Fenomeni Facce, numeri e storie da impresa sociale
Se il capitalismo è punk il social business è sexy. Lo sostiene Hans Reitz, un imprenditore tedesco ora anche sociale, che in partnership con Yunus ha fondato il grameen creative lab dove si lavora per sconfiggere la povertà con l’impresa sociale. Ne parla il nume
ro di Valori in edicola. Con un taglio scettico sia per il “flirt” di Yunus con il mondo dell’impresa (che naturalmente approccia il tema con i suoi strumenti, i suoi linguaggi e le sue culture), sia per le critiche che vengono da più parti sul modo in cui gestisce il core-business (a proposito di linguaggi) del microcredito e il sistema di goverance dell’”impero” (a proposito di cultura) Grameen. Del resto c’era da aspettarselo. Già in piena “Yunus mania” c’era qualcuno che storceva il naso per la sovraesposizione del premio nobel e per gli osanna che accompagnavano qualsiasi sua iniziativa. Tanto da mettere in secondo piano che in Italia il microcredito c’è già (almeno dal medioevo) e pure l’impresa sociale (anche se da molto meno). Ora però non bisogna eccedere al contrario - come temo succederà - buttando tutto all’aria. Meglio fare esercizio critico cominciando a far ordine nei problemi. Ci sono quelli legati all’esperienza di Yunus che, molto modestamente, mi sembrano legati a due ordini di difficoltà: 1) governare un’esperienza che dal punto di vista organizzativo cresce e si differenzia ad un ritmo molto intenso; 2) costruire un sistema di rendicontazione e controllo, magari andandosi a cercare qualche partner con competenze di questo tipo e non solo per fare business (seppur sociale). Ci sono poi questioni riferite al microcredito in quanto tale, ad esempio come sostenere la dimensione collettiva dell’impresa. Ricordo un viaggio in Colombia dove l’agente di sviluppo ci presentava orgoglioso i microempresarios locali. Facevano tutti la stessa cosa (e neanche tanto bene), non stavano benissimo e per di più erano in concorrenza tra loro. Non era meglio una cooperativa di lavoro? Magari premiando l’intrapresa collettiva? Forse affrontando la questione “pezzo per pezzo” si può davvero valutare un’iniziativa come questa legittimandola e sostenendola per quel che è e per quel che fa. In particolare per la capacità di rapportarsi con un settore, quello delle imprese lucrative, che solitamente non accetta il confronto su questa base, e forse neanche immagina di potersela giocare alla pari. “Do it with joy” è il settimo principio del social business di Yunus. In questo ha già dimostrato di essere molto meglio del suo partner tedesco.
Tag:Grameen, social business, Yunus

Flaviano Zandonai
Ho 40 anni e vivo nella presunta isola felice del Trentino che periodicamente abbandono in cerca di guai (soprattutto nella temibile città infinita tra Brescia e Milano). Confermando i peggiori stereotipi sui sociologi posso definirmi una specie di tuttologo dell'impresa sociale. Collaboro con centri di ricerca e organizzazioni del settore e sono in piena infatuazione da blog e aggregatori di news. Chissà quanto durerà...
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Alessia Maccaferri
15 Ottobre 2009, ore 12.54
Basta che funzioni, direbbe Woody Allen. Perché poi oltre al problema della rendicontazione- come giustamente scrivi - c’è il problema di come verificare l’efficacia reale, l’impatto. Perché nella moltiplicazione delle cose a volte il senso si disperde