Leva Civile

17/06/2013

servizio civile

Sindrome da tendina

E’ da un paio di settimane che faccio “resistenza passiva” al suggerimento, venuto da un amico della Redazione di Vita, di scrivere qualcosa sul “ritorno occupazionale” derivante dal servizio civile.

 Tutta colpa della ASL di Bergamo… e che c’entra la ASL?

Qualche anno fa negli uffici di Mosaico arrivarono in pochi giorni ben due ispezioni della ASL, per verificare il rispetto della normativa in materia di igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Furono molti efficienti: misurarono l’altezza dei locali, se vi era il numero corretto di estintori, la presenza della cassetta di pronto soccorso, la tenuta dei corsi sulla sicurezza del lavoro per i dipendenti, le eventuali “radiazioni” provenienti non solo dagli schermi video ma addirittura dai cavi della rete dati interna.

 Tutto in regola. Stavamo per tirare un sospiro di sollievo quando l’ispettrice si rannuvolò in volto, guardando una finestra.

Stringendo con disappunto le labbra, ci disse: “Ma qui… mancano le tendine! Ciò può creare disagio al lavoratore, quando batte il sole!”

 Dai nostri uffici si aveva una bella visione di una casa in costruzione, quattro piani di altezza.

Mentre la funzionaria ci impartiva la sua reprimenda per l’assenza di tendine, dalla finestra si potevano ammirare l’agilità e lo sprezzo del pericolo di una decina di muratori, appollaiati sui ponteggi, senza casco e senza cinghie di sicurezza.

Questo è un paese strano: quando operi secondo le regole puoi essere sicuro che qualche eccentrico funzionario troverà la “tendina” per cui rimproverarti, ignorando altre situazioni abnormi che accadono sotto il suo naso, in quanto “non di sua competenza”.

Dirò di più: attenzione a raggiungere dei risultati positivi. Si corre il fondato rischio di sentirsi dire “ma guarda come sei bravo! Sei talmente bravo che non ti sosteniamo, anzi ti togliamo quel poco che riuscivi ad avere… ci sono altre realtà, inefficienti ed incapaci, che proprio per questo meritano di ricevere risorse”.

 La regola aurea di sopravvivenza è una sola: quando fai bene qualcosa, non dirlo a nessuno! E se rispetti una regola, non menarne vanto!

 Ma ritorniamo, sarebbe ora, al ritorno occupazionale del servizio civile.

Un paio di giorni fa un Ministro della Repubblica, per l’esattezza il Ministro del Lavoro Enrico Giovannini, se ne è uscito con un paio di frasi in cui legava il tema del servizio civile a quello della formazione finalizzata all’inserimento nel mondo del lavoro.

Il Ministro non aveva fatto in tempo a riprendere fiato che si è scatenata una selva di dichiarazioni a favore della sua vision, sebbene un poco confusa e senza uno straccio di analisi degli investimenti necessari.

E’ vero, lo è sempre stato! Il servizio civile è formazione ed inserimento lavorativo! E chi mai ha detto altro?

Qualche bastian contrario avrebbe potuto ricordare le ovazioni ed i peana a sostegno di una concezione del servizio civile basata sulla “difesa della Patria” (ed alle conseguenti smorfie di sufficienza rivolte a chi sottolineava la preminenza formativa).

Ma lasciamo perdere… parafrasando Pier Luigi “non siamo mica qui a fare gli ispettori della ASL!”.

Orbene, dal 2001 al 2011 il servizio civile volontario l’hanno fatto 277.820 giovani… non proprio bruscolini.

E’ che sul servizio civile sono un poco maniacale… credo di essermi letto tutto, o quasi tutto, in materia.

Non ho memoria di uno studio, condotto a livello nazionale, sul “ritorno occupazionale” del servizio civile.

Niente di complicato, ci tengo a precisarlo.

Aspetti che i volontari abbiano terminato da un tre/quattro mesi il loro anno di servizio, gli telefoni e gli domandi “l’ente che ha usufruito di 1400 ore della tua vita, spendendo poco o nulla…. ebbene questo ente ti ha fatto un’offerta di lavoro? E di che tipo?”

Se proprio volete esagerare potete aggiungere un’altra domanda, del tipo “Ora stai lavorando? Se sì, ritieni che il servizio civile ti sia servito per essere assunto?”…. dopodiché fate la stessa domanda al datore di lavoro, ovviamente.

Troppi ragazzi da intervistare? Nema problema, come direbbero i nostri vicini serbi o croati: esistono fior di strumenti statistici per estrarre un campione scientificamente valido e significativo.

Ora, perché non lo si è fatto? E perché si sono invece condotti studi sul ritorno economico del servizio civile, dimostrando che per ogni euro di investimento pubblico ve ne sono ben tre di ritorno in termini di servizi aggiuntivi alla comunità?

Nel mondo della ricerca, anche quella sociale, è raro assistere a fenomeni di “ricerca pura”, ovverosia effettuata per un desiderio di conoscere fine a sé stesso.

E’ lo stesso apparato militar industriale che non perde occasione per rinfacciarlo a pacifisti e nonviolenti: senza l’esigenza di individuare gli aerei nemici, mai si sarebbe “scoperto” il radar… insomma le risorse, anche pubbliche, sia in tempo che in denaro , vanno dove c’è la possibilità di un ritorno.

Il mondo del servizio civile si sostiene grazie al finanziamento dello stato: senza alcun dubbio dimostrare che vi è un alto ritorno in termini di servizi aiuta a mantenere il finanziamento statale… o almeno così ci si augurava (la realtà è stata purtroppo una arcigna maestra).

Del resto, a chi interessa che fine fanno i giovani che si arruolano nelle Forze Armate, terminato il periodo di ferma? L’importante è che garantiscano il “servizio”, ovverosia la difesa armata del paese.

Giusto i vertici militari hanno qualche preoccupazione, perché il fatto che migliaia di ex militari rimangano a spasso dopo la ferma volontaria è una pessima pubblicità verso i loro coetanei potenzialmente arruolabili: problema che del resto non si pone al giorno d’oggi, visti i livelli di disoccupazione giovanile che vi sono nelle regioni da cui proviene il 70% degli arruolati.

Ebbene, da vari anni in Lombardia un ente di servizio civile ha avuto la balzana idea di misurare il “ritorno occupazionale” dei volontari impiegati nei propri progetti.

L’ultima rilevazione è stata pubblicata un paio di settimane fa, e ve la potete leggere per esteso a questo link: http://www.mosaico.org/images/ritorno_occupazionale_scv_2011.pdf .

Esegeti della ricerca pura?

E’ raro trovare di queste creature tra i monti e le pianure lombarde.

Molto più pragmaticamente, si è ritenuto che uno degli stakeholder del servizio civile siano proprio i giovani che scelgono questa esperienza… e questi giovani hanno desideri: essere indipendenti, vedere realizzati i propri sogni, metter su casa e famiglia ….e questo lo si fa quando si lavora.

Questi giovani sono anche il futuro delle loro comunità: se trovano lavoro dove hanno vissuto e studiato, ebbene avremo un tessuto sociale più coeso, più solidale, meno sottoposto a tensioni e punti di rottura.

Quest’indagine ci ha aiutato anche a comprendere come le leggi dello stato funzionino piuttosto che no: ad esempio i dati di quest’anno rappresentano, nel loro piccolo, una solenne bocciatura della cosiddetta “riforma Fornero”.

A posteriori, abbiamo un’immagine del servizio civile “tre mesi dopo” che è ben diversa da quella che si cerca di veicolare “durante il servizio civile”.

Non troviamo traccia di parate del 2 giugno, né di riflessioni sulla difesa non armata… e forse su questo ci sarebbe da riflettere.

Riflettere? No, meglio di no.

Questa mancanza è il chiaro segnale dello scarso livello scientifico dello studio, la dimostrazione che non è su queste tematiche che occorre ragionare.

E chi dimostra che con il servizio civile fa aumentare le probabilità di trovare lavoro, ebbene dimostra di non avere bisogno del servizio civile…. meglio destinarlo a chi ha come risultato altissimi tassi di disoccupazione.

Abbiamo sbagliato tutto, lo confessiamo…. ma non tagliateci i fondi :-)

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20/05/2013

servizio civile

Che farebbe Mohandas…Ovvero il servizio civile e la parata del 2 giugno

8.599:  è questo il numero dei volontari in servizio civile volontario oggi, 20 maggio 2013.

Per sicurezza me lo sono andato a rileggere sul sito di Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.

E’ il segnale di un countdown che, inesorabile, punta da anni verso lo  zero. Quando anche questo numero sarà scritto sul sito di UNSC, nessuna navicella spaziale partirà verso pianeti e galassie inesplorate: ci limiteremo a dichiarare chiusa un’esperienza sociale e culturale tra le più rare.

 L’ultima sberla è arrivata a pochi giorni dalla nascita del “governo di servizio”… una definizione che è amaramente ironica per volontari ed enti che il “servizio”, per di più civile, lo attuano da lustri.

Nessun ministro (pardon…ministra) ha avuto il coraggio di metterci la faccia.

Si è lasciato ad un funzionario (pardon …dirigente) l’ingrato compito di comunicare che il bando per selezionare 18.000 volontari era rimandato di qualche mese, se va bene a settembre 2013.

Le ragioni ricordano quelle che Jake, ovvero John Belushi nei panni del fratello cicciottello dei Blues Brothers, prova a snocciolare alla ex fidanzata infuriata per il suo abbandono.

Non si è fatta la programmazione finanziaria, la Corte dei Conti, le Regioni, non vi è certezza dei fondi…. la tintoria non ha consegnato il tight, una gomma a terra, il funerale della mamma, una tremenda inondazione, la casa era crollata, un terremoto, le cavallette.

Uno Stato che lascia fermi al palo, per vari mesi, quasi ventimila ragazzi e ragazze perché, a maggio inoltrato, non ha ancora definito la Programmazione Finanziaria che dovrebbe essere in vigore… dal gennaio scorso.

Una Repubblica che scrive sulla sua Gazzetta Ufficiale che le risorse per il servizio civile ci sono, ma poi nessuno che firma quei due fogli di carta che tramutano la norma in realtà…. ed è da cinque mesi che non si mette questo benedetto scarabocchio.

Ciò che mi lascia stupito, se non allibito, è l’infinita pazienza e ragionevolezza dei giovani e degli enti.

Tagliano i fondi?

E noi si lancia un bell’appello al Parlamento.

Rimandano il bando?

Evvai con un bel comunicato stampa.

I volontari in servizio civile presto saranno compresi nella lista delle specie in via di estinzione, anzi estinte?

Meraviglioso, disquisiamo se anche i giovani privi di cittadinanza potranno accedere ad un’esperienza che non c’è più.

Signore e signori, siamo talmente buoni e disponibili che i nostri interlocutori ci prendono per stupidi …. dal latino “stupiditas”: torpore, intontimento. Subiamo gli avvenimenti senza avere potere su di essi.

Siamo talmente intontiti che, il prossimo 2 giugno, un gruppetto di volontari sfilerà orgogliosamente per i Fori Imperiali, per festeggiare quella Repubblica che sta mandando al macero la nostra storia e le nostre esperienze.

Siamo talmente pronti a subire che molti enti di servizio civile, nella stessa ricorrenza, vorrebbero tenere aperte le loro sedi, per dimostrare ai cittadini cosa si può fare con il servizio civile.

Nobile intento… ma ho avuto modo di leggere alcune mail di questi enti: la sede c’è, le attività pure… mancano solo i volontari in servizio civile!

Mi sono domandato cosa farebbe Mohandas Karamchand Gandhi, se fosse uno di quei giovani volontari sui Fori Imperiali, il prossimo 2 giugno, ed arrivasse davanti al palco delle autorità.

Beh, lui era un tipo tosto… anni fa ho provato a fare un digiuno gandhiano di tre giorni (acqua e limone) ed ancora adesso mi chiedo come il Mahatma riuscisse ad andare avanti per settimane.

Comunque, penso che Mohandas si fermerebbe davanti al palco.

Si toglierebbe la felpa ed il cappellino con il simbolo del servizio civile, appoggiandoli a terra.

E poi scavalcherebbe le transenne, mescolandosi ai cittadini tra cui dovremmo fare il servizio civile, se solo ce ne dessero la possibilità.

Il tutto “con viva e vibrante soddisfazione”.

Pensiamoci, seriamente.

Il torpore non fa bene al servizio civile.

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04/04/2013

servizio civile

La difesa della Patria non c’è più

 

In questi giorni ed ore il piccolo mondo del servizio civile è in subbuglio, a causa del complesso caso di Tanwir Syed Shahzad, il giovane pachistano che, nel 2011, si oppose al rigetto della sua domanda di partecipazione al bando di servizio civile.

I tempi della giustizia italiana non hanno mai brillato per celerità, e si è dovuto attendere il 22 marzo 2013 per vedere pubblicate le motivazioni per cui la Corte d’Appello di Milano ha ulteriormente dato ragione al giovane, rigettando il ricorso della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Quanto deciso dalla Corte d’Appello di Milano è importate per una duplice ragione.

Nell’immediato, perché riconferma un principio: il servizio civile volontario può essere effettuato non solo da giovani in possesso della cittadinanza italiana, ma anche da giovani comunitari ed extracomunitari permanentemente residenti sul territorio nazionale.

Citando la Corte d’Appello il servizio civile è attuabile da “tutti coloro che partecipino alla comunità dei diritti e dei doveri in base ad una scelta non giuridicamente imposta del luogo ove stabilire la propria permanente residenza” e che conseguentemente siano “parti di una ‘comunità di diritti e doveri, più ampia e comprensiva di quella fondata sul criterio di cittadinanza in senso stretto’”.

Ma vi è un altro aspetto importante ricavabile dalle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello, e che senza alcun dubbio inciderà sullo stesso dibattito inerente la riforma della legge 64/2001: la “difesa della Patria” non è la ragion d’essere del servizio civile volontario.

Citando sempre la Corte d’Appello di Milano “il servizio civile non è più qualificabile come sostituivo del servizio militare obbligatorio per gli obiettori di coscienza, una volta che il primo sia stato soppresso: infatti non solo viene prestato su base esclusivamente volontaria, ma è anche orientato, ai sensi dell’art. 1 della legge 64, a specifiche finalità che non si esauriscono nella difesa della patria con mezzi ed attività non militari, in alternativa al servizio militare obbligatorio”.

Sempre la Corte d’Appello di Milano rincara la dose e, dopo aver minuziosamente elencato le finalità del servizio civile volontario, contenute nell’articolo 1 della legge 64/2001, afferma come esse “sono prese in considerazione in modo disgiunto e non possono essere in alcun modo ricollegate alla nozione di difesa della patria con mezzi e attività non militari, riguardando, a tutti gli effetti, servizi civili ricollegabili al principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.”

 

Faccio notare come la Corte d’Appello nell’inciso sopra riportato utilizzi il plurale “servizi civili”, enfatizzando sia la diversità degli stessi sia l’inesistenza di un unico principio fondante del servizio civile, la “difesa della patria” appunto.

Un’interpretazione di tal genere delle ragioni del servizio civile letteralmente demolisce il concetto di servizio civile basato sulla predominanza, legislativa e organizzativa, dello Stato.

A volere essere moderati, il servizio civile del futuro non vedrà solo l’ingresso dei “non cittadini italiani”, ma dovrà prevedere una pari dignità di Stato ed autonomie regionali nella sua organizzazione e gestione.

Le Regioni e Province Autonome dovranno essere soggetti attivi in tutte le sue fasi, e non mere esecutrici di quanto stabilito da Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.

Di più: in alcuni ambiti progettuali (ad esempio il settore assistenza e welfare) spetterebbe in via esclusiva alle Regioni la valutazione dei progetti di servizio civile, indipendentemente dal fatto che gli stessi siano presentati da enti nazionali o regionali.

E’ quasi superfluo aggiungere che la Corte d’Appello di Milano nei fatti manda in soffitta buona parte dei progetti di legge di riforma della legge 64/2001 presentati nella scorsa legislatura, in quanto incentrati proprio sul concetto di “servizio civile come difesa della Patria”.

Ben venga quindi l’ingresso dei “non italiani” nel servizio civile, se ciò è la conseguenza logica dell’annichilimento di un servizio civile centralizzato e burocratizzato, travestito con il “vestito buono”, ma che sa di naftalina, della difesa della patria.

Ho un’unica preoccupazione: che nei prossimi mesi e settimane in quel di Roma usino questa sentenza per bloccare o ritardare l’uscita del bando 2013.

Ma nessuno di noi ha la palla di cristallo… vedremo che cosa ci riserverà il futuro.

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11/03/2013

servizio civile

Ma intanto bisogna coltivare il giardino

E’ con questa esortazione che si conclude il “Candide ou l’optimisme”, un testo che è uno dei cardini dell’Illuminismo europeo.

Nel suo racconto filosofico, Voltaire vuole confutare il precetto del “vivere nel migliore dei mondi possibili”, perché la vita ci riserva spiacevoli sorprese e spesso ci fa prendere delle sonore e dolorose sberle.

Candide, il personaggio del racconto, passa attraverso una serie di disavventure che lo fanno ricredere su una visione ottimistica della realtà.

Esce da queste vicissitudini disincantato, ma non certo frustrato.

Al termine della sua personale odissea, Candide comprende come siano le piccole intraprese che può realizzare concretamente e direttamente quelle che lo allontanano dai “tre mali: la noia, il vizio e il bisogno”.

Nelle scorse settimane ci si è illusi che un nuovo Parlamento avrebbe risolto, in modo rapido e miracoloso, tutti i problemi del servizio civile.

Vedrete, ci raccontavano e ci raccontavamo, avremo una nuova legge, arriveranno tanti bei finanziamenti, finalmente il servizio civile (ovviamente invidiatoci da tutto il globo terrestre) sarà al centro delle politiche giovani nazionali… ma che dico nazionali, europee!

Conseguentemente vi è stato un fiorire di impegni da far sottoscrivere ai candidati, di convegni in cui coinvolgere con sapienza cencelliana i rappresentanti dei vari schieramenti, di comunicati in cui trionfalmente si annunciava una nuova legge nei primi 100 giorni di vita del nuovo governo.

Che amaro risveglio, quello del 26 febbraio!

Ci si è ritrovati in una situazione che mai avremmo immaginato, una “tempesta perfetta” istituzionale, con un paese senza governo ed un Parlamento che il governo non riesce ad eleggerlo.

In una situazione del genere, dove le persone si uccidono ed uccidono perché non hanno prospettive di vita credibili, che volete mai che conti una questione come il servizio civile?

Ce ne siamo dolorosamente accorti: meno di un nulla.

Ed ora che si fa? Possiamo attendere la prossima tornata elettorale, augurandoci il “migliore dei mondi possibili”: un parlamento in grado di governare e che sia entusiasticamente interessato al servizio civile.

Ho sempre provato un primo moto di invidia per i vincitori della lotteria, salvo poi considerare che questi individui hanno passato anni ed anni in attesa del “colpo di fortuna”.

Se si verificasse la coincidenza astrale sopra descritta, nella migliore delle ipotesi dovremmo comunque attendere un paio d’anni per avere una nuova legge sul servizio civile.

Mi pare più produttivo seguire le orme di Candide: coltivare il nostro giardino.

Certo, per fare ciò occorre essere aderenti alla realtà del territorio, letteralmente far uscire risorse dalle pietre, ingegnarsi a costruire percorsi mai immaginati.

Dobbiamo avere anche la capacità di distinguere quali semi stiamo piantando: se quelli buoni di sevizi civili regionali che si autosostengono ovvero se quelli delle erbacce che riproducono localmente le follie della inaridita foresta nazionale.

Ovviamente, liberi tutti di continuare a guardare al “grande disegno nazionale”… ma citando ancora una volta Candide: “le grandezze… sono molto pericolose, secondo ciò che ne dicono tutti i filosofi”.

 

 

 

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11/01/2013

servizio civile

I muratori del servizio civile

Il muratore bergamasco è una figura leggendaria nell’immaginario delle regioni del nord.

Parte alle quattro del mattino dalle valli e dai paesi della pianura, ore passate sul furgoncino in autostrada, per poi lavorare ore ed ore a “tirar su muri” da Venezia a Torino.

Ai tempi dell’obiezione di coscienza al servizio militare, parliamo di trenta anni fa, andavo in giro per la bergamasca, tentando di convincere i ragazzi a dichiararsi obiettori piuttosto che fare la naja nella Brigata Alpina Orobica.

Ricordo questi incontri, in cui occorreva calibrare con precisione giorno ed ora: molti di questi diciottenni facevano già da un paio d’anni i “bocia” (tradotto in italiano corretto “apprendisti edili”) nell’azienda del papà…. una vita durissima: sveglia all’alba, ore di viaggio, giornata di lavoro, ritorno a casa alle otto di sera, se non c’era coda in autostrada. Le serate erano cadenzate da rituali: giovedì la morosa, venerdì a ballare, sabato con gli amici al bar…. e da una grande stanchezza.

Provate voi a parlare in queste condizioni di obiezione, utilizzando oltretutto il linguaggio “giusto”.

Per capire, con un pizzico di ironia, chi è il muratore bergamasco, potete vedere qua http://www.youtube.com/watch?v=uNKDfXrntEE dieci minuti di Enrico Bertolino… ma tenete presente che è una versione edulcorata… il comico è di origini milanesi.

Ma che c’entrano i muratori (o, per usare il termine politicamente corretto, lavoratori edili) con il servizio civile?

C’entrano, perché sono una bella storia con cui iniziare il 2013, un’esperienza che “innova e cambia questo Paese in direzione della sostenibilità sociale, economica e ambientale”, per citare alcune righe di Riccardo Bonacina, ricevute nei giorni scorsi.

Dovete sapere che imprenditori, artigiani e lavoratori edili hanno dato vita da decenni ad organizzazioni di carattere “mutualistico e previdenziale”: le prime Casse Edili (che riuniscono lavoratori ed imprenditori) nascono negli anni successivi alla I guerra mondiale. Negli ultimi trenta anni alle Casse Edili si affianca “Edilcassa”, che invece raggruppa i lavoratori e le imprese artigiane del settore.

Cassa Edile ed Edilcassa svolgono importanti attività di carattere assistenziale e sanitario, fornendo aiuti economici agli associati: rimborsi per spese sanitarie di vario genere, appoggio in caso di infortunio o malattia professionale, sostegno economico in caso di famigliari disabili.

 

Bene, persone previdenti, questi muratori: ma il servizio civile?

Questi lavoratori vivono in Comuni, e può capitare che una trentina di questi enti locali creino un unico consorzio per la gestione dei servizi sociali, coinvolgendo in ciò sia il mondo della cooperazione sociale che il volontariato.

Una realtà del genere si è formata nella Valcavallina, il territorio della bergamasca che congiunge la città di Bergamo al lago di Iseo, e si chiama Consorzio Servizi Valcavallina: un’area con circa 100.000 abitanti.

I servizi alla persona di questo territorio soffrono problemi immaginabili: aumento delle richiese di intervento, diminuzione delle risorse disponibili, emersioni di nuove criticità a cui è sempre più difficile dare risposta.

In un tale contesto la risorsa del servizio civile volontario e della leva civica è essenziale: sono circa una trentina i ragazzi e le ragazze ingaggiati in queste esperienze, sparsi nei servizi sociali e nelle biblioteche di tutta la valle e coordinati dal Consorzio.

 

Cassa Edile, Edilcassa e Consorzio Servizi Valcavallina hanno interessi comuni: fornire servizi alla persona ai cittadini (il Consorzio) ed agli iscritti (le organizzazioni mutualistiche).

Ora provate ad immaginare un ente di servizio civile che propone a queste realtà di creare sinergie, utilizzando il servizio civile e la leva civica come moltiplicatore di servizi.

E’ quello che ha fatto Associazione Mosaico, ente di servizio civile iscritto all’albo di Regione Lombardia.

Il risultato è stato la sottoscrizione di un protocollo d’intesa, firmato dalle quattro realtà, per la realizzazione di un programma sperimentale sul tema della disabilità, incentrato sulla leva civica.

Il protocollo prevede l’impiego di tre giovani in leva civica, con un percorso della durata di dodici mesi ed una presenza di 20 ore settimanali, con un assegno mensile di 300 €.

I ragazzi saranno gestiti dal Consorzio Servizi Valcavallina, mentre la gestione amministrativa e formativa (si prevede la certificazione delle competenze acquisite mediante gli standard regionali, con un percorso d’aula di 72 ore) sarà coordinata da Associazione Mosaico.

Il progetto prevede che le attività di supporto ai disabili saranno svolte per il 50% a favore dell’intera popolazione, mentre per il restante 50% saranno usufruite da famiglie di iscritti a Cassa Edile ed Edilcassa, ovviamente residenti nei comuni del Consorzio ed individuate di comune accordo tra i quattro enti contraenti il protocollo.

L’impegno finanziario del percorso sperimentale è di circa 15.000 €, di cui il 50% proviene da Cassa Edile ed Edilcassa, mentre il Consorzio Servizi Valcavallina mette un altro 50%.

La sperimentazione, avviata a fine dicembre 2012, durerà un anno.

Al termine dell’esperienza si tireranno le conclusioni: se esse, come tutti si augurano, saranno positive, si allargherà l’esperienza ad altri territori.

I vantaggi per i vari attori di questa sinergia sono evidenti:

- per il Consorzio di enti locali si tratta di reperire risorse aggiuntive per l’attuazione di servizi alla persona (questione non secondaria di questi tempi), oltre a offrire percorsi di formazione per i giovani residenti in zona;

- per Cassa Edile ed Edilcassa è l’occasione di ripensare la modalità di intervento assistenziale a favore dei propri aderenti, offrendo non solo un contributo economico ma anche un servizio di welfare legato alla progettazione degli enti locali;

- per Associazione Mosaico è un modo di finanziare nuove posizioni di leva civica regionale, ampliando il proprio intervento;

- per i giovani, è un’ulteriore possibilità di formazione e di coinvolgimento nel tessuto sociale della propria comunità.

Bene, spero che ora sia chiaro la relazione tra “muratori” e “servizio civile – leva civica”.

La crisi, non solo economica ma anche di scopi ed identità, può essere l’opportunità per aprire nuovi sentieri, cercare e creare opportunità e condivisioni.

Voglio pensare che percorsi, come quello descritto, indichino nuovi modi di fare welfare e di impiegare risorse … e di idee nuove abbiamo un disperato bisogno.

 

 

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11/12/2012

servizio civile

Servizio civile: tra desiderio e crollo

In questi giorni autorevoli esponenti degli enti di servizio civile hanno segnalato il “crollo” del servizio civile.

Un crollo riferito ai progetti ed ai volontari richiesti dagli enti per il prossimo anno: sono stati infatti presentati progetti che che prevedono di impiegare 43.280 giovani, il 30% in meno rispetto ai 60.000 del 2011.

 Visto che ad oggi la Repubblica Italiana ha deciso di stanziare risorse per avere in servizio nei prossimi mesi meno di 19.000 volontari, un cinico potrebbe replicare che vi sono comunque 24.000 richieste di troppo, e che si dovrà effettuare un arduo lavoro di selezione.

 Ma non sempre la dura realtà finanziaria risponde agli altrettanto reali bisogni della comunità: vediamo di comprendere meglio cosa significa l’arida cifra “43.280”.

 I 43.280 volontari richiesti dagli enti insistono su 4.188 progetti, così suddivisi: 1.756 progetti per 25.303 volontari per quanto riguarda il bando nazionale, 2.432 progetti per 17.977 giovani per i bandi delle Regioni e delle Province Autonome.

Sul “bando nazionale” non riusciamo a dire granché: non sappiamo quanto ha chiesto un singolo ente, per quale ambito di intervento, su quali aree geografiche.

 Diverso il ragionamento sui bandi regionali, di cui possiamo fornire una interessante tabella, che suddivide progetti e posizioni richieste per singola regione e provincia autonoma.

REGIONI N.° Progetti N.° Volontari
Abruzzo 53 315
Basilicata 41 181
Bolzano 14 87
Calabria 274 1354
Campania 252 3597
Emilia Romagna 137 609
Friuli-Venezia Giulia 31 191
Lazio 217 1603
Liguria 29 163
Lombardia 258 1541
Marche 41 366
Molise 33 227
Piemonte 183 763
Puglia 209 946
Sardegna 141 839
Sicilia 297 3592
Toscana 87 723
Trento 39 133
Umbria 14 120
Valle D’aosta 1 9
Veneto 104 589
Totale 2455 17948

Noterete subito alcune differenze tra i numeri contenuti nelle righe precedenti e quelli della tabella: la fonte è in entrambi i casi quella di Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, e le discrasie sono talmente leggere da non inficiare alcun ragionamento di carattere generale.

Già dagli aridi numeri della tabella si possono fare alcune semplici considerazioni.

Ad esempio si nota come in Lombardia siano stati presentati un numero di progetti che sono pari a quelli depositati in Campania o Sicilia, e questo nonostante le due regioni meridionali abbiano ognuna circa la metà della popolazione della regione con il simbolo della rosa camuna.

Se invece rapportiamo il numero di volontari a quello dei progetti, notiamo come in Lombardia ogni progetto preveda mediamente l’impiego di poco meno di sei volontari, rispetto ad una media campana di oltre 14 ed ad una siciliana di 12.

 

Ma possiamo andare oltre questi banali rapporti, e prefigurare quali sarebbero le dimensioni del servizio civile nazionale se fossero esauditi i desideri di una regione come la Campania, ovvero di una regione come la Lombardia.

Un primo dato: il 14mo rapporto sulla spesa pubblica della Campagna “Sbilanciamoci”, pubblicato nei giorni scorsi, chiede un finanziamento annuo di “almeno 200 milioni” per il servizio civile, al fine di permettere l’avvio al servizio ogni anno di almeno 40.000 giovani.

Un secondo appunto: i bandi emessi dalle Regioni riguardano da vari anni circa il 46% del Fondo Nazionale per il Servizio Civile.

A loro volta le Regioni si suddividono tale risorsa utilizzando il “criterio FNPS”, dove l’acronimo sta per Fondo Nazionale Politiche Sociali: si tratta sostanzialmente di una percentuale attribuita ad ogni regione sulla base di alcuni parametri quali ad esempio la popolazione, la percentuale di residenti giovani ed anziani, ecc. ecc..

Ebbene a livello nazionale la Campania “pesa” per il 9.98% del FNPS, mentre la Lombardia si attesta al 14,15%.

 

Bene, siamo pronti per la nostra “simulazione”.

Iniziamo con il “Modello Campania”.

Se i 3.597 posti di servizio civile richiesti dagli enti campani costituissero il 9,98% delle posizioni richieste da tutte le Regioni, è facile calcolare come il totale dei volontari richiedibili dall’insieme delle Regioni sarebbe pari a 36.042 unità.

Considerato poi che le posizioni di servizio civile dei bandi delle varie Regioni rappresentano il 46% di tutti i volontari impiegabili annualmente, arriviamo ad un totale nazionale per i cosiddetti “progetti Italia” pari a 78.352 giovani da ingaggiare.

A tale numero va poi assommato un 2% di volontari da impiegare per legge nell’accompagnamento di grandi invalidi e ciechi (1.567 unità), ed un altro migliaio da ingaggiare nei progetti di servizio civile all’estero.

Arriviamo quindi ad un totale di 80.919 volontari ogni anno: un numero che non solo è oltre 4 volte superiore a quello reso possibile dalla disponibilità finanziaria del bilancio 2013 dello Stato Italiano, ma è doppio anche rispetto alle richieste della campagna “Sbilanciamoci”.

 

Quanto costerebbe il “Modello Campania”?

E’ presto detto.

Un volontario “costa” 5.902 euro (fonte UNSC 2011), che moltiplicato per 80.919 porta alla ragguardevole somma di oltre 477 milioni di euro.

A tale importo aggiungiamo le risorse necessarie per il funzionamento di UNSC, le spese di vitto-alloggio-viaggio dei volontari all’estero, ecc. ecc.

Possiamo quindi ragionevolmente affermare che l’investimento complessivo annuo del servizio civile, utilizzando il “Modello Campania” si aggirerebbe tra i 500 ed i 550 milioni di euro.

 

Passiamo ora al “Modello Lombardia”, regione che come già detto pesa per il 14,15% del FNPS.

Le richieste lombarde porterebbero conseguentemente a bandi regionali di servizio civile per un totale di 10.890 volontari.

Tale numero proiettato sul bando nazionale porta ad una richiesta per i “progetti Italia” di 23.673 volontari, che diventano 24.546 calcolando gli accompagnatori di ciechi e i giovani impiegati in progetti all’estero.

 

Costo del Modello Lombardia: poco meno di 145 milioni di euro per i volontari in quanto tali, che con le spese accessorie passano ad un range compreso tra i 155 ed i 165 milioni di euro.

 

Siete sopravvissuti a questo turbinio di cifre?

Spero di sì.

Quali sono le considerazioni di chi scrive, di fronte a questi due “scenari”?

In ordine di “venuta in mente”:

 

Prima considerazione: la Lombardia è popolata da “pirla”.

Enti non profit, enti locali, Regione si sono arrabattati per far rientrare il “bisogno di servizio civile” all’interno delle risorse effettivamente  disponibili.

I risultati  di questi equilibrismi?

Innanzitutto essere rimbrottati per aver effettuato “scelte discutibili” per garantire un accesso equo alla risorsa scarsa, come ho avuto modo di leggere recentemente su “Vita” in un’intervista.

In secondo luogo essere messi comunque nel calderone di chi vede il servizio civile come un “ammortizzatore sociale”, come ho letto su un articolo comparso sul Corriere della Sera dello scorso 10 dicembre.

Da lombardo a lombardi: siamo proprio dei pirla (dialettismo che corrisponde all’aulico italiano “fessi”), diciamocelo!

Impariamo dai nostri fratelli campani, chiediamo anche quello che non c’è… la provvidenza ci verrà in ausilio.

Alla mala parata, sarà un bello scontro “all’ultimo progetto”, dove prevarrà chi ha la penna ed i canini più affilati, alla faccia della programmazione del territorio e della risposta ai bisogni dei più deboli.

 

Seconda considerazione: la mia cittadinanza si sente schizofrenica.

Ho il passaporto con scritto “Repubblica Italiana” sulla copertina.

Quale Repubblica Italiana?

Perché non è possibile che le differenze tra territori che distano poche centinaia di chilometri siano talmente distanti per ciò che riguarda utilizzo di una risorsa pubblica, approccio alla stessa, concetto di governo del territorio e dei bisogni…. e potrei continuare nell’elenco.

Una tale differenza di “modelli” mette in crisi non solo il concetto di servizio civile ma anche il mio considerarmi cittadino, ossia di essere umano titolare di diritti (e di doveri) all’interno di una comunità di eguali.

I numeri raccontano e descrivono due comunità, che ogni giorno si allontanano sempre più: una talmente morigerata da essere “tafazziana”, l’altra così smodata da scivolare nell’assistenzialismo fine a sé stesso.

 

Terza considerazione: i desideri smodati sono fonte di sofferenza

Utilizzo questo bell’aforisma di Nicolas Chamfort (“Massime e pensieri”, Ed. Guanda, Parma, 1998, pagina 13).

Che dire, la razionalità prevale in me, prepotente.

Come può funzionare IL “desiderio campano”, se necessita di risorse più che doppie di quelle avanzate da quegli “estremisti” della Campagna “Sbilanciamoci”?

Nei territori del meridione c’è qualcosa che, in tema di servizio civile, semplicemente non funziona.

La sensazione di assistere ad un periodico “assalto alla diligenza” delle risorse pubbliche è fortissima.

Il dubbio che queste risorse pubbliche vengano male utilizzate è angosciante.

Il fatto che poi oltre il 30% del servizio civile sia concentrato da lustri in due sole regioni, Campania e Sicilia, non dovrebbe farci meravigliare che questo bellissimo istituto venga equiparato ad un “ammortizzatore sociale” su uno dei maggiori quotidiani nazionali.

 

Si è versato il latte, ed imperterriti continuiamo a versarlo….. si abbia il buon gusto di non piangerci sopra.

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21/11/2012

servizio civile

Dei programmi e della loro declinazione pratica

 

Si salvi chi può, siamo in campagna elettorale.

Tra primarie di coalizione, elezioni regionali ed elezioni politiche avremo il dubbio privilegio di essere subissati da promesse ed impegni, programmi ed immaginifiche visioni del futuro, il tutto condito dalla presentazione di emendamenti, modello “ultimo scampo di legislatura”.

 

Ho sempre considerato il servizio civile un microcosmo che riproduce pregi e difetti della società in cui viviamo, ed anche nel nostro caso in questi ultimi tempi proposte e promesse iniziano a fioccare.

 

Volete degli esempi?

Alcuni parlamentari hanno chiesto 100 milioni di euro per il servizio civile, in sede di discussione della legge di stabilità.

Poi abbiamo la proposta di un servizio civile europeo volontario di sei mesi, finanziato dai 27 paesi della UE.

A ciò si aggiunge un servizio civile europeo, sempre di sei mesi ma obbligatorio, sempre a carico del bilancio europeo.

 

Potremmo seguire la strada indicataci dal buon Virgilio: “Timeo Danaos et dona ferentes”, che tradotto in volgare suona “non fidarti di chi offre doni”.

Un atteggiamento che riscuoterebbe l’assenso non solo di Lacoonte, ma pure dei nostri nonni e genitori.

E che tuttavia ha un limite, quello del non immaginare un futuro possibile, possibilmente migliore dell’attuale presente.

 

Orsù dunque, voliamo alto, mettiamo al lavoro il nostro spirito critico.

La regola da utilizzare è semplice, possiamo definirla la “declinazione pratica del programma elettorale”.

 

Occorre cioè definire quali siano le condizioni minime perché l’enunciazione si possa realisticamente trasformare in realtà, e chiedere sommessamente che tali “condizioni minime” divengano parte integrante della promessa programmatica.

 

Primo esempio: 100 milioni in più per il servizio civile.

Viviamo in una Repubblica dove non riescono a trovare le risorse per le decine di migliaia di sfortunati rientranti nella categoria “esodati”, credete che trovino i soldini per il servizio civile?

Ma questo è pessimismo, dobbiamo essere propositivi.

Quindi a chi ci presenta  la ghiotta offerta  di un aumento dei fondi per il servizio civile avanziamo una proposta concreta di modifica. Del tipo: “Aumenteremo di 100 milioni di euro il Fondo per il Servizio Civile. Le risorse verranno trovate sciogliendo una brigata dell’Esercito Italiano, e la nostra forza politica si impegna a realizzare questi due obiettivi nei prossimi sei mesi”.

 

Secondo esempio: servizio civile europeo obbligatorio.

Viviamo in una Unione Europea restia a stanziare i fondi per le zone terremotate dell’Emilia Romagna, chi volete che sia d’accordo a stanziare centinaia di milioni di euro per un programma del genere.

Anche qui dobbiamo mettere al bando il pessimismo, pensando positivo.

Quindi a colui che ha elaborato questa interessante proposta di integrazione tra le giovani generazioni degli stati europei, lanciamo la nostra richiesta di  integrazione: “Istituiamo un servizio civile obbligatorio europeo della durata di sei mesi. L’Italia porrà il proprio veto ad ogni decisione comunitaria, fino a che l’Unione Europea non attuerà tale scelta, stanziando almeno 500 milioni di euro annui per il prossimo quinquennio”.

Insomma, andiamo a vedere cosa c’è dietro le promesse, e misuriamo concretamente il loro grado di realizzabilità.

E le proposte che non passano questo semplice esame? Usando un bel vocabolo di origine toscana, sono fuffa.

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08/11/2012

servizio civile

Stranieri e servizio civile: la sperimentazione della leva civica

Bene, sono partiti!

Mi riferisco ai 48 giovani della leva civica sperimentale, che lo scorso 31 ottobre hanno iniziato il loro anno di “leva civica regionale” in strutture gestite da Mosaico, insieme ad altri 150 colleghi sparsi per tutta la Lombardia.

E’ stata una faticaccia… ho contato otto passaggi burocratico amministrativi, di cui tre su altrettanti diversi portali informativi.. alla faccia della semplificazione burocratica nel mondo della formazione e del lavoro!

Finito il lavoro, è tempo di debriefing e di analisi…. la prima l’abbiamo condotta su chi ha partecipato al bando: chi era, quanti anni aveva, il titolo di studio.. insomma quei dati che ti permettono di fare una prima foto del folto gruppo degli aspiranti.

Per chi volesse approfondire la questione, trova tabelle e analisi qui .

In queste righe mi vorrei soffermare su una questione particolare, ovvero la partecipazione al bando dei giovani stranieri.

Il bando permetteva infatti la partecipazione a tutti i cittadini tra i 18 ed i 34 anni di età, indipendentemente dal fatto di essere o meno cittadini italiani… bastava essere in possesso del permesso di soggiorno.

Se si fa mente locale,  a tutti gli effetti abbiamo avuto una sperimentazione concreta di quello che chiedono numerose realtà ed associazioni: l’apertura del servizio civile agli stranieri, a parità di condizioni e senza la creazione di riserve di posti dedicate a chicchessia.

In Lombardia gli stranieri residenti nelle classi di età 18/34 anni sono poco meno del  19% della popolazione complessiva… ci si attendeva pertanto una richiesta di partecipazione al bando da parte degli stranieri in linea con questa percentuale: una domanda su cinque presentata da cittadini comunitari o extracomunitari.

Alla prova dei fatti, così non è stato: su 597 domande, solamente 31 risultano essere state presentate da stranieri, poco più del 5%.

Non credo sia il risultato di un “deficit informativo”: si è scelto il web come canale di pubblicizzazione, uno strumento in cui tutti i giovani, indipendentemente dalla nazionalità, se la cavano abbastanza bene.

Sono allora andato a fare quattro chiacchiere con chi ha effettuato sia l’accoglienza (si trattava di incontri informativi per chi ancora non aveva presentato l’istanza di partecipazione al bando) o la selezione, per cercare di comprendere le ragioni di questa scarsa partecipazione.

Qui usciamo dal campo della statistica, per  entrare in quello della osservazione sociologica.

Gli addetti alla selezione mi hanno infatti segnalato la presenza di due grandi categorie di giovani stranieri.

La prima era costituita da quelli che potremmo definire gli “integrati”: vivono in Italia da parecchi anni, dove hanno frequentato le scuole superiori se non l’università. In questo gruppo ciò che interessava non era tanto il coinvolgimento in un’esperienza di “cittadinanza attiva”, quanto il concreto ritorno economico dell’esperienza… e 300 € mensili non costituivano certo un richiamo allettante.

Sempre in questa categoria era poco sentita anche l’esigenza di formarsi ulteriormente, utilizzando la leva civica come strumento ad hoc. Quasi inutile dire che la stragrande maggioranza di questi giovani stranieri non ha nemmeno presentato istanza di partecipazione al bando.

Il secondo gruppo potrebbe essere definito con il termine di “marginali”: livello di istruzione basso o effettuato nel paese di origine, da poco in Italia, spesso spinti a presentare domanda di partecipazione da associazioni o realtà che operano nel campo dell’immigrazione.

Per loro la leva civica rappresentava la possibilità di “fare qualcosa” in attesa di occasioni migliori, anche in questo caso la motivazione del “aiutare la comunità” era assente, e solo in rari casi la proposta della leva civica era vista come momento di crescita formativa.

Che conclusioni trarre da tutto ciò?

Sicuramente si è trattato di un’esperienza parziale e l’analisi dei dati risente indubbiamente di ciò.

Ciò detto, non posso che consigliare prudenza a chi attualmente si confronta e scontra sul tema dell’ingresso degli immigrati  nel servizio civile.

Chi paventa una “invasione” del servizio civile, può rilassarsi: sono gli stessi giovani stranieri a non essere molto interessati a tale proposta.

Chi invece chiede l’apertura del servizio civile agli stranieri, consideri la possibilità di trovarsi tra le mani uno strumento di integrazione poco efficace: se chi presenta domanda di partecipazione è scarsamente integrato (anche solo per scarsa padronanza della lingua), avrà poche probabilità di prevalere nella competizione con i “colleghi indigeni”.

 

 

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12/10/2012

servizio civile

Contraddizioni in seno al Terzo Settore

Piccole esperienze di “leva civica” … crescono.

Mentre in Regione Lombardia alcune decine di comuni si apprestano, a fine ottobre, a far partire 200 giovani nel primo esempio di “leva civica sperimentale”, altre realtà territoriali non stanno a guardare.

 

Uno di questi esperimenti si avvierà ai primi di dicembre nella provincia di Cremona, promosso dalla Azienda Sociale Cremonese, realtà “finalizzata all’esercizio di funzioni sociali, assistenziali, educative, socio-sanitarie integrate e sanitarie e, più in generale, alla gestione associata dei servizi alla persona”, come possiamo leggere sul sito www.aziendasocialecr.it .

 

L’azienda ha emesso il bando “Tempo per gli altri: giovani in azione”, che prevede l’ingaggio di 14 giovani da inserire in progetti inerenti i servizi alla persona, tutti realizzati presso realtà del terzo settore (cooperative sociali, fondazioni, associazioni).

Se diamo un’occhiata al bando (che trovate qui http://www.aziendasocialecr.it/sites/default/files/page-allegati/Bando%20selezione%20giovani.pdf )

ci rendiamo conto che si tratta di leva civica a tutti gli effetti… ad essere un poco estremisti potremmo sostenere che è un vero e proprio “servizio civile autogestito”, ricorrendo a risorse locali e territoriali.

 

Tutto bene? Per chi scrive sì, ma credo che qualche lettore avrà di che sobbalzare sulla sedia.

 

Infatti nel bando è ben specificato come chi voglia partecipare debba innanzitutto essere “cittadino italiano o di uno dei Paesi dell’Unione Europea”.

Ma come, l’assessorato regionale lombardo “Giovani e Sport” il suo bando sperimentale sulla leva civica l’ha aperto ai cittadini con regolare permesso di soggiorno, e l’assessore era della Lega Nord!

E nei mesi scorsi non ricordiamo il vivace dibattito sull’apertura del servizio civile nazionale ai cittadini non comunitari, con tale tesi sostenuta proprio dalle principali realtà nazionali del terzo settore?

Qui invece abbiamo ben nove realtà non profit cremonesi che a quanto pare in proposito la pensano diversamente.

 

Ma il bello deve ancora venire: non basta infatti essere cittadini italiani o comunitari, occorre anche essere residenti in un ben preciso elenco di comuni cremonesi, il cui elenco è sempre riportato nel bando. Segnalo ai “non lombardi” che da tale elenco sono esclusi numerosi comuni della provincia di Cremona….. siamo insomma di fronte ad una “salvaguardia territoriale” che va al di là della più sfrenata logica federalista.

 

Ciliegina sulla torta… ovvero chi effettuerà la selezione dei candidati.

Presuppongo che chi si farà carico di tale compito condivida strumenti e metodologie del progetto, comprese le limitazioni, sopra elencate, poste alle candidature.

Ebbene, possiamo leggere nel bando come “la selezione avverrà tramite colloqui individuali, con l’apporto di una commissione dell’Azienda, cui parteciperanno, oltre a tecnici dell’Azienda, rappresentanti dell’Associazionismo, del Terzo Settore e del Cisvol”.

Per chi non lo sapesse, l’acronimo CISVOL indica il Centro Servizio per il Volontariato della provincia di Cremona.

 

Non so che conclusioni trarre da quanto ho descritto nelle righe precedenti.

Ho tuttavia la sensazione, forte e sempre più radicata, che non sempre quello che dicono le grandi realtà del terzo settore corrisponda a quello che il terzo settore pratica sul territorio… e vale anche per il servizio civile, nei suoi vari aspetti.

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06/09/2012

servizio civile

Autunno senza consulte

Nella storia del servizio civile, se mai verrà scritta, l’agosto del 2012 sarà ricordato come il mese in cui le Consulte furono abolite.

Infatti, all’interno della legge nota come “spending review” il Parlamento sovrano, su proposta del Governo, ha deciso di sopprimere ben due organismi di rappresentanza del servizio civile: la Consulta Nazionale per il Servizio Civile e, come effetto indiretto,  il Comitato per la Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta.

 La vicenda non pare aver interessato più di tanto l’opinione pubblica: qualche comunicato di protesta di enti di servizio civile a dimensione nazionale, alcuni articoli su riviste e blog di area pacifista.

 Chi ha tentato di opporsi a tali “soppressioni” ha sfoderato due argomenti: il risibile costo di mantenimento degli organismi (per ciò che riguarda la Consulta Nazionale per il Servizio Civile si è calcolata una spesa effettiva di circa 2.500 € annui) ed il venir meno di due importanti strumenti di confronto e partecipazione.

Sui costi economici degli organismi non mi pronuncio, non essendo in possesso di elementi sufficienti in materia.

Il costo di una struttura del genere è infatti determinato dalle voci “dirette” (ad esempio i rimborsi viaggio forniti ai componenti degli organismi per partecipare agli incontri), che risultano essere pari ai già citati 2.500 €.

Ma vi sono anche i costi “indiretti”, come il numero di funzionari stipendiati per seguire e supportare tali organismi di rappresentanza: lo stipendio medio di un dipendente della Presidenza del Consiglio dei Ministri è di circa 30.000 € annui (fonte ISTAT 2011), mettiamo che fossero in quattro a seguire le consulte….  e  i costi iniziano a lievitare.

Purtroppo l’approccio, tipicamente economico aziendale, dei “centri di costo” non fa ancora nel patrimonio culturale dell’amministrazione pubblica.

Decisamente più interessante l’argomentazione inerente il venir meno di strumenti di confronto, partecipazione e dialogo: si tratta di tre sostantivi che molto hanno a che fare con la mia concezione della “politica”.

A tal proposito ricordo un bell’aforisma di Alcide De Gasperi, pronunciato in un discorso del 1948 a Milano: “politica vuol dire realizzare”.

Ad essere sinceri, il Comitato DCNAN (improponibile acronimo che sta per Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta) nel suo vocabolario non contemplava il verbo “realizzare”.

Dal febbraio 2004, data della sua istituzione, ad oggi mi risulta abbia prodotto un documentino di 20 pagine, un paio di seminari ed un progetto di servizio civile sperimentale che ha coinvolto 4 o 5 volontari: davvero pochino, ne converrete.

Tanto poco che per anni la relazione finanziaria di Ufficio Nazionale per il Servizio Civile metteva a bilancio risorse economiche per le attività di tale Comitato… salvo poi trovarsele inutilizzate l’anno successivo.

Spiace dirlo, ma del Comitato DCNAN nessuno sentirà la mancanza, anche perché sono stati pochissimi ad accorgersi della sua esistenza.

Diverso il discorso per la Consulta Nazionale per il servizio civile, che di attività ne ha svolta, e parecchia.

E’ necessario pertanto far riferimento ad un aforisma consono e il più indicato è quello tratto dal “Don Chsciotte della Mancia” di Cervantes: “l’onestà è la miglior politica”.

Onestamente, si è trattato di un organismo che della “riservatezza” ha fatto la sua parola d’ordine: era talmente riservato che dal 1999 ad oggi solo in un paio d’occasioni (la seconda nel giugno 2012) è stato pubblicato il verbale, od almeno il sunto del verbale, di una sua riunione… eppure di riunioni  ne sono state fatte a decine e su argomenti che riguardavano la stessa esistenza del servizio civile.

Insomma, un organismo che si esprimeva per enti e volontari, ma di cui enti e volontari non potevano conoscere le decisioni e le prese di posizione.

A questa singolare concezione della trasparenza si è sempre accompagnata una altrettanto singolare concezione di partecipazione.

Solo i volontari in servizio civile infatti hanno eletto i loro rappresentanti in Consulta, e di questo va loro dato merito.

I rappresentanti degli enti di servizio civile sono sempre stati nominati dal componente del Governo che aveva la delega al servizio civile, e sono sempre stati scelti tra i rappresentanti degli enti a dimensione nazionale, che sono poco più di un centinaio su un totale di ….. 3.581.

Ma lo prevede la legge… obietterà qualcuno.

Ebbene accade che una legge sia poco democratica e partecipativa.

Onestamente, quando un organismo di partecipazione diviene nella realtà un organismo di partecipazione di pochi, e guarda caso quei pochi sono anche i più “robusti”, capita che la sua esistenza non interessi più di tanto alla massa dei tapini.

Ed infatti non ho notato alcuna agitazione tra i 3400 e rotti “non eleggibili nella Consulta” alla notizia che questo organismo di rappresentanza veniva soppresso…. per la semplice ragione che non si sentivano rappresentati.

Insomma, sono stati gli enti componenti la Consulta a creare le condizioni ideali per la soppressione della Consulta stessa…. speriamo che imparino da questa spiacevole esperienza.

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