Fenomeni Facce, numeri e storie da impresa sociale

15 dic

scenari

La crisi nel riciclo

Sono sommerso dagli scatoloni dell’ennesimo trasloco lavorativo. Non ne posso più, ma essendo fine d’anno ne approfitto per buttare (nel riciclo!) parecchia documentazione. Mi sono accorto che in questi mesi ho stampato parecchio (ahimé) alla ricerca di informazioni sulla crisi. La ricerca delle cause sta annoiando: tra i “ve l’avevo detto” (Cassandra ha figliato parecchio negli ultimi mesi) e i “mea culpa” di economisti depressi. Per riscontri basta fare un giro in libreria dove abbondano le pubblicazioni: un’esternalità positiva della crisi. Ne usciremo con le tasche volte, ma speriamo più consapevoli. Anche le ricette per venirne fuori soffrono di qualche margine di improbabilità perse tra nuovi paradigmi che dovrebbero sovvertire l’ordine esistente e l’ottimismo sospetto di chi ha ricominciato a staccare dividendi su prodotti finanziari, come se nulla (o quasi) fosse successo. Cosa salvare dal trasloco per leggere la crisi al presente e al futuro prossimo (biennio, non di più)? Mi porto due documenti nella nuova sede. Il primo è un’analisi della Banca d’Italia sull’economia delle regioni italiane. Il secondo uno studio un pò atipico dell’Istat su reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle imprese. Il quadro? Complicato. Siamo in pieno circolo negativo: giù l’occupazione, giù i consumi e i risparmi delle famiglie, giù gli investimenti e i profitti delle imprese e, ciliegina sulla torta, stretta del credito. Serve un appiglio per uscire: le imprese del Centro Italia, ad esempio, sembrano meno in sofferenza rispetto a quelle del Mezzogiorno (una débacle) e al Nord Est. Poi si intravede una “ripresina” dell’industria e forse anche dei servizi, anche se le imprese di questo comparto sermbrano più fragili sul versante degli investimenti. Chiudo il pacco. Facciamoci gli auguri.

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25 ott

scenari

Abbi fiducia (nell’impresa)

Ormai da qualche tempo focus è la mia pagina preferita del corrierone. Quella di sabato 24 era davvero interessante. Riportava i risultati di un’indagine sugli indicatori di fiducia dei lavoratori italiani (se volete partecipare cliccate qui). In generale i valori sono sempre più bassi (e vorrei vedere). Ma ci sono alcune parziali eccezioni in questo quadro di “pessimismo cosmico”. Ad esempio l’istituzione che suscita più fiducia è la propria azienda, con percentuali che si avvicinano al 50% (la soglia che convenzionalmente indica la fiducia positiva). I sindacati, tanto per intenderci, non raggiungono neanche il 30%. Altro dato interessante è che gli indici di fiducia sono sistematicamente più alti per i lavoratori under 30; pare quindi che i precari della generazione mille euro siano più fiduciosi rispetto ai lavoratori con il recentemente riesumato “posto fisso”. Non sorprende quindi che fra le misure anti crisi più gettonate vi sia la compartecipazione agli utili dell’impresa e la richiesta di rendere obbligatori i servizi di outplacement per la ricerca di un eventuale nuovo lavoro. Sono risultati interessanti anche per le imprese sociali. Chissà cosa sarebbe successo se fossero state inserite nel campione della ricerca. Si poteva verificare la tenuta di alcuni architravi della teorizzazione più recente, secondo cui si tratta di imprese che fondano – per virtù e un pò anche per necessità – il legame persona / organizzazione proprio su base fiduciaria. A fronte di salari più bassi rispetto ad altri settori (ma sarei curioso di rifare i conti a fine crisi) le imprese sociali aggiungono importanti elementi di retribuzione come autonomia e creatività nella gestione del lavoro, equità nelle procedure di governance e nella redistribuzione delle risorse (altro che compartecipazione agli utili), ecc. Dovremmo quindi aspettarci grandi performance fiduciarie. Sarà per la prossima volta?

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22 ott

Benedetta sia la crisi, sostiene più di un osservatore dell’Altra Economia, perché svela le nudità del sistema dominante e apre la strada al pluralismo delle istituzioni economiche. Tutto condivisibile. Peccato che nel frattempo siamo finiti un pò tutti nelle strettoie di questa difficile congiuntura, obbligandoci, volenti o nolenti, ad agire in un’ottica di breve, brevissimo periodo. E’ una falsa (e un pò pericolosa) consolazione affermare di essere “anticiclici” rispetto alle imprese lucrative. Perché anche nelle cooperative c’è la cassa integrazione e nelle organizzazioni di volontariato si fanno i conti con la riduzione delle donazioni. Così, nell’attesa di una nuova regolazione sociale dell’economia, può succedere di “rinculare” su posizioni peggiori di quelle di partenza. Un pò come sta accadendo nelle imprese for profit che, aspettando che i mercati riprendano a tirare, tagliano i costi non solo del lavoro ma anche degli investimenti, rischiando di fare “harakiri” proprio quando si intravederà la luce in fondo al tunnel. Certo sarebbe proprio curioso che gli innovatori sociali si trovassero, sul più bello, senza budget.

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15 ott

Sto facendo un giro del Trentino con il Csv locale. Durante gli incontri si disegnano scenari foschi per le dotazioni economiche dei centri servizi perché le fondazioni bancarie che li sostengono avranno meno risorse per colpa della crisi. Mi chiedo: ma perché il volontariato dovrebbe pagare, anche solo in quota parte, per questa situazione? Non vorrei che si applicasse una sorta di criterio di proporzionalità nella spalmantura delle perdite: un pò di qua e un pò di là e il buco in qualche modo si copre. Mi aspetterei piuttosto una una suddivisione secondo un criterio di responsabilità per quanto è successo. A proposito, agli istituti di credito in questi ultimi anni sono stati folgorati sulla via della social accountability sfornando documenti patinatissimi, suggerirei che nel loro prossimo bilancio di missione, se mai lo faranno (perché potrebbe finire sotto la scure dei tagli), inserissero un capitolo dedicato proprio a questo. Cioé a rendicontare l’ammontare delle perdite, le modalità e i tempi di recupero, ed anche le iniziative che intendono intraprendere per ripristinare un’ambiente sociale devastato (dal punto di vista economico, occupazionale, ecc.). Credo farebbe piacere a molti. Anche perché nel frattempo, e neanche sottotraccia, la finanza ha ripreso la sua corsa (temo con la stessa modalità di prima).

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Chi sono

Flaviano Zandonai

Ho 40 anni e vivo nella presunta isola felice del Trentino che periodicamente abbandono in cerca di guai (soprattutto nella temibile città infinita tra Brescia e Milano). Confermando i peggiori stereotipi sui sociologi posso definirmi una specie di tuttologo dell'impresa sociale. Collaboro con centri di ricerca e organizzazioni del settore e sono in piena infatuazione da blog e aggregatori di news. Chissà quanto durerà...

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