OccupyCsr

04/01/2013

chi fa cosa

Piano nazionale per Italia csr-valley

La data da segnarsi in calendario è quella del 31 gennaio 2013. Almeno per tutti quelli che sono interessati alla csr. E hanno intenzione di dire la loro, di offrire un contributo, sperando che possa incidere nella costruzione della csr che verrà. E non solo.

La fine del mese rappresenta infatti la scadenza per l’invio di contributi relativi al Piano d’Azione Nazionale sulla Responsabilità Sociale d’Impresa 2012-2014 che da dicembre è stato messo online sul sito del ministero del Lavoro e sul sito anche del ministero dello Sviluppo economico. Il piano è stato redatto in attuazione della Strategia Ue 2011-2014 sulla csr, con cui Bruxelles ha chiesto a ogni Stato membro di predisporre appunto dei piani nazionali per l’attuazione dei principi guida dell’Onu in materia di imprese e diritti umani. L’Italia lo ha predisposto entro i tempi, anzi per una volta è stata fra i primi in Europa a farlo, e da qualche settimana è stato aperto il periodo di consultazione pubblica. Dal quale, com’è prassi, ci si attendono contributi che possano migliorare quanto già elaborato.

Chiunque può inviare un contributo, seguendo le istruzioni indicate sulle pagine dei siti ministeriali. Il contributo deve riferirsi con precisione a una determinata sezione e pagina dell’Action Plan. E allora guardiamoci un pochino dentro, a questo documento di una sessantina di pagine, che è liberamente scaricabile.

È suddiviso in tre parti: strategia nazionale, quadro di riferimento e piano d’azione vero e proprio. Prevede, quest’ultimo, una ulteriore suddivisione in sei macro-obiettivi, ciascuno articolato al suo interno, relativi a: cultura della csr da aumentare, sostegno alle imprese socialmente responsabili, incentivi di mercato per la csr (il testo preferisce l’acronimo italiano, rsi), promozione della csr nel Terzo settore e nella società civile, trasparenza nelle informazioni sociali e ambientali delle imprese, utilizzo di strumenti internazionalmente riconosciuti (linee guida, standard, codici) per promuovere la csr.

Ora, è chiaro che sarà il tempo a giudicare la bontà del documento e la sua capacità di essere efficace rispetto agli obiettivi che si propone. Fin da ora si può comunque dire che si tratta di un’iniziativa importante, utile, in un certo senso anche simbolica.

Non solo, infatti, cerca di mettere a fattor comune – e a mio avviso ci riesce – quanto è stato fatto finora nel campo della csr in Italia, visto che il documento è pieno zeppo di riferimenti a iniziative, progetti, attori, casi di buone pratiche di cui il nostro Paese, anche se la cosa non è molto conosciuta, è davvero molto ricco (ci sono comunque una quantità di riferimenti anche a livello europeo e internazionale).

Ma soprattutto, ed è questo secondo la mia opinione il suo merito maggiore, il documento esprime forse per la prima volta in Italia un approccio di sistema alla csr. Che poi è l’unico che può davvero funzionare, come ripetono da anni tutti coloro che su questi argomenti lavorano, studiano, si spendono quotidianamente.

Se la csr non diventa una questione di cui investire l’intero sistema-Paese, ha poche (nessuna?) speranza di incidere effettivamente sul modello di sviluppo economico-sociale che si intende costruire negli anni a venire, sull’idea di società verso cui si vuole andare. Se invece riesce a passare il messaggio che in vista del raggiungimento di quegli obiettivi è necessario il contributo di ogni attore, compresi ad esempio i consumatori o, meglio, i consumattori, ma anche i sindacati, le organizzazioni della società civile, le amministrazioni centrali e locali, oltre ovviamente alle imprese e alle associazioni che le rappresentano, allora la csr può avere un futuro roseo ad attenderla.

Sarebbe un bel segnale, ad esempio, se i contributi a questa consultazione pubblica arrivassero davvero da chiunque. Non solamente, cioè, da quelli, ovviamente titolati a farlo e senz’altro più autorevoli, che già se ne occupano da tempo per lavoro o per passione. Ma da chi magari è a digiuno di questi argomenti eppure intuisce che la csr lo riguarda.

Perché anche in questo campo c’è bisogno di freschezza e creatività, di idee e immaginazioni nuove, magari di volti anche nuovi. Di ripartire, insomma, non ognuno per la sua strada ma in modo coordinato, frutto di una visione condivisa. Allora sì che questa sfida avrebbe senso e si potrebbe vincere. E l’Italia, anche pescando dalla sua grande forza e tradizione di economia civile, forse senza eguali al mondo, come pure da quel gigantesco bacino di esperienze di csr cosiddetta sommersa o inconsapevole di cui moltissime piccole e micro-imprese sono portatrici, fra qualche anno, chissà, potrebbe diventare una sorta di grande, immensa csr-valley, dalle Alpi alla Sicilia, che da tutto il mondo verrebbero a studiare.

Forse è utopia pensarlo, sperarlo. Ma credo che di utopie abbiamo urgente bisogno. E poi, se non ora quando?

@andytuit

 

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22/11/2012

bread & csr

Manifesto csr, by Ken Loach

Parafrasando l’immortale espressione di JFK, oggi potremmo dire che siamo tutti Ken Loach. Almeno quelli che credono che la csr sia una cosa seria e che parlare di csr non significhi parlare di teorie e massimi sistemi, ok a volte lo si può anche fare, ma di come principi e criteri si traducono o invece non si traducono nella vita reale. Di ciò che accade, cioè, oggi, vicino a noi, sul nostro territorio (anche se “vicino”, nell’era della globalizzazione, non è solo una questione di prossimità geografica…). Ma che spesso o non si riesce, o non si vuole, o non si può (perché è scomodo portarlo alla nostra attenzione) vedere.

Ieri il famoso regista cinematografico Ken Loach ha fatto notizia. Ero al telefono con un amico che me l’ha segnalato, ho cercato la news sul web e ho trovato il lancio dell’Ansa in cui se ne parlava.

Ken Loach ha detto che non poteva accettare il premio che gli era stato assegnato al Torino Film Festival perché non condivideva la situazione di precariato ed esternalizzazione dei servizi che proprio a lui i responsabili sindacali avevano denunciato e che chiamava in causa direttamente la cooperativa Rear ma anche il Museo Nazionale del Cinema, al quale la cooperativa offre i suoi servizi. Mi soffermo su quello che il regista di Bread and Roses ha detto, anzi, ha scritto in un comunicato per spiegare la sua decisione. Fra le cose che ha scritto, segnalo due passaggi.

Il primo: “Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile”.

Il secondo: “Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni”.

L’intero comunicato di Ken Loach si può leggere a questo indirizzo, tradotto in italiano, dove si può leggere anche il commento del responsabile sindacale che aveva preso contatti con Ken Loach per sensibilizzarlo sulla situazione. Le risposte dei chiamati in causa si possono invece leggere qui. In particolare, leggendo qui, si vede che nella sua risposta il Museo Nazionale del Cinema dice espressamente che non lo si può ritenere responsabile del comportamento di terzi, né direttamente né indirettamente. Il punto, però, in una prospettiva non certo giuridica ma di csr, è proprio questo: cosa si intende per “responsabile”?

Se si parla di responsabilità sociale, infatti, che per sua natura inizia dove la legge finisce (nel senso che si intende che il rispetto delle norme di legge è ritenuto una condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per un’azienda che intende impegnarsi nella responsabilità sociale), allora la questione cambia di molto, per non dire che si ribalta: è tutto il filone del controllo e verifica della catena di fornitura e sub-fornitura, della Sa8000, dei codici di comportamento dei fornitori e così via, che costituisce un campo sterminato ed è una parte fondamentale della strumentazione della csr. Ma anche del suo significato più profondo: andare oltre il dettato di legge, oltre ciò che è già obbligatorio, per farsi carico di aspetti sociali e ambientali ulteriori.

Quello che mi interessa di più, però, e lo dico senza enfasi, è che questo comunicato potrebbe a ragione diventare un manifesto della csr. Un manifesto di cosa vuol dire occuparsi seriamente di responsabilità e sostenibilità, facendola entrare nei gangli della vita sociale quotidiana e anche in quella di ciascuno di noi. Andando a vedere, informandosi, verificando, sollecitando, pretendendo. E nel caso prendendo posizione per indicare cosa non è accettabile, sostenibile, capace di futuro e come occorre cambiare perché lo diventi. Facendo emergere, insomma, il conflitto che nasce tra ciò che è reale e ciò che è desiderabile, nel senso della responsabilità sociale, e promuovendo dinamiche che servono per gestirlo e risolverlo trovando soluzioni attuabili. Qui sta uno dei principali motori di cambiamento verso un modo di fare le cose più sostenibile.

Ci voleva Ken Loach per richiamare l’attenzione su fenomeni che in molte, troppe aziende e cooperative stanno verificandosi sotto i nostri occhi? Per dire che certe questioni vanno sollevate, che non si può far finta di niente, che bisogna guardarci dentro? Pare di sì, ci voleva Ken Loach. E allora speriamo che altri personaggi famosi, di cui basta il nome per richiamare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, facciano quello che ha fatto lui: thanks a lot, Mr. Loach.

@andytuit

 

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08/11/2012

csr dal mondo

Licenziamenti “al tornello”

Licenziare, brutta parola. Non etimologicamente ma per come viene usata e percepita nel senso comune: mandare a casa qualcuno dal lavoro. In tempi di crisi, un’esperienza che drammaticamente tocca tante, troppe persone. E fa paura, molta. Perché si associa alla perdita del sostentamento primo che una persona ha: il lavoro, il reddito da lavoro. Che spesso già non basta a vivere dignitosamente, specie per chi ha famiglie con molti figli e pochi redditi, figuriamoci quando viene a mancare.

Ma non si può ridurre il licenziamento, come tutto quello che riguarda il lavoro, solo alla dimensione economica. Perché è molto, infinitamente di più. Fra i tanti, autorevoli, sapienti, che spesso lo ricordano, nei giorni scorsi c’è stato anche l’arcivescovo Giancarlo Maria Bregantini: ha detto che occorre educare alla dignità del lavoro. Temo sarà chiamato a dirlo ancora, e ancora, e ancora, se continuano a ripetersi casi in cui è proprio dal come si licenziano le persone che emerge come di dignitoso, in molti casi, del lavoro e dei lavoratori, sia purtroppo rimasto ben poco. Non sempre, ovvio. Ma spesso sì.

Già un licenziamento è un trauma, di per sé. E andrebbe affrontato, da chi lo vive dalla parte del datore di lavoro, con le cautele del caso. Direi quasi con l’umanità minima indispensabile che un licenziamento richiede: è una ferita che si apre, il licenziamento, una storia che si chiude, un taglio netto con ciò che è stato fino a ieri, all’altro ieri. Un cambio di vita imposto, e di prospettiva. Una nuova vita che inizia sotto cattivi auspici. Per cui, se proprio si deve licenziare – Adriano Olivetti diceva che non si deve licenziare mai, nessuno -, bisogna saperlo fare, anche quello. E anche da questo, forse soprattutto da questo, si misura la responsabilità sociale di un’impresa, di un imprenditore. Anzi, delle persone che in quel momento sono l’impresa e l’imprenditore: è bene tornare a parlare di persone, altrimenti, come accade quando si dice “i mercati ci guardano, ce lo chiedono i mercati” per giustificare l’altrimenti ingiustificabile, non si sa più bene con cosa o con chi si ha a che fare. Invece si tratta di persone, che prendono decisioni che riguardano altre persone, che quasi sempre le subiscono senza poterci fare molto.

Mi ha colpito, allora, insieme ovviamente ad altri licenziamenti di cui si parla molto in questo periodo e diventati a ragione un caso nazionale, un articolo con il racconto di un licenziamento: di come sono state licenziate persone nei giorni scorsi da Ubs. Lo hanno saputo quando non sono riuscite a entrare in azienda: i tornelli non le lasciavano passare, hanno pensato (immagino) a un tesserino smagnetizzato, a un problemino da nulla, invece sono state informate che “grazie e arrivederci”, non c’era più bisogno di loro. I loro effetti personali, altra espressione glaciale, erano lì ad attenderli già raccolti da altre mani.

Come saranno state, dentro, quelle persone? Cosa avranno pensato? Facile immaginarlo. Oppure impossibile. Occorrerebbe essere loro, vedere il tornello che non si apre, pensare magari all’ultimo progetto o pratica che avevano lasciato in sospeso sulla scrivania o sul loro pc il giorno prima e di colpo capire che tutto questo non c’è più, non li riguarda più, le strade si separano, “grazie e arrivederci”. E poi pensiamo anche alla simbologia: un tornello che non si apre, uno spazio che non è più accessibile, una sbarra che ti impedisce di avanzare verso quello che consideri un luogo che ti appartiene, o a cui tu appartieni, che fa parte della tua vita…come se ti impedisse di avanzare nel progetto di vita che, fino a ieri, fino a un istante fa, coltivavi nei tuoi pensieri e magari, o probabilmente, non da solo.

Non è la prima volta che accadono cose di questo genere. Tempo, purtroppo, non sarà l’ultima. Si sa di licenziamenti via email, via sms…ma certo il “licenziamento al tornello” da questo momento e a buon diritto si ritaglia il suo spazio di visibilità in questa triste, crudele carrellata, ma possiamo anche chiamarla galleria degli orrori, di come non si dovrebbe, mai, trattare una persona con cui fino a un giorno prima, a un istante prima, c’era un rapporto di lavoro. Che non è mai solo di lavoro, non raccontiamocela: è molto, molto di più, lo sappiamo bene, ma c’è chi lo nega.

Ora, entrando nella sezione del sito di Ubs dedicata alla csr, e in particolare nella sezione dedicata al personale, basta un attimo per vedere raccontata già solo con le immagini tutta un’altra storia: visi sorridenti, sguardi positivi, parole come eccellenza, creatività, talento (tra l’altro mi permetto un consiglio: se sul sito c’è lo spazio per raccontare come si assume, cioè il recruitment, quanto meno per par condicio ci dovrebbe anche essere quello per raccontare il modo in cui si licenzia, anche se capisco che inserire un titolo come dismissal o roba del genere pare brutto in una sezione sulla csr, ma fa molto economia reale). Stridente, a dir poco, il contrasto con la realtà del “licenziamento al tornello”. Come stridente è il contrasto con le parole con cui nel suo comunicato Ubs ha parlato dei 10mila licenziamenti che si appresta a effettuare nei prossimi anni: si dice che verranno adottate le misure per mitigare l’impatto complessivo.  Domanda: è col “licenziamento al tornello” che si inizia ad attuare questa mitigazione? Questa è una delle misure previste? E cosa si intende, esattamente, per impatto complessivo? Impatto su cosa, su chi?

Sono già qui che aspetto il bilancio sociale di Ubs del prossimo anno (l’ultimo pubblicato si può trovare a questa pagina): voglio vedere come questa cosa viene raccontata. Se mettono la voce degli stakeholder-dipendenti che si sono trovati a sperimentare il “licenziamento al tornello”: sarebbe molto in linea con una prospettiva di #occupycsr. Voglio vedere se danno modo a questi dipendenti di raccontare come si sono sentiti, cosa pensavano della loro azienda prima, fino a un istante prima, intendo, cioè fino a quando hanno passato il loro badge ripetendo una banale operazione quotidiana e probabilmente senza neppure troppa attenzione, e cosa hanno pensato un istante dopo, quando hanno visto il tornello non aprirsi e sono stati informati del perché. Voglio vedere se chi si occuperà del bilancio sociale il prossimo anno, persone, anche qui, non algoritmi, riterrà che questi siano aspetti che rientrano o meno nella materiality, cioè nelle cose veramente importanti, cruciali, del modo in cui un’impresa integra la csr nel proprio business. Quelle cose, insomma, che devono essere raccontate in un documento del genere. Voglio proprio vedere.

@andytuit

 

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24/09/2012

csr dal mondo

Karachi, Italia

Senza retorica, che di fronte a drammi di questa portata è ancora più fuori luogo. Però pensiamo: in quanti ci siamo fermati a riflettere anche solo per pochi momenti sulla tragedia delle centinaia di lavoratori morti due settimane fa nell’incendio di una fabbrica a Karachi, in Pakistan?

È vero, siamo bombardati costantemente da troppe notizie. Ma su alcune fermiamo l’attenzione, su altre no. I motivi possono essere molti e assai diversi fra loro. Ma credo che uno fondamentale sia questo: alcune notizie le sentiamo vicine, altre no. E quando dico vicine intendo che ci toccano, che ci riguardano.

Quanto è vicino a noi Karachi? Poco, perché è molto lontano: come geografia, come cultura, come fase del processo di sviluppo, come storia. Ma da anni, decenni, ci ripetono che la globalizzazione e le nuove tecnologie hanno reso il mondo più piccolo, più vicino, appunto. Solo che ad essere vicine sono quasi sempre le stesse parti del mondo. O, meglio, quelle “parti” di mondo, nel senso quelle parti di società/stili di vita/culture/modelli socio-economici, che in ogni parte del mondo, inteso questa volta in senso geografico, ci somigliano di più. O che hanno più relazioni con noi, più affinità, a prescindere dal fatto che siano fisicamente vicine o lontane. Anche se la distanza fisica, globalizzazione o no, continua ad avere il suo peso (e meno male).

Allora la domanda è: cosa ci fa sentire vicino o lontano un luogo, un avvenimento? Se qualcuno ha dei parenti o amici a Karachi, di sicuro ha vissuto quella tragedia in modo diverso. Magari telefonando, mandando una email o un tweet per informarsi, per saperne di più. Ma se manca un legame, affettivo o di qualsiasi tipo, anche solo di tipo economico, con un luogo, è facile che ciò che lì avviene scorra sopra la nostra attenzione come una goccia su un impermeabile.

Quella fabbrica, però, noi la conosciamo. Intendiamoci: non quella fabbrica nello specifico, ma quel tipo di fabbrica. Perché sono le fabbriche dove in mezzo mondo si produce, in condizioni di lavoro impossibili, ciò che nell’altra metà del mondo si compra, anzi, si consuma, come siamo abituati ormai a sentirci dire anche qui da troppo tempo. Quasi che ogni acquisto fosse un consumo, da bruciare il più in fretta possibile, e non un utilizzo, da gestire con oculatezza e possibilmente con parsimonia affinché possa durare il più possibile.

Pare che cambiare le condizioni di lavoro in quelle fabbriche sia davvero un affare molto complesso. Tantissimi e potenti gli interessi in gioco. Diciamolo pure, c’è anche la paura di mezzo ed è più che legittimo, quando sembra che niente e nessuno siano lì a tutelarti. Ne ho letto ad esempio in questo lungo articolo uscito giorni fa (non so per quanto tempo il link resterà attivo, ma insomma a oggi sì). Dove si legge ad esempio, in riferimento alla situazione di fabbriche e lavoratori a Karachi: «La grave mancanza di sicurezza è una norma. Le mafie dei palazzinari hanno il sopravvento, e i funzionari di governo hanno dimostrato di non saper impedire illegalità e violazioni di ogni sorta».

Poi nei giorni successivi mi sono arrivate alcune informazioni via email legate ai fatti di Karachi. Una diceva che la nota Clean Clothes Campaign (Campagna Abiti puliti) si occuperà da molto vicino di quanto è accaduto. Da vicino, nel senso che seguirà con attenzione. Si può leggere il comunicato a questo indirizzo.

Si dice che la Campagna chiederà a tutte le aziende che si riforniscono a Karachi di effettuare verifiche immediate delle fabbriche dei loro fornitori, delle condizioni di lavoro che presentano, del rischio insomma che un incidente di questo tipo si ripeta. E c’è il link alla petizione di IndustriALL Global Union (organizzazione appena nata che rappresenta 50 milioni di lavoratori in tutto il mondo) per rendere sicure, o quanto meno più sicure, le fabbriche dei lavoratori del tessile. C’è anche l’aggiornamento di quello che si sta facendo per prevenire futuri disastri del genere.

Ciò fa sperare che quanto accaduto possa servire e che il sacrificio di quelle vite non sia stato vano. Fa sperare che tutte le connessioni commerciali con quella fabbrica vengano a galla. Che chi si serviva del lavoro di quei lavoratori, direttamente e indirettamente, venga smascherato. E che a lui, a loro, si potrà prima o poi chiedere conto per ciò che è successo. Perché quelle fabbriche molto spesso vivono o sopravvivono solo in quanto inserite in catene di fornitura e sub-fornitura estremamente lunghe e complesse, che sembrano a volte perdersi nel nulla. Chi ci guadagna, però, lo sa bene dove iniziano e dove finiscono.

Ma quando tutte queste informazioni saranno disponibili, allora arriverà il momento più difficile per noi, cittadini del mondo industrializzato che spesso siamo i beneficiari di quei prodotti a prezzi stracciati (“low cost” è più trendy, lo so, e riesce meglio a mascherare la crudezza della realtà). Noi che compriamo, “consumiamo” prodotti che arrivano dalle tantissime fabbriche di Karachi che esistono nel mondo. Sapremo chiedere, esigere che in quelle condizioni non si lavori più? Sapremo scegliere col nostro “voto col portafoglio” i prodotti che raccontano di diritti rispettati, condizioni di lavoro adeguate, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, tutela dell’ambiente, insomma di un modo di produrre e intendere l’economia che è responsabile, umano e capace di futuro? Sapremo almeno dubitare, riflettere, su quei prodotti che non dicono nulla del modo in cui sono stati realizzati e arrivano nei nostri negozi con prezzi che ci paiono così seducenti soprattutto in periodo di crisi? Sapremo dire che siamo vicini a Karachi, che quanto accaduto ci riguarda?

Questa è la grande, difficile, lunga e forse interminabile battaglia della csr: non codici, standard, linee guida, che sì sono necessari ma a volte, troppe volte, rischiano di far prevalere i mezzi sui fini, di far perdere di vista il perché questa è una cosa importante, non lontana, da non lasciare ad altri ma da trattare in prima persona. L’unico esercito che può combatterla e vincerla siamo noi, tutti noi insieme e ciascuno di noi per la sua piccola ma indispensabile parte. Come recita il titolo di un importante libro appena uscito: il mercato siamo noi.

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10/09/2012

chi fa cosa

Datori di lavoro responsabili

Anche per il consumatore responsabile, o se vogliamo etico, il punto di partenza è la consapevolezza: che la sua azione conta, che la csr lo riguarda. Ma anche che non è solo e anzi la portata del suo contributo viene esaltata quando si combina col contributo degli altri attori in gioco.

Ad esempio le istituzioni. In una fase storica in cui le istituzioni sono criticate in Italia come in mezzo mondo (e i motivi per criticarle ci sono eccome, sia ben chiaro), è bene però non fare di ogni erba un fascio. Il che significa che è opportuno mettere in evidenza chi sta facendo cosa, cioè chi si sta spendendo per la causa della csr in ordine alla realizzazione di un’economia più sostenibile, equa, solidale, socialmente e ambientalmente acettabile. E su quali progetti.

Si può fare di più e meglio di quello che si sta facendo? Certo, sempre si deve fare di più e meglio e siamo solo all’inizio del cammino. Ma intanto è bene sapere cosa si sta facendo e da parte di chi: la consapevolezza si costruisce anche, se non soprattutto, a partire dalla condivisione delle informazioni.

Negli ultimi tempi uno dei progetti di cui sono venuto a conoscenza e che mi hanno più colpito è stato l’avvio della sperimentazione da parte delle Regione Liguria del Registro dei datori di lavoro socialmente responsabili. Se ne può leggere direttamente sul sito di Regione Liguria, anche digitando il nome di dominio www.responsabilitasocialeinliguria.it.

Di che si tratta? È un tentativo per creare consapevolezza sui temi della csr sia nelle imprese, sia nelle organizzazioni pubbliche. Per invitarle a un impegno in questo senso. E per dare visibilità a chi in quest’ambito si distingue. Cosa assolutamente fondamentale, quest’ultima, affinché si produca quel market reward della csr che anche la strategia 2011-2014 della Ue per la csr (par. 4.4, pag. 10 del documento) mette fra i principali elementi su cui c’è bisogno di lavorare (e di cui c’è ancora grande carenza) per fare della csr un fattore di sistema e di competitività. Se ci si pensa, sapere che un’organizzazione è iscritta a un registro di datori di lavoro socialmente responsabili (la verifica dei requisiti che danno diritto a restare nel registro sarà periodicamente ripetuta, ogni anno), è un’informazione non di poco conto: per chi è in affari con quell’organizzazione, ad esempio, o per chi ci lavora o vorrebbe lavorarci. L’attrazione dei talenti sensibili ai temi della csr, tra l’altro, è un altro enorme tema che questo progetto va a toccare.

L’articolazione del progetto e la sua tempistica sono ampiamente descritte nel materiale disponibile sul sito, per cui non mi dilungo a ripetere queste informazioni (e poi sulla Rete non si duplica, se possibile: vecchia regola dei tempi d’oro di internet che vien sempre buona!). Mi limito a indicare queste slide e questo depliant che sintetizzano bene tutto il progetto. Sottolineo, però, due aspetti che mi paiono di grande importanza perché capaci di esprimere una visione.

Primo. Il progetto è rivolto sia ai privati, sia agli enti pubblici. Messaggio: la csr riguarda tutti, non è affare delle imprese e basta (già detto in questo blog, ancora lo diremo, e ancora e ancora).

Secondo. Non si tratta di un semplice elenco ma di un registro-percorso: chi lo vuole sperimentare si deve cioè mettere nell’ordine d’idee che è una strada con un inizio ma senza una fine. Nel senso che non esistono imprese che diventano responsabili una volta per tutte, non è una medaglia vinta ai giochi olimpici che si può tenere per sempre in bella vista in salotto; esistono imprese (più in generale organizzazioni) che accettano continuamente di imparare, di mettersi in discussione, di confrontarsi, e altre che non lo accettano, incapaci di questa apertura e quindi di evoluzione responsabile.

Ultima cosa. Non è da sottovalutare il fatto che il progetto sia stato intitolato ai “datori di lavoro”, non genericamente alle imprese, o agli enti pubblici, come accade il più delle volte: le organizzazioni senza le persone, infatti, non sono nulla. Rivolgendosi ai datori di lavoro si fa capire che la csr può certamente dipendere anche dallo stakeholder lavoratori, da come cioè essi riescono a integrarla nel lavoro quotidiano, ma dipende soprattutto da chi nelle organizzazioni ha le responsabilità d’indirizzo strategico e gestionali.

Anche questo è OccupyCsr: parlare di responsabilità sociale in capo alle persone. E in capo ad alcune più che ad altre.

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28/08/2012

stili di vita

“Sono un consumattore, risolvo problemi”

Alcuni anni fa Francuccio Gesualdi, figura storica dell’attivismo dei consumatori in Italia, fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo e vero e proprio guru del consumo critico e della sostenibilità applicata agli stili di vita, diede alle stampe il volume Consumattori. Per un nuovo stile di vita. Personalmente era la prima volta che mi imbattevo in questo neologismo, consumattore, e lo trovai subito efficace, molto efficace. Anche se continuo ad avere dubbi sulla corretta ortografia del termine (consumattore o consum-attore?), ma tant’è…

Al contrario di molti neologismi che nascono e muoiono senza lasciare traccia, questo credo abbia già avuto successo e notorietà e sia destinato ad averne ancora di più: è potente, simpatico, oltretutto suona bene, ma più che altro ritengo che sappia far arrivare con immediatezza il suo messaggio al vasto pubblico. Quale messaggio? Quello che il consumatore è protagonista, delle sue scelte e di come queste influenzano le dinamiche del sistema: quando scelgo un prodotto perché ha un impatto ambientale minore di un altro, o quando non scelgo un prodotto perché non condivido le politiche dell’azienda che lo produce e quindi non intendo finanziarla coi miei soldi. È uno dei mille rivoli che la csr segue infiltrandosi nella vita quotidiana di noi tutti, dunque riguardandoci da vicino.

Il consumatore non è l’unico protagonista, questo è ovvio. Ma non è senza dubbio il soggetto passivo, succube, il “robottino” che troppo spesso crede di essere e gli fanno credere di essere: quello che si limita a recepire i messaggi della comunicazione pubblicitaria e a trasferirli tali-e-quali nelle sue scelte di acquisto senza esercitare alcun discernimento, o il minimo indispensabile.

Il punto è, però, che l’acquirente e utilizzatore che è in noi (per brevità continuiamo a chiamarlo consumatore) nella maggior parte dei casi diventa consapevole del ruolo che può ed effettivamente svolge solo quando qualcuno gli ricorda che le sue scelte individuali hanno una dimensione collettiva. Che è uno e molti allo stesso tempo. E che quelli che stanno dall’altra parte, cioè che gli propongono i beni e servizi di cui il consumatore si serve, sono molto, molto, molto attenti a ogni piccola variazione nei suoi orientamenti. Per cercare di anticiparli, quando riescono, o per assecondarli, quando li registrano, e comunque sempre cercando di influenzarli.

Oltre a Gesualdi, che lo fa da moltissimi anni, a ricordarci che siamo tutti consumattori e che il nostro voto col portafoglio contribuisce a indirizzare il sistema su una strada o su un’altra, è arrivata in questi giorni anche la campagna di Oxfam dedicata proprio ai consumattori. La campagna, come si può vedere sulla sua pagina Facebook oltre che sullo spazio che le ha dedicato nei giorni scorsi il sito di Repubblica.it, sottolinea i comportamenti e le buone abitudini che un consumatore, anzi, un consumattore è chiamato a sviluppare se vuole contribuire con il proprio stile di consumo, con riguardo specifico ai prodotti alimentari, a indirizzare lo sviluppo. Offrendo il suo aiuto per la soluzione niente meno che degli immani problemi che affliggono gravemente il nostro bistrattato pianeta, come la crisi energetica o il climate change: cosucce da niente, insomma.

I consigli offerti sono pochi e semplici, ma molto importanti: ridurre gli sprechi di cibo, sostenere i piccoli produttori, comprare cibo di stagione, cucinare in modo intelligente, mangiare meno carne.

La difficoltà sta nel metterli in pratica, nel radicare il cambiamento nella vita di tutti i giorni. E poi c’è un’altra difficoltà, ancora più grande: accettare il fatto che come consumatori siamo nella cabina di regia, contribuiamo alle decisioni, e non possiamo chiamarci fuori continuando a fingere che l’unico ruolo che possiamo ritagliarci, o che ci permettono di ritagliarci, è quello dei robottini.

Siamo consumattori, perbacco! Per cui, come diceva il mitiKo Mr. Wolf in Pulp fiction, cominciamo a dire: Siamo consumattori, risolviamo problemi, e non che li creiamo, invece, con consumi da robottini. Da lì, allora, le cose possono iniziare a cambiare. Lentamente, certo, ma in profondità.

Twitter @andytuit

 

 

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19/07/2012

csr sul web

Csr go social, su Twitter

Social, bottom-up e open: con questi tre termini ho pensato di caratterizzare lo spirito del blog OccupyCsr quando l’ho inserito sul mio profilo di Linkedin. La brevità, sicuramente eccessiva, è imposta dallo strumento. E senz’altro si potevano trovare termini anche più suggestivi di questi. Ma credo che siano un buon riassunto. E dicano qualcosa di concreto su quello che la csr sta forse diventano o comunque potrebbe diventare di qui a poco. Con esempi, non molti per la verità, che già si vedono. Anche in Italia.

Oggi vorrei parlare del termine social.

Qualche tempo fa sul blog SRivoluzione che curo da qualche anno, dedicato alla finanza etica o socialmente responsabile (Sri), avevo iniziato a fare un piccolo elenco di account Twitter Sri che a mio avviso meritano di essere seguiti per chi s’interessa dell’argomento. Anche perché mi sono entusiasmato utilizzando Twitter, scoprendo ogni giorno le enormi potenzialità che possiede in termini di informazione e di relazione.

Ora vorrei fare un po’ la stessa cosa, ma sulla csr. Segnalando account csr che ritengo sia interessante seguire, ma account particolari, non qualsiasi: di aziende che hanno iniziato ad usare Twitter per raccontare le loro strategie e iniziative di responsabilità sociale.

A parte quelle che magari l’hanno fatto perché Twitter sta diventando di moda e bisogna esserci, e togliendo dal mazzo anche quelle che lo usano alla vecchia maniera della comunicazione aziendale e cioè unilateralmente (inviano messaggi ma non rispondono, non “abitano” e non sono veri cittadini di quel luogo virtuale di discussione che è Twitter), la mia impressione è che le aziende che hanno un account istituzionale specificamente dedicato alla csr siano in posizione di netto vantaggio, almeno potenziale, rispetto alle altre.

Ok, bisogna vedere l’uso che ne fanno, non dico siano tutte illuminate solo perché twittano. Quanto meno, però, si sono messe nella condizione di tradurre davvero in concreto il loro impegno nella responsabilità sociale: se le parole hanno ancora un significato, infatti, csr vuol dire innanzitutto rispondere, dare conto di quello che si fa. Per cui occorre accettare il dialogo e il confronto, anche quando è scomodo, critico, magari pure polemico, e anzi occorre promuoverlo. In modo continuo. Con chiunque ponga domande e solleciti l’azienda a dire la propria su una situazione, un fatto, un aspetto del suo operare. E dove, se non su Twitter, tutto questo avviene oggi?

Certo, ci si può anche tirare la zappa sui piedi da soli con grande facilità usando Twitter. Ad esempio come ha appena fatto Starbucks con un tweet di scuse, che in senso assoluto è più che ben accetto ma che in questo caso ha invece creato all’azienda più problemi che altro. Gli esempi potrebbero essere tanti.

Tornando all’elenco. Si tratta di un elenco breve e inevitabilmente parziale, parzialissimo: è il frutto del mio twittare, per cui poco obiettivo e molto soggettivo (ovvio) e statisticamente per nulla significativo (stra-ovvio). È solo un punto di partenza, un modo per lanciare un filone di discussione: fai della responsabilità sociale una tua bandiera, una caratterizzazione del tuo fare impresa? E non sei su Twitter? Ma allora mi vien da pensare che non accetti il dialogo e il confronto…Ahiahiahiahiahi!!

Banalizzo, è chiaro, ma per intendersi. Per affermare cioè che non si può dire, oggi, di essere impegnati nella responsabilità sociale se non si accetta il confronto, soprattutto sui social media. Dato che è sui social media che viaggia la comunicazione, in particolare su temi come questo.

Ecco qui, allora, gli account Twitter aziendali dedicati alla csr in cui mi sono più spesso imbattuto. Per chi li vuole usare per mandare un tweet e avere informazioni sul loro modo di intendere la csr. E vedere se rispondono, ri-twittano, insomma se danno segni di vita.

@ecopensiero: è l’account del blog EcoPensiero di Sorgenia dedicato ad aziende e famiglie sensibili ai temi dell’efficienza energetica e della sostenibilità ambientale (a oggi 3.272 follower, 1.253 tweet).

@Bayer_SD: l’account Twitter ufficiale sulla sostenibilità di Bayer (a oggi 1.146 follower, 307 tweet).

@Intelinvolved: l’account ufficiale per la corporate responsibility di Intel. Collegato direttamente alla sezione csr del sito di Intel (a oggi 9.296 follower, 1.195 tweet).

@Dell4Good: il canale Twitter su cui il team csr di Dell diffonde le proprie news (prima era @CSRatDell) (a oggi 2.347 follower, 1.123 tweet).

@novonordisktbl: lo dice molto bene la didascalia del profilo Twitter di questo account: è la voce ufficiale di Novo Nordisk, azienda danese celebre per le sue politiche di csr, che twitta sulla csr. Tra l’altro sul sito di Novo Nordisk è interessante leggere la policy del canale Twitter: si dice ad esempio che si dà risposta ai messaggi entro 48 ore nei giorni lavorativi (a oggi 1.970 follower, 1.544 tweet).

@EdisonGen: l’account Twitter sulla responsabilità sociale di Edison (a oggi 179 follower, 416 tweet).

@EurvenGreeny: account della divisione ambiente e vendite del gruppo Euromeccanica (a oggi 273 follower, 429 tweet).

@Casustain: l’account di CA Technologies sui trend, le news, le best practice e gli insight in relazione alla sostenibilità (a oggi 2.928 follower, 344 tweet).

@Danoneperhaiti: l’account del progetto di Danone e Fondazione Francesca Rava – NPH Italia Onlus per aiutare i bambini ad Haiti (a oggi 130 follower, 375 tweet).

@CiscoCSR: il canale Twitter sulla csr di Cisco (a oggi 1.151 follower, 2.175 tweet).

Twitter @andytuit

 

 

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09/07/2012

csr sul web

Csr formato wiki

Pochi giorni dopo il primo post qui su #occupycsr sono venuto a sapere del lancio di una sorta di enciclopedia wiki sulla csr, in italiano. Diciamo una sorta di Wikipedia della csr made in Italy.

L’ho saputo attraverso Twitter (enorme serbatoio di informazioni!) seguendo l’account della Fondazione Sodalitas (@FondSodalitas per chi volesse iscriversi come follower), uno dei maggiori protagonisti in Italia nella promozione della csr. E allora ho cominciato a curiosare su questo sito www.wikicsr.it che da subito mi ha suscitato molta simpatia. A proposito, dietro wikicsr ci sono Koinètica e Rossella Sobrero, super-esperta di lungo corso di csr e dintorni.

Come si legge subito in homepage, la piattaforma wiki intende raggiungere tre obiettivi principali: conoscere, stimolare ad aggiungere notizie e a inviare commenti.

Ma conoscere, aggiungere notizie e inviare commenti su che cosa? Sulle tappe salienti dell’evoluzione della csr, con focus particolare sulla dimensione della comunicazione (che resta anche oggi dopo tanti anni una delle questioni chiave da affrontare, ne accennavo nel primo post di #occupycsr “La csr? Mi riguarda”), in riferimento all’Italia e non solo (ci son molti riferimenti all’Unione europea e anche in ambito internazionale), nel corso dell’ultimo decennio. Quello che in tanti e direi in buona parte a ragione hanno chiamato gli anni della csr 1.0 o csr ispirata a principi di compliance (ma siamo già entrati nell’era della csr 2.0? Chissà…).

Infatti, entrando per esempio nell’anno 2002 del menù a sinistra si ritrova quella vecchia conoscenza del progetto Csr-Sc avviato dall’allora ministre del Welfare Maroni. Se ne sono perse sostanzialmente le tracce e all’epoca era stato anche parecchio criticato, ma col senno di poi si può dire che aveva almeno avuto il merito non certo secondario, specie all’epoca (eravamo nel 2002, è da sottolineare), di elevare il dibattito sulla csr in Italia. Per il 2003 si parla ad esempio della nascita della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, che è oggi un importante e attivismo attore nel campo della csr e non solo (vedere tra le altre cose il sito, e il blog, di Non con i miei soldi, dove di recente il presidente Andrea Baranes ha scritto un illuminante e chiarissimo post sullo scandalo Libor) e si parla dello scoppio degli scandali Cirio e Parmalat (passa il tempo ma gli scandali vengon sempre fuori come funghi e se possibile crescono in gravità, mah…). Via via fino al 2011 e a quest’anno, con una scheda anche sul vertice di Rio+20 appena conclusosi ahinoi con scarsissimi risultati.

Il sito è essenziale, ricorda un po’ i siti accademici degli albori di internet, con testo soprattutto e poco più, snello, quasi spartano appunto, estremamente fruibile perché immediato da comprendere. Ogni scheda o post o voce, come vogliamo chiamarli (forse voce, essendo wiki), può essere commentata. Occorre registrarsi e poi si è dentro, parte della community.

Mi sono appena registrato e conto di tornarci quando c’è tempo di approfondire (cioè mai, in realtà…). Ma già ora mi pare uno strumento interessante per ripassare tante cose utili a chi si muove per lavoro o per passione, o entrambe le cose, nel campo della csr. E se davvero riesce a diventare partecipato come una piccola Wikipedia della csr, beh, lo vedo molto in linea con il “manifesto programmatico” (parolone, lo so) di #occupycsr: riappropriarsi della csr e farlo in modo il più possibile partecipato, perché ci riguarda come consum-attori, risparmi-attori, cittadini che sentono di poter/dover dare un contributo per un altro modo possibile di intendere l’attività d’impresa. E non solo l’impresa.

Twitter @andytuit

 

 

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04/07/2012

stili di vita

La csr? Mi riguarda

Non si può lasciarla solo alle imprese e non si può lavarsene le mani. È ora di mettere i piedi nel piatto perché è il piatto in cui tutti mangiamo: #occupycsr!

Per troppo tempo la csr, corporate social responsibility (responsabilità sociale o rsi in italiano), è stata considerata, vissuta, proposta come qualcosa che spetta solo alle imprese fare o non fare. A volte, addirittura, come un puro esercizio accademico di docenti e studiosi che non avrebbero di meglio da fare…

Ma così non ha funzionato, non potrà mai funzionare. Perché la csr è una questione di sistema socio-economico e le imprese sono solo una parte, seppure importante, del sistema: c’è il soggetto pubblico, la politica e la pubblica amministrazione, c’è il non profit, la società civile articolata in un’infinità di corpi intermedi, ci siamo noi, ognuno di noi, come cittadini e come consumatori (anche se sarebbe già un bel salto culturale se iniziassimo a chiamarci acquirenti e utilizzatori di beni e servizi, che è più lungo d’accordo, e non consumatori).

Perché la csr possa effettivamente portare ai risultati che promette, cioè a un cambio di priorità nel modo stesso di concepire l’attività d’impresa e le sue finalità, serve che ce ne riappropriamo. Che smettiamo di delegare la csr alle imprese o comunque ad altri: troppo comodo. E soprattutto inefficace.

Ecco perché #occupycsr. Perché a mio avviso è uno slogan possibile per affermare quello che il cittadino-consumatore può e deve fare. Ed è in linea con quanto sta succedendo in mezzo mondo, dove tra movimenti occupy e indignados le persone hanno deciso, quasi costrette a farlo, di smettere di dare deleghe in bianco per la gestione del sistema e di tornare ad essere protagoniste, a contare, a farsi ascoltare, ad entrare nelle decisioni, a chiedere risposte, a esigere che sia dato conto.

Calato in ambito csr ciò si traduce innanzitutto in quello che si chiama il market reward, il riconoscimento del mercato (ne parla anche l’Unione europea nella sua strategia per la csr 2011-2014): serve che noi cittadini-consumatori iniziamo a valutare, premiando o sanzionando, le imprese in base alla loro responsabilità sociale, a quanto dimostrano di avere a cuore la dimensione sociale e ambientale del loro business e non solo i quattrini. Serve che impariamo a votare col portafoglio, a gestire in vista di obiettivi concreti il nostro potere e a comprendere i nostri diritti e i nostri doveri come consum-attori e risparmi-attori, cioè attivi e protagonisti, nei confronti del sistema e delle generazioni future. Integrando la responsabilità sociale nelle nostre azioni, facendone un modo di essere. Ad esempio imparando a valutare non solo e unicamente in base al prezzo i prodotti e servizi che acquistiamo e usiamo, ma riflettendo sul fatto che se un prezzo ci sembra troppo basso, non è certo ma è molto probabile che il costo che io non pago lo stia pagando qualcun altro o lo stia pagando l’ambiente: nulla è a buon mercato, qualcuno da qualche parte quel prezzo lo deve pagare.

E poi serve che stimoliamo, incalziamo, controlliamo, come innumerevoli watchdog ovunque sparsi, quello che le imprese fanno o non fanno, insieme a quello che gli stessi enti pubblici fanno per promuovere la csr delle imprese, con regolamenti, iniziative e incentivi. Sapendo che in questo modo possiamo contribuire a indirizzare le scelte e i sentieri di sviluppo, insomma a costruire il futuro.

I social media a questo proposito sono uno strumento formidabile per informarsi e condividere le informazioni, per entrare in dialogo con le imprese e con gli altri attori del sistema, per diffondere conoscenza e consapevolezza, per suscitare interesse e promuovere iniziative. Sbagliano strategicamente, secondo me, le imprese che hanno paura dei social network: possono essere il loro più grande alleato. Ci sono ad esempio tante imprese seriamente impegnate nella csr che non riescono a comunicarla, non trovano la strada per arrivare al pubblico, alla gente: i social network sono una strada sicuramente da percorrere in questo senso.

Tutto questo serve, si deve iniziare a fare, per il semplice motivo che la csr conviene, aiuta me, noi a migliorare la nostra qualità della vita. Con una csr diffusa, sistemica, si vive meglio. Perché se un’impresa non è responsabile nello sfruttamento delle risorse naturali, se inquina, se non si cura delle emissioni di gas serra e dei suoi rifiuti, se non controlla che si rispettino i diritti umani e i diritti del lavoro al suo interno e nella sua catena di fornitura, se non si cura della qualità e della sicurezza di quello che produce ma pensa solo ad abbattere i costi e tutto il resto viene dopo, se non crea buoni ambienti di lavoro dove le persone lavorano e vivono in modo adeguato, se non paga salari dignitosi che consentano di mantenere una famiglia, beh, tutto questo mi riguarda e rischia prima o poi di ritorcersi in modo grave su di me e sulla mia vita. Anche se sta accadendo dall’altra parte del mondo e sotto sotto penso di potermene lavare le mani finché non verranno a bussare alla mia porta.

Se invece il virus della csr riesce a contaminare il sistema, se entra nei comportamenti di ogni attore del sistema, anch’io, prima o poi, ne avrò un beneficio. Dunque è a mio vantaggio e a vantaggio di tutti che anch’io sono chiamato ad adoperarmi: #occupycsr.

La csr deve uscire definitvamente dai confini delle imprese. Tutta la strumentazione della csr, fatta di bilanci sociali, certificazioni, codici etici e via discorrendo, continua a essere indispensabile ma solo nella misura in cui questi sono utilizzati per il ruolo che hanno: di strumenti, appunto, che servono per proseguire su un cammino di impegno socialmente responsabile; non di obiettivi, come fossero la meta di quel cammino, che di fatto non può avere termine.

Non esistono imprese socialmente responsabili e imprese irresponsabili: esistono imprese più o meno in ascolto delle istanze della csr, più o meno capaci di intuire il futuro che verrà, più o meno in cammino. Ma le imprese non possono essere le uniche a decidere se intraprendere o meno quel percorso, né come farlo: #occupycsr, perché la csr riguarda me.

Twitter @andytuit

 

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