La puntina Una sveglia quotdiana (o quasi)

8 lug

L’analisi delle parole ricorrenti, soprattutto quando è applicata ad un testo destinato a rimanere nella storia come sempre è un enciclica, e quando è fatta a caldo, non è esercizio esaustivo, ma certo è d’aiuto ad attraversare la realtà del testo scandagliando parole che, mai come in queste occasioni, non sono mai scelte a caso. Sul numero di Vita (sul sito da domani e in edicola da venerdì) troverete l’elenco completo delle parole e delle loro ricorrenze. Qui di seguito le parole principali (in neretto) e il numero, tra parentesi, delle ricorrenze parola per parola.
Il primo risultato dell’analisi delle parole più ricorrenti aiuta a cogliere il tama di fondo dell’enciclica: lo sviluppo (250 ricorrenze). È lo sviluppo e non altro il focus dei ragionamenti e della dottrina di Caritas in veritate. È lo sviluppo e il suo modello ad essere messo a tema, già nella parte teologica dove si sgombra il campo da qualsiasi tentazione alla decrescita pianificata o programmata (richiamando Paolo VI, citato ben 47 volte, al paragrafo 16 si dice che “lo sviluppo è vocazione” propria dell’uomo), e dove si situa la scommessa della carità nella sua dimensione pubblica e fin’anche economica (sempre citando Paolo VI “Il Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo”), giacchè il sottosviluppo è frutto, prima ancora di cause materiali della mancanza di fraternità (16) tra gli uomini.
Sottolinea Benedetto XVI che in fondo la Dottrina sociale della Chiesa è “caritas in veritate in re socaili”, ovvero annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Quindi si tratta di una verità (96) che sempre si esprime nella carità (90), nell’amore donato, nell’amare (68).
Ogni società, scrive il Papa, elabora un proprio sistema di giustizia (45), e la giustizia “è la misura minima della carità”. Ma che società è la nostra se produce così tante disuguaglianze e ingiustizie? Ragiona l’enciclica, se produce povertà intollerabili e lascia soli i poveri (30)? La crisi (22) economico-finanziaria sarà un’opportunità per ripensare un modello di svluppo che ha “mostrato tanti limiti”? Questo è l’invito dell’enciclica. Ma perché questo accada bisogna che l’impresa (30), la politica (28), l’economia (28), la tecnica (27) rimettano al centro la persona (57) protagonista nella sua libertà (38) e responsabilità (51) cioè, cioè la persona al lavoro (50). Perciò la dimensione sociale (109) deve diventare spazio pubblico di relazione con l’altro (38) in una logica di fraternità e reciprocità (16) così da riscoprire la dimensione della comunità (24) e della comunione (10) fra uomini e fra Stati (26) nella prospettiva di una società che diventi vera famiglia umana (10). Perciò il mercato (33) deve diventare spazio plurale in cui anche il dono e la gratuità (36) informino l’economia nel perseguimento del bene comune (19), vera declinazione dell’etica (19), parola troppo spesso vuota. Gli strumenti? Una logica di sussidiarietà (13) anche per il governo della globalizzazione (30) e un metoto la collaborazione e la cooperazione (21).
Da segnalare, infine, l’ingresso di molte parole nuove nel corpus della Dottrina della chiesa cattolica. Come exempla di percorsi positivi in cui il principio della reciprocità informa l’intraprendere economico ecco l’ingresso di nuove parole, di un nuovo lessico per lo sviluppo possibile: Microcredito, Microfinanza, Finanza etica (4); Responsabilità sociale dell’impresa (3); non profit (2); Terzo settore (1); economia civile e di comunione (2)

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Italia non profit

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Agostino

9 luglio 2009, ore 16.15

Caro Riccardo, giro il tuo commento ai miei figli. Anch’io sono rimasto colpito dalla chiarezza con la quale si avverte che la delocalizzazione e/o la creazione di nuove imprese deve essere incentrata sullo “SVILUPPO” e non sulla ricerca della forza lavoro al costo più basso. Quest’enciclica non solo elimina ogni validità alla teoria del livellamento e dell’eliminazione delle diseguaglianze ad opera del mercato stesso ma indica con nettezza le linee guida per un mondo più giusto e più BELLO..
Molto interessante e urgente anche l’invito alla riforma degli Organismi Internazionali e l’esigenza di trasparenza delle ONG e delle società no-profit con l’indicazione nei loro bilanci di quanto viene incassato come contributi e donazioni e quanto viene speso indicando separatamente il costo per il funzionamento delle strutture della stessa organizzazione e l’ammontare effettivamente distribuito per l’aiuto ai poveri e agli emarginati.

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Chi sono

Riccardo Bonacina

Sono nato a Lecco nel lontano 1954, una vera passione per lo studio e la pratica teatrale sino a che nel 1985 non mi rassegno alla pratica giornalistica. Ho provato a raccontare l’Italia dei soggetti sociali in tutti i modi e ovunque, dal 1994 con Vita.

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