Non governativo

11/06/2013

associazionismo Governo Letta

F35: si riapre il dibattito

Con la mozione presentata alla Camera dei Deputati lo scorso 28 maggio a firma Movimento 5 Stelle e SEL, si è improvvisamente riacceso il dibattito sulla partecipazione del nostro Paese al programma JSF (Joint Strike Fighter). Quello per capirci al volo, con il quale grazie alla collaborazione di diverse nazioni di stanno costruendo i nuovi cacciabombardieri F35. 

La richiesta al Governo avanzata con la mozione, firmata da 158 parlamentari, 650 associazioni e 50 Enti locali, è quella di ritirarsi dal costoso programma 14 miliardi di Euro complessivi, 5 stanziati per questo 2013 per i cosiddetti sistemi d’arma dei quali 4 per gli F35) è sostenuta da una serie di motivazioni “tecniche” circa l’inefficienza degli aerei e da motivazioni più di ordine etico-politico che l’on. Chiara Ingrao (PD) ha ben elencato in una lettera aperta indirizzata ai parlamentari del suo partito e pubblicata su L’Unità lo scorso 4 giugno. 

Da li in poi, i commenti e le argomentazioni soprattutto dei fautori di un pieno proseguimento della partecipazione italiana al JSF si stanno susseguendo su vari organi di informazione e nei dibattiti informali dei corridoi di palazzo. Basta fare una ricerca su google e si avrà conto della riccehzza delle reazioni e dei pronunciamenti.  

Non ho le competenze e le conoscenze sufficienti a giudicare la veridicità di quella o quell’altra affermazione “tecnica”; ne voglio avventurami in un terreno che già da giovane ho evitato svolgendo il servizio civile e facendo l’obiettore di coscienza. Certo condivido e mi rallegro che tra gli atti del Parlamento insediatosi vi sia questa mozione che sostiene una richiesta che da anni gran parte della società civile avanza senza successo. Perché giustamente le risorse, poche, che di cui ancora disponiamo hanno ben altre priorità che non quelle di armare il nostro esercito e perché continuo a sperare e a battermi per un nuovo modello di difesa della Patria e della pace nel mondo.

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23/05/2013

cooperazione internazionale Governo Letta

Delega alla cooperazione: 10 e lode

Con il conferimento delle deleghe ai tre Vice Ministri e al Sottosegretario in forza al MAE, la Ministro per gli Affari Esteri Emma Bonino ha assegnato quella per la cooperazione allo sviluppo all’on. Lapo Pistelli del Partito Democratico.  A questa, si aggiungono anche le deleghe per le Nazioni Unite e l’Africa sub-sahariana.

Una scelta migliore non poteva essere fatta date le notevoli competenze dell’on. Pistelli in materia, in quanto esponente del maggiore partito della coalizione governativa e nella sua veste di Vice Ministro.

Sono tre caratteristiche che lasciano ben sperare in una nuova rinvigorita priorità che sarà attribuita alla cooperazione internazionale del nostro Paese. Le organizzazioni di società civile e tutti gli altri attori della cooperazione devono essere soddisfatti e cogliere questa come l’occasione propizia per rinnovare, non solo sul piano legislativo ancorché necessario e urgente, la politica, le strategie e le pratiche di solidarietà con i poveri dei Sud del mondo.

Buon lavoro a Lapo Pistelli, dal quale ora ci attendiamo moltissimo, e buon lavoro a tutti noi che, certo, moltissimo abbiamo da metterci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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16/05/2013

Aiuti ai Paesi poveri global governance

Che brutto quel “Carosello” di ENI !

La riedizione del mitico “Carosello” messa in onda da RAI 1, propone con insistenza uno spot realizzato da ENI che illustra la storiella del cane a sei zampe e di un gabbiano in crisi di identità. Non avendo i mezzi necessari ad una critica comunicativa, sento invece di commentare il messaggio che questo spot rischia di passare al grande pubblico. La storiella, come noto, propone come soluzione alla incapacità di comunicare del gabbiano incontrato per strada dal cane a sei zampe quella di rivolgersi “solo a chi parla la stessa lingua”, lasciando intendere che solo così ci si può capire.  Una morale che in un’epoca dove la diversità e le differenze sono al tempo stesso la questione e la risorsa su cui puntare per un futuro di convivenza, sa molto di chiusura, di razzismo e di refrattarietà ad ogni sforzo da compiersi per entrare in comunicazione con chi non “parla la nostra stessa lingua”.

Eppure ENI, come ha ricordato non senza suscitare polemiche il suo A.D. Scaroni al Forum della cooperazione di Milano dello scorso dicembre, vuole presentarsi come la grande azienda italiana attenta e sensibile ai problemi degli altri e degli africani in particolare. Le sue trivellazioni petrolifere e le violazioni dei diritti delle popolazioni locali ancora recentemente denunciate dalla campagna Re Common per fermare le attività lesive dei diritti umani nel Delta del Niger, dimostrano gravi lacune e palesi contraddizioni. Problemi ancor più veementemente messi sotto processo al World Economic Forum on Africa tenutosi a Cape Town dal 8 al 10 di questo mese. In quell’importante assise, personalità del calibro di Kofi Annan e di Michel Camdessus  hanno messo in evidenza come le compagnie estrattive internazionali spogliano il continente africano sottraendo ai suoi governi almeno 38 miliardi di dollari all’anno attraverso pratiche di corruzione, paradisi fiscali e altri stratagemmi finanziari e come questi colossi sfruttino indebitamente le risorse egli abitanti dei paesi africani.

Chissà, forse il non parlare la stessa lingua delle popolazioni dei Sud del mondo impedisce a ENI e alle altre multinazioni di comprendere il linguaggio dei poveri e le loro giuste rivendicazioni di una vita più degna e più giusta.  

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08/05/2013

cooperazione internazionale Governo Letta

Governo Letta: segnali per la cooperazione internazionale

Strano questo Governo Letta! Con la lente di chi come me si occupa di cooperazione internazionale e guarda alle scelte che implicano rapporti con i Paesi dei Sud del mondo, i primi segnali ricevuti sembrano contradditori.

Così, ad esempio, la nomina del primo Ministro straniero nella compagine governativa, la congolese Cécile Kyenge incardinata al ministero dell’integrazione, seppur “senza portafoglio” è sicuramente una gradita novità che segnala grande attenzione e sensibilità all’integrazione dei cittadini stranieri, al loro coinvolgimento in ruoli chiave per il Paese, nonché alla valorizzazione delle competenze. Punto quest’ultimo, che avrebbe potuto servire da riferimento ad un Parlamento che, al contrario, elegge a presidente della importantissima Commissione agricoltura, che tra i suoi primi impegni avrà la patata bollente dei negoziati sulla Politica Agricola Comunitaria con la delicatissima ripartizione degli ingenti fondi allocati da Bruxelles, l’ex Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che, a quanto mi consta, ha ben poca dimestichezza con i problemi della nostra agricoltura. 

Ma, contemporaneamente, membri e atti dello stesso Governo inviano segnali indicatori di una ancora immatura considerazione della dignità delle persone e delle comunità dei Sud del mondo. Così, ad esempio, non si può che notare come tra le prime uscite pubbliche del neo Ministro all’ambiente, tutela del territorio e del mare Andrea Orlando all’isola del Giglio, il linguaggio da lui usato nelle interviste televisive rimanda ad una imbarazzante ignoranza allorquando per definire le realtà dei Paesi dei Sud del mondo ricorre ancora alla vetusta e offensiva espressione di “Terzo Mondo”. O ancora, come la richiesta della istituzione di un Ministero della cooperazione internazionale o, almeno, la riconferma di un Ministro delegato sia stata del tutto ignorata e nemmeno valutata con le parti interessate. 

L’esperienza mi insegna che, presto, una prima verità l’avremo alla riprova dell’assegnazione della delega alla cooperazione internazionale tra i Vice ministro e l’unico Sottosegretario del Ministero Affari Esteri, e più avanti con l’allocazione dei fondi alle attività di cooperazione allo sviluppo: gli impegni assunti dal precedente Governo Monti e le promesse lasciate in eredità in materia di aumento delle risorse, in particolare il piano di riallineamento agli impegni internazionali sottoscritti finalmente calendarizzato nella sua tempistica, ci dirà quanto questo Governo vorrà considerare tra le priorità del nostro Paese la cooperazione e la solidarietà con i poveri della terra.

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02/05/2013

cooperazione internazionale

Integrazione si, cooperazione no.

Il positivo duplice risultato conseguito con il precedente Governo Monti, la creazione di un Ministro per la cooperazione associato alla problematica dell’integrazione degli stranieri, ha avuto la durata di un solo anno.

Ora, con il Governo Letta, si torna all’assetto più tradizionale per il nostro Paese per il quale la cooperazione internazionale viene incorporata al Ministero degli Affari Esteri. Contrariamente a molti altri paesi UE che da sempre hanno un vero e proprio Ministero  competente per la cooperazione, infatti, in Italia sin dalle sue origini a metà degli anni ’60, la cooperazione allo sviluppo è sempre stata di competenza della Farnesina. Di certo, i tentennamenti delle rappresentanze delle ONG italiane che non hanno mai trovato la determinazione necessaria per assumere una posizione netta in materia di collocamento della cooperazione e l’assenza di reattività alla notizia dell’incarico di Enrico Letta hanno consegnato alla volontà del Premier la decisione.

Le prime dichiarazioni della neo Ministro per l’integrazione Cécile Kyenge Kashetu, primo ministro africano nominato in Italia, secondo la quale si deve avere il coraggio di dire che il Ministero di Riccardi è stata una grande delusione sia sul versante cooperazione internazionale, sia su quello dell’integrazione”, frase pronunciata in campagna elettorale in una serata in quel di Lecco, hanno probabilmente fatto il resto.

Ora le ONG chiedono alla Ministro Bonino di nominare un Vice Ministro per la cooperazione internazionale come fu per il Governo Prodi quando nominò a questa carica l’on. Patrizia Sentinelli. Una soluzione ancora da molti privilegiata, ma che speriamo si completi con due clausole determinanti per la sua efficacia: quella che il/la Vice Ministro partecipi di diritto alle riunioni del Consiglio dei Ministri, e che sia individuato tra i componenti di un partito “di peso”. Solo  così, infatti, si potrà recuperare quello svantaggio insito nella mancanza di un Ministro o di un Ministero dedicato al quella che da sempre resta una delle competenze più deboli  della politica estera del nostro Paese.

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05/04/2013

global governance

Commercio armi: al lavoro !

Ci sono voluti sette anni di trattativa, ma alla fine l’Assemblea generale ONU ha adottato il Trattato sul commercio delle armi convenzionali. Con il voto favorevole di 153 Stati membri, quello contrario di Siria, Corea del Nord, Iran e l’astensione di 23 tra i quali Cina, Russia e India, il  Palazzo di Vetro ha adottato una risoluzione con la quale si apre i periodo di ratifica da parte dei Paesi.

Dopo il Trattato sull’interdizione degli esperimenti nucleari siglato nel 1996, la decisione dello scorso 2 aprile segna una tappa storica verso il disarmo e una maggiore regolamentazione del commercio di armi. Con questo Trattato, infatti, la vendita di armi convenzionali sarà vietata in caso di rischio di “utilizzo per raggirare un embargo internazionale, grave violazione dei diritti umani, o essere indirizzate verso organizzazioni criminali e terroristiche”. Non a caso, il Segretario Generale ONU Ban Ki Moon ha salutato questa risoluzione come “una tappa storica della diplomazia” che potrà dare “nuovo slancio ad altri sforzi di disarmo”.

Ora la palla passa ai Governi e ai Parlamenti nazionali: dal mese di giugno, essi dovranno ratificare il Trattato che entrerà in vigore con la firma di almeno 50 Paesi che, secondo le stime del capo negoziatore a New York Peter Woolcot, richiederà due anni di tempo per le procedure interne ai singoli Paesi. Un nuovo grande impegno per le organizzazioni non governative soprattutto di quegli Stati grandi esportatori di armi, Cina, Russia e India in testa, che a New York hanno fatto di tutto per impedire l’adozione del Trattato.

Per noi in Italia, questo grande successo al quale non poco ha contribuito la campagna “Control Arms”, fissa  da oggi nuovi importanti obiettivi: chiedere al nuovo Governo e al Parlamento appena insediato di inserire tra le prime azioni questa priorità e al prossimo Ministro degli Affari Esteri di utilizzare l’azione diplomatica per il convincimento dei Paesi dichiaratisi contrari.

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25/03/2013

cooperazione internazionale

Cooperazione scordata?

La chiusura dell’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo deliberata dal governo canadese, al di la dei commenti e delle reazioni suscitate a livello nazionale, proietta ombre inquietanti sugli altri Paesi donatori. Che le spending review di vario genere applicate dai Governi arrivassero a spazzar via le strutture della cooperazione anche laddove contano su una consolidata esperienza potrebbe costitutire il primo sintomo di una irrefrenabile valanga. Che un Governo annoverato tra i G8 giustifichi una simile scelta con il risparmio di spesa per un settore che non dimostra con evidenza i nessi tra Aiuti erogati e Sviluppo conseguito dai Paesi poveri potrebbe costituire l’avvio di una nuova strumentale fase di ripensamento generalizzato circa l’utilità di investire in cooperazione internazionale.

Non è certo una novità quella delle non poche inefficienze degli Aiuti allo Sviluppo. Ma, come fatto dal Canada, assumere decisioni basate sulle analisi parziali dei macro indicatori dello sviluppo, ovvero quelle che non considerano adeguatamente i parametri distributivi della ricchezza all’interno dei Paesi e si fermanno unicamente sui grandi numeri dei PIL nazionali misconoscendo l’impatto degli aiuti nelle situazioni di povertà estrema comunque presenti, apre i dubbi sulla sua strumentalità giustificatoria di precise scelte politiche.

Alla vigilia della fondamentale sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che a settembre dovrà pronunciarsi sul futuro degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dopo la scedenza del 2015 e con l’occasione della formazione del nuovo Governo del nostro Paese sarebbe meglio reitereare con fermezza e forza la richiesta che l’Italia ottemperi i propri impegni in materia di Aiuto ai paesi poveri.

Per questo, spero che la non menzione di questa necessità tra le priorità indicate dal Forum del Terzo Settore alla consultazione con il Premier incaricato Bersani, sia solo un imperdonabile refuso del comunicato stampa diramato ad incontro avvenuto e non un ben più grave declassamento della cooperazione internazionale tra le politiche che ci si può permettere quando le casse dello Stato sono floride.

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01/03/2013

cooperazione internazionale

MDGs: l’UE deve osare di più

Con il Rapporto presentato dalla Commissione Europea “Ending poverty and giving the world a sustainable future” si apre la marcia di avvicinamento alla consultazione sul futuro degli Obiettivi di Sviluppo del Milennio prevista a settembre a Palazzo di Vetro a New York.

Un rapporto contenente grandi e positive affermazioni, come il riconoscimento dello sradicamento della povertà e della sostenibiltà amibientale quali due facce inscindibili della stessa medaglia, tuttavia privo di quelle ambizioni richieste per una conreta impelmentazione e, soprattutto, un costante e fattivo monitoraggio della adozione delle misure da esso suggerite per garantire a tutti un futuro sostenibile.

Tutti i Paesi sono invitati a contribuire fattivamente a costruire un quadro vivibile per il futuro dell’umanità, ma la Commissione – il cui Commissario allo Sviluppo André Pielbags è membro del High Level Pannel voluto dal Segretario Generale ONU Ban Ki Moon per preparare i documenti di discussione della Consultazione di settembre – non si assume la responsabilità di indicare ai Paesi ricchi gli impegni vincolanti che devono assumere e senza i quali ogni ambizione di ricondurre lo sviluppo a standard di equità e di sostenibilità restano velleitari.

Le ONG europee riunite nella loro confederazione eurpea CONCORD, hanno fermamente reagito invitando la Commissione a prendere misure più coraggiose e preannunciato una lettera ai governi degli Stati membri della UE affinchè assumano in vista di Settembre e in sede di Consiglio europeo, delle risoluzioni e degli impegni chiari per presentarsi a New York con una posizione di leadership nella guida della comunità internazionale verso un futuro più giusto per tutti.

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14/02/2013

associazionismo

Per deontologia o per stile

Spesso non sono gli statuti, né i regolamenti interni a determinare le  incompatibilità delle cariche sociali delle associazioni, tuttavia,  correttezza  e un certo “bon ton” imporrebbero un passo indietro a chi assume ruoli pubblici, fosse anche solamente in fase di candidatura.

Invece in questa tornata elettorale pare l’esatto contrario. Il dato positivo del numero elevato di esponenti dell’associazionismo di società civile inseriti nelle liste di diverse formazioni politiche non si accompagna con la rinuncia e la separatezza di parecchi candidati con la vita e le azioni delle rispettive organizzazioni di provenienza. In queste settimane di campagna elettorale c’è chi continua a presiedere incontri e eventi; chi utilizza i folti indirizzari delle proprie associazioni per inviare messaggi elettorali; chi resta inopinatamente nei loro organigrammi.

Ho sempre sostenuto come uno degli errori strategicamente più drammatici delle associazioni italiane fosse quello di tagliare ogni legame con parlamentari provenienti dalle loro costituency per l’assurdo motivo di così dimostrare la “apoliticità” delle associazioni.  Tuttavia, la scelta personale di candidarsi non può e non deve essere strumentalmente confusa con quelle delle associazioni , né può anche indirettamente coinvolgere delle realtà che, per loro natura, sono plurali e non coinvolte in scelte di campo individuali.

Questione di stile e di deontologia professionale: lo ricordino candidati ed elettori.

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05/02/2013

cooperazione internazionale

Elezioni e appelli

In campagna elettorale, si sa, pullulano gli appelli delle organizzazioni della società civile ai candidati al parlamento. Anche questa tornata elettorale 2013, non fa eccezione. Tra gli altri vogliamo qui ricordare quelli lanciati da varie coalizioni contro gli OGM lanciato dalla Task Force “Liberi da OGM“; per il servizio civile prodotto dalla CNESC, per la finanza etica e la Tobin tax di Banca Etica, per un ministero dell’economia sociale lanciato dall’A.D. di banca Prossima Marco Morganti (vedi Avvenire e Corriere della Sera del 27 gennaio). Ma la mia attenzione non può che soffermarsi su quello che domani 6 febbraio sarà pubblicamente presentato in materia di cooperazione internazionale. Con l’adesione di diverse reti nazionali e di alcune ONG individuali si presenta alla Sala Conferenze di Montecitorio l’appello “La cooperazione internazionale allo sviluppo: tessuto connettivo della comunità globale” con il quale le ONG avanzano le loro 10 richieste alle istituzioni e alla politica. Dopo i controversi risultati dell’anno “Riccardi”, che ha costituito una sorta di prova generale di un Ministro per la cooperazione internazionale lasciando divergenze di valutazione all’interno della comunità non governativa, ecco che l’appello pone al primo punto la richiesta “di un alto referente politico alla guida della cooperazione internazionale”. Una definizione che testimonia la grande capacità di mediazione maturata tra i rappresentanti delle ONG, ma che al tempo stesso rischia di demandare ancora una volta la traduzione in pratica di questa richiesta al Primo Ministro che uscirà dalle urne. L’unitarietà dell’appello che riunisce tutte le principali organizzazioni e rappresentanze delle ONG è un fatto di grande rilevanza, ma l’indefinizione di una formulazione precisa della scelta auspicata rischia di indebolire la sua forza lasciando spazio alle pressioni individuali e partigiane che, ne sono certo, già si staranno esprimendo.

Quello di non sapersi assumere i costi e le conseguenze di scelte nette, quindi potenzialmente separative, è un vecchio vizio delle ONG di casa nostra ancora oggi reiterato con questo appello anche quando si tratta di indicare un obiettivo misurabile in materia di stanziamenti economici. Chiedere, come fa il testo, che “il Governo di impegni a destinare una quota crescente di risorse alle politiche di cooperazione internazionale allo sviluppo e a varare un piano di riallineamento progressivo e credibile degli aiuti italiani con gli obiettivi concordati in sede internazionale“, non solo sa molto di diplomatichese e di déjà vu, ma presta il fianco a priori a chiunque dovrà gestire la cooperazione nei prossimi anni: comunque vada, chi sarà responsabile della cooperazione potrà facilmente vantarsi di aver accolto questa richiesta.

 

 

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