Fenomeni Facce, numeri e storie da impresa sociale

15 feb

Come per i blockbuster made in Usa ci vuole il sequel. Dopo il libro scandalo di Caprotti il dibattito tra coop di consumo e concorrenti for profit prosegue, seppur su altri temi e con altri toni. E’ il caso di questo articolo di Massimo Mucchetti uscito sul Corriere di domenica 14 febbraio. Tesi interessante e soprattutto ben sostenuta da dati di fonte Mediobanca. In sintesi le coop di consumo risultano economicamente meno performanti in confronto al loro principale competitor Esselunga e l’equilibrio dei loro bilanci deriva, in parte non residuale, dalla finanza interna ovvero il prestito da soci. Uno strumento che, come si sa, viene messo sul banco degli imputati dai critici della cooperazione. L’autore ne fa una questione di efficienza e per sostenere la sua posizione porta il caso dell’inglese John Lewis Partership (che come modello sembra però assomigliare più a una coop di lavoro che di consumo). Sarà davvero così? Per rispondere viene sondato soprattutto lo scambio mutualistico tra i soci e i rapporti con gli stakeholder primari (lavoratori). E in effetti, parlando sempre in soldoni, sembra che a livello di prezzi dei prodotti e costo delle retribuzioni ci siano margini di inefficienza da recuperare. Al computo si dovrebbero però aggiungere anche misure di efficacia dell’azione cooperativa, in particolare quelle riguardanti il principio del “concern for community” che nell’articolo viene un pò maltrattato con generici riferimenti a “impegno per il Sud” e per il “Terzo Mondo”. Ma qui siamo nel campo dell’accountability sociale. Chissà se nei dati Mediobanca…

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13 feb

Tra borse sociali, nuovi modelli giuridici, social innovation ecc. ci si dimentica della cooperazione sociale, cioè di quel modello che ancora oggi è quantitativamente e culturalmente dominante nel panorama dell’imprenditoria sociale nostrana. Eppure di cose ne accadono anche sotto questo cielo. Ad esempio si è aperta la stagione assembleare della più importante organizzazione di rappresentanza del settore con tanto di rinnovo cariche. I temi non mancano alimentati anche dai numeri. Provo a incrociare due fonti. L’Istat ha appena pubblicato le statistiche sull’assistenza residenziale e socio-assistenziale che si conferma il core business della cooperazione sociale. Il 53% di queste strutture è gestito da soggetti non profit. E se si va nel dettaglio si scopre che nel 37% dei casi si tratta di imprese sociali, ma le percentuali salgono, e di molto, guardando a singoli servizi come le comunità alloggio (50%), le comunità socio riabilitative (58%) fino a strutture particolarmente complesse come le Rsa (38%). Mi fermo qui (anche se ci sono molti altri dati interessanti) perché è chiaro che si tratta ormai di imprese leader del welfare socio-assistenziale. Poi assisto alla presentazione di questo interessante working paper sulle strutture retributive dei lavoratori delle cooperative sociali. Stipendi bassi ma si sa; come si sa che la leva salariale nuda e cruda, già sollecitata negli ultimi tempi, non la si può più di tanto utilizzare, peraltro in un panorama economico che tende ad essere sempre più low cost. Quel che colpisce sono due effetti discriminatori di notevole portata. Il primo riguarda le donne che, a parità di mansione e di orario, guadagnano circa il 7% in meno dei maschi. Il secondo le persone (spesso giovani) con titoli di studio elevati, per le quali non si segnala un riconoscimento in termini retributivi se non dopo un bel pò di tempo passato in cooperativa. Non è un gran risultato per imprese “sociali”. Anche considerando che si tratta di fasce molto consistenti della forza lavoro: le donne raggiungono percentuali superiori al 70% del totale ed anche i titoli medio alti sono poco meno di 1/3. Lavorare su strutture incentivanti di natura extraeconomica, come la maggiore autonomia nell’organizzazione del lavoro, la costruzione di percorsi di carriera e di lifelong learning, il coinvolgimento nel sistema decisionale dell’impresa è una priorità da campagna elettorale per la nuova dirigenza della cooperazione sociale. C’è in gioco infatti il principale capitale di queste imprese. E, attraverso questo, una leadership anche qualitativa nei propri ambiti di intervento (peraltro già popolati di un discreto numero di soggetti for profit con intenti competitivi). Dopodiché si va tutti in borsa.

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8 feb

Viste le linee guida sul bilancio sociale dell’Agenzia per le Onlus? Un notevole sforzo di sistematizzazione gestito da un team fatto di comunità scientifica e practitioners che ha cercato di tenersi in equilibrio tra l’identificazione dei tratti comuni e la valorizzazione delle specificità. Sul primo fronte il documento è un pò conservativo perché rinchiude, si fa per dire, gli indicatori su identità e missione all’interno dei confini organizzativi mentre si sa che importanti feedback possono venire anche da stakeholder esterni. Sul versante delle specificità ha ecceduto andando troppo nel dettaglio. Per quando il documento possa / debba essere aggiornato, mancherà sempre una scheda attività. Scommettiamo? E’ soprattutto per questa ragione che non parlerei di “linee guida” ma piuttosto di “schema di redazione” del bilancio sociale. Non è solo una questione nominalistica. E’ un trabocchetto in cui cadono spesso i consulenti: piuttosto che stimolare e facilitare i processi agendo sui livelli di consapevolezza degli attori – e a questo dovrebbero servire delle vere e proprie linee guida – preferiscono elaborare una procedura che si gestisce attraverso semi-automatismi. E’ vero, questa soluzione è più divulgabile in un settore che di bilanci sociali ne fa ancora pochi ed inoltre porta comunque a un risultato, anche se magari non eccelso, economizzando tempi e risorse. L’altro approccio è più dispendioso, ma agendo sul protagonismo di chi il bilancio sociale lo fa (e pure di chi contribuisce a farlo e ne usufruisce) getta le basi per una maggiore efficacia dello strumento nel medio / lungo periodo. Dico questo perché mi è capitato di vedere troppi bilanci sociali che invece di crescere per qualità informativa si deterionano edizione dopo edizione. Sono noioso e chiudo con un piccolo suggerimento: credo sia il caso di predisporre una versione navigabile del documento (qualche collegamento interno o un micro sito) perché non è facile orientarsi tra schede e indicatori (nella versione distribuita on line mancano pure i numeri di pagina).

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12 gen

pubblicazioni

Un’Italia da navigare

L’Istat è stato molto criticato negli ultimi tempi. Da più parti e per diverse regioni, molte delle quali condivisibili. Però ci sono le eccezioni alla regola che è bene segnalare. Come questo atlante con 100 statistiche per capire chi siamo e come viviamo nel nostro paese. Inizio la navigazone cominciando dalle voci “protezione sociale”, “qualità della vita” e “cultura”. Divari profondissimi tra sud e centro-nord, che non accennano a diminuire, anzi. Ha ragione Ruffolo, siamo un paese troppo lungo.

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10 gen

pubblicazioni scenari

One year after

Uno degli episodi più citati della biografia di Obama riguarda i cinque anni passati a Chicago a fare il community organizer. E lui stesso, giustamente, va orgoglioso della cosa. Gli è piaciuto così tanto che non ha mai smesso di farlo. Anzi il suo capolavoro in questa veste è stata la campagna elettorale delle presidenziali durante la quale è riuscito a mobilitare non solo un gran numero di persone, ma soprattutto le loro motivazioni che hanno fatto la differenza sia nel porta a porta che nei social network. Obama però è anche una persona pragmatica,  tanto da far dire alla first lady che il marito non è un puro, ma uno capace di promuovere cambiamento costruendo artificiosamente, cioè con abilità e ingegno, reti di cooperazione che non sussistono in forma naturale: dalle micro comunità di quartiere fino a quella nazionale. Bel salto, niente da dire. E così, a un anno dall’elezione è legittimo verificare senza particolari remore che cosa il neo presidente ha restituito alla società civile che abita le comunità locali; a quella che, in termini un pò retorici, appare come la sua lobby più potente. Rispondendo in soldoni, come piace fare al di là dell’oceano, c’è uno stanziamento di 50 milioni di dollari per finanziare la ricerca e soprattutto la replicabilità di progetti di innovazione sociale che si sono dimostrati in grado di “catalizzare partnership tra strutture governative, soggetti non profit, imprese e filantropia”. Il tutto gestito da un apposito ufficio per l’innovazione sociale in raccordo con un altro importante programma: il “Serve America Act“.  Insomma un primo tentativo che dimostra come Obama continui, fra le mille cose in agenda, a organizzare comunità investendo sui legami, più verticali che orizzontali, attraverso cui la società civile entra a pieno titolo nel gioco economico e politico. I contesti comunitari possono così accedere al bagaglio di risorse e opportunità della società globalizzata e così facendo rendono quest’ultima meno anonima e autoreferenziale. Un corto circuito notevole, per il quale forse 50 milioni e 365 giorni sono un pò pochi. Non so perché ma immagino Obama e il nobel dell’economia Elinor Ostrom parlare fitto fitto tra una portata e l’altra della cena di gala dopo la consegna dei premi. A proposito, ecco il menù.

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11 dic

Lo ammetto, sono una schiappa. Riesco a fare solo qualche istogramma o qualche misera torta in 3D. Roba da excel for dummies. Invece saper fare grafici e figure che vivono di luce propria può incrementare, e di molto, la forza esplicativa e insieme rappresentativa di una pubblicazione. In realtà in pochi ci riescono. Anche sfogliando fior di rapporti come quelli Istat e Censis si nota un’utilizzo molto, troppo parsimonioso di questi strumenti. E quando si trovano, i poveri grafici sono così deboli e, diciamocelo, così brutti da non spiccare sulle onnipresenti e debordati tabelle o sulla diluizione verbale dei commenti. Come in tutte le cose ci sono però le eccezioni. I più bei grafici si trovano negli atlanti del Monde Diplomatique. Sono così potenti che, una volta tanto, le poche pagine di testo sono davvero a corredo. Vorrei recensirne l’ultima edizione come lettura (ops meglio visione?) natalizia. Usando poche parole naturalmente.

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26 nov

Il ministro Sacconi ha dichiarato che sarà uno dei testi guida per la riforma della formazione. L’altro sarà il rapporto della commissione De Rita (di cui non sono riuscito a trovar traccia) che, sempre secondo il ministro, mette in luce molte magagne del settore (e non stentiamo a crederlo). Sflogliando la sintesi Isfol tra i molti dati uno mi colpisce (a pagina 56): il turn-over in entrata nelle imprese sociali. Che è decisamente maggiore rispetto a quello fatto segnare dalle “sorelle” for profit, in generale e in tutti i settori considerati, con una punta massima proprio nei servizi alla persona. E’ un indicatore non solo del successo di questa forma d’impresa, ma anche del tipo di lavoro che si cerca nella nostra società. Sacconi nel suo intervento evidenziava, a ragione, il grande fabbisogno di professioni artigianali. Ma non è solo una questione di manualità (per quanto di livello). Conta, sempre di più, anche la relazionalità nel rendere un lavoro più o meno attrattativo. E quel dato sulle imprese sociali, nel suo piccolo, sta lì a dimostrarlo. Aggiungerei quindi un documento alla lista, che peraltro sta nel sito del ministero del lavoro. Si intitola “people first!” ed è stato redatto dal G8 dei ministri del lavoro. Sostiene, al punto 11, che anche i “white jobs” legati al welfare potranno contribuire all’occupazione e alla sua qualificazione. Staremo a vedere se “a calzino rovesciato” la formazione professionale italiana saprà intercettare anche questo ambito.

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27 ott

Ancora Corriere. Sul numero di oggi sponsorizzo un articolo di un amico e collega sulla storia della cooperazione trentina. Prima di dire che “si può fare” solo perché ci sono i soldi dell’autonomia, vi invito a leggerlo per scoprire che gran parte di questa storia è ben lontana dall’attuale “isola felice”. E, tra le righe, si possono trarre utili insegnamenti anche per l’oggi. Ad esempio la cooperazione come  mezzo per “drenare” il fenomeno migratorio (mai sentito nessuno proporrre qualcosa di simile). Ed ancora il ruolo dell’”ideologia” (di origine religiosa e partitica) come formidabile collante e motore dello sviluppo cooperativo (i bisogni, da soli, non bastano a fare l’impresa). Poi le tappe dell’istituzionalizzazione, il rapporto sempre più stretto e ambivalente con l’ente locale (ora sì diventato autonomo e “ben dotato”). E, last but not least, la capacità di misurare la tenuta del proprio modello di sviluppo – piccole imprese in rete – a fronte di mutamenti sociali ed economici epocali. Con un mix di conservatorismo, tipico dei montanari, è qualche buona intuizione su come declinarlo in nuovi settori di attività (welfare e politiche del lavoro). Buona lettura.

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13 ott

Neanche i visionari Cccp Fedeli alla Linea l’avevano previsto (si erano limitati all’Islam). Anche il capitalismo è punk. Tanto da intitolare un libro appena uscito e che, guarda caso, si candida a caso editoriale (se poi sarà dell’anno, del mese o del giorno lascio a voi decidere). La tesi è semplice: la cultura punk, dalla quale provengono molti giovani dell’area creativa e dell’ICT, influenza il modo di fare impresa appropriandosi in modo non autorizzato di idee, strumenti, metodi per riproporli, uguali ma diversi, in forma di nuovi prodotti e servizi. Insomma è l’arte del remix che guarda caso intitola un altro recente libro (anch’esso candidato allo stesso premio del precedente) che invece recupera un baluardo della club culture come metafora delle nuove forme di produzione culturale. Basta così? Neanche per sogno perché oggi il marketing e persino l’organizzazione d’impresa sono comunità “tribali” grazie alle tecnologie del web 2.0. Al fondo ci vedo una questione tutta da impresa sociale, cioè il carattere collettivo, o comune, sia dei beni che delle organizzazioni che li producono. E’ un tema talmente rilevante che chi l’ha studiato ha vinto il nobel per l’economia. Ed è curioso notare che nella sua ultima opera tradotta in italiano si parli di beni comuni non riferendosi, come molti commenti sostenevano ieri, a risorse materiali e ambientali, ma alla conoscenza.

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18 set

E’ stato pubblicato ieri, con buon risalto, il primo rapporto sull’altra economia. Una pubblicazione interessante soprattutto per il lavoro di “perimetrazione” dei soggetti d’impresa presenti in settori che, in quanto tali, definiscono il carattere “alternativo” della produzione economica: turismo sociale, software libero, finanza etica, agricoltura bio, ecc. Il tutto senza particolari riferimenti forme giuridiche, organizzative e di governance, anzi con un chiaro intento di andare oltre i confini tra pubblico e privato, lucrativo e non, ecc.  Al di là degli approcci teorici e delle opzioni ideologiche che sono alla base di questa impostazione, quel che emerge è la necessità e al tempo stesso l’insufficienza dell’impresa sociale nel proporsi come istituzione dell’economia “altra”. Necessità perché potrebbe rappresentare un collante (non troppo stretto) tra esperienze che altrimenti faticano a rappresentarsi oltre a quello che producono, ad esempio per dire qualcosa di rilevante e specifico anche rispetto al “come” si fanno le cose. Insufficienza perché fino ad oggi sia la regolazione normativa e che le politiche promozionali hanno raggiunto risultati parziali a causa di un’impostazione eccessivamente settoriale. Forse è per questo che nel rapporto si parla molto poco di impresa sociale (nonostante le molte citazioni ad autori che hanno avuto un ruolo importante nella decretazione applicativa della legge). Eppure, come direbbe un gruppo musicale in voga nell’altra economia, “devo avere una casa per andare in giro per il mondo”.

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Chi sono

Flaviano Zandonai

Ho 40 anni e vivo nella presunta isola felice del Trentino che periodicamente abbandono in cerca di guai (soprattutto nella temibile città infinita tra Brescia e Milano). Confermando i peggiori stereotipi sui sociologi posso definirmi una specie di tuttologo dell'impresa sociale. Collaboro con centri di ricerca e organizzazioni del settore e sono in piena infatuazione da blog e aggregatori di news. Chissà quanto durerà...

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