Il passato e il futuro non esistono se non intersecano, intimamente e personalmente, il presente. Non c’è passato se non quello che vibra nel nostro presente, e non c’è futuro se non come promessa del presente. O, ci sono come clava ideologica per dispute politiche o come utopia che aliena il presente, quindi non c’entrano con me. [...]
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di Riccardo Bonacina
Il numero di Vita in edicola da oggi è un numero che mi rende particolarmente orgoglioso perchè dice tutta l’originalità ed unicità del racconto che la redazione prova ogni settimana a fare, e la esalta. È un numero monografico dedicato ad Haiti, Paese colpito dal terrificante terremoto del 12 gennaio scorso, ed è, significativamente intitolato “Dalla parte di Haiti”. La fotografia che qui riproduco è stata scelta dal direttore e dalla redazione per la cover di Vita di questa settimana. Una famiglia seduta davanti alle macerie della propria casa due giorni dopo il terremoto che ci guarda diritta negli occhi, con dignità. [...]
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In un interessante e personale articolo su Il Sole 24 ore che dirige, Gianni Riotta si sofferma a ragionare sull’ultimo libro di Jaron Lanier, guru di internet e dei new media, inventore della Virtual reality e dei cyberstrumenti (qui il suo sito). Lanier, proprio lui, nel recente You are not a gadget: a manifesto, mette in guardia contro la deriva del Web 2.0 con toni preoccupati. Cosa è accaduto perché uno dei leader della rivoluzione internet denunci il Web 2010? Si chiede Riotta. E così riassume l’allarme di Lanier e ne ragiona: “Lanier lamenta l’appiattimento dei contenuti online, che motori di ricerca come Google e l’enciclopedia scritta dagli utenti Wikipedia, importano sulla rete. Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l’analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete». Il pericolo è invece riassunto bene nelle parole del guru Lanier: «I blog anonimi, con i loro inutili commenti, gli scherzi frivoli di tanti video» ci hanno tutti ridotti a formichine liete di avere la faccina su Facebook, la battuta su Twitter e la pasquinata firmata «Zorro» sul sito. Lamenta Lanier: «Ai tempi della rivoluzione internet io e i miei collaboratori venivamo sempre irrisi, perché prevedevamo che il web avrebbe potuto dare libera espressione a milioni di individui. Macché, ci dicevano, alla gente piace guardare la tv, non stare davanti a un computer. Quando la rivoluzione c’è stata, però, la creatività è stata uccisa, e il web ha perso la dignità intellettuale. Se volete sapere qualcosa la chiedete a Google, che vi manda a Wikipedia, punto e basta. Altrimenti la gente finisce nella bolla dei siti arrabbiati, degli ultras, dove ascolta solo chi rafforza le sue idee». Il pioniere Lanier non potrebbe essere più amaro e realista. «Ovviamente un coro collettivo non può servire a scrivere la storia, né possiamo affidare l’opinione pubblica a capannelli di assatanati sui blog. La massa ha il potere di distorcere la storia, danneggiando le minoranze, e gli insulti dei teppisti online ossificano il dibattito e disperdono la ragione»”.
Ne conclude Riotta: “La rete è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L’informazione dell’opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo – come ci ammonisce Jaron Lanier – permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l’informazione, la cultura e l’eccellenza contro l’omogeneizzazione e il qualunquismo”. Bhe! Tutto qui, ci chiediamo? Ce la possiamo cavare con un latrato alla luna? Con l’invocazione, implicita, a qualche regola in più e a un po’ più di moralità e di etica da parte di utenti e aggregatori?
Purtroppo, a me pare, il problema è ben più grave e radicale, suggerisce lo stesso Lanier. Il problema è che si sono profondamente modificati i meccanismi del nostro apprendimento e del sapere. Dislocando i contenuti del sapere su database, esternalizzandoli in un chip piuttosto che in un computer, a noi non è più richiesto di apprendere e di sapere, ci basta una sufficiente abilità tecnica per sviluppare le quary giuste. Lo fanno i nostri figli per fare i compiti, lo facciamo noi ogni istante. Pensate a quanti pochi numeri telefonici sappiamo ormai a memoria e al panico che ci prenderebbe se dovessimo smarrirne la memoria per un qualsiasi incidente. Ecco, negli ultimi 20 anni abbiamo esternalizzato la funzione della memoria e i percorsi dell’apprendimento più profondo e faticoso. Ci siamo ridotti a praticare forme di abilità tecnica. E questo sì che è un bel problema.
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Un bellissimo articolo di Luca Doninelli (leggetelo qui), mi ricorda che oggi corrono i 50 anni dalla morte di Albert Camus. il 4 gennaio del 1960, un incidente stradale lo portava via, a soli quarantasei anni. Nella sua borsa, rinvenuta sul luogo dell’incidente, c’era un manoscritto, centoquaranta fogli coperti da una scrittura fitta: era il romanzo Il primo uomo.
Proprio questa notizia biografica mi permette di sottolineare uno degli aspetti che più mi ha colpito in lui (sarebbero tanti a dir il vero, dai testi contro la pena di morte, al suo teatro, al suo essere sempre fuori dai cori). Un aspetto che parrebbe piccolo ma che invece è così essenziale: la passione per i giovani. Albert Camus proprio in Il Primo uomo, ricordando il suo maestro ad Algeri, scriveva: «Col signor Bernard le lezioni erano sempre interessanti, per la semplice ragione che lui amava appassionatamente il proprio mestiere (…) La scuola (…)-almeno nella classe del signor Bernard- appagava una sete ancor più essenziale per il ragazzo che per l’adulto, la sete della scoperta. Certo, anche nelle altre classi si insegnavano molte cose, ma un po’ come siingozzano le oche. Si presentava il cibo preconfezionato e si invitavano i ragazzi a inghiottirlo. Nella sua classe, per la prima volta in vita loro, sentivano invece di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione: li si giudicava degni di scoprire il mondo».
Già, chi oggi, a cominciare dai 30enni e su su sino agli over sessanta, guarda i ragazzi con questo sguardo? Chi oggi nella sua azione, piccola o grande che sia, giudica i ragazzi degni di scoprire il mondo? E magari degni di cambiarlo? Chi è capace di offrirsi allo sguardo di un giovane pronto a rendere ragione delle sue scelte e pronto soprattutto a farsi contestare nelle sue ragioni?
Ragazzi, Camus è un amico.
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