Geografie Sociali

25/08/2016

Luoghi

Spine d’Etiopia

Qualche mese fa ho avuto la fortuna di trascorrere pochi giorni ad Addis Abeba per un progetto di cooperazione internazionale relativo alla costruzione della rete ferroviaria nel Paese. Ero emozionato alla partenza; mio nonno Giramondo andò in Etiopia durante le guerre coloniali, io ci tornavo dopo oltre 80 anni.

E’ stata una visita interessante da un punto di vista professionale, ma eccezionale da un punto di vista personale e ciò è acaduto in maniera del tutto casuale.

Una sera mi ritrovo a cena con un medico americano, amico di un collega. Rick Hodes arrivò in Etiopia 30 anni fa circa, ha partecipato alle operazioni di trasferimento dei Falascia in Israele, oggi è l’eroe delle spine dorsali dei poveri di quel Paese e di quelli limitrofi. Rick ha deciso di rimanere in Africa e di fondare una sua nonprofit per raccogliere fondi per pagare le operazioni dei suoi piccoli e grandi pazienti in Ghana, in India, negli USA.

La gioia con cui parla del suo lavoro è contagiosa, tanto quanto devastanti sono le foto delle scoliosi estreme causate dalla malattia di Pott che si prefigge di curare, unitamente a malattie cardiache e tumori. Rick ha rinunciato alla sua vita negli USA, immagino mediamente agiata, per mettere le sue competenze e le sue doti al servizio di altri.

Conosco poco l’Africa, magari sono facilmente suggestionabile, ma questa storia e queste scelte mi sono sembrate d’altri tempi e forse rare anche in assoluto. Ma se la CNN e la HBO hanno girato documentari sul lavoro di Rick e se anche l’American College of Physicians lo ha insignito di alte onoreficenze, allora, forse, non sono io ad essere facilmente impressionabile.

Mi piace chiudere questo breve post, segnalando l’iniziativa di Pietro Schena, che conobbi anni addietro mentre era assistente d’aula in un master ove insegnavo. Pietro e alcuni suoi colleghi della Booth School of Business della University of Chicago hanno rimaneggiato una canzone, Baba Yetu, scritta in swahili, lingua parlata in luoghi lontani da Addis Abeba, ma che a me, europeo e con una conoscenza superficiale di quei luoghi, molto ricorda il lavoro di Rick Hodes e di tanti volontari che operano in quel continente e in altri, non ultimi i miei intraprendenti studenti. Qui trovate il bellissimo video di Pietro e delle “Economies of scale”.

 

 

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13/08/2016

Milano

Dopo l’Expo: Milano dai cantieri alle persone

Il gigante, forse, si sta svegliando. Milano, il cuore economico del nostro Paese, sta riprendendo coscienza del posto che la sua capacità produttiva le ha assegnato nell’ultimo secolo: quello di guida del sistema economico.

Alla fine degli Anni Cinquanta, la Città era ancora un centro produttivo di beni, per poi diventare un cuore pulsante della finanza internazionale. Ma negli ultimi decenni, Milano si è economicamente spenta, non tanto rispetto alle altre città italiane, quanto rispetto alle altre grandi metropoli internazionali.

Le ragioni di questa stagnazione decennale (che è forse la stagnazione di tutta la Lombardia, oltre che dell’Italia) non sono chiare, ma di certo le scelte degli ultimi anni non hanno aiutato. L’eccessivo focus sugli investimenti immobiliari, in assenza di una visione di lungo periodo, ha comportato solo un sollievo momentaneo per l’economia locale, derivante principalmente dalle spese sostenute per la costruzione dei nuovi edifici. Questi interventi di riqualificazione non hanno inciso in maniera importante sulla capacità produttiva di Milano, benchè qualche vistoso mutamento nello spazio costruito e nella composizione sociale di alcuni quartieri sia pure evidenti.

Oggi si presentano all’orizzonte tre occasioni imperdibili:

  1. Il referendum inglese circa l’abbandono dell’UE sta mettendo in seria difficoltà Londra, la più europea delle città anglosassoni. Il suo vastissimo settore finanziario potrebbe trovare conveniente localizzare altrove servizi e filiali. Similmente, la European Banking Agency potrebbe essere costretta a traslocare ed è importante l’intuizione del sindaco Sala di portare avanti immediatamente la candidatura di Milano ad ospitare tale importante istituzione.
  2. Terminato lo smantellamento dell’area Expo, è ora necessario capire cosa fare con quegli spazi. La creazione di un polo tecnologico è sicuramente un progetto interessante purchè non collassi al semplice trasloco di attività già esistenti in città. Questo progetto deve rappresentare un’occasione per Milano per attrarre nuove attività, magari tecnologiche e innovative, che possano avere spillover rilevanti per il territorio.
  3. La riqualificazione degli scali ferroviari è anche questa un’occasione per pensare e realizzare progetti ambizioni, quale il Fiume Verde. Naturalmente, anche in questo caso, se tutto collasserà all’ennesima operazione eminentemente immobiliare, nessun effetto sarà lecito attendersi rispetto al percorso di sviluppo di Milano.

Queste occasioni sono tutte importanti e bisogna lavorare perché possano essere colte, ma è pure necessario evitare che diventino eventi eminentemente estemporanei. Milano ha bisogno di ritrovare slancio produttivo e deve farlo con la convinzione che le politiche pubbliche possono migliorare la qualità della vita e, di riflesso, la competitività urbana.

La Città deve dotarsi di una strategia di sviluppo chiara che non contempli solo la modifica (o lo sfruttamento) dello spazio fisico, ma che consideri anche ciò che accade o dovrebbe accadere all’interno delle strutture costruite.

I punti su cui mi sentirei di consigliare l’amministrazione comunale sono pochi, ma sono stati spesso i grandi assenti del discorso pubblico lombardo.

  1. Milano deve migliorare la qualità della vita per la classe media, ovvero quella che generalmente sancisce il successo o il fallimento delle città. Bisogna garantire o aumentare i servizi alle famiglie, l’offerta culturale, i luoghi ove “vivere la città”, insomma bisogna fare di Milano una città attraente, non solo per i turisti, ma soprattutto per i residenti. In questo, ovviamente, le periferie, non solo quelle più tristemente degradate, devono ottenere un’attenzione particolare. Devono essere parte della città, che a sua volta deve estendersi ben oltre la Cerchia dei Bastioni.
  2. C’è stato un tempo (alcuni decenni addietro) in cui Milano è stata il centro dell’imprenditoria italiana. Ma questo carattere imprenditoriale dei “Milanesi” è andato affievolendosi nel tempo (forse al pari di altri territori italiani). Oggi è necessario sostenere nuovamente i giovani imprenditori, incrementando le occasioni di incontro tra domanda e offerta di capitali. Le università milanesi hanno già messo in campo diverse iniziative, molte di più se ne potranno organizzare con l’impegno attivo dell’amministrazione pubblica.
  3. Infine, anche attraverso il miglioramento dell’istruzione nelle periferie, è necessario migliorare la mobilità sociale degli individui. Milano non deve essere solo il luogo ove gli individui si recano per lavorare, ma deve essere la land of opportunity. Londra e New York crescono perché attraggono frotte di giovani volenterosi che si adattano ai lavori più disparati, almeno inizialmente, per poter perseguire i loro obiettivi professionali nel medio periodo. E’, questo, il frutto delle possibilità percepite di mobilità sociale offerte dalle città più competitive e attrattive. La trasmissione di potere e privilegi di padre in figlio non è sbagliato solo perché inefficiente, ma anche perché ingenera sfiducia che a sua volta si ripercuote su una minore imprenditorialità e minore capacità attrattiva di talenti.

Milano ha, quindi, bisogno di cambiare prospettiva nella gestione del territorio: dallo spazio costruito è necessario passare alla centralità delle persone. Non è un cambiamento politico indolore, ma l’effervescenza mostrata dalla parte più giovane dei candidati (di destra e di sinistra) al Consiglio comunale alle ultime elezioni lascia qualche barlume di speranza.

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02/08/2016

Sud

Ben Hur, la Jeep Renegade e gli emigranti settentrionali

Non è una novità il ritardo del Mezzogiorno, ma è certamente una novità sostanziale l’assenza di idee ed analisi che ha caratterizzato gli ultimi 20 anni della storia politica e economica dell’Italia.

La letteratura economica ha, però, continuato a studiare il fenomeno, complice anche una situazione di divari geografici di sviluppo così rilevanti e persistenti nel tempo da risultare una miniera per i ricercatori interessati al fenomeno. Ebbene, senza voler indugiare troppo su questioni tecniche e comunque di dettaglio, oggi si ritiene, con diversi gradi di convinzione e significatività, che il ritardo del Sud sia imputabile a:

a) una scarsa qualità delle istituzioni e alla presenza della criminalità organizzata che agirebbero come delle tasse occulte sui bilanci delle imprese;

b) una geografia inclemente e conseguente elevati costi legati alla logistica delle merci, che li renderebbero meno convenienti;

c) le migrazioni continue di capitale umano che depriverebbe progressivamente il Sud del più importante fattore di produzione e di crescita di lungo periodo.

Negli anni più recenti, poi, si è fatta strada l’idea che la differenziazione salariale su base geografica potesse favorire la convergenza delle economie meridionali verso più elevati livelli di sviluppo grazie ad una riduzione auspicata dei salari stessi. Questa idea ha conosciuto diverse forme e diversi nomi, inizialmente la si chiamò “gabbie salariali”, per poi giungere, più di recente, a considerare l’equilibrio spaziale, ovvero una teoria, tutta americana e che mai ha trovato conferma in Europa (se non in UK), in base alla quale gli individui stanno bene ovunque, purchè li si compensi adeguatamente.

Ma, al di là delle teorie di riferimento, quanto è credibile un’idea di sviluppo del Mezzogiorno che si basa su una riduzione dei salari? La mia domanda è ovviamente retorica, per diversi ordini di ragioni.

Innazitutto, come scritto sopra, c’è consenso unanime sul fatto che il Meridione soffra di una più bassa produttività rispetto al resto del Paese. Ridurre i salari non comporterebbe alcun aumento della produzione per addetto, benchè, sperabilmente, si potrebbe assistere ad un incremento dell’occupazione.

Di recente, poi, alcuni studi hanno mostrato come i salari meridionali siano “più elevati” di quelli settentrionali, se si tiene conto del diverso potere d’acquisto. In particolare, tali studi mostrano come i prezzi delle case siano, a Sud, più bassi che a Nord e, con un sistema di contrattazione collettiva, si osservano salari reali più elevati, proponendo implicitamente una riduzione degli emolumenti per garantire una maggiore eguaglianza tra Nord e Sud.

Ma a questo punto allora, due domande sorgono spontanee:

a) Se i Meridionali vengono pagati così tanto di più, perchè i prezzi (soprattutto delle case) sono più bassi a Sud che a Nord?

b) Se si ha un salario così elevato nel Mezzogiorno, perchè, anche dato il diverso tasso di disoccupazione, non si assiste a flussi incessanti di Settentrionali emigranti a Sud?

La risposta, ovvia, a queste domande è una: a Sud si sconta un fattore che potremmo chiamare disamenities. Ovvero, con servizi pubblici di più bassa qualità, criminalità organizzata, peggiori istituzioni, non è proprio la teoria dell’equilibrio spaziale a stabilire che i Meridionali debbano essere “compensati” per questi fattori di sottosviluppo?

A questa visione incoerente, fa poi da accompagnamento la retorica del Sud-motore dello sviluppo.

Pochi giorni fa, la SVIMEZ ha pubblicato le anticipazioni al Rapporto 2016 ed è interessante notare come la Basilicata sia cresciuta nel 2015 addirittura del 5,5%. Questo dato, che ci ricorda molto quello irlandese di poche settimane fa, ha scatenato i commentatori, i quali hanno decantanto, alternativamente o congiuntamente, Matera 2019, i fagioli di Sarconi, l’Aglianico del Vulture e finanche le riprese del rifacimento del film Ben Hur fatte a Matera. In verità, quel +5,5% è facilmente spiegabile, soprattutto per un’economia piccola come quella lucana. La FCA (ex FIAT) di Melfi, che conta circa il 10% dell’economia locale, ha aumentato la produzione del 300% tra il 2014 al 2015. Non ci voleva poi molto, no?

Si potrebbe obiettare che poco importa se è la FCA o altra impresa ad aumentare la produzione. In verità, il problema riguarda l’esogeneità dello “sviluppo”, ovvero la totale immobilità dell’economia locale, ovvero ancora l’incremento della produzione è stato deciso, una tantum, a Torino e ben poche ripercussioni avrà per la Basilicata.

Alla fine, quindi, ci ritroviamo schiacciati tra analisi che producono implicazioni inverosimili e altre, frettolose, che dipingono un Meridione che non esiste. E allora, non ci resta che sperare che Ben Hur rottami l’ormai vecchia biga ed acquisti una Jeep Renegade, almeno stimoliamo la domanda interna.

 

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16/01/2016

Sud

Matera e il popolo di meridionalisti e narratori

C’è stata l’era dei meridionalisti e c’è ora il magma dei blogger che si occupano di Sud o, meglio, lo narrano.

Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, con la lunga pausa del Ventennio fascista, schiere di fini intellettuali si susseguirono nel proporre analisi delle cause dell’arretratezza del Mezzogiorno e nel suggerire interventi di politica economica volti a ad attenuare quella che un tempo veniva chiamata “questione meridionale”. Fortunato, Croce, Salvemini, Nitti, Saraceno e molti altri furono la punta di un più vasto movimento che non risolse il problema, ma impose comunque cambiamenti significativi.

Arrivarono, poi, negli anni più recenti, orde di blogger a portare il mantra della nuova narrazione, di un Sud che riparte, addirittura di un Sud che è la locomotiva d’Italia. E’ la narrazione del potenziale del Mezzogiorno, dell’eccelsa qualità della vita, del “come si fanno le cose qui, da nessun’altra parte”, del “tutto va meravigliosamente bene”. Insomma, il sottosviluppo del Sud non c’è proprio, e se c’è è solo negli occhi di chi guarda.

Questa “narrazione” si colloca, dunque, a metà strada tra gli sketch di Albanese e quelli di un Mago Otelma che intende risolvere i problemi di milioni di persone con un tweet.

L’ultimo esilarante esempio è venuto dal programma RAI per l’ultimo dell’anno, ospitato a Matera, capitale europea della cultura per il 2019. Per cosa sarà ricordato questo programma? Per la bestemmia, per l’anticipo della mezzanotte, per il conflitto evidente tra un classico programma trash ed una città che ha scelto la cultura, non certo per Matera. Eppure, per i narratori, ma non per tutti i quotidiani nazionali, è andato tutto benissimo, le critiche sono venute solo da giornalisti del nord (sì, avete letto bene…), magari radical chic, e tanto con poco denaro pubblico sono stati raggiunti milioni di spettatori.

E già, ma perchè non c’abbiamo pensato prima che con pochi milioni di euro (tra l’altro presi dai fondi comunitari) si poteva offrire siffatta immagine della cultura materana?

Azzardo una risposta: forse perchè il marketing territoriale è una cosa seria e bisogna cercare una certa coerenza nelle azioni? (Un esempio facile facile a beneficio dei nuovi narratori, così si capisce meglio: non è una buona idea fare la pubblicità della pancetta in Pakistan o della Viennetta Algida in Groenlandia, a meno di non apparire ridicoli.)

Quali conclusioni trarre, dunque?

a) Il problema del Sud e dunque di Matera, come ho scritto tante volte, è serio e non si risolverà con vecchie o nuove narrazioni. Anche Mussolini provò a risolvere la questione meridionale semplicemente dichiarandola risolta e sappiamo come andò a finire.

b) Matera perderà un’occasione importante se non si affrancherà dal languore di questa comunicazione che ben poco riesce ad intendere di processi di sviluppo locale e ancor meno di marketing territoriale. Il rischio dell’effetto evento è, dunque, molto alto e va evitato.

Non so se questi commenti siano radical chic (come disse Wolfe di Bernstein che raccoglieva fondi per le Pantere Nere…), di certo so che questo modo di ragionare, quello della narrazione, offre uno scudo complice allo sperpero di denaro pubblico e quindi contribuisce a mantenere i nostri territori nel più nero sottosviluppo.

E speriamo pure che l’anno prossimo non ci tocchi vedere Matera venduta come dei materassi in una televendita, magari condotta dal lucano Sasà di Mykonos.

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02/12/2015

Economia civile

Marche: laboratorio per una nuova economia civile

C’è stato un tempo in cui l’Italia cresceva a ritmi forsennati, nascevano imprese a tassi vertiginosi e come pure ci ha trasmesso Il maestro di Vigevano, il sogno nel cassetto di molti era quello di diventare imprenditore, di “mettersi in proprio”. In quell’Italia degli anni ’50 e ’60 nascevano le fortune di alcuni territori dell’Italia Nord-Occidentale, del Veneto, ma anche dei territori di quella che venne chiamata la “Terza Italia”, uno spazio enorme il cui cuore batteva forte nelle Marche, tra le colline dell’entroterra ed il porto di Ancona.

L’industrializzazione dei saperi e delle tradizioni locali aveva prodotto una capillare presenza di distretti industriali, tanto che ancora oggi le Marche sono tra le regioni a più elevata propensione imprenditoriale. Purtroppo, però, pure l’incantesimo dello sviluppo si è rotto da tempo. Secondo la Banca d’Italia, i problemi principali dell’economia marchigiana sono:

1. le imprese non hanno piani di espansione produttiva degli impianti per il 2015 (questo può essere dovuto ad un eccesso di prudenza o a scarsa fiducia o, ancora, a capacità produttiva ancora non utilizzata);

2. il credito si contrae costantemente, così che famiglie e PMI appaiono razionate;

3. c’è un eccesso di specializzazione nelle esportazioni verso la Russia e questo, dato il quadro geopolitico, potrebbe essere un problema serio (soprattutto per il calzaturiero);

4. nelle Marche ci sono molti più fallimenti che altrove (significa che c’è un deterioramento del tessuto imprenditoriale), i distretti sono in sofferenza.

Per oltre un decennio, le Marche non hanno avuto una chiara strategia di sviluppo ed anche gli ultimi documenti di programmazione risalenti al 2014 non contengono una visione chiara del percorso e della spinta che si intendono imprimere al territorio. Eppure, l’esercizio da compiere è ad un tempo semplice e stimolante.

Se penso alle Marche, mi vengono in mente belle città con una buona qualità della vita ed un grande spirito cooperativo. Stupisce molto che, mentre il resto delle regioni europee punta su questi fattori, nei documenti del 2014 che dovrebbero definire la strategia di sviluppo non ve ne sia menzione alcuna.

Mi sembra che la (ri)nascita di un’economia civile sia un risultato da cercare, insieme, naturalmente, alla preservazione del tessuto industriale già esistente. Nelle Marche è davvero possibile integrare tradizione e innovazione per costruire un distretto sociale diffuso su tutto il territorio.

Alcuni punti specifici che affronterei:

a) Stimolare la creazione di una rete diffusa di cooperative o imprese sociali che possano offrire non solo servizi sociali ad un mercato ampio di soggetti (anziani e famiglie), ma anche alle imprese forprofit. Anche l’innovazione tecnologica che tanto cercano le regioni europee può venire da consorzi o cooperative, favorendo tra l’altro lo sfruttamento di economie di scala.

b) Filiera dell’imprenditorialità: bisogna accompagnare i talenti imprenditoriali nella definizione del loro progetto, sino al momento del finanziamento. E’ molto importante assecondare le inclinazioni personali, ma è altrettanto importante avere delle preferenze settoriali. Gli incubatori di imprese o le strutture per l’imprenditorialità diffusa giustamente chiedono il finanziamento regionale, ma perché non incentivarne l’autonomia finanziaria, accompagnandole nella circa di un mercato extra-regionale, dunque più ampio?

c) Le imprese marchigiane soffrono per il credito e immagino sia lo stesso per i potenziali imprenditori. Un Fondo di Venture Capital è importante, se la “gara” per ottenerne i finanziamenti è davvero competitiva e se è gestito da persone esterne alla regione, per evitare fenomeni di clientelismo.

d) Si parla molto di internazionalizzazione, ma mi pare che il problema principale non sia la presenza sui mercati esteri in sé. Piuttosto direi che il problema è la diversificazione dei mercati serviti (e.g. Russia per il calzaturiero), così come ho l’impressione che tutte le imprese che possono esportare già lo fanno. Se così è, bisogna portare buyers indonesiani, malesi, argentini, sudafricani, polacchi nelle Marche, evitando le classiche “gite sociali” che ben poco producono.

Le imprese marchigiane hanno delocalizzato la produzione negli ultimi 20 anni. Di questo non c’è menzione nei documenti di piano, sebbene nel mondo si parli oggi di re-shoring, ovvero di ritorno delle imprese al paese di origine a causa della convergenza del costo del lavoro. Dunque, i margini per il re-shoring crescono, perché non sfruttarli anche per le Marche? La fiscalità è importante (ma non credo sia una leva), ma ci sono altri punti: le zone industriali dotate di tutti i servizi, soprattutto logistici e telematici.

Le Marche sono il Midwest italiano, il cuore pulsante della nostra vitalità imprenditoriale, eppure stanno attraversando anni di crisi profonda che non minaccia solo il suo benessere, ma le fondamenta stesse del suo modello di sviluppo. Delineare una strategia, in questo caso, non può essere un esercizio di stile, ma deve essere qualcosa di concreto e che parta dai principi civici su cui ha preso le mosse il suo percorsa di crescita regionale nel dopoguerra.

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15/11/2015

Sud

La pigrizia del Masterplan per il Mezzogiorno

Alla fine, stretto dal fuoco incrociato delle critiche di osservatori e addetti ai lavori, il Governo ha dovuto cedere e ha pubblicato il Materplan per il Mezzogiorno, o meglio, le “Linee guida” (immagino per la redazione del Masterplan, ma qui siamo nel campo della metafisica, con cui ho poca dimestichezza).

La lettura lascia perplessi già dal principio perchè dopo tanti mesi dal suo annuncio ci si aspettava qualcosa di più, sia dal punto di vista della riflessione analitica, sia da quello della novità delle azioni proposte.

Il documento, lungo 7 pagine, è un catalogo di luoghi comuni e di punti di vista su cui certamente non si può non essere d’accordo, ma che altrettanto certamente non stimola la riflessione.

Vorrei, però, provare a segnalare alcune lacune che spero possano essere colmate nel futuro prossimo.

1. Innanzitutto manca a proposta di una strategia di sviluppo da seguire. Il Masterplan (o le linee guida) inizia  con un preambolo in cui è scritto “il Masterplan  non è un esercizio accademico ma un processo vivo di elaborazione condivisa”. Non so se proporre una strategia significhi condurre un esercizio accademico, ma di certo è bizzarro non proporla, dovendo rispondere a critiche circa la mancanza di una visione chiara, no?

2. Il documento si dilunga sulla descrizione delle riforme progettate e approvate su scala nazionale, ma stranamente non argomenta circa gli effetti attesi sul Mezzogiorno. Valgono due esempi su tutti: quale sarà l’effetto del Jobs Act sulle economie meridionali? E quale quello dell’abolizione dell’imposizione fiscale sulla prima casa?

3. Grn parte delle risorse finanziarie provengono dai fondi comunitari, la cui gestione è stata disastrosa sia per le regioni che per l’Amministrazione Centrale. Perchè ora tutti questi soggetti dovrebbero fare meglio? Quali sono i piani, se ci sono, per migliorare l’efficienza e l’efficacia della Pubblica Amministrazione del Sud?

Questi sono solo alcuni immediati interrogativi, le cui risposte dovrebbero essere propedeutiche alla stesura di un documento di programmazione serio e credibile, ammesso che il governo abbia davvero a cuore il Sud. Ma la pigrizia con cui è stato scritto il documento sembra suggerire il contrario.

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11/11/2015

Capitale sociale

Milano, gli aperitivi in Darsena e la corruzione

La storia di Milano nel ‘900 non è la storia di personaggi illustri, ma un tortuoso percorso intrapreso da milioni di uomini e donne che hanno rifondato una città, donandole basi che affondano nel lavoro, nell’abnegazione, nel senso civico. Non mi aspetto che tutti condividano questo pensiero, ciononostante non riesco a non sovrapporre Milano all’immagine della Fiumana di Giuseppe Pelizza da Volpedo.

Pochi giorni addietro, Lorenzo Alvaro mi ha sollecitato sulle parole di Cantone circa i presunti anticorpi di Milano rispetto alla corruzione. Proprio non riuscivo a non e riesco a capire a cosa il magistrato si riferisse, visto che la città, negli ultimi 25/30 anni, è passata dall’essere capitale morale del Paese a baricentro di Tangentopoli. Solo negli ultimi anni, è stata centro di scandali nel settore della sanità, nella costruzione del sito di Expo, la giunta Formigoni è stata costretta a dimettersi in seguito a innumerevoli indagini ed il vicepresidente di Maroni è stato arrestato solo pochi giorni fa.

Beh, se questa è una città che ha gli anticorpi, deve esserci per forza qualcosa che non funziona.

Personalmente, credo che Milano si macchi costantemente dello stesso peccato di Roma: l’eccessivo potere di circoli elitari ed “aristocratici”. Provo a spiegarmi meglio.

L’evidenza empirica che abbiamo oggi a disposizione ci dice in maniera chiara che la corruzione si combatte con il senso civico. Se in uno sperduto paesino dell’America Latino il poliziotto chiede una tangente per evitare una multa, dovrebbe essere il cittadino stesso a ribellarsi in quanto gesto contrario alle regole di convivenza comune. Dunque, il senso civico, gli anticorpi nel linguaggio di Cantone, deve essere a diretto contatto con le occasioni che potrebbero dar luogo a corruzione.

Nel caso di Milano, come in quello di Roma, la corruzione non avviene per strada, ma nei salotti buoni; non concerne piccole contravvenzioni stradali, ma grandi appalti. E allora, il senso civico di cui ha bisogno la città non è quello della moltitudine di giovani e meno giovani che ha reagito alla violenza inaudita dei No-Expo, ma quello delle elite già protagoniste della stagione di Tangentopoli ed ora nuovamente alla ribalta.

Non è serio pensare che Milano abbia risolto i suoi problemi con la legalità solo grazie ad un aperitivo sulla Darsena o ad una cena nel Padiglione del Kazakhstan. La città farà un concreto passo in avanti solo quando la responsabilità della cosa pubblica verrà diluita, ovvero quando gli innumerevoli cortocircuiti politica-affari verranno attenuati, garantendo una concreta partecipazione delle periferie, ove il senso civico di cui Cantone parla è davvero presente tra la gente, la stessa che ha costruito Milano con il proprio lavoro. Dopotutto il Duomo stesso è stato realizzato grazie all’azione collettiva dei Milanesi nel corso dei secoli, non (solo) per il volere ed il finanziamento di un sovrano più o meno illuminato.

In questo senso, allora, mi piacerebbe vedere una politica più lontana dalla Cerchia dei Bastioni e più vicina a Piazzale Corvetto, vero emblema dell’incuria amministrativa, ma anche sincero cuore pulsante di Milano.

PS: Tra un pò inizierà la campagna elettorale e leggeremo, come ogni volta, dell’importanza delle periferie e magari vedremo anche frotte di #expottimisti in visita ai quartieri decentrati e dimenticati, tutti con un mojito in mano e con lo stesso spirito dei turisti occidentali alle prese con un safari in Namibia.

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27/09/2015

Milano

Un geografo disorientato all’Expo

Confesso di non essere mai stato un grande sostenitore dell’Expo 2015, non tanto per chissà quale ragione ideologica, ma perchè non sono riuscito a comprenderne le ragioni, al di là di una mera (e supposta) convenienza economica e di una chiara opportunità politica.

Ciononostante, non mi sono sottratto al rito moderno cui tutti, soprattutto quelli che gravitano attorno all’area metropolitana milanese, sono chiamati: anch’io ho visitato Expo. Ci sono andato con le migliori intenzioni, sebbene il peso dei preconcetti si facesse sentire, ma ero anche curioso di capire come il tema, “Nutrire il pianeta”, fosse stato declinato. Già, Expo ha un tema, impegnativo ed importante poichè attiene le politiche alimentari, ovvero la sopravvivenza stessa del genere umano, in ultima istanza.

Devo dire che gran parte degli amici e conoscenti che già avevano pagato visita al sito mi avevano decantato le doti di questo o quel padiglione, soprattutto in funzione di ciò che erano riusciti a mangiare o dei cibi che avevano visto o degli effetti speciali presenti. E pure i commenti sui social network erano dello stesso tono. Questa girandola di foto e recensioni amatoriali mi avevano fatto sorgere un dubbio: “Non è che Expo è in realtà una bella e costosa fiera della gastronomia?”.

Ebbene, dopo aver visitato una ventina (credo) di padiglioni mi sono reso conto di una cosa: il tema di Expo, “Nutrire il pianeta”, è una finzione pubblicitaria. Certo, è altamente probabile che sia stato io a non aver compreso sino in fondo i temi che l’Esposizione universale intendeva veicolare, sarò stato certamente io a peccare di scarsa attenzione e sensibilità per non aver percepito i messaggi subliminali che mi venivano inviati.

E, però, Padiglione Italia è l’emblema di questo fallimento comunicativo, che maschera una ben più grave pochezza di temi: una struttura esteticamente accattivante che contiene un pauroso nulla in termini di idee e prospettive. Almeno il Padiglione della Lombardia è orrendo anche esteticamente, di modo che nessuno osa crearsi delle aspettative positive.

Non fraintendetemi, ci sono padiglioni belli da vedere e/o interessanti (soprattutto da un punto di vista turistico o della sorpresa estetica), ma ciò che manca, ed è grave, è il messaggio.

Ho letto su Facebook i commenti di due persone che conosco e che hanno o hanno avuto un ruolo di primo piano in Expo. Ebbene, si lamentavano del fatto che gli “intellettuali” non hanno capito che l’evento è di natura popolare. Sono d’accordo con questa visione, la sottoscrivo sino in fondo, ma proprio per questo sarebbe stato importante veivolare messaggi, anche semplici. E poi, una banalità: la supposta “popolarità” di Expo non può implicare l’assoluta mancanza di prospettiva.

Insomma, dentro Expo ero frastornato e disorientato, non mi ci raccapezzavo proprio; all’uscita avevo le idee ancora più confuse di prima circa le problematiche alimentari che affliggono il mondo. Che peccato.

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03/08/2015

Sud Uncategorized

Abbandonare il Mezzogiorno, si salvi chi può!

Le elezioni regionali ci hanno consegnato un paradosso interessante: la coalizione di governo ha stravinto nel Mezzogiorno, proprio l’area di cui meno si è tenuto in considerazione nella strategia di sviluppo del Paese.

A voler approfondire il tema, però, di paradossi ne emergono tanti.

La prima tipologia di contraddizione è di carattere economico. Le anticipazioni del Rapporto SVIMEZ ci restituiscono un Sud che è cresciuto a meno dell’1% all’anno negli ultimi 15 anni. E’, però, bene ricordare che i tenui barlumi di crescita dell’occupazione sono più pronunciati nelle regioni meridionali. A fronte, però, di questa crisi profonda e di questi timidi segnali di ripresa, il Governo non accenna ad avere una chiara strategia di sviluppo per l’area e sembra aver completamente dimenticato di gestire la politica di coesione (giusto qualche decina di miliardi di euro, una cosuccia da niente).

La seconda tipologia di contraddizione è di  carattere politico. La coalizione di governo, che pure ha sbancato elettoralmente a Sud, è anche quella che vive una profonda crisi nell’area. La Regione Campania vive in uno stato di estrema incertezza a causa delle note vicende giudiziarie di De Luca. La Calabria ha già avuto un azzeramento della giunta ed una sostituzione con assessori tecnici. La Sicilia ha avuto un rallentamento dell’azione di governo a causa delle divisioni interne alla coalizione e sfociate poi nelle calunnie sparate addosso al Governatore Crocetta. La Basilicata pure vive anni di immobilismo, una giunta fintamente tecnica e due nuclei familiari a spartirsi posti e poltrone.

A questo desolante quadro di grande povertà politica che sembra aver riportato il Mezzogiorno indietro di decenni si contrappone il caso della Sardegna, a cui Francesco Pigliaru ha impresso con la sua presidenza e la sua personalità una forte rottura con il passato.

La SVIMEZ ci ha solo ricordato quanto ormai sappiamo praticamente da sempre circa l’arretratezza del Meridione; Renzi ha in tutta risposta convocato una direzione del Partito Democratico ed ha lanciato una campagna mediatica evidenziando i nuovi ingenti investimenti a Sud. Ma a cosa servirà tutto ciò? La risposta è scontata: a nulla.

Il Mezzogiorno scoppia di denaro che non riesce a spendere e che forse a fine anno dovrà restituire all’Europa.

Il problema del Sud sono le istituzioni che mettono in atto politiche di scarsa qualità (quanti di noi hanno visto corsi di formazione professionale assolutamente inutili? quante opere inutilizzate? quanto scialo negli uffici pubblici?) e sono queste che vanno cambiate.

Non parlo della solita litania del fallimento del regionalismo, mi riferisco alle persone che sono dentro alle istituzioni e che le governano. Un governo che non ha saputo filtrare e discernere l’opportunismo dalla reale capacità politica e professionale è destinato al fallimento nell’area. E’ inutile parlare di strategie e investimenti se le persone che governano localmente le politiche sono le stesse che le hanno fatte naufragare negli ultimi decenni.

Bisogna essere realisti e concreti: se i policy maker e le istituzioni sono gli stessi, non c’è nulla da fare, è irrazionale attendersi risultati positivi. A questo punto, meglio risparmiare risorse ed abbandonare il Mezzogiorno al suo destino.

 

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28/07/2015

Economia civile

L’economia del bene. A proposito di due libri

Erano da qualche settimana sulla mia scrivania e finalmente qualche giorno di riposo mi ha permesso di dedicarmi alla lettura di due libri agili. Si tratta di:

 

Ugo Biggieri, Luca Grion e Giorgio Osti, La fertilità del denaro. Finanza e responsabilità: un matrimonio impossibile?, Edizioni Meudon, Euro 12, 2014.

 

Luigino Bruni e Stefano Zamagni, L’economia civile, il Mulino, Euro 11, 2015.

 

Certo, i punti di tangenza e di intersezione sono molteplici, ma non saprei dire se è per questo che ho deciso di leggerli in maniera coordinata.

Il primo pubblica il testo della Jacques Maritain Lecture tenuta da Ugo Biggieri nel 2013 e che dà il sottotitolo al volume. In questa, l’autore si domanda cosa sia la responsabilità delle imprese di credito e come principi altri rispetto al mero profitto possano indirizzare i mercati finanziari. Il libro è poi completato da un utopistico scritto di Maritain, “Una società senza denaro”, per la prima volta pubblicato in italiano. Luca Grion e Giorgio Osti propongono poi testi a commento.

Il libro di Bruni e Zamagni si pone l’obiettivo di delimitare il raggio d’azione dell’economia civile definita come quella che “parla a tutta l’economia e alla società, offre un criterio di giudizio e di azione per le scelte del governo e per quelle delle multinazionali, per quelle dei consumatori (il consumo critico e responsabile), e per quelle dei risparmiatori socialmente responsabili” (p. 8). Il volumetto spazia dal pensiero di Dragonetti e Genovesi alla visione wikieconomica dei consumattori di Becchetti, passando per il pensiero cattolico, i limiti del PIL e la salvaguardia dei beni comuni.

Dicevo prima che non saprei esprimere bene perché ho deciso di leggere insieme questi due libri. Ex post, però, ci sono due punti che li accomunano o che comunque hanno sollecitato la mia attenzione.

1. In uno dei saggi a commento, Luca Grion riprende il concetto per cui l’economia di mercato potrebbe essere fatta risalire all’alba del pensiero francescano. In questa visione, il mercato è concepito come un’emanazione della communitas ed in quanto tale utile per il bene comune. Esso va regolato quando le finalità individualistiche eccedono e fanno sì che i risultati di mercato deviino sostanzialmente dal risultato cui la communitas La gratuità (in forma di tempo e di denaro) trova una sua dimensione centrale in questo paradigma, mentre è molto spesso considerata, nel pensiero neoclassico, un’anomalia o, peggio, trattata alla stessa stregua di qualsiasi altro bene, pur non avendo un prezzo.

Non ho particolare predisposizione per l’analisi teorica, ma mi chiedo se non sia possibile addivenire ad una sintesi tra economia civile ed economia neoclassica sul tema del dono. In particolare, mi sembra che la teoria del comportamento pro-sociale guidato da motivazioni intrinseche ed estrinseche, con ormai un bagaglio considerevole di evidenza sperimentale, possa proprio fornire una chiave di lettura congiunta in tema di dono e di volontariato. La mia, naturalmente, non è una approfondita analisi sottoposta a vaglio di fattibilità, ma solo l’impressione di un lettore interessato.

2. Il secondo punto che mi pare di interesse estremo riguarda il ruolo sociale dei mercati finanziari. Biggieri compie un’opera meritoria nell’attenuare l’innegabile pubblica acredine di cui sono oggetto oggi le banche. La Grande Recessione è stata amplificata dal comportamento scorretto di alcuni istituti internazionali. Ma possiamo immaginare un mondo senza banche? Forse, utopisticamente è possibile, ma credo che questa strada non sia ragionevolmente percorribile. In teoria, le banche dovrebbero erogare prestiti a chi non ha denaro ma ha idee per creare aziende e posti di lavoro. Se così fosse davvero, il mercato del credito sarebbe uno strumento formidabile per garantire la mobilità economica (il cosiddetto ascensore sociale). Oggi invece, sembra (ma non posso affermarlo con certezza poiché non conosco il dettaglio delle statistiche finanziarie) che il sistema bancario sia molto più propenso a sostenere rendite di posizione poiché sarebbero impieghi meno rischiosi. Ed allora, in quest’ottica, il vero nemico sono i cosiddetti rentier. E’ davvero interessante trovare nel libro di Bruni e Zamagni una trattazione del pensiero di Achille Loria, in cui si mette in luca il conflitto esistente tra rentier e imprenditori con i primi a bloccare il progresso socio-economico. E’, questa, una visione che, su un piano diverso, ha trovato pure una sua realizzazione nella traiettoria di sviluppo del Mezzogiorno, laddove i rentier assumono la veste di latifondisti a bloccare, sino al secondo dopoguerra, l’industrializzazione dell’area. In tali casi, però, un sistema finanziario efficiente ridurrebbe la rilevanza della ricchezza (il “wealth effect”) e garantirebbe l’accesso alle opportunità in base alle capacità, più che in base alla discendenza.

 

Viene naturale chiedersi, a questo punto, se il comportamente socialmente vizioso della banche non sia invece frutto di una cattiva regolazione, che penalizza gli impieghi più rischiosi. Ma se gli investimenti azzardati sono una delle ragioni dell’ampiezza della Grande Recessione, non è forse lecito dubitare che il problema sia nella regolazione? In ogni caso, per garantire la crescita degli individui (l’ascensore sociale di cui prima) è necessario non solo ipotizzare modelli di business diversi (come nel caso di Banca Etica), ma anche una regolazione diversa che “premi il merito”.

I due libri offrono delle agili introduzioni all’economia civile (l’economia del bene, in contrapposizione a quella del benessere?), ma forse è l’ora della maturità: portare i temi fuori dal ghetto culturale e proporli come temi di rilevanza anche scientifica, oltre che sociale, più vasta.

Per canto mio mi propongo di approfondire gli ambii dell’economia del territorio che l’economia civile può contribuire a comprendere meglio, soprattutto in chiave di policy.

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