Fenomeni Facce, numeri e storie da impresa sociale

10 gen

pubblicazioni scenari

One year after

Uno degli episodi più citati della biografia di Obama riguarda i cinque anni passati a Chicago a fare il community organizer. E lui stesso, giustamente, va orgoglioso della cosa. Gli è piaciuto così tanto che non ha mai smesso di farlo. Anzi il suo capolavoro in questa veste è stata la campagna elettorale delle presidenziali durante la quale è riuscito a mobilitare non solo un gran numero di persone, ma soprattutto le loro motivazioni che hanno fatto la differenza sia nel porta a porta che nei social network. Obama però è anche una persona pragmatica,  tanto da far dire alla first lady che il marito non è un puro, ma uno capace di promuovere cambiamento costruendo artificiosamente, cioè con abilità e ingegno, reti di cooperazione che non sussistono in forma naturale: dalle micro comunità di quartiere fino a quella nazionale. Bel salto, niente da dire. E così, a un anno dall’elezione è legittimo verificare senza particolari remore che cosa il neo presidente ha restituito alla società civile che abita le comunità locali; a quella che, in termini un pò retorici, appare come la sua lobby più potente. Rispondendo in soldoni, come piace fare al di là dell’oceano, c’è uno stanziamento di 50 milioni di dollari per finanziare la ricerca e soprattutto la replicabilità di progetti di innovazione sociale che si sono dimostrati in grado di “catalizzare partnership tra strutture governative, soggetti non profit, imprese e filantropia”. Il tutto gestito da un apposito ufficio per l’innovazione sociale in raccordo con un altro importante programma: il “Serve America Act“.  Insomma un primo tentativo che dimostra come Obama continui, fra le mille cose in agenda, a organizzare comunità investendo sui legami, più verticali che orizzontali, attraverso cui la società civile entra a pieno titolo nel gioco economico e politico. I contesti comunitari possono così accedere al bagaglio di risorse e opportunità della società globalizzata e così facendo rendono quest’ultima meno anonima e autoreferenziale. Un corto circuito notevole, per il quale forse 50 milioni e 365 giorni sono un pò pochi. Non so perché ma immagino Obama e il nobel dell’economia Elinor Ostrom parlare fitto fitto tra una portata e l’altra della cena di gala dopo la consegna dei premi. A proposito, ecco il menù.

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10 nov

Vent’anni fa cadeva il muro di Berlino. “Rivoluzionario” e “soprendente” sono gli aggettivi più gettonati per restituire lo spirito dell’epoca, come si suol dire. E soprattutto per decifrare quel che è successo dopo, o nelle immediate vicinanze: dagli stravolgimenti nello scacchiere geopolitico ed economico internazionale (anzi si potrebbe dire che sono proprio cambiate le regole del gioco), fino all’eventologia locale con la Bolognina e dintorni. Però forse in questi anni si è guardato troppo al “dopo” e poco al “prima”, agli antefatti che in maniera anche disarticolata hanno comunque contribuito a generare un evento per il quale si possono sprecare gli aggettivi in apertura. Sì certo tutti si ricordano alcuni importanti antefatti: Solidarnosc e Gorbaciov su tutti. Ma si può andare molto più indietro, guardando anche a eventi singoli, disparati (e disperati) che comunque hanno contribuito “a fare massa”: manifestazioni, dissociazioni, espatri, controinformazione… Sono stati quei fiocchi di neve che magari non hanno causato direttamente la valanga o quelle gocce che non sono traboccate (magari cadendo anche fuori dal vaso), ma sono comunque servite allo scopo. Credo che all’origine di questi eventi di trasformazione ci sia un lungo e faticoso processo cumulativo, anche disordinato ma in qualche modo costante. Se ne dovrebbero ricordare anche gli odierni innovatori sociali “a la page” che con una certa disinvoltura (un pò sospetta) affermano di voler “cambiare le regole del gioco”. In questo credo che le imprese sociali vecchio stile, quelle nate dal volontariato – magari proprio negli anni in cui Lech Walesa se la vedeva col generale Jaruzelski – abbiamo un potenziale ben più consistente di cambiamento sociale. Perché hanno dimostrato non da ieri la sostenibilità del loro modello imprenditoriale e hanno davvero cambiato gli assetti del sistema di welfare. Una micro rivoluzione, che però ora dovrebbe allargarsi ad altri settori. Per evitare l’istituzionalizzazione nella nicchia e per fratturare, si spera definitivamente, l’asse stato / mercato.

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Chi sono

Flaviano Zandonai

Ho 40 anni e vivo nella presunta isola felice del Trentino che periodicamente abbandono in cerca di guai (soprattutto nella temibile città infinita tra Brescia e Milano). Confermando i peggiori stereotipi sui sociologi posso definirmi una specie di tuttologo dell'impresa sociale. Collaboro con centri di ricerca e organizzazioni del settore e sono in piena infatuazione da blog e aggregatori di news. Chissà quanto durerà...

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