Fenomeni

19/05/2013

impresa sociale innovazione pubblicazioni scenari

La versione di Societing

Se siete alla ricerca di un punto di vista sull’innovazione sociale che sia insieme inedito e non d’importazione (come invece è successo per l’agenda Miur), allora Societing Reloaded fa per voi. Il libro curato da Adam Arvidsson e Alex Giordano, infatti, approccia il tema più alla moda che c’è guardando alle trasformazioni dei processi produttivi e di consumo e “rigenerando” a tal fine un concetto – societing – che giá nella sua prima formulazione segnava un forte distacco dalla filosofia e dalle pratiche del marketing tradizionale.
Le trasformazioni in atto hanno portato a maturazione aspetti considerati fin qui marginali: il carattere produttivo di pubblici che si limitano sempre meno a consumare (nel senso che non fanno solo quello e anche che “decrescono” le quote di consumo); la preponderanza della dimensione simbolica nel definire la qualità dei beni e dei servizi; i cambiamenti epocali che investono, ormai da qualche decennio, l’organizzazione d’impresa.
Quali siano gli acceleratori di questa trasformazione radicale del binomio produzione / consumo che è alla base del “contratto sociale” dei sistemi contemporanei è l’oggetto dei vari capitoli del libro: le culture e i sistemi di valore veicolati dalle tecnologie digitali; i bisogni sempre più legati alla realizzazione di sè in contesti ad elevata densità relazionale; il meticciato tra modelli produttivi chiamati a proporre nuove combinazioni di valore, ben distanti dalla massimizzazione del solo obiettivo economico.
Non tutto fila liscio. Inevitabile, in una situazione di stato nascente dove la materia è ancora molto fluida. Ma non è sui dettagli che si valuta un’opera come questa. Mai come ora a contare è la struttura, il framework all’interno del quale ognuno può collocare il proprio vissuto. Per far questo serve anche un buon gruppo di autori: eterogeneo per approccio disciplinare, ma pronto a misurarsi intorno a un tema definito nei suoi caratteri generali.
A proposito, ecco un tema di cui cui fare reloaded: i sistemi proprietari di reti produttive dove prevalgono componenti di coproduzione e una molteplicità di forme di consumo o, più in generale, di godimento dei beni. La portata delle trasformazioni è tale da richiedere sistemi capaci di governare l’allocazione di quote di potere che non possono più poggiare sul tradizionale gioco di ruoli tra chi produce, chi consuma e, a questo punto, chi governa. Su questo fronte non profit e impresa sociale hanno ormai una lunga esperienza nell’elaborare e diffondere sistemi di governance allargati a una pluratità di interlocutori. Non suona benissimo, ma un multistakeholdership reloaded potrebbe essere utile.

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12/05/2013

impresa sociale leggi scenari

Destatalizzare non basta

Liberare non profit e impresa sociale per destatalizzare la società. Messa in questo modo la questione della distribuzione degli utili e di altre possibili modifiche della legge sull’impresa sociale acquisisce ben altro interesse. Altro che scontro tra scuole scientifiche e di pensiero! Grazie quindi al professor Capaldo che ribadendo questa sua posizione ben nota in modo così semplice e radicale ha riportato al posto giusto un dibattito che altrimenti rischia seriamente di incartarsi su tecnicismi autoreferenziali.
E il posto giusto è la politica, proprio come accadrà fra qualche giorno a Bologna con il referendum sui contributi alle scuole private. Come sostiene Zamagni sulle colonne di questo giornale, il referendum sarà un importante crocevia per capire se esiste, ed eventualmente quanto è forte, una cultura politica che crede in una funzione pubblica esercitata da una pluralità di soggetti, non solo da amministrazioni e corpi elettivi dello Stato. E sarà interessante verificare quanto il non profit saprà nei fatti contribuire ad incarnare questa politica come nel disegno di Capaldo.
Posso dirlo? Ho qualche dubbio, guardando sia all’interno del settore, sia alla più ampia pubblica opinione. Sia dentro che fuori prevale infatti una cultura che identifica nello Stato l’unico garante dell’interesse generale, considerando la definizione delle politiche e pure la realizzazione degli interventi. A sostegno di questa posizione non ci sono solo maître à penser e forze politiche, ma sondaggi sulla public opinion che non sono dati da smentire, ma dati su cui lavorare come fanno, e bene, quelli che voteranno B al referendum. Stessi riscontri sulla cultura non profit che più che distintiva è in realtà derivativa di quella dello Stato soprattutto, guarda caso, tra le organizzazioni lucrative impegnate nella fornitura di beni e di servizi per la PA.
Ma non c’è solo Bologna. Nel senso che la destatalizzazione non è l’unico fronte di azione. Nel campo dell’innovazione sociale, infatti, molte realizzazioni e le politiche che le guidano sono sotto il controllo di grandi burocrazie (“il mostro buono di Bruxelles“) e soprattutto dell’economia di mercato, in particolare della finanza. Un bel post segnalatomi da Ivana Pais descrive in modo altrettanto semplice ed efficace la situazione: importanti pezzi della peer economy sono di proprietà di imprese di venture capital che hanno investito molte risorse economiche su queste piattaforme, aspettandosi naturalmente di generare profitti. Niente di male in questo, basta sia chiaro – sostiene giustamente l’autrice – che queste risorse saranno distribuite tra un numero esiguo di investitori. Ecco quindi uno spazio da conquistare per organizzazioni sociali, come le cooperative, che fanno sharing non solo con i beni e i servizi, ma anche con la governance e i profitti. In questo caso la questione, più che culturale, è performativa, legata cioè alla generazione di impatti sociali rendicontabili anche sul fronte della gestione dell’impresa. Ma la sostanza della posta in gioco non cambia.

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08/05/2013

impresa sociale innovazione pubblicazioni

Post pubblicitario

Visto che è pure tornato Carosello possiamo concederci un pò di pubblicità. E’ uscito da qualche giorno “Cooperare per competere” un ebook che raccoglie i contenuti dei blog fenomeni e co-operare, entrambe ospitati sulla piattaforma di Vita. Abbiamo trovato nella collana Unofficial di 40k l’editore giusto per tentare un’operazione che è insieme di sintesi e di rilancio.

Siamo partiti da episodi, situazioni, in senso lato “fenomeni” che riguardano la progressiva diffusione dell’attributo “sociale” presso una platea sempre più larga di individui, imprese, istituzioni e movimenti. E abbiamo cercato di capire se oltre a questo progressivo allargamento si intravedono anche segnali di convergenza, pur partendo da punti di vista molto diversi. In una parola se si tratta di una competizione nel suo significato più autentico.

Questa è la direzione che vogliamo seguire. Va bene, naturalmente, segmentare il campo per rimarcare le identità e gli approcci – emblematico il recente reportage del Magazine sulle “scuole” dell’impresa sociale – ma è altrettanto urgente tracciare perimetri intorno a questioni il più possibile definite rispetto alle quali è possibile convergere. Non tanto per un “ecumenismo” fine a se stesso, ma per una ragione tanto semplice quanto reale: ci sono questioni la cui soluzione è ormai al limite, se non fuori tempo massimo, e la cui consistenza è tale da richiedere, pena il fallimento, una combinazione di diverse energie, motivazioni, risorse.

Tutto qui, si fa per dire. Infatti il libro è corto e costa poco. Commenti e critiche saranno naturalmente benvenuti. Fine dello spot.

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27/04/2013

impresa sociale terzo settore welfare

Crisi di governance

Ora che il governo (quasi) c’é l’attenzione si può spostare su un altro decisivo versante del governare. Se infatti il governo come istituzione politica é cosa praticamente fatta rimane drammaticamente aperta la questione del governo come processo, ovvero, come dice Tullio De Mauro nel suo bel Dizionarietto di parole del futuro, “modi di regolare la vita sociale ed economica di una comunità, impresa, istituzione“. In una parola: governance.
Il fulcro di questa crisi non è nei palazzi romani. La crisi della governance è più evidente nei territori, nelle pubbliche amministrazioni locali e nelle organizzazioni di terzo settore. Nessuno, o in pochi, vogliono sentire parlare di azioni di governo con finalità gestionali e programmatorie che coinvolgano una pluralità di attori chiamati a esercitare una funzione pubblica. Guai a parlare di “tavoli” di policy making di qualsiasi tipo. La crisi impone scelte rapide e mette a nudo i limiti dei modelli di governance sperimentati negli ultimi anni, anche nel campo del welfare sociale.
Non è stata quindi una grande idea quella di riesumare i Piani sociali di zona della legge 328 di riforma dei servizi sociali in occasione di un seminario al quale mi hanno invitato qualche giorno fa. L’assessore con delega a questo comparto – ed ex esponente del terzo settore – ha messo impietosamente in luce l’inefficacia di questo metodo di governo di fronte a una crisi epocale che mette in discussione l’esistenza stessa del welfare. Una sfida di ben altro livello rispetto al pur nobile tentativo di costruire un “sistema integrato di servizi“. Qui il rischio è di ritrovarsi proprio senza servizi.
Quindi come se ne esce? Le uscite di emergenza più vicine sono due. La prima, sperimentata dal precedente esecutivo nazionale e credo anche da altre amministrazioni locali, è di riaccentrare i processi di governo nelle istituzioni. La seconda via di fuga consiste, rubando l’espressione all’assessore di cui sopra, nel “riposizionare la sussidiarietà a livello dei cittadini”. Sono strategie diverse, ma solo in apparenza. E in ogni caso l’effetto indiretto atteso è il medesimo: far dimagrire le forme di governance allargata viste come eccessivamente lente, inconcludenti, autoreferenziali, forse anche costose. Il rischio però è di buttare il bambino con l’acqua sporca: pur riconoscendo i problemi di burocratizzazione legati alla programmazione sociale è altrettanto vero che nei territori dove c’è stato più coinvolgimento – dunque più governance – le cose non sono andate male, o almeno non peggio. I Piani sono stati adattati in modo proattivo, sono stati costruiti sistemi informativi degni di questo nome e soprattutto si sono costruiti sistemi di gestione dei servizi che se non hanno innovato almeno hanno fatto da “cordone sanitario” del primo welfare cercando poi di agganciarlo, senza farne una zavorra, alla protezione sociale di secondo tipo (welfare aziendale, servizi collaborativi, financo l’autodafè dei singoli cittadini).
Con un ulteriore dettaglio: serve investimento. Come ben dimostra questa interessante azione del governo inglese spalleggiata dal suo think tank preferito: investe 14 milioni di sterline per finanziare azioni innovative di cambiamento sociale proposte direttamente dai cittadini. Non sono moltissimi soldi, se li potrebbe permettere anche un Paese ridotto male come il nostro. Magari grazie a qualche ulteriore dimagramento: quello della pubblica amministrazione, anche quella locale. Chissà che ne pensa l’assessore.

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23/04/2013

impresa sociale innovazione scenari

Una nuova cultura del rischio

Ormai è chiaro. Uno dei punti di vista più rilevanti per leggere la dinamica attuale e futura dell’impresa sociale – un comparto dalle grandi potenzialità, ma anche dai consistenti blocchi allo sviluppo – è rappresentato dalla finanza. Sul lato dell’offerta, infatti, si sta articolando un ecosistema di attori sempre più vasto e articolato: istituti di credito specializzati (dalla pioniera Banca Etica a Banca Prossima, il sistema delle Bcc, Universo non profit di Unicredit, UBI Comunità ecc), venture capitalist, business angel, fino al microcredito. Non va inoltre dimenticato il percorso di rinnovamento dei soggetti filantropici, in particolare fondazioni (bancarie e non) che oltre ai contributi economici sostengono iniziative sul fronte finanziario.

C’è però un problema, recentemente sollevato da un articolo di Giovanna Melandri sul giornale on line Che Futuro! nella sua veste di presidente della Fondazione Uman, un nuovo importante player del filantrocapitalismo: l’impresa sociale non rischia. Il problema non è nuovo e non è solo italiano, come ricorda peraltro la stessa Melandri citando un post del chairman del Big Society Capital inglese. Ma anche i dati parlano chiaro: citando l’indagine del rapporto Iris Network poco meno della metà delle imprese sociali italiane ha effettuato investimenti nel biennio 2010/2011 e, fra chi ha investito, le risorse economiche sono state raccolte autofinanziandosi (70%), ignorando quindi i prodotti di finanza specializzata.

Si profila all’orizzonte un clamoroso mismatch? Se sì, come può essere risolto? In primo luogo rafforzando l’ancora debole sistema di servizi di accompagnamento con l’obiettivo di far incontrare in una logica di efficienza domanda e offerta di risorse finanziarie. In secondo luogo è necessario un cambio a livello culturale da entrambe le parti. Certamente le imprese sociali, in quanto imprese, sono chiamare a migliorare la loro capacità di assunzione e gestione del rischio. Ma è altrettanto vero che gli attori finanziari, se sono autenticamente orientati in senso sociale, dovrebbero meglio cogliere le peculiarità di chi intraprende in questo campo, considerando in particolare che il sistema rischi e benefici va commisurato non solo rispetto a una ristretta compagine imprenditoriale, ma a un più vasto campo di stakeholder tra i quali persone, famiglie e comunità che, va ribadito, spesso vivono situazioni di disagio e fragilità sociale. Evitando quindi che siano anche questi soggetti a doversi accollare, anche indirettamente, il prezzo di un rischio assunto in modo troppo disinvolto stante la necessità di impiegare risorse.

Lo dice bene questa lettera a un giovane imprenditore sociale, dove l’autore non va per il sottile: the poor are not the raw material for your salvation, i poveri non sono la materia prima per la tua salvezza, riprendendo l’appello di “ripartire dagli ultimi” della teologia della liberazione. Si può essere d’accordo o meno sui toni dell’appello e sui riferimenti culturali. Ma una cosa è certa: in un’epoca in cui tutti affermano di voler essere user centered, di considereare cioè beneficiari e clienti come elemento di centralità della mission e dei processi produttivi, l’impresa sociale è chiamata a riaffermare questo principio. Anche nel prendersi i rischi.

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15/04/2013

pubblicazioni ricerche scenari

Essere mainstream

Mentre in campo non profit proseguono i festeggiamenti per il BES arriva il Social Progress. Si affolla il campo degli indici che ambiscono a sostituire o completare il Prodotto Interno Lordo. L’ultimo in ordine di tempo è di derivazione Harvard Business School e nell’advisory board c’è Michael Porter, autore, insieme a Mark Kramer, del pluricitato saggio sulla produzione di valore condiviso. La presentazione ufficiale è avvenuta durante lo Skoll World Forum a Oxford, probabilmente il principale evento mondiale dedicato all’imprenditoria sociale che scaturisce dalle business school dell’economia capitalista.

Si potrebbe aprire un bel dibattito su struttura e sulle modalità di applicazione dei diversi indici, comparando, se possibile, le metriche. Quelli del Social Progress hanno già iniziato a farlo puntando in alto, ovvero all’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, annotando continuità e discontinuità dei vari paesi inseriti nella classifica. Un aspetto importante perché, come avvertiva uno degli speaker a Oxford: “Visions without metrics are hallucinations”.

Ma c’è un aspetto ulteriore da considerare, ovvero la diversa capacità (e velocità) di rigenerare la conoscenza prodotta all’interno dei diversi paradigmi. In particolare colpisce il modo in cui il pensiero economico mainstream, quello più diffuso e importante, riesce a incorporare elementi tipici dei sistemi alternativi, soprattutto per quanto riguarda le componenti di socialità. Per alcuni osservatori, in particolare in campo non profit, si tratta di un mero riposizionamento, una sorta di lifting concettuale, un pò come avviene in campo ambientale con le pratiche di greenwashing. In realtà la questione è più complessa e questo giudizio – esso stesso mainstream nel pensiero “alternativo” – è frutto di una rappresentazione eccessivamente semplificata dei fondamenti conoscitivi alla base del modello dominante. Dentro i paradigmi – posto che esistano – le posizioni sono molto più articolate e questa loro articolazione consente di attrarre ed elaborare nuovi modelli emergenti anche al di fuori dei propri ambiti.

Qualche tempo fa il domenicale del Sole 24 Ore dedicava un ricordo ad Armen Alchian, economista morto centenario e famoso per i suoi studi sulla proprietà privata, ovvero uno dei pilastri del capitalismo. Leggendo l’articolo si evidenziavano però alcuni spunti interessanti perché poco allineati al mainstream. Ad esempio Alchian criticava le posizioni di colleghi che definivano le imprese come corpi a se stante rispetto all’ambiente esterno, sostenendo invece che si tratta di forme organizzative composte dalla stessa sostanza dei sistemi socio economici in cui operano. Il tutto confrontandosi su una metafora che considerava le imprese come grumi di burro che si coagulano nel secchio del latte. E ancora rendeva giustizia al tanto vituperato homo oeconomicus, spesso rappresentato come un fantoccio egoista, mentre invece si tratta di un soggetto mosso dall’obiettivo dell’efficienza e da una funzione dei ricavi che è certo economica e di utilità, ma anche di soddisfazione interiore.

Ci sono quindi due percorsi da seguire. Il primo è di non essere troppo schizzinosi e di cercare anche nel pensiero dominante elementi conoscenza utili a comprendere meglio il ruolo degli attori sociali. D’altro canto si dovrebbe lavorare per arricchire di sfaccettature interne paradigmi alternativi che paiono troppo schematici e quindi eccessivamente rigidi nel leggere un contesto dove a dominare non sono le contrapposizioni radicali – sociale vs non sociale, pubblico vs privato, market vs non market – ma piuttosto le diverse modalità attraverso cui soggetti differenti mischiano queste qualità. Se fosse una gara, a vincere sarà chi per primo saprà concettualizzare queste nuove forme di azione economica e sociale e, soprattutto, saprà misurarne i risultati.

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02/04/2013

impresa sociale innovazione

Il lato maker dell’impresa sociale

Ci sono tanti modi per rendere smart una città o una comunità locale. Tra i più efficaci, a mio avviso, quelli che puntano sull’infrastrutturazione delle reti. Metodi e strumenti che danno vigore ai nodi affinché siano più efficaci nel generare risorse il cui valore aumenta perché condiviso. In questo ambito il contributo dell’impresa sociale, quando è riconosciuto, è tutto spostato sull’immateriale: “producono” reti di servizi che incidono positivamente sui livelli di qualità della vita (BES docet) e che, più in generale, contribuiscono a definire la cornice di senso all’interno della quale passano nuovi modelli di sviluppo del territorio, anche in termini di scelte d’investimento e di allocazione delle risorse.

Ma c’è anche una dimensione “maker” dell’impresa sociale. Una filiera di produzione materiale che combina innovazione tecnologica e sociale. Riguarda la produzione di oggetti per l’infrastrutturazione sociale del territorio. Artefatti in genere piuttosto semplici che incorporano, in modo più o meno esplicito, una componente di aggregazione sociale sia virtuale che in presa diretta. Ad esempio una cooperativa sociale della bergamasca ha sostenuto il progetto di un innovatore sociale under 30 finanziato dal Miur che prevede la costruzione e la messa in produzione di una panchina da utilizzare per incrementare la relazionalità in contesti marginali. Un’infrastruttura materiale dove si fa aggregazione perché oltre alla seduta è disponibile una rete wifi e un social network di prossimità che fa da porta d’accesso a servizi, iniziative e risorse di quel luogo. Solo un esempio, perché il potenziale è ben più ampio. Sulla copertina di Valori del mese scorso c’era un lampione trasportabile che produce “luce collettiva” (e annessa socialità) nelle zone rurali dell’Africa. All’estremo opposto il comune di New York sta pensando di sostituire le vecchie cabine telefoniche con strutture multiservizio che verranno valutate anche sulla base dell’impatto sociale nei contesti dove verranno installate.

L’elenco potrebbe proseguire. Ci sono molte altre strutture da rigenerare utilizzando tecnologie semplici e, tutto sommato, non troppo costose. Un bel settore di attività per imprese sociali, in particolare per cooperative di inserimento lavorativo che vogliono innovare la loro produzione artigianale incrementandone l’impatto sociale. Per quanto mi riguarda sono disponibile a scrivere il libretto d’istruzioni, mischiando indicazioni simil Ikea per il montaggio e regole per la gestione sociale dell’oggetto.

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25/03/2013

impresa sociale innovazione

Una questione di euristica

Preso atto che l’innovazione sociale è mainstream – e non perché lo dice Nesta, ma perché il dossier sta sul tavolo di Barroso – bisogna venirne a patti. L’adesione a questo paradigma non é infatti nè scontata – puzzerebbe di opportunismo – nè automatica, pena il rischio per le organizzazioni sociali di fare da cinghia di trasmissione a un processo di riposizionamento di istituzioni pubbliche e imprese di mercato alle prese con qualche problemino di legittimità.
Il dibattito, fin qui, è stato deludente perché monopolizzato da una dialettica tesa alla banalizzazione: “tutta fuffa”, “lo abbiamo sempre fatto”, “noi innovatori voi conservatori” e amenità di questo tipo. Se poi si aggiunge la diffusione di un linguaggio tecnico che prescinde sempre più dai dati esperienziali e vive di vita propria nei documenti di policy, la frittata autoreferenziale é servita.
Urgono marcatori quindi. Da ricercare non solo negli esiti delle realtà che a questa prospettiva si ispirano (il famigerato impatto). Un aspetto rilevante riguarda ad esempio l’euristica, intesa come procedura e metodo di lavoro. In una presentazione di qualche tempo fa si evidenziava il carattere “fast and frugal” dell’euristica innovativa, ovvero da una parte la capacità di circoscrivere i fattori decisionali attraverso una ricerca auto limitata dei dati di conoscenza e dall’altra la velocità nel combinarli in prese di decisione che possono essere ricombinate a seconda degli esiti contingenti. Tutto molto diverso, a ben pensarci, rispetto a quanto avviene nelle organizzazioni non profit e imprese sociali. In questo caso infatti a prevalere è il movimento lento, lentissimo a volte, della riflessività dialogica. Un processo che procede per accumulazione progressiva e che scaturisce dal continuo confronto con una pluralità di attori. Può sembrare una questione astratta, ma invece da queste differenti impostazioni metodologiche discendono importanti conseguenze nel modo in cui, ad esempio, si individua il grado di rilevanza sociale dei problemi a cui rispondere. Forse é per questo che la “fast and frugal heuristics” alla base dell’innovazione tecnologica recente è alla ricerca di una maggiore socialità sia nei modelli di produzione che nelle tipologie di beni prodotti. Se non profit e impresa sociale sapranno far valere in un’ottica di dialogo la loro euristica, allora il loro posizionamento nell’ecosistema dell’innovazione sociale risulterà meno problematico e scontato di quanto fin qui descritto.

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18/03/2013

impresa sociale innovazione pubblicazioni scenari terzo settore

E’ tempo di riattivare

1999-2013: tanto ci è voluto per passare dal desing all’implementazione di una politica. A fine millennio, infatti, fu pubblicata (e il tempo passato ci sta proprio bene) la mappatura su stazioni ferroviarie impresenziate e altre risorse – ad esempio le green ways al posto dei rami secchi ferroviari – che potevano essere rigenerate per nuove forme d’uso sociale. E la scorsa settimana è stato firmato il protocollo d’intesa tra Ferrovie dello stato e importanti organizzazioni di rappresentanza non profit (tra le quali la rete dei Centri servizio per il volontariato) per favorire il trasferimento di queste strutture ad attori sociali sul territorio. Non che in mezzo non sia successo nulla, anzi. Si possono segnalare interessanti esperienze come quella di Onds, la rete degli help center ferroviari che, lontano dai riflettori, ha costruito una vera e propria offerta di welfare per ora rivolta a casi più urgenti (persone senza fissa dimora) ma in futuro anche a più ampio raggio. Una progetto pilota che ha fatto leva sulla stessa partnership delle stazioni impresenziate, allargandola poi ad altri attori business e dotandosi a tal fine di un sistema informativo che ha pochi eguali in Italia. Si può sapere in tempo reale quante persone accedono ai centri e per quali ragioni, misurando così l’impatto sociale e dando vita a un’infrastruttura che non è solo informativa, ma anche orientata a sviluppare e consolidare sinergie con altri servizi di protezione sociale (pubblici e privati).

Rimane il fatto che si fa fatica, nel nostro paese, a scalare l’innovazione. Anche nel caso di iniziative dove la generazione di valore è ben visibile e pure a svariati livelli. Una stazione ferroviaria riattivata è un’innesco per politiche di coesione territoriale, creazione di economia, di nuova occupazione, di iniziative in senso lato sostenibili. Lo stesso dicasi per svariate altre progettualità che in contesti diversi perseguono lo stesso obiettivo: riattivare beni immobili e spazi per finalità di interesse pubblico. Qualcuno ha riconosciuto in questo variegato insieme di iniziative il punto centrale di un “piano industriale” per il terzo settore e l’imprenditoria sociale. Una bella visione che però, ad oggi, è senza una politica che faccia da cornice, accelerando processi che altrimenti, come nel caso appena descritto, hanno bisogno di decenni per iniziare a realizzarsi su ampia scala.

Per fare in modo che qualcuno ci provi è utile guardare ancora a singole iniziative che però in sé racchiudono gli elementi qualificanti di una polica per gli asset comunitari in Italia. Tra le più interessanti e di prossima realizzazione c’è [re]vive, una call for ideas rivolta a creativi in senso lato (pure a “teorici in cerca di pubblico” coi quali sono molto solidale), allo scopo di dar vita a un’inedita forma di biblioteca all’interno di uno stabile abbandonato a Milano durante il fuorisalone del mobile. La proposta è interessante perché concentra nello stesso spazio una molteplicità di progetti, iniziative, imprese, seminari, workshop che, oltre al valore in sé possono generare un’ulteriore esternalità positiva, ovvero sperimentare nuove forme di utilizzo di quello spazio risolvendo il trade off tra tempo necessario per la riattivazione ed efficacia della nuova forma d’uso. Una modalità di riattivazione che è innovativa anche nella misura in cui riuscirà a far risparmiare qualche anno di attesa.

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13/03/2013

impresa sociale innovazione

I domini delle reti

Le reti non muoiono mai. E neanche l’interesse a conoscerle e a costruirle. Rimango sempre sorpreso del fatto che, a distanza di tempo e con alle spalle qualche fallimento e molta fatica, ci sia ancora voglia di “fare rete”. D’altro canto le sollecitazioni non mancano. In campo non profit, ad esempio, permangono tensioni interne ai network originate da due fattori: il primo riguarda la delega alla rete di una molteplicità di compiti e di funzioni che rendono estremamente complesso individuare le priorità rispetto alle quali allocare le – sempre più scarse – risorse. Il secondo fattore riguarda invece il carattere pionieristico e sperimentalista associato alle reti che le pone in una non facile posizione: da una parte promuovere innovazione e dall’altra garantire un minimo di stabilità dei flussi di risorse. Esistono poi sollecitazioni esterne, alcune delle quali estremamente rilevanti. La rottura della sussidiarietà verticale nella Pubblica Amministrazione ha innescato un conflitto ai vari livelli che ha portato – o porterà – a una modifica dei confini amministrativi e funzionali di un interlocutore chiave per il non profit e che nel corso del tempo ha costituito un importante punto di riferimento rispetto al quale conformare le reti sociali (anche a rischio di colonizzazione). Ma anche i mutamenti profondi che hanno investito le reti dell’imprenditoria for profit hanno segnato un punto di non ritorno. I distretti industriali delle PMI che stanno pian piano rialzando la testa non sono certo quelli di epoca pre crisi.

Da dove ricominciare quindi? Reduce da un incontro, denso come spesso capita, con un manipolo di networkers provo a riassumere quanto emerso in forma di linee guida utili a riorganizzare e sfrondare la miriade di attività, iniziative, progetti, bandi, ecc. che si affastellano nelle reti. Sintetizzo quanto emerso prendendo a prestito alcuni domini internet che, come dice il termine, segmentano aree di significato all’interno delle quali è possibile collocare in modo mirato iniziative e investimenti.

No, non è .net, troppo facile! Inizio con .info, ovvero con la possibilità e insieme la necessità di costruire sistemi informativi di rete, capaci di moltiplicare il valore dell’informazione e della conoscenza prodotta. Con sano realismo si può guardare, da una parte, ai dati autoprodotti dalle diverse organizzazioni, facendo un pò di economia del dato e non mollando, per nessuna ragione, sulla continuità della rilevazione. Dall’altra è necessario considerare l’aumentata disponibilità, quasi eccessiva, di informazioni sui fenomeni socio economici rispetto ai quali agisce il non profit. Come usare ad esempio dei dati del nuovo rapporto BES Istat / Cnel? Occorre potenza di calcolo, ma soprattutto capacità intepretativa in modo da trarne materiale utile per svariate finalità: misurare e rendicontare le performance per tarare politiche di efficientamento, fare investimenti non come fosse una scommessa al buio, alimentare una visione condivisa del territorio in cui si opera. Altro dominio è .biz, ovvero azioni imprenditoriali che generano valore economico e sociale nella misura in cui sono realizzate in rete. Non il classico partnenariato per fare management di un progetto che deve “semplicemente” allocare risorse tra i vari workpackages, ma piuttosto generare un valore che nessun soggetto singolarmente sarebbe in grado di produrre. Valore condiviso insomma. Su questo versante le reti sono alle prese con un salto mortale che le porta da un ruolo di supporto tutto rivolto a servire i propri nodi, ad una funzione di access point a favore di soggetti diversi che dalla porta dell’agenzia di rete accedono a un sistema integrato di beni e di servizi delineando di fatto un modello di impresa sociale basato su una completa apertura dei processi produttivi. Infine, come poteva mancare, .edu ovvero l’elemento culturale delle reti. Un aspetto spesso sottovalutato a vantaggio di un approccio tecnicistico che considera norme, assetti giuridici, modelli gestionali. Tutti aspetti rilevanti naturalmente, ma insufficienti se non prende forma e si diffonde un’autentica cultura di rete che è specifica e irriducibile rispetto a quelle che alimentano i sistemi di regolazione dominanti: mercato e burocrazia. Peraltro proprio questo approccio culturale consente di cogliere elementi di apprendimento anche da campi apparentemente lontani dalle reti non profit: i distretti, ad esempio, ma come non citare il fenomeno delle community nei network del web. Lunga vita ai network dunque.

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