l’involontario

23/06/2016

ComunicAzione Politica

L’onestà (intellettuale) andrà di moda

Guardatevi allo specchio, poi andatevi a leggere i capitoli 11, 12 e 13 de “I promessi sposi”. Siete, siamo, folla. Folla che si muove coi meccanismi della folla, con le contraddizioni e le schifose ambiguità delle peggiori folle. Perché nella storia le folle buone sono state poche. Ma che ne sapete voi della storia. Parlate solo con frasi fatte da altri.

Come nel tumulto manzoniano di Milano, oggi l’italiano medio ha perso l’equilibrio. Si muove come quella folla che si riversa per le strade, saccheggia il forno delle Grucce ed assedia la casa del vicario di provvisione che ritiene maggior responsabile del rincaro. Il Manzoni la racconta quella folla, senza giudicarla, ma il suo giudizio traspare nell’ironia e nelle azioni dei singoli personaggi. Traspare la vostra miseria.

Questo siete voi, questa è l’Italia di oggi.

L’Italia che qualche anno fa voleva giustizia, la chiedeva con belle piazze colorate e oggi di fronte al cambiamento è incapace di immaginare un nuovo Paese. Immagina solo teste che cadono. Questi siete voi, tutti, non mi interessa cosa votiate. Siete complici culturali e materiali di decenni di cancrena, problemi, egoismo. Adesso vorreste che chi ha in mano il potere risolvesse i vostri problemi in due minuti. Li votate e poi diventano altro da voi. Vi fanno schifo perché non siete in grado di ammettere che vi fate schifo.

Vi muovete nei bar e sui social con la scandalosa compliciità di un giornalismo incolto e fazioso, pronto sempre a montare sul carro del vincitore per poi buttare giù il vincitore dieci minuti dopo su richiesta della folla. Non occorre scomodare la storia o la sociologia. Siete quelli che hanno messo in croce Gesù per liberare Barabba. Siete pieni di opinioni da accatto, siete come il pubblico dei talk show televisivi, buoni solo ad applaudire a comando la frase più ad effetto. La frase con niente intorno tranne il vostro applauso e le vostre facce a bischero.

No, non vi arrabbiate, non sto parlando di politica. Sto parlando di voi. Voi che avete avuto le possibilità che noi non avremo mai e vi lamentate pure. Voi che pretendete da chi vi amministra o vi governa valori che manco conoscete. Voi che vi rifiutate di capire come vanno le cose.

Guardatevi allo specchio e abbiate l’onestà intellettuale di ammettere che siete peggio di chi vi governa. Perché siete antropologicamente corrotti. Perché quando dite con le vostre pance e i vostri portafogli pieni che “l’Italia non ha speranza” o che “si sono mangiati tutto” siete il ritratto dell’ipocrisia. Perché i cervelli in fuga non scappano da un Paese di merda (che di merda non è), ma fuggono da voi, dalla vostra mentalità, dai vostri antichi vizi.

Dal vostro malanimo.

Fate ciò che volete, ma provate anche ad osservarvi come folla inerme incapace di sognare, ma solo di attaccarsi al pensiero di un Paese migliore che non potete essere voi. L’onestà intellettuale andrà di moda.

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30/05/2016

ComunicAzione Politica

Aiutateci a casa nostra

Qualcuno scrive che l’Italia è impazzita: l’ultimo agghiacciante femminicidio di Roma, vittima la giovane Sara Di Pietrantonio, sta colpendo forse di più perché è l’ennesimo fatto del genere. E soprattutto perché qualcuno poteva fare qualcosa per salvare la vita della ragazza. “Fatti loro”, “cose private”, “se la sarà cercata”, “non mi intrometto” avranno pensato i passanti. Nemmeno uno si è fermato per cercare almeno di capire cosa stava succedendo. E la ragazza è morta così, bruciata da un vigliacco nell’indifferenza.

Facile però giudicare, pochissimi di quelli che ora fanno gli eroi su facebook si sarebbero fermati a difendere Sara.
Perché siamo diventati un popolo di paurosi, di diffidenti, di sospettosi: ci manca la fiducia, negli altri e in noi stessi.
L’atto più rivoluzionario che siamo in grado di compiere è sbarrarci a casa nostra e poi quotidianamente pararci le spalle da possibili guai. La fregatura è sempre dietro l’angolo.

Le televisioni, sempre più specchio di una società corrotta nell’anima, mostrano questo paese assurdo: inutili piazze gridate in cui si parla di tutto senza spiegare nulla. I fatti sono diventati le opinioni e le opinioni sono dischi inceppati di portatori di interessi propri.

Parlare con chiunque è diventato uno sgradevole esercizio di approssimazione: ripetiamo i titoli storpiati dei fatti incompleti che ci riportano, filtrati da ossessioni personali che nulla o poco hanno a che fare con la realtà. Usiamo le parole di altri per costruirci le opinioni che ci mancano. La colpa è sempre un piano più in alto o più in basso del nostro: dei politici -tutti ladri, tutti corrotti- o dei poveracci che vengono ad invadere le nostre terre a spese nostre. In alto e in basso la colpa, basta che non sia al piano dove viviamo, un piano che è meglio isolare e blindare, non si sa mai che anche i nostri simili ci vogliano fregare.

E’ la classe media italiana -che esiste ancora- ad essere diventata ridicola: ridicola perché non capisce che il tarlo che consuma il paese è proprio nella sua testa, che ad impedire che le cose funzionino non è il presidente del consiglio, il sindaco, l’assessore o chi per loro. Ma è il nostro atteggiamento ridicolo: come ci approcciamo ai problemi collettivi, come stiamo sul lavoro e in mezzo agli altri, come dividiamo il mondo in buoni e cattivi, come usiamo tutte quelle parole inutilmente senza cercare di capirci qualcosa.

L’atteggiamento ridicolo ha forme sempre più originali. Per esempio ci sono dei genitori che si presentano a scuola con l’avvocato perchè al figlio hanno confiscato il cellulare in classe. L’idea che l’atteggiamento di un ragazzo che smanetta col cellulare in classe oltre che essere contro l’insegnante sia pure contro la famiglia che lo mantiene agli studi manco gli passa per la testa. L’importante è andare a scuola con l’avvocato e intimidire. E intanto il figlio diventa un martire dell’istituzione scolastica.

Stiamo diventando un Paese maleducato, autostressato, bipolare. Come un cieco che prima si cava gli occhi, poi smanacca contro tutto, dando la colpa a tutti di non riuscire più a vedere. Questo si è perso, la capacità di guardare l’altro come qualcosa che può arricchirci, non fregarci e basta (che sia il lavoro, lo stato sociale, la vita, il portafoglio).

Eravamo fieri di esserci lasciati alle spalle il ‘900, ma stiamo perdendo tutto quello che di bello quel secolo disgraziato ci aveva insegnato. Compresa la speranza di lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che avevamo trovato noi.

Beh, forse avremmo bisogno di aiuto. Come quello che vorremmo dare ai disperati che scappano dalle loro angosce per non farli sbarcare in Italia. Pensiamoci bene però ad interrompere il flusso: a quel punto a chi daremo la colpa dei nostri problemi?

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25/04/2016

Welfare

Qualcosa in cui credere prima che alla pensione

Chissà se la busta arancione con le previsioni della pensione ti farà solo disperare: magari scoprirai che fa anche bene che qualcuno ti dica le cose come stanno. Anche se sei super tutelato dal punto di vista lavorativo, vai sicuro che qualche motivo di preoccupazione ce l’avrai eccome.

Perchè questa storia delle lettere dell’Inps con la busta arancione è veramente interessante. Ieri mattina un servizio televisivo di un programma di informazione piuttosto serio faceva incontrare una signora di 79 anni ed un ragazzo di 25. La signora spavalda e in ottima salute è in pensione da quando aveva 45 anni. Sicuramente negli ultimi decenni si è stancata meno di tante sue coetanee. Loquacemente la signora si scrollava di dosso qualsiasi senso di colpa: in effetti mica li ha rubati quei soldi. Il ragazzo invece era imbambolato, pareva vedere la pensione come ultimo dei suoi problemi: in effetti quanti ne avrà di problemi prima di quello?

Questa storia ha fatto capire ancora meglio dove sta uno dei più grandi problemi del nostro Paese: nell’imbarazzante conformismo con cui i media, anche quelli più critici e militanti, lavorano, capaci solo di guardare un pezzettino delle cose che vorrebbero raccontare. Nel frattempo tutto il resto rimane oscuro, per pigrizia o malafede.

Perché in ottica intergenerazionale il problema della mia generazione non è (ancora) la pensione, ma è la tremenda mancanza di opportunità che poi porta anche al fatto di non avere un lavoro che faccia maturare posizioni previdenziali dignitose. Ma questo nessuno ce lo dice chiaramente , perché sarebbe una verità imbarazzante anche per quelli che dovrebbero raccontarla.

Il presidente dell’Inps Tito Boeri non mi ha fatto uno sgarbo a dirmi che dovrò lavorare fino a 75 anni per poi diventare povero. Mi ha fatto un favore a pronunciare finalmente una di quelle verità che la politica con lo sguardo corto rifiuta.

Perché la possibilità di avere una protezione sociale quando saremo vecchi passa anche dalla capacità di affrontare quei problemi senza rimozioni. Proprio oggi.

Auguro a tutti i miei coetanei di riuscire a prendersi prima della tanto sperata e temuta pensione quei diritti e quelle opportunità che non esistono più. Che non sono diventare ricchi, ma avere opportunità ed essere pagati dignitosamente per quello che fanno.

Voi che avete le vostre posizioni sicure in aziende, studi professionali, enti pubblici e anche nel terzo settore.

Voi che vi lamentate di come vanno le cose e che siete frustrati e stanchi e tanto incazzati con la Fornero da non vedere nemmeno come vi siete ridotti a prescindere dalla Fornero.

Voi che siete ipertutelati dai sindacati, che lavorate un quinto dello stagista accanto a voi. Dico a voi: imparate da questa stessa umiltà della mia generazione e di quelle più giovani a desiderare ciò che avete. Alla vostra pensione penseremo noi, non preoccupatevi. In cambio, prima ancora di una pensione, aiutateci a costruire una società più giusta. Grazie.

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22/02/2016

ComunicAzione

#sfidadellemamme, la banalizzazione dell’orgoglio

Occorre che intervenga la Polizia Postale a redarguire le donne che in queste ore stanno postando foto dei loro bambini sui social media per la “Sfida delle mamme” per capire che si tratta dell’ennesima e pericolosa sciocchezza?

Che cosa sta succedendo? Che il gioco del momento a cui stanno aderendo molte donne è una sorta di catena di Sant’Antonio dove mamme invitano altre mamme a postare su facebook foto di tre bei momenti con il proprio bambino. Non serve aggiungere critiche alle critiche che, per fortuna, stanno ricoprendo l’eco di questo giochetto, ricordando che tanto del materiale pedopornografico che circola viene pescato sui social media. Se vi piace che i pedofili utilizzino le foto dei vostri figli non solo solo affari vostri, ma anche dei vostri amati bambini. L’inopportunità, se non divieto in alcuni casi, già novecentesco di veicolare e diffondere pubblicamente foto di minorenni non è ancora patrimonio comune. Ad aprire le porte dell’intimità di vostro figlio non è un orco esterno, siete proprio voi.

Se non è la cura della privacy e la sicurezza dell’immagine vostra e dei vostri bambini a guidarvi, fatevi guidare almeno da altre considerazioni. Generalizzo, si.

La prima: ma gusto c’è a condividere un orgoglio normale, quello di una madre nei confronti dei propri figli? Un’epoca stupida è la nostra perché ci costringe all’anonimato quotidiano e ci serve su un piatto il metodo più facile è banale per superare l’anonimato con la banalizzazione dell’orgoglio. Avete già i gruppi WhatsApp (la cui privacy non è così scontata), usate quelli.

La seconda: ci dimentichiamo della magia della vita dei nostri figli fino a quando non ci capita per le mani uno smartphone. E ci caschiamo come pere, perché ormai troviamo un senso al nostro esistere solo se questo incontra il riconoscimento altrui.

La terza: si invitano le “grandi mamme” (come se ci fossere piccole mamme) a condividere foto dell’orgoglio dei figli. Quest’approccio performativo alla genitorialità è, ad opinione di chi scrive, di dubbio gusto, l’ennesima riprova del preoccupante declino del pensiero che affligge la nostra società. La prossima che sarà, la #sfidadellezie? Poi la #sfidadellesuocere?

In sintesi: i social media non sono giochini, sono la nostra proiezione su una pubblica piazza in cui ciascuno può gettare il suo occhio malvagio o bonario. Usateli, per carità, ma accompagnateci sempre un pensiero sopra, un pensiero critico. Saranno i vostri orgogli di figli a ringraziarvi un giorno. E andate orgogliosi di come siete, non di come apparite agli altri.

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11/02/2016

ComunicAzione

L’autoironia è il capolavoro di Ezio Bosso

La satira, si sa, è una delle meraviglie del mondo.

Serve, fra le tante cose, a mettere a nudo la miseria di certi poteri, a svelare le ingiustize nella loro miserabilità.

Anche la satira può avere delle regole, dei limiti. Che non sono limiti di soggezione o timore reverenziale, ma di buon gusto e rispetto della dignità.

Però anche la satira di cattivo gusto, che personalmente mi fa schifo perché in genere attacca i deboli e non i forti ed è volgare, può essere utile alla satira sana e svelarsi ridicola, proprio come i poteri che di solito combatte.

Così ieri sera la lezione più bella Ezio Bosso non l’ha data dal palco di Sanremo. Perché che persone con disabilità possano essere abilissimi in molte cose non è una novità né dovrebbe suscitare così scalpore. E’ una delle cose che mi ha insegnato il maestro Franco Bomprezzi nel poco tempo che ho avuto il privilegio di frequentarlo.

La lezione più bella Ezio Bosso l’ha data su twitter quando ha risposto ad un tweet di Spinoza LIVE (quelli che spesso ci fanno sorridere di gusto o amaramente e ieri sera ci hanno fatto solo nauseare) con una meravigliosa autoironia che ha vinto.

“È davvero commovente vedere come anche una persona con una grave disabilità possa avere una pettinatura da coglione” hanno scritto.

“Quellor perché mi cerco di pettinarmi da solo” ha risposto Bosso, trasformando anche la foga della scrittura di un tweet con i suoi errori in un capolavoro di letteratura.

Giù il cappello davanti a questa meravigliosa autoironia che mette a nudo la satira volgare, dimostrando che solo la leggerezza può cambiare il mondo e renderlo un posto migliore e più luminoso in cui vivere.

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02/02/2016

ComunicAzione Politica

Gli onesti (frustrati) del cartellino

I media non mollano l’osso sui “furbetti del cartellino”: i fatti di Sanremo sono diventati per molti la cifra del malcostume italiano, mentre il dipendente pubblico ha tatuato addosso irreversibilmente lo stigma del fancazzista.

Fumo negli occhi, l’ennesimo polverone italico per fare becera campagna politica o mediatica, sparando a caso, quando invece al centro del bersaglio non ci dovrebbero stare gli assenteisti, ma i “presenti assenti”. E non dovremmo sparargli, ma salvarli. […]

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20/01/2016

ComunicAzione

La disuguaglianza ha fatto notizia

Sarà merito della crisi che rende alcuni più poveri e quasi tutti percettivamente impoveriti e quindi vittime di ingiustizie; o sarà merito della buona tempestività e chiarezza nella comunicazione utilizzata da Oxfam Italia; oppure ancora della scarsa curiosità e capacità di scavare a fondo dei media italiani che di fronte agli avvenimenti internazionali sanno solo ripetere a pappagallo quello che i leader o le grandi agenzie dicono. E a pappagallo hanno ripetuto anche i dati e (poco delle) analisi fornite da Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos.

Sarà un caso, ma stavolta la diseguaglianza ha fatto notizia. Lunedì 18 gennaio Oxfam ha pubblicato un rapporto dal titolo “Un’economia a servizio dell’1 per cento”. Nel rapporto si legge che l’1 per cento della popolazione mondiale possiede più del restante 99 per cento. Per Oxfam i dati dimostrato che “viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza ha raggiunto livelli senza precedenti da oltre un secolo”.

La notizia ha rimbalzato in modo impressionante, quasi oscurando, almeno in Italia, quella del Forum di Davos stesso di cui si è commentata soprattutto l’assenza di Matteo Renzi. La pubblicazione del rapporto è accompagnata da una ottima campagna in cui si mette in rilievo che l’impoverimento è l’altra faccia dell’assurdo e ingiusto arricchimento che trova carburante anche e soprattutto nelle privilegiate oasi dei paradisi fiscali.

E se fino a qualche anno fa diseguaglianza e paradisi fiscali erano una fissa di alcune campagne e ong, oggi pare che qualche passo avanti si sia fatto ed è una bellissima notizia che va letta in chiaro/scuro con gli scandalosi dati che Oxfam rimbalza. Nonché con le dinamiche che il suo studio ha fatto emergere, riuscendo a comunicarle bene per la prima volta, almeno nel nostro Paese.

Perché non sono tanto ricchezza e povertà le categorie per spiegare il nostro tempo, quanto le dinamiche a cui si rifanno: arricchimento, impoverimento e tutto quello che c’è dietro: uno scandalo planetario in cui la polarizzazione, smisurata e sconfinata, della ricchezza sta assumendo dimensioni assurde e che nemmeno il pensiero dominante -il pensiero unico- riesce più a giutificare. Ed è per questo che anche i media hanno trovato il coraggio di dirlo.

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19/12/2015

Innovazione

Non chiamatele buone pratiche

Non risponderò alla domanda su cosa voglia dire per il volontariato e per tutto il non profit essere innovativo. Non sarei in grado ed esistono già fiumi di parole spese a questo proposito. Cercherò di rispondere ad un’altra questione: come trovare la carica innovativa? […]

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12/12/2015

ComunicAzione Innovazione

Senza chiedere il permesso

Se c’è una cosa difficile nel mondo di oggi, specie nel terzo settore, è parlare di innovazione senza dire banalità o riciclare gli stessi temi che vengono ripetuti da anni. Così quando Andreas Fernandez e gli amici di Non profit network – CSV Trentino mi hanno chiamato a parlare di questo tema, la mente ha cominciato a fumare e non ha ancora smesso. Il titolo della relazione che mi hanno affidato per giovedì 17 dicembre è “Innovare per cambiare, il volontariato protagonista”. Ne parlerò insieme al presidente di cheFare Bertram Niessen e questo amplifica l’ansia da prestazione. […]

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11/12/2015

ComunicAzione

Per non essere complici dei media

Il direttore di Internazionale Giovanni De Mauro mette i puntini sulle “i” della good news del momento, quella che parla del regalone di Mark Zuckerberg -il 99% delle sue azioni di Facebook- alla Chan Zuckerberg Initiative in occasione della nascita della figlia. E sottolinea come questo ente non sia una fondazione non profit, “ma una limited liability company, vale a dire una società privata che può generare profitti e che, come tutte le società private, è libera di fare investimenti di ogni tipo senza nessun obbligo di trasparenza. In più, donando azioni anziché soldi, non pagherà le tasse sull’aumento di valore delle stesse azioni”. […]

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