La puntina

12/01/2016

Guardate quella nave in mezzo alla tempesta, una nave zeppa di container carichi di opere d’arte. Il comandante dovrà decidere se liberarsi del carico troppo pesante per aver salva la vita o continuare, rischiando il tutto per tutto, salvando vite umane e quel carico che racchiude lo stesso senso della vita umana. È un’immagine e un dramma raccontato nell’ultimo film di Sukurov da cui non riesco a liberarmi. È una questione per noi oggi.

Qualche giorno fa ho visto, Francofonia, l’ultimo film di Aleksandr Sokurov presentato nel settembre scorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e uscito poco prima del Natale in poche sale. Il sottotitolo del Film recita “Il Louvre sotto occupazione” e in effetti racconta del Louvre nei giorni dell’occupazione nazista di parte della Francia e di Parigi. Ma il film di Sokurov, attraverso la metafora del Louvre e della relazione tra il direttore del Louvre Jacques Jaujard e l’ufficiale nazista respsonabile dei beni culturali delle zone occupate, il conte Franziskus Wolff-Metternich che trovano una tacita e silente intesa per proteggere secoli di storia e di bellezza, racconta molto di più. È un film che mi ha commosso e a cui ritorno, attraverso le immagini e la sceneggiatura più volte al giorno. Il film del maestro siberiano, a me pare, è metafora perfetta e conturbante del dramma che sta vivendo oggi l’Europa. Un’Europa smarrita, senza radici e senza ideali, prigioniera di tecnostrutture, vuota di solidarietà e di futuro e in balia delle onde e dei marosi della storia.

Il film svolge la sua narrazione attraverso due vicende che s’intrecciano, quella del Louvre sotto occupazione e del rapporto tra Jaujard e Metternich, e il dialogo immaginario ma incombente attraverso un collegamento Skype, tra lo stesso Sokurov e il comandante alla deriva in una nave cargo piena di opere d’arte nel bel mezzo di una tempesta distruttiva.

A tema il rapporto tra arte, potere e popolo. Per Sokurov questi tre fattori si devono tenere uniti, pena l’avanzare di qualche sciagura. Cosa sarebbero Parigi e la Francia senza il Louvre, cosa sarebbero San Pietroburgo e la Russia senza l’Ermitage, o Firenze e l’Italia senza gli Uffizi? Il Museo è visto come luogo simbolico e fisico della creazione di una coscienza culturale civile, come spazio che determina l’identità di uno Stato, come spazio della costruzione di una tradizione e di una cultura di tipo collettivo. Uno spazio in cui poter guardare negli occhi il passato e immaginare un futuro. “Chi saremmo senza poter giardare negli occhi i nostri avi e chi ci ha preceduto?”, si chiede il regista.

È commovente il modo con cui Sokurov nei primi minuti del film interpella Anton Pavlovič Čechov o Lev Nikolàevič Tolstòj: “Non avete niente da dirci?”, “Perchè ci guardate così in silenzio?”. Così come è commovente la carrellata in piano sequenza sui numerosi ritratti conservati al Louvre e con Sokurov che constata “Dovremmo capire perchè proprio in Europa si è affermata l’arte del ritratto e non altrove o in altre culture”.

Ma cosa è veramente Francofonia? È un documentario, un film di finzione, una ricostruzione storica, una potente riflessione filosofica? È propbailmente tutto questo insieme, un insieme armonico e potente che grida un allarme e una domana: che ne sarà dell’Europa, che ne sarà di noi?

Un film da proiettare dentro il Parlamento europeo e da mandare a memoria, per svegliare occhi e cuore prima che sia troppo tardi.

Prima che all’Europa tocchi una sorte simile ai protagonisti della Zattera della Medusa di Géricault, uno dei dipinti significativamente inquadrati più di una volta nel film. Attenzione, alla fine di Francofonia non riusciremo più a dire quanto recita l’incipit del film (riguardate la clip) “Che ci importa di questo oceoano, della sua forza senza ideologia e senza morale, noi abbiamo le nostre belle case, i nostri appartamenti…”. No, l’oceano, la storia, alla fine presenta il conto esattamente come nella Zattera di Medusa. E allora sono guai.

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