“Ma un buon arrivederci a settembre non può bastare??” si chiedeva giorni fa un’amica su Facebook. Sono assolutamente d’accordo con lei: il mese di chiusura di scuole e asili è diventato sconvolgente.
Feste di fine anno, recite, tornei sportivi, pic nic, pizzate, regalini alle maestre: non hanno ancora compiuto sei anni e hanno già un’agenda schedulata come Lady Gaga.
Mi consolavo pensando che –almeno- la mia bambina più piccola, che ha 17 mesi e frequenta l’asilo nido, non avrebbe avuto alcun appuntamento. Invece no. Tra qualche giorno farà la gita di fine anno (con genitori al seguito).
Personalmente non trovo nulla di entusiasmante in una ventina di nani con il pannolone che vengono issati su un autobus diretto in Brianza…comunque sto preparando la cosa tipo sbarco in Normandia, con uno zaino dotato di antizanzare, pannolini, salviettine, omogeneizzati, crema solare…(solo l’elenco mi fa venire i brividi, quindi sospendo).
Gli altri due figli, che fanno la scuola materna, in questi giorni sono stati/sono chiamati ad affrontare, nell’ordine: una festa della scuola (a partire dalla mattina) con grigliata e torneo di calcetto. Una recita scolastica. Una pizzata serale con le famiglie. Un pic nic domenicale sempre con compagnetti e famiglie.
Non parliamo dei tornei/saggi sportivi di fine anno. Sarebbe bello se riguardassero solo la squadra o il gruppo frequentato tutto l’anno, ma certo non è possibile perché le società accorpano bambini e ragazzi di diverse età in una specie di non stop di esibizioni, sfide e premiazioni globali, il tutto in una calca infernale di padri, madri, cugini, nonni…
La fatica non risparmia nessuno: mamme che infilano collanine il sabato pomeriggio o che infornano torte a mezzanotte, papà che si travestono per la recita di fine anno, che si improvvisano allenatori di calcio. E’ una situazione che ti risucchia, non sai più se è bella o brutta. Personalmente, la mia angoscia più grande è quella di dimenticare (ma soprattutto sovrapporre/confondere) tutti gli eventi, che hanno embargato i prossimi week end e funestato la relazione di coppia (si fa sasso-carta-forbice per decidere chi accompagna chi).
E poi c’è il capitolo spinoso dei regali alle maestre. Sono figlia di una maestra elementare e so quanto un insegnante appassionato apprezzi questi ricordi (mia madre custodisce con orgoglio i quadretti, le foto, i lavoretti dei suoi ex alunni). Ma i tempi sono cambiati e ora alle maestre si regalano buoni per fare week end, per andare alle terme, borse e braccialetti.
Vorrei sapere quando è iniziata questa escalation (forse negli anni Ottanta). Siamo in tempo di crisi, urge un atteggiamento più sobrio, anche se non è facile invertire la rotta. Una foto con le firme dei bambini, per dire, potrebbe essere più apprezzata di qualsiasi altra cosa.
Il senso del ringraziamento dovrebbe spostarsi dall’importanza del regalo al suo significato, che alla fine è: “Ti vogliamo bene, siamo diventati grandi e tu ci hai tenuti per mano. Ci mancherai”. E poi, davvero, arrivederci a settembre.
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Ho guardato con molta curiosità le prime puntate di “Una mamma im-perfetta”, la serie di Cotroneo visibile su Corriere.it, e vorrei spezzare una lancia…in favore dei papà.
Premetto che di questa produzione ho apprezzato l’onestà dell’approccio, il realismo e l’ironia, insomma è molto facile identificarsi in tante situazioni di Chiara, la protagonista.
Però nella puntata “Vi presento mio marito”, bè, dire che il padre fa la figura del povero bamboccione è a dir poco un eufemismo. Torna a casa dal lavoro e lancia le scarpe, afferra il telecomando e chiede se la cena è pronta. Ignora tutto ciò che riguarda i bambini, non li accompagna a scuola, non si fa carico di nessuna incombenza domestica e ritiene di essere l’unico in famiglia ad avere un duro lavoro. La moglie lo accudisce come un altro figlio un po’ cresciutello e si domanda che fine abbia fatto il loro rapporto.
Certo, la macchietta è gustosa, ma corrisponde davvero alla realtà dei padri di oggi? Me lo sono chiesta ieri, andando alla riunione dell’asilo nido di mia figlia.
Avete presente com’è una riunione di nido? Si parla di svezzamento, di allergie da pannolino, delle primissime conquiste motorie, di virus intestinali…insomma, argomenti elementari per una mamma, ma certamente da master in puericultura per un papà. Eppure ieri un papà c’era. E non era mica la prima volta.
Ne vedo un sacco tutti i giorni, diversi per età, professione, etnia. Portano i piccoletti al nido, entrano togliendosi le scarpe e poi faticano a staccarsi e imboccare l’uscita quando arriva l’implacabile scena di pianto. Poi li vedo al parco al pomeriggio – complice la crisi che ne ha messo parecchi in cassa integrazione – comprare il gelato, smazzarsi i capricci, metterli sulle biciclettine, parlare con gli altri genitori.
I padri di oggi sono fantastici, secondo me. Non hanno più lo status – e nemmeno la presunzione – di essere i famosi “breadwinner”. Prendono pure il congedo di paternità, se possono, e lo fanno con orgoglio. Si occupano dei bambini in modo paritario: li portano dal pediatra, sanno esattamente dov’è il cassetto dei calzini, sanno docciare più nanetti a fine giornata, sono in grado di fare un areosol e di organizzare una cena da soli. Magari non fanno le cose perfette come le faremmo noi, ma forse sono anche meno fanatici, consentitemi di dirlo.
In fondo, noi mamme rischiamo di essere bambinocentriche. A volte facciamo conversazioni da rimbambite: “Anche il tuo ha il vizio di mordere? Dove hai comprato quelle scarpe con gli strappini? A scuola gira la varicella…Gli hai già tolto il pannolino anche di notte? No, io la mela gliela taglio a pezzettini…”
Due padri che si incontrano al parco con i figli, il Cielo li benedica, riescono a parlare d’altro. Di Campionato. Di lavoro. Di riparazione delle biciclette. Di politica. Di viaggi futuri/sognati. Insomma, riescono a essere bravi genitori conservando/difendendo quel pezzo di loro stessi a cui noi tante volte, chissà perché, rinunciamo.
Io penso che da questi nuovi padri si possa imparare molto. Hanno fatto tanta strada, hanno finalmente abbattuto quella -frusta e sessista- etichetta di “mammi” che gli si voleva appiccicare a tutti i costi. Sono dentro la famiglia al cento per cento, stanno bene nel ruolo genitoriale, non si vergognano di svolgere mansioni d’aiuto e di cura ma sanno anche mantenere la distanza. E questo fa molto bene alla salute mentale, di tutti. Grazie mille, allora. Continuate così.
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Vado alla presentazione di un’indagine statistica sulle aspirazioni e i talenti delle madri lavoratrici. La ricerca è davvero ben fatta ma mi getta in uno stato di vaga disperazione.
Si stima infatti che la quasi totalità delle donne che hanno avuto un figlio vorrebbero dare una svolta alla propria vita professionale, reinventarsi, lavorare in proprio. Poche, pochissime però riescono a realizzare questo sogno, mentre tutte le altre annaspano in una giungla di lavori precari, welfare che non c’è, mobbing e delusioni varie.
Mentre scorro i dati, la presentazione procede e dai relatori ascolto manifestazioni di ottimismo che proprio, anche impegnandomi, non riesco a condividere. C’è questo messaggio quasi martellante della donna che può fare tutto, può essere ciò che vuole e blablabla.
Ma di quali madri stiamo parlando? Mi sembra che siamo in mezzo a una strana guerra ideologica. Una guerra che piace tanto a media, blog e giornali e che distorce completamente la realtà.
Da una parte c’è – per citare una famosa canzone di Vecchioni – la capitana Nemo.
La capitana Nemo è diventata mamma senza la minima ripercussione sulle sue scelte di carriera. Racconta di aver lavorato fino a poche ore dal parto, di aver continuato in teleconferenza durante l’allattamento, di aver mandato il neonato all’asilo nido privato a due mesi e mezzo (così poteva socializzare e imparare l’inglese). Non giudicatela. Ha lavorato duramente sui suoi sensi di colpa e ha risolto che la sua felicità professionale è la premessa di una buona e sana relazione madre-figlio.
Non vi ritrovate? Allora state attente, perché dall’altra parte c’è Mamma Oca.
Mamma Oca ha scelto di non lavorare. Ha scelto di dedicarsi totalmente alla cura del suo cucciolo, legge libri su libri di puericultura pedagogia psicologia evolutiva. Ha tanto da insegnare a tutte noi, dalla scelta del pannolino (lavabile, of course) al cotone organico al menu biologico. La casa è il suo regno fatato dove avvengono cose bellissime, si fanno giochi creativi con la pasta di sale, si sfornano dolcetti a tutte le ore.
Non vi sentite neanche Mamma Oca? Peccato, perché oggi come oggi, la percezione mediatica si limita a questi due santini.
Non importa se il 99% delle madri italiane è tutta un’altra cosa. Se vive in un mondo dove il lavoro non è semplicemente un’aspirazione felicemente realizzata, ma una necessità che schiaccia – purtroppo anche – il desiderio di stare un po’ di più con il proprio bambino.
Insomma, non è una faccenda di madri in carriera, anche se fa molto figo raccontarla così. La maggior parte delle donne vorrebbe semplicemente tenerselo, il lavoro. E poi schizzare al supermercato, ritirare i bambini da scuola e preparare la cena.
Perché non si parla mai di loro? Perché si deve scegliere tra Nemo e Oca quando davvero poche di noi possono/vogliono vestire quei panni?
La retorica di queste caricature è offensiva, di fronte a milioni di donne che lavorano e mandano avanti la famiglia a testa bassa.
La mamma “normale” è una che impreca, perché con i bambini non è sempre un bel film. Poi deve sbrigare le faccende domestiche, spesso cucina con i surgelati e mentre cambia i pannolini magari sogna di essere in ufficio. E nella parte di giornata in cui lavora, invece, deve stare attenta a non essere troppo etichettata, deve parlare poco dei suoi figli, deve evitare gli odiosi ostracismi sulle mansioni, sugli orari e le ferie.
Deve anche temere certe donne capo. Più matrigne che sorelle. Guardate le prime mosse di Marissa Mayer, Ceo di Yahoo. Era stata assunta pochi mesi fa mentre era incinta. Era l’icona perfetta per i giornali: la donna di successo che è anche mamma, la dimostrazione che si può conciliare tutto, basta volerlo.
Non so che tipo di mamma sia diventata, ma come capo Marissa ha subito azzerato tutti i contratti di telelavoro, mettendo la parola fine a una flessibilità che faceva parte del dna aziendale. Niente fiumi d’inchiostro per questa decisione. Con buona pace delle mamme e dei papà con un lavoro che – una volta tanto – sembrava fatto apposta per conciliare.
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Dicono che l’adozione internazionale è in crisi, che il calo del 20% del 2012 è solo la prima avvisaglia di un arretramento progressivo e planetario.
Dicono che le ragioni profonde, per l’Italia, vanno cercate anche nella diminuzione inesorabile delle domande di disponibilità all’adozione, praticamente dimezzate negli ultimi sei anni. Ma davvero gli italiani non vogliono più adottare? E quali sono le loro paure? Bambini troppo difficili? Costi troppo alti?
Forse la migliore risposta a questo scenario sono loro, le mamme e i papà che hanno già adottato. E che – esattamente come quando aspetti un bambino e ti incanti a guardare le famiglie già fatte e ti chiedi come saprai cavartela – sono lì a dimostrarti che andrà tutto bene, che ogni difficoltà può essere affrontata.
Ci ho pensato mentre moderavo la serata d’apertura dell’incontro annuale delle famiglie Ciai, che si è tenuto a Cervia dal 19 al 21 aprile. La serata era dedicata a loro, alle loro storie di genitori e di figli, e anche agli operatori dell’ente, che ogni giorno camminano su un sottile filo, quello tra alti standard di professionalità e ascolto, empatia, umanità.
“Che cos’è per me l’adozione? Sapete che non lo so? Mi sono sentito un padre adottivo mentre aspettavo mio figlio, durante la lunga attesa tra procedure e colloqui. Ma quando poi è arrivato, sono stato solo un padre”, ha detto Marco, papà bolognese chiamato a testimoniare la sua esperienza.
Ciai è stato il primo ente italiano a occuparsi di adozioni, alla fine degli anni Sessanta. La sua “famiglia” è oggi un concentrato multietnico di vissuti, esperienze, un mix di figli fatti in casa e venuti da lontano, fratelli e sorelle che si amano senza condividere la stessa pelle, ragazzi cresciuti e diventati adulti che hanno fatto famiglia. Penso che sia un patrimonio straordinario per capire dove va l’adozione, chi sono gli italiani che adottano, quali sono le loro maggiori preoccupazioni per il futuro.
E non a caso, proprio questo ente ha avuto da sempre, nel proprio dna, il coraggio e l’energia per affrontare anche i temi più difficili legati all’adozione: i legami di sangue che riaffiorano, i viaggi verso le origini, il razzismo, la depressione post adozione, le adolescenze turbolente, la vita degli adottati adulti.
Abbiamo ascoltato la storia di Josè, che ha fatto il primo viaggio verso la sua terra d’origine, la Corea, solo quando è mancato suo papà. E ha scoperto un legame così intenso con il paese che aveva lasciato a 4 anni e mezzo che oggi ha fondato ed è presidente dell’Associazione Coreani Adottati in Italia.
Poi c’era Vassanth, che fa parte del gruppo adottivi adulti, che ha raccontato l’ambivalenza dell’adottato, la nostalgia della terra d’origine ma anche l’appartenenza inevitabile alle tradizioni di un altro paese. E la difficoltà di sentirsi italiano dentro una pelle indiana, con le piccole e quotidiane ignoranze e i razzismi di un’Italia che non sa diventare migliore. Gli adottivi adulti stanno organizzando il loro primo meeting nazionale, che si terrà a Bologna il 22 giugno, e che li porterà davvero per la prima volta a essere protagonisti del loro racconto di vita.
I più giovani, i ragazzi e le ragazze del gruppo adolescenti, hanno invece realizzato una canzone hip hop e un videoclip. Voglio vivere senza più paura/E non m’importa quanto sarà dura/Camminare senza compromessi/Puntando sul mio cuore e sui miei passi/E ai tristi e soli che non hanno niente/Ai dimenticati dalla gente/A chi ha diversa pelle e religione/Anche per loro canto questa mia canzone…
Un distillato rap per raccontare sogni e paure. Un messaggio che dovrebbe uscire dal raggio delle famiglie adottive perché…è universale. Figli che cercano la loro strada, genitori che affrontano ogni giorno la fatica, la paura, la gioia di crescerli.
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Intorno ai 3-4 anni i piccoli lettori vivono una sorta di Big Bang: non bastano più solo le favole. A un certo punto, come pionieri, si spingono oltre il loro mondo conosciuto e scoprono i generi letterari.
A casa mia, per ora, la saggistica va per la maggiore. Il passepartout sono stati i dinosauri. Abbiamo forse tutti i titoli possibili dedicati al Mesozoico…Ma poi, visto che i dinosauri si sono estinti per una meteorite, poi sono arrivate le glaciazioni – blablabla – ecco sorgere la curiosità per la terra e per il cielo. E allora via con i libri dedicati ai vulcani e ai terremoti, e poi i libri introduttivi all’astronomia (molto bello è l’ “Astrolibro dell’universo”, che vede tra gli autori proprio l’astronauta Umberto Guidoni). Poi un po’ di interessi naturalistici, leoni, tigri e pinguini. L’ultima virata riguarda invece il corpo umano e le emozioni: con “Argh! Uffa! Urrà!” (Editoriale Scienza) ci stiamo spiegando parecchie cose sulla rabbia, l’imbarazzo, la gioia.
Ma qui si naviga a vista, ogni giorno c’è qualcuno che dalla sua vedetta grida di aver scoperto un continente nuovo.
Per questo guardo con sempre maggior interesse all’appuntamento annuale della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, che dal prossimo 25 marzo festeggia la sua cinquantesima edizione. “E’ un’annata molto interessante e ci entusiasma per la grande qualità delle proposte”, mi spiega Cristina Zeppini, fondatrice della libreria Nuova Scaldapensieri di Milano, appassionata lettrice ed esperta di letteratura per ragazzi. Nel suo blog trovo sempre spunti e consigli molto interessanti, quindi mi piace averla come “bussola” nel leggere le novità che ci propone la Fiera.
“Per i ragazzi più grandicelli ci sono proposte molto ambiziose, sia per la cura editoriale sia per le tematiche proposte”, mi dice. “Uno dei più bei titoli che ho letto ultimamente è “Se il diavolo porta il cappello”, di Fabrizio Silei, autore già premiato con l’Andersen, che questa volta affronta un romanzo di formazione in cui introduce la vicenda dell’olocausto degli zingari”.
Ma i generi? “Il fantasy è in calo, dopo la grande abbuffata degli ultimi anni e la coda d’interesse per l’uscita de “Lo Hobbit” al cinema. Invece resta alta nei ragazzi la passione per il genere distopico: è come se fossero consapevoli di aver ricevuto un’eredità pesante, un mondo martoriato sia dal punto di vista ecologico che sociale. Perciò amano gli eroi che si battono per un mondo più giusto, con storie di grande fascino di cui Hunger Games è certo la più famosa, sebbene non la migliore”.
Per i più piccoli, uno dei titoli più interessanti è “C’era una volta una storia”, di Giovanna Zoboli (Topipittori) e “Mai più senza libri” di Peter Carnavas (Valentina). “Presentano una riflessione sulle storie e sui libri: storie che non vivono se non passano da una persona all’altro, persone che non possono essere felici senza i libri e le storie…”. Ma proprio questo, mi viene da obiettare, porta alla grande questione del nostro tempo: i nostri figli continueranno a leggere la carta o sta cambiando tutto? Il regalo dell’anno, in fondo, è stato il tablet per bambini e gli interessi economici in gioco sono enormi.
“Certo, sono nativi digitali e hanno un’enorme confidenza con i nuovi supporti”, mi risponde Cristina. “Ma li usano per fare cose differenti dal leggere: disegnano, fotografano, giocano, imparano cose nuove. I libri di carta restano un’altra cosa, sono un elemento necessario al loro sviluppo, innescano la fantasia, esercitano la memoria e, su tutto, cementano la relazione con l’adulto, offrono un momento intimo che nessun tablet potrà mai dare. Pertanto credo, spero che potranno coesistere”.
La Fiera del Libro rende omaggio quest’anno a Daniel Pennac, che riceverà anche una Laurea Honoris Causa a Bologna. Un titolo su tutti? “Nella sua produzione per i ragazzi il suo capolavoro è “L’occhio del lupo” Semplice, straordinario, poetico. Buon viaggio, piccoli lettori!”
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Il mio primo ricordo di bambina legato a un Papa riguarda l’attentato contro Giovanni Paolo II ad opera di Ali Agca. Era il 1981, avevo 7 anni. Rivedo la tv in bianco e nero, l’edizione straordinaria del telegiornale annunciata da un’allarmante scritta preparatoria. Mia nonna che per la prima volta si ferma e si siede in poltrona. Poi, in silenzio, si asciuga gli occhi con il grembiule.
Ieri sera ci ho tenuto molto ad aspettare davanti alla televisione l’uscita del nuovo Pontefice con i miei bambini. Ho pensato che anche per loro sarebbe stato un imprinting – questa volta positivo – con la storia.
Ma non immaginavo che sarebbe stato così commovente. Quando è uscito su quel balcone, Papa Francesco ha parlato con una tale semplicità che non c’è stato bisogno di dar loro spiegazioni. E quando ha chiesto di recitare una preghiera, anche loro, così piccoli – e senza essere invitati a farlo – hanno pregato a voce alta. Ho immaginato i milioni di persone che, in quello stesso istante, stavano facendo la stessa cosa, magari come me, insieme ai loro figli.
E’ stato bello. No. E’ stato bellissimo, mi ha aperto il cuore. Mi ha dato la misura della forza comunicativa, del carisma di questa figura che ci ha appena presi per mano. E che sa comunicare la spiritualità ai piccoli.
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Quando ho saputo della morte di Habtamu Scacchi ho avuto subito davanti agli occhi il video-appello che i suoi genitori avevano lanciato l’anno scorso, a seguito della prima fuga del ragazzo. Mi avevano colpito per la straordinaria dignità dell’atteggiamento, solo le mani intrecciate, quasi tentassero in ogni modo di non far tracimare l’angoscia e il senso di impotenza.
Oggi non riesco nemmeno a immaginare il loro dolore, invece.
Riesco solo a chiedermi perché, pensando anche a un altro caso di suicidio che avevo seguito alcuni anni fa, con impressionanti somiglianze. Un altro ragazzo venuto da lontano, in quel caso indiano, anche lui amatissimo, seguito, ben accolto.
“E allora perché?”, ho domandato al telefono a Graziella Teti, mamma e responsabile adozioni del più storico ente italiano, il Ciai. “E’ difficile parlare”, mi dice con la voce incrinata. “Sono come dei bellissimi fiori recisi, questi ragazzi. Possono avere un bel vaso, acqua sempre fresca, polverine per nutrirsi. Ma hanno bisogno delle radici, per vivere. La riconnessione e la riconciliazione con il passato sono passaggi necessari ma anche pesanti, molto pesanti. Tutto l’amore e la voglia di costruire della famiglia possono non bastare, soprattutto quando l’adottato è preadolescente”.
“Pensa a che periodo è l’adolescenza”, prosegue Graziella. “Se dentro a quella grande turbolenza esistenziale, che tutti i ragazzi vivono, metti anche la necessità disperata di capire chi sei e a chi appartieni, bisogna ammettere che i nostri figli hanno un carico molto più grande da portare”.
Sulla vicenda di Habtamu non si può dire altro, se non stringersi al dolore della famiglia.
Sulle adozioni, invece, c’è una riflessione che vale la pena fare. “Prima di tutto, ammettere che non è necessariamente la panacea di tutti i mali o lo strumento ideale per tutti”, sottolinea Graziella Teti. “Proprio perché oggi, sempre più, facciamo adozioni ad altissimo rischio di fallimento, con minori sempre più grandi e con dolorose esperienze sulle spalle, è fondamentale ascoltare la loro voce. E’ fondamentale capire, molto prima di un abbinamento, se quel bambino ha le risorse per affrontare un cambiamento radicale di vita. Ci è capitato e ci capita, come ente, di rinunciare ad alcune adozioni per trovare soluzioni alternative di sostegno nel paese d’appartenenza”.
Il Ciai è stato pioniere dei viaggi verso le origini. “Quanto sono necessari?”, chiedo. Graziella mi affida un aneddoto personale, legato alla prima volta in cui è tornata in Vietnam con sua figlia. “Alcune persone del suo villaggio la riconoscevano, la salutavano per nome. Non riesco a dimenticare la felicità del suo sguardo, quasi avesse ricevuto una conferma che aspettava: ecco, allora sono vietnamita! Il viaggio verso le origini è questo: rimettere a posto dei tasselli, magari non tutti, ma sicuramente tutti quelli che servono a capire che è necessario tenere aperto un dialogo con il tuo passato. E’ così che capisci che l’adozione non è stata uno strappo, ma solo un passaggio di testimone”.
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Habtamu Scacchi; Graziela Teti; Ciai; adozioni; suicidio adolescenti; ascolto del minore; viaggi verso le origini
Ma quanti amici – tutti in gamba, permettetemi di dirlo – devo vedere che perdono il lavoro? E quante persone della mia generazione, alla soglia dei quarant’anni, stanno scivolando fuori dal mercato, dalla normalità, da quelle certezze che fino a ieri sembravano incrollabili?
E’ un bagno di sangue, una specie di contagio silenzioso che colpisce il ceto medio nella fase più attiva della vita, quando la carriera dovrebbe essersi ormai stabilizzata e l’avventura di essere genitori è appena cominciata.
Invece il tir della crisi li ha travolti -ci sta travolgendo- tutti. Appena tre anni fa potevamo credere che non ci riguardasse. Invece oggi, per andare avanti, molti giovani madri e padri devono chiedere un umiliante puntello alle rispettive famiglie.
So bene cos’è questa precarietà. Provo a raccontarvela.
Precarietà è un contratto a progetto che scade, ieri c’era e oggi non c’è più.
Precarietà è lavorare in una cooperativa, credere fermamente in quella componente valoriale che la rende così speciale, poi al primo problema – malattia, infortunio- vedersi chiudere la porta in faccia. Sorry, quei valori non parlavano mica di te.
Precarietà è accettare un lavoro a turni notturni che dista chilometri da casa, ben consapevole che non vedrai più i tuoi bambini.
Precarietà è accettare lavori che vengono pagati con mesi e mesi di ritardo.
Precarietà è non poter accedere a servizi pubblici per l’infanzia, essere esclusi dalle graduatorie dei nidi e dover così trasferire il tuo stipendio a un asilo privato o una babysitter.
Precarietà è vedersi negare le ore di sostegno scolastico per il tuo amato bambino fragile.
Precarietà è anche rinunciare alla scuola che sogni per i tuoi figli, perché qualcuno ha deciso di trasformare la libertà di scelta educativa in una barricata ideologica.
Precarietà è dipendere dai nonni, in termini di tempo e di denaro, per poter crescere i tuoi figli.
Precarietà è non comprarsi più niente di bello, non uscire a cena, non fare più vacanza.
Precarietà è desiderare un altro figlio e non poterlo fare.
Precarietà è essere padre e non dormire alla notte, pensando che tra due anni la tua azienda potrebbe essere chiusa. E tu, senza lavoro, dentro la mezza età.
Precarietà è rientrare da una maternità e vedersi rottamata.
Precarietà è essere madri single e avere sulle spalle il carico titanico dell’educazione e della cura quotidiana dei bambini, ben coscienti che il lavoro che si ha non si può perdere, per nessun motivo.
Precarietà è sapere che siamo l’ultima generazione che potrà godere di una qualche eredità dai nostri genitori, un piccolo capitale o una casa di proprietà.
Perché – quando anche non saremo un peso – noi non potremo lasciare nulla ai nostri figli. E questa consapevolezza, mi dispiace dirlo, ci rende ancora più poveri.
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“Dopo il primo anno di vita, tranquilla che si stabilizza!”, è la frase che ho sentito più spesso in bocca a chi ascoltava la mia disperazione per i figli che non dormono.
Ora, dalla mia statistica personale che si fonda su tre, posso dire: “Col cavolo!!”. Dopo l’anno, anche il mio secondo bambino, l’unico che da neonato si faceva otto ore di sonno, si è come “risvegliato” e ha iniziato a fare due-tre chiamate fisse ogni notte.
Non parliamo della prima figlia, che ora ha cinque anni. E’ sempre sveglia. Non so come faccia, è come una pantera all’erta tra le coperte: tu entri di soppiatto nella cameretta – anche a mezzanotte – e ti senti domandare “cosa c’è?”.
Ora che anche la piccolina si trova al fatidico passaggio dell’anno, le nostre notti sono tragicamente itineranti. Si comincia ciascuno nel proprio letto, poi qualcuno deve poppare, qualcun altro ha sete, qualcuno ha mal di pancia, qualcuno ha visto un’ombra (“ma come fai se c’è buio?”), qualcuno ha fatto la pipì a letto…
Così si verificano scambi provvisori: il papà sul divano con la nanetta, la grande e il nano mezzano con la mamma nel lettone. Oppure la mamma nel lettino della grande e il papà a letto con gli altri due. Certe notti mi ricorico per la sesta volta e – davvero – non so dove sono e quale dei miei figli sta russando beatamente di fianco a me.
E’ chiaro che tata Lucia mi direbbe che la gestione notturna è un fallimento completo. Eppure mi sembra di non essere sola in questo dramma planetario: almeno, la gran parte delle amiche che hanno allattato al seno sono rimaste “fregate” dai ritmi di poppata più ravvicinati, che hanno come scavato un timer nella testa dei nostri figli (ogni tre ore, in media, un risveglio ce l’hanno).
Dunque, da un lato ti dimettono dall’ospedale con un’approfondita formazione sull’allattamento naturale e con la raccomandazione che sia “a richiesta”. Non sono contraria, sia chiaro, ho allattato tutti e tre i miei bimbi. Però mi sento di dire che questa pratica ha anche dei lati negativi, o comunque è fatta su misura per una donna che possa contare, di giorno, su molti supporti familiari e amicali.
Ma forse non è nemmeno un problema di allattamento ma educativo, lo ammetto.
Con la prima figlia mi hanno regalato “Fate la nanna” (ed.Mandragora), la bibbia degli spagnoli Estivil-de Béjar. Ci ho provato, forse troppo tardi, forse mi sembrava troppo crudele, insomma a casa mia non ha mai funzionato.
Poi mi sono letta “Genitori di giorno e di notte” di William Sears (ed. Leche League International), pediatra che sostiene il co-sleeping e il modello dei genitori “marsupiali”. Mi ci sono ritrovata molto di più. Però, caro dottor Sears, se alla mattina sei da buttare ma devi comunque lavorare, è un bel problema.
Poi alla fine ho trovato il libro giusto. S’intitola “Fai la nanna, bastardo!” (ed.Aliberti) e ti strappa molte risate perché descrive puntualmente la tua condizione disperata. Il consiglio finale? Rassegnazione: “Quando sarete lì nel vostro letto, a rigirarvi come anime in pena aspettando il prossimo pianto per un’ennesima notte insonne, pensate che tutto questo prima o poi passerà. Cresceranno, diventeranno grandi e vi ricompenseranno di tanta pazienza, di tante cure, di tanto amore. Proprio come ha fatto Pietro Maso” (cit.).
Buon riposo (speriamo non eterno)!!
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Ora mi darete della reazionaria, lo so, ma la vicenda dell’ospedale universitario di Padova che ha cambiato il braccialetto identificativo del padre mettendo la scritta “partner” mi ha messo una tristezza infinita. Perché anche questa volta, mi sembra, le ragioni degli adulti hanno avuto la meglio su quelle dei piccoli.
Cominciamo dalle parole. La definizione di “padre” riguarda la relazione che il bambino ha con il genitore. La definizione di “partner”, invece, esclude il bambino e porta alla luce la relazione tra due adulti.
L’ansia del politically correct entra in sala parto e sovverte anche le situazioni più elementari: tu chi sei per questo figlio?
Nel caso specifico, comprendo che la compagna della partoriente non abbia voluto indossare il braccialetto che la indicava come “padre”, perché evidentemente non lo è e non potrà mai esserlo. Ma almeno avrebbe potuto essere indicata come “madre non biologica”.
Sarebbe stata un’eccezione, magari sempre meno eccezionale, creata nella consapevolezza che ogni componente di una famiglia si assume una responsabilità nei confronti di quel bambino, promette di accoglierlo ed amarlo anche all’interno di un nucleo non convenzionale.
Sarebbe stata una soluzione di buon senso, perché avrebbe lasciato a tutti gli altri la soddisfazione di essere chiamati con il loro nome.
Una chiarezza necessaria per ogni bambino che vede la luce. E che dovrebbe essere un soggetto – non un oggetto – di diritto.
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