Fenomeni Facce, numeri e storie da impresa sociale
Ieri in Triennale c’è stato il vernissage de “La città fragile“, quarta tappa di un percorso espositivo sulla contemporaneità curato da Aldo Bonomi e che interseca, credo non casualmente, la tre giorni di dialoghi sulla riconciliazione intito
lata, non brillantemente ma se ne fa già abuso, “Milano si-cura“. E’ una frontiera molto interessante dell’espressività, anche per soggetti non profit imprese sociali che sono chiamati a rinnovare la capacità di rappresentazione di se stessi e dei contesti / fenomeni su cui agiscono. Qualche tempo fa, al telefono, un imprenditore sociale mi diceva che il settore sta svoltando da forme narrative orali e scritte (e quanto si è scritto in questi anni, anche se soprattutto per se stessi!) verso medium più legati all’immagine. Io amplierei alla produzione artistica in generale, come porta d’accesso alla dimensione di senso – tutta concettuale e simbolica – che alimenta una produzione immateriale fatta di relazionalità. Sta di fatto che siamo ancora agli inizi. Perché nel caso di un’organizzazione coinvolta nell’esposizione milanesi siamo riusciti a produrre la didascalia, ma non a trovare l’immagine. C’è anche una buona dose di inefficienza in tutto questo, ma al fondo il problema rimane. Si potrebbe svicolare spacciando il muro bianco con didascalia come una performence d’arte contemporanea. Ma non è il caso.
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Mi hanno chiesto milleseicento battute per presentare l’impresa sociale in una mostra alla Triennale sulla “città fragile”, dove, da quel che ho capito, ci sarà spazio anche per le esperienze della “comunità della cura” pubblicate negli ultimi mesi su Vita. Ho girato il testo che segue. Chissà se funziona (e poi le battute sono millesettecento).
Il protagonismo dell’impresa sociale in uno dei suoi più importanti territori di origine e di eccellenza è legato alla capacità di costruire una propria rappresentazione della protezione sociale, riportando la funzione pubblica nelle mani, o forse meglio nella capacità di relazione, delle persone e delle comunità. Solo in questo modo si possono davvero “leggere i bisogni”, per usare lo slang degli operatori di base del welfare locale, e intercettare risorse che, come sostiene il premio nobel Elinor Ostrom, sono “sparse per la comunità” in tanti rivoli che vanno ricondotti nell’alveo dell’interesse generale. Per il gruppo cooperativo Cgm lo snodo organizzativo di un’operazione di radicamento territoriale ma che di recente non disdegna di intercettare i flussi dell’economia e della finanza globale è il consorzio di comunità. Un cluster di imprese e organizzazioni sociali che, in pochi anni, ha saputo moltiplicarsi: sono infatti una trentina di reti consortili, con 400 imprese associate che si concentrano lungo una vera e propria Bre-Be-Mi sociale. Ma quel che conta è il “cambio di pelle” che ne ha radicalmente trasformato i connotati identitari. Da strutture di supporto – né più né meno come quelle di Pmi ed enti locali – che agiscono in back office ad esclusivo vantaggio dei propri associati, a inedite forme di imprese sociali a rete che realizzano, da un lato, una maggiore coesione interna grazie a filiere di servizi a scavalco tra le tradizionali partizioni di servizi e politiche (inclusione, cura, edcucazione, ecc.) e, dall’altro, l’apertura a collaborazioni non estemporanee con altri attori economici e sociali e, non ultimo, con i singoli cittadini, marchiando la loro qualità distintinva e rendicontando performance economiche e sociali.
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Flaviano Zandonai
Ho 40 anni e vivo nella presunta isola felice del Trentino che periodicamente abbandono in cerca di guai (soprattutto nella temibile città infinita tra Brescia e Milano). Confermando i peggiori stereotipi sui sociologi posso definirmi una specie di tuttologo dell'impresa sociale. Collaboro con centri di ricerca e organizzazioni del settore e sono in piena infatuazione da blog e aggregatori di news. Chissà quanto durerà...