le startup innovative, molto orientate su materie di rilevanza sociale, ma poco propense – anche per ragioni tecniche – ad assumere vesti giuridiche esplicitamente sociali come la cooperativa.
In realtà le cose non stanno in questo modo perché a determinate condizioni le organizzazioni sono in grado di rigenerare innovazione entro nuovi cicli di vita (spesso incentivati da fattori di criticità interna e di contesto che proprio non mancano in questo periodo). Meglio quindi percorre strade diverse per sostenere l’innovazione, magari lavorando sulle convergenze tra innovazione per start-up e innovazione per cambiamento organizzativo. A mo’ di esempio si può guardare a questa iniziativa di Confindustria: al di là del nome bruttissimo e del processo un pò troppo ingegnerizzato, è interessante l’intento di creare un matching diretto tra PMI industriali e nuove imprese nate per essere innovative. Perché si sa che uno dei percorsi più fecondi di cambiamento avviene per infusione. Nel passato recente dell’impresa sociale l’infusione ha riguardato soprattutto le pratiche manageriali (certificazioni, modelli di gestione, sistemi di rendicontazione, ecc.). Oggi è il tempo di infondere, assieme a nuovi prodotti, anche una nuova cultura dell’innovazione e dell’intrapresa che magari è una “cellula dorminente” dell’organizzazione. Basterebbe una piattaforma e molto lavoro di networking. Funzionerebbe secondo me. Anche in direzione contraria, ovvero per aumentare la massa critica di iniziative di innovazione sociale che – scorrendo la classifica di Vita – sono in buona parte ancora in fase embrionale.
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Narrare l’innovazione è sempre più complicato. Non perché manchino le storie, anzi. Le difficoltà sono nel format narrativo ormai consunto dopo aver macinato decine e decine di esperienze. Se poi dal personale lo storytelling si concentra su ecosistemi, distretti e territori il risultato rischia di essere ancor peggiore come dimostra, ad esempio, questa perla sul Trentino “allergico alle gerarchie” per attrarre startup innovative. Siamo quindi ben lontani da una “narrazione condivisa” come chiedono, giustamente, gli attori del territorio.
Il problema è riuscire a farsi ascoltare in un contesto che suona e risuona lo stesso pezzo senza variazioni significative. E si sa, alla fine anche il miglior brano musicale se ascoltato troppo dopo un po’ stufa.
A proposito di musica, ecco un’interessante eccezione a questo stato di cose. Un pezzo dei Daft Punk, duo francese dominatore dell’elettronica degli anni zero, che nel suo ultimo e attesissimo album infila un omaggio al grande produttore di disco music Giorgio Moroder. È uno spoken word dove la voce dello stesso Moroder narra gli inizi della sua carriera in modo molto semplice ed efficace. La più classica delle storie di innovazione, però in un contesto sonoro che l’accompagna e ne amplifica – letteralmente – i tratti salienti. Gli ingredienti ci sono tutti: il sogno che appare irrealizzabile (diventare musicista) ma c’è; la rottura dello status quo (l’abbandono della “little town” che poi è Ortisei in Alto Adige); la ricerca di un contesto generativo e stimolante (la Germania degli anni ’70); il rischio e l’incertezza che non si ha paura di affrontare anche se di fronte c’è solo una piccola opportunità; una visione ben definita che ricombina elementi preesistenti (il sound dei decenni precedenti); una tecnologia che innova (il sintetizzatore); l’ingenuità nell’uso degli strumenti ampiamente controbilanciata dal “sapere che quella era la musica del futuro anche se non ne immaginavo l’impatto”. Il risultato? Sdoganare una tecnologia fino ad allora reclusa in laboratori di ricerca sperimentale trasformandola in un fenomeno di massa.
My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me.. Giorgio. Buon ascolto.
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Se siete alla ricerca di un punto di vista sull’innovazione sociale che sia insieme inedito e non d’importazione (come invece è successo per l’agenda Miur), allora Societing Reloaded fa per voi. Il libro curato da Adam Arvidsson e Alex Giordano, infatti, approccia il tema più alla moda che c’è guardando alle trasformazioni dei processi produttivi e di consumo e “rigenerando” a tal fine un concetto – societing – che giá nella sua prima formulazione segnava un forte distacco dalla filosofia e dalle pratiche del marketing tradizionale.
Le trasformazioni in atto hanno portato a maturazione aspetti considerati fin qui marginali: il carattere produttivo di pubblici che si limitano sempre meno a consumare (nel senso che non fanno solo quello e anche che “decrescono” le quote di consumo); la preponderanza della dimensione simbolica nel definire la qualità dei beni e dei servizi; i cambiamenti epocali che investono, ormai da qualche decennio, l’organizzazione d’impresa.
Quali siano gli acceleratori di questa trasformazione radicale del binomio produzione / consumo che è alla base del “contratto sociale” dei sistemi contemporanei è l’oggetto dei vari capitoli del libro: le culture e i sistemi di valore veicolati dalle tecnologie digitali; i bisogni sempre più legati alla realizzazione di sè in contesti ad elevata densità relazionale; il meticciato tra modelli produttivi chiamati a proporre nuove combinazioni di valore, ben distanti dalla massimizzazione del solo obiettivo economico.
Non tutto fila liscio. Inevitabile, in una situazione di stato nascente dove la materia è ancora molto fluida. Ma non è sui dettagli che si valuta un’opera come questa. Mai come ora a contare è la struttura, il framework all’interno del quale ognuno può collocare il proprio vissuto. Per far questo serve anche un buon gruppo di autori: eterogeneo per approccio disciplinare, ma pronto a misurarsi intorno a un tema definito nei suoi caratteri generali.
A proposito, ecco un tema di cui cui fare reloaded: i sistemi proprietari di reti produttive dove prevalgono componenti di coproduzione e una molteplicità di forme di consumo o, più in generale, di godimento dei beni. La portata delle trasformazioni è tale da richiedere sistemi capaci di governare l’allocazione di quote di potere che non possono più poggiare sul tradizionale gioco di ruoli tra chi produce, chi consuma e, a questo punto, chi governa. Su questo fronte non profit e impresa sociale hanno ormai una lunga esperienza nell’elaborare e diffondere sistemi di governance allargati a una pluratità di interlocutori. Non suona benissimo, ma un multistakeholdership reloaded potrebbe essere utile.
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Liberare non profit e impresa sociale per destatalizzare la società. Messa in questo modo la questione della distribuzione degli utili e di altre possibili modifiche della legge sull’impresa sociale acquisisce ben altro interesse. Altro che scontro tra scuole scientifiche e di pensiero! Grazie quindi al professor Capaldo che ribadendo questa sua posizione ben nota in modo così semplice e radicale ha riportato al posto giusto un dibattito che altrimenti rischia seriamente di incartarsi su tecnicismi autoreferenziali.
E il posto giusto è la politica, proprio come accadrà fra qualche giorno a Bologna con il referendum sui contributi alle scuole private. Come sostiene Zamagni sulle colonne di questo giornale, il referendum sarà un importante crocevia per capire se esiste, ed eventualmente quanto è forte, una cultura politica che crede in una funzione pubblica esercitata da una pluralità di soggetti, non solo da amministrazioni e corpi elettivi dello Stato. E sarà interessante verificare quanto il non profit saprà nei fatti contribuire ad incarnare questa politica come nel disegno di Capaldo.
Posso dirlo? Ho qualche dubbio, guardando sia all’interno del settore, sia alla più ampia pubblica opinione. Sia dentro che fuori prevale infatti una cultura che identifica nello Stato l’unico garante dell’interesse generale, considerando la definizione delle politiche e pure la realizzazione degli interventi. A sostegno di questa posizione non ci sono solo maître à penser e forze politiche, ma sondaggi sulla public opinion che non sono dati da smentire, ma dati su cui lavorare come fanno, e bene, quelli che voteranno B al referendum. Stessi riscontri sulla cultura non profit che più che distintiva è in realtà derivativa di quella dello Stato soprattutto, guarda caso, tra le organizzazioni lucrative impegnate nella fornitura di beni e di servizi per la PA.
Ma non c’è solo Bologna. Nel senso che la destatalizzazione non è l’unico fronte di azione. Nel campo dell’innovazione sociale, infatti, molte realizzazioni e le politiche che le guidano sono sotto il controllo di grandi burocrazie (“il mostro buono di Bruxelles“) e soprattutto dell’economia di mercato, in particolare della finanza. Un bel post segnalatomi da Ivana Pais descrive in modo altrettanto semplice ed efficace la situazione: importanti pezzi della peer economy sono di proprietà di imprese di venture capital che hanno investito molte risorse economiche su queste piattaforme, aspettandosi naturalmente di generare profitti. Niente di male in questo, basta sia chiaro – sostiene giustamente l’autrice – che queste risorse saranno distribuite tra un numero esiguo di investitori. Ecco quindi uno spazio da conquistare per organizzazioni sociali, come le cooperative, che fanno sharing non solo con i beni e i servizi, ma anche con la governance e i profitti. In questo caso la questione, più che culturale, è performativa, legata cioè alla generazione di impatti sociali rendicontabili anche sul fronte della gestione dell’impresa. Ma la sostanza della posta in gioco non cambia.
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Visto che è pure tornato Carosello possiamo concederci un pò di pubblicità. E’ uscito da qualche giorno “Cooperare per competere” un ebook che raccoglie i contenuti dei blog fenomeni e co-operare, entrambe ospitati sulla piattaforma di Vita. Abbiamo trovato nella collana Unofficial di 40k l’editore giusto per tentare un’operazione che è insieme di sintesi e di rilancio.
Siamo partiti da episodi, situazioni, in senso lato “fenomeni” che riguardano la progressiva diffusione dell’attributo “sociale” presso una platea sempre più larga di individui, imprese, istituzioni e movimenti. E abbiamo cercato di capire se oltre a questo progressivo allargamento si intravedono anche segnali di convergenza, pur partendo da punti di vista molto diversi. In una parola se si tratta di una competizione nel suo significato più autentico.
Questa è la direzione che vogliamo seguire. Va bene, naturalmente, segmentare il campo per rimarcare le identità e gli approcci – emblematico il recente reportage del Magazine sulle “scuole” dell’impresa sociale – ma è altrettanto urgente tracciare perimetri intorno a questioni il più possibile definite rispetto alle quali è possibile convergere. Non tanto per un “ecumenismo” fine a se stesso, ma per una ragione tanto semplice quanto reale: ci sono questioni la cui soluzione è ormai al limite, se non fuori tempo massimo, e la cui consistenza è tale da richiedere, pena il fallimento, una combinazione di diverse energie, motivazioni, risorse.
Tutto qui, si fa per dire. Infatti il libro è corto e costa poco. Commenti e critiche saranno naturalmente benvenuti. Fine dello spot.
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Ora che il governo (quasi) c’é l’attenzione si può spostare su un altro decisivo versante del governare. Se infatti il governo come istituzione politica é cosa praticamente fatta rimane drammaticamente aperta la questione del governo come processo, ovvero, come dice Tullio De Mauro nel suo bel Dizionarietto di parole del futuro, “modi di regolare la vita sociale ed economica di una comunità, impresa, istituzione“. In una parola: governance.
Il fulcro di questa crisi non è nei palazzi romani. La crisi della governance è più evidente nei territori, nelle pubbliche amministrazioni locali e nelle organizzazioni di terzo settore. Nessuno, o in pochi, vogliono sentire parlare di azioni di governo con finalità gestionali e programmatorie che coinvolgano una pluralità di attori chiamati a esercitare una funzione pubblica. Guai a parlare di “tavoli” di policy making di qualsiasi tipo. La crisi impone scelte rapide e mette a nudo i limiti dei modelli di governance sperimentati negli ultimi anni, anche nel campo del welfare sociale.
Non è stata quindi una grande idea quella di riesumare i Piani sociali di zona della legge 328 di riforma dei servizi sociali in occasione di un seminario al quale mi hanno invitato qualche giorno fa. L’assessore con delega a questo comparto – ed ex esponente del terzo settore – ha messo impietosamente in luce l’inefficacia di questo metodo di governo di fronte a una crisi epocale che mette in discussione l’esistenza stessa del welfare. Una sfida di ben altro livello rispetto al pur nobile tentativo di costruire un “sistema integrato di servizi“. Qui il rischio è di ritrovarsi proprio senza servizi.
Quindi come se ne esce? Le uscite di emergenza più vicine sono due. La prima, sperimentata dal precedente esecutivo nazionale e credo anche da altre amministrazioni locali, è di riaccentrare i processi di governo nelle istituzioni. La seconda via di fuga consiste, rubando l’espressione all’assessore di cui sopra, nel “riposizionare la sussidiarietà a livello dei cittadini”. Sono strategie diverse, ma solo in apparenza. E in ogni caso l’effetto indiretto atteso è il medesimo: far dimagrire le forme di governance allargata viste come eccessivamente lente, inconcludenti, autoreferenziali, forse anche costose. Il rischio però è di buttare il bambino con l’acqua sporca: pur riconoscendo i problemi di burocratizzazione legati alla programmazione sociale è altrettanto vero che nei territori dove c’è stato più coinvolgimento – dunque più governance – le cose non sono andate male, o almeno non peggio. I Piani sono stati adattati in modo proattivo, sono stati costruiti sistemi informativi degni di questo nome e soprattutto si sono costruiti sistemi di gestione dei servizi che se non hanno innovato almeno hanno fatto da “cordone sanitario” del primo welfare cercando poi di agganciarlo, senza farne una zavorra, alla protezione sociale di secondo tipo (welfare aziendale, servizi collaborativi, financo l’autodafè dei singoli cittadini).
Con un ulteriore dettaglio: serve investimento. Come ben dimostra questa interessante azione del governo inglese spalleggiata dal suo think tank preferito: investe 14 milioni di sterline per finanziare azioni innovative di cambiamento sociale proposte direttamente dai cittadini. Non sono moltissimi soldi, se li potrebbe permettere anche un Paese ridotto male come il nostro. Magari grazie a qualche ulteriore dimagramento: quello della pubblica amministrazione, anche quella locale. Chissà che ne pensa l’assessore.
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Ormai è chiaro. Uno dei punti di vista più rilevanti per leggere la dinamica attuale e futura dell’impresa sociale – un comparto dalle grandi potenzialità, ma anche dai consistenti blocchi allo sviluppo – è rappresentato dalla finanza. Sul lato dell’offerta, infatti, si sta articolando un ecosistema di attori sempre più vasto e articolato: istituti di credito specializzati (dalla pioniera Banca Etica a Banca Prossima, il sistema delle Bcc, Universo non profit di Unicredit, UBI Comunità ecc), venture capitalist, business angel, fino al microcredito. Non va inoltre dimenticato il percorso di rinnovamento dei soggetti filantropici, in particolare fondazioni (bancarie e non) che oltre ai contributi economici sostengono iniziative sul fronte finanziario.
C’è però un problema, recentemente sollevato da un articolo di Giovanna Melandri sul giornale on line Che Futuro! nella sua veste di presidente della Fondazione Uman, un nuovo importante player del filantrocapitalismo: l’impresa sociale non rischia. Il problema non è nuovo e non è solo italiano, come ricorda peraltro la stessa Melandri citando un post del chairman del Big Society Capital inglese. Ma anche i dati parlano chiaro: citando l’indagine del rapporto Iris Network poco meno della metà delle imprese sociali italiane ha effettuato investimenti nel biennio 2010/2011 e, fra chi ha investito, le risorse economiche sono state raccolte autofinanziandosi (70%), ignorando quindi i prodotti di finanza specializzata.
Si profila all’orizzonte un clamoroso mismatch? Se sì, come può essere risolto? In primo luogo rafforzando l’ancora debole sistema di servizi di accompagnamento con l’obiettivo di far incontrare in una logica di efficienza domanda e offerta di risorse finanziarie. In secondo luogo è necessario un cambio a livello culturale da entrambe le parti. Certamente le imprese sociali, in quanto imprese, sono chiamare a migliorare la loro capacità di assunzione e gestione del rischio. Ma è altrettanto vero che gli attori finanziari, se sono autenticamente orientati in senso sociale, dovrebbero meglio cogliere le peculiarità di chi intraprende in questo campo, considerando in particolare che il sistema rischi e benefici va commisurato non solo rispetto a una ristretta compagine imprenditoriale, ma a un più vasto campo di stakeholder tra i quali persone, famiglie e comunità che, va ribadito, spesso vivono situazioni di disagio e fragilità sociale. Evitando quindi che siano anche questi soggetti a doversi accollare, anche indirettamente, il prezzo di un rischio assunto in modo troppo disinvolto stante la necessità di impiegare risorse.
Lo dice bene questa lettera a un giovane imprenditore sociale, dove l’autore non va per il sottile: the poor are not the raw material for your salvation, i poveri non sono la materia prima per la tua salvezza, riprendendo l’appello di “ripartire dagli ultimi” della teologia della liberazione. Si può essere d’accordo o meno sui toni dell’appello e sui riferimenti culturali. Ma una cosa è certa: in un’epoca in cui tutti affermano di voler essere user centered, di considereare cioè beneficiari e clienti come elemento di centralità della mission e dei processi produttivi, l’impresa sociale è chiamata a riaffermare questo principio. Anche nel prendersi i rischi.
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Mentre in campo non profit proseguono i festeggiamenti per il BES arriva il Social Progress. Si affolla il campo degli indici che ambiscono a sostituire o completare il Prodotto Interno Lordo. L’ultimo in ordine di tempo è di derivazione Harvard Business School e nell’advisory board c’è Michael Porter, autore, insieme a Mark Kramer, del pluricitato saggio sulla produzione di valore condiviso. La presentazione ufficiale è avvenuta durante lo Skoll World Forum a Oxford, probabilmente il principale evento mondiale dedicato all’imprenditoria sociale che scaturisce dalle business school dell’economia capitalista.
Si potrebbe aprire un bel dibattito su struttura e sulle modalità di applicazione dei diversi indici, comparando, se possibile, le metriche. Quelli del Social Progress hanno già iniziato a farlo puntando in alto, ovvero all’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, annotando continuità e discontinuità dei vari paesi inseriti nella classifica. Un aspetto importante perché, come avvertiva uno degli speaker a Oxford: “Visions without metrics are hallucinations”.
Ma c’è un aspetto ulteriore da considerare, ovvero la diversa capacità (e velocità) di rigenerare la conoscenza prodotta all’interno dei diversi paradigmi. In particolare colpisce il modo in cui il pensiero economico mainstream, quello più diffuso e importante, riesce a incorporare elementi tipici dei sistemi alternativi, soprattutto per quanto riguarda le componenti di socialità. Per alcuni osservatori, in particolare in campo non profit, si tratta di un mero riposizionamento, una sorta di lifting concettuale, un pò come avviene in campo ambientale con le pratiche di greenwashing. In realtà la questione è più complessa e questo giudizio – esso stesso mainstream nel pensiero “alternativo” – è frutto di una rappresentazione eccessivamente semplificata dei fondamenti conoscitivi alla base del modello dominante. Dentro i paradigmi – posto che esistano – le posizioni sono molto più articolate e questa loro articolazione consente di attrarre ed elaborare nuovi modelli emergenti anche al di fuori dei propri ambiti.
Qualche tempo fa il domenicale del Sole 24 Ore dedicava un ricordo ad Armen Alchian, economista morto centenario e famoso per i suoi studi sulla proprietà privata, ovvero uno dei pilastri del capitalismo. Leggendo l’articolo si evidenziavano però alcuni spunti interessanti perché poco allineati al mainstream. Ad esempio Alchian criticava le posizioni di colleghi che definivano le imprese come corpi a se stante rispetto all’ambiente esterno, sostenendo invece che si tratta di forme organizzative composte dalla stessa sostanza dei sistemi socio economici in cui operano. Il tutto confrontandosi su una metafora che considerava le imprese come grumi di burro che si coagulano nel secchio del latte. E ancora rendeva giustizia al tanto vituperato homo oeconomicus, spesso rappresentato come un fantoccio egoista, mentre invece si tratta di un soggetto mosso dall’obiettivo dell’efficienza e da una funzione dei ricavi che è certo economica e di utilità, ma anche di soddisfazione interiore.
Ci sono quindi due percorsi da seguire. Il primo è di non essere troppo schizzinosi e di cercare anche nel pensiero dominante elementi conoscenza utili a comprendere meglio il ruolo degli attori sociali. D’altro canto si dovrebbe lavorare per arricchire di sfaccettature interne paradigmi alternativi che paiono troppo schematici e quindi eccessivamente rigidi nel leggere un contesto dove a dominare non sono le contrapposizioni radicali – sociale vs non sociale, pubblico vs privato, market vs non market – ma piuttosto le diverse modalità attraverso cui soggetti differenti mischiano queste qualità. Se fosse una gara, a vincere sarà chi per primo saprà concettualizzare queste nuove forme di azione economica e sociale e, soprattutto, saprà misurarne i risultati.
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Ci sono tanti modi per rendere smart una città o una comunità locale. Tra i più efficaci, a mio avviso, quelli che puntano sull’infrastrutturazione delle reti. Metodi e strumenti che danno vigore ai nodi affinché siano più efficaci nel generare risorse il cui valore aumenta perché condiviso. In questo ambito il contributo dell’impresa sociale, quando è riconosciuto, è tutto spostato sull’immateriale: “producono” reti di servizi che incidono positivamente sui livelli di qualità della vita (BES docet) e che, più in generale, contribuiscono a definire la cornice di senso all’interno della quale passano nuovi modelli di sviluppo del territorio, anche in termini di scelte d’investimento e di allocazione delle risorse.
Ma c’è anche una dimensione “maker” dell’impresa sociale. Una filiera di produzione materiale che combina innovazione tecnologica e sociale. Riguarda la produzione di oggetti per l’infrastrutturazione sociale del territorio. Artefatti in genere piuttosto semplici che incorporano, in modo più o meno esplicito, una componente di aggregazione sociale sia virtuale che in presa diretta. Ad esempio una cooperativa sociale della bergamasca ha sostenuto il progetto di un innovatore sociale under 30 finanziato dal Miur che prevede la costruzione e la messa in produzione di una panchina da utilizzare per incrementare la relazionalità in contesti marginali. Un’infrastruttura materiale dove si fa aggregazione perché oltre alla seduta è disponibile una rete wifi e un social network di prossimità che fa da porta d’accesso a servizi, iniziative e risorse di quel luogo. Solo un esempio, perché il potenziale è ben più ampio. Sulla copertina di Valori del mese scorso c’era un lampione trasportabile che produce “luce collettiva” (e annessa socialità) nelle zone rurali dell’Africa. All’estremo opposto il comune di New York sta pensando di sostituire le vecchie cabine telefoniche con strutture multiservizio che verranno valutate anche sulla base dell’impatto sociale nei contesti dove verranno installate.
L’elenco potrebbe proseguire. Ci sono molte altre strutture da rigenerare utilizzando tecnologie semplici e, tutto sommato, non troppo costose. Un bel settore di attività per imprese sociali, in particolare per cooperative di inserimento lavorativo che vogliono innovare la loro produzione artigianale incrementandone l’impatto sociale. Per quanto mi riguarda sono disponibile a scrivere il libretto d’istruzioni, mischiando indicazioni simil Ikea per il montaggio e regole per la gestione sociale dell’oggetto.
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