Ricchi e Poveri

08/04/2013

paradossi

A Milano la politica degrada il design

Domani apre a Milano la “design week”. È un appuntamento di grande importanza per la vita della città, perché attira 300mila visitatori (generando un indotto in 5 giorni di 240 milioni di euro) e perché attesta la vitalità di un settore creativo e imprenditoriale, che è un settore chiave per l’economia di tutto il territorio.

Alla vigilia della settimana però la Giunta Pisapia ha preso una decisione incomprensibile: licenziando Stefano Boeri, ha scorporato le deleghe di Moda e Design dall’Assesorato alla cultura assegnandole alle Attività produttive. «Sono state trattate come non fossero un ambito rilevante. Invece sono la nostra unica carta internazionale», ha commentato uno dei più importanti e noti designer attivi a Milano, Fabio Novembre. Perché è un errore scorporare moda e design dalla Cultura? Tra provincia di Milano e provincia di Monza sono circa 34mila le imprese creative produttive che operano nella filiera del design. Lo si può vedere come settore produttivo e chiudere lì la faccenda. Ma questa è un’ottica tutta novecentesca, che non coglie (e quindi non favorisce) la peculiarità di questo settore. Il design è cultura applicata: per questo va considerata come la più importante industria culturale probabilmente non solo milanese ma italiana. C’è purtroppo una visione vecchia che continua a bloccare tutti i dinamismi all’interno della nostra società, e spacca la sfera della cultura che ha una funzione di intrattenimento, da quella dei mondi produttivi che proprio dalla contaminazione continua con la cultura generano innovazione e quindi fatturati. Se non si capisce questo legame genetico, purtroppo non si capisce nulla di Milano. È un legame doppiamente importante, perché sviluppa competenze e know how di altissimo gusto e qualità e dà vita anche ad una cultura non accademica, e capace di tenersi in rapporto con la realtà.  Nei fatti però assistiamo al paradosso che una Giunta partita sotto le migliori aspettative si sia ripiegata in una visione vecchia e ingessata della città. Mentre, all’opposto, le migliaia di persone che verranno a Milano sono richiamate dall’immagine di una città dinamica, che però non trova nessuna rappresentazione nella politica amministrativa. Diceva Gio Ponti, uno dei grandi architetti e designer che hanno lavorato e prodotto a Milano nel secolo scorso: «Non è il cemento, non è il legno, non è la pietra, non è l’acciaio, non è il vetro l’elemento più resistente. Il materiale più resistente nell’ediliza o nel design è l’arte». La politica, purtroppo, non ha capito questa verità elementare, ed è rimasta ancora all’età della pietra

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27/03/2013

paradossi

Da Pechino a New York, tutti per Boeri

Avevo scritto che la cacciata di Boeri era una sconfitta per Milano. Ed ecco che ora arriva una lettera a conferma di questo,  inviata a Giuliano Pisapia e firmata da 40 personalità mondiali di primissimo piano, architetti, design, artisti, critici, fotografi, registi.«Egregio sindaco Giuliano Pisapia», vi si legge, «è con rammarico e disappunto che apprendiamo che a Stefano Boeri sono state ritirate le deleghe alla Cultura, Moda e Design per la città di Milano…. Questo licenziamento immotivato priva Milano di uno dei suoi punti di forza, di un individuo con intelligenza, energia, motivazione e una rete globale di relazioni capaci di rendere Milano protagonista senza rivali sulla scena europea del XXI secolo».

La lettera ovviamente chiude con la richesta di «mettere da parte le differenze personali e, per il bene della città» a riconsiderare questa decisione. Seguono le firme, che vanno da Zaha Hadid a Li Hu, da Marina Abramovic ad Amos Gitai, da Okwui Enwezor a Jean Nouvel. Insomma un parterre impressionante per autorevolezza. Ma la cosa che più colpisce sono le città da cui vengono questi firmatari: c’è tutto il mondo, da Pechino a Città del Mesico, da New York a Berlino, da Dakar a Tirana e così via. Anche i mondi nuovi sono presenti. Milano aveva la chance di mettersi al centro di questo crocevia creativo globale: tutti le riconoscevano questo ruolo ed erano pronti a giocare su Milano carte importanti. Una faccenda di un’elite? Nient’affatto: la convergenza di tante intellgienze sulla città significa fare di Milano una capitale dell’industria culturale del XXI secolo. Con tutto che ciò comporta in termini di lavoro, di chance per i giovani, di futuro. O si capisce che Milano è questa, che la cultura qui non è affare di pochi ma affare di tanti; che moda, design, editoria, architettura, arte sono luoghi di operatività e generatori di pil, oppure siamo ostaggi di un’idea di città un po’ patetica, dove contano apparati (politici o economici che siano) sempre meno capaci di rinnovarsi e di incidere.

Giuliano Pisapia avrà il coraggio di ripensarci?

Qui il testo della letera e le firme  Open Letter to Mayor Pisapia

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19/03/2013

paradossi

La cacciata di Boeri, una sconfitta per Milano

Metto le mani avanti: ho sempre avuto grande stima di Stefano Boeri e quindi questo intervento è certamente un intervento di parte. Chiarito questo, sono convinto, che comunque la si pensi, la cacciata dell’Assessore alla Cultura dalla Giunta milanese rappresenti, oltre che un autogol politico, un atto grave nei confronti della città. Provo a dimostrarlo.

Punto primo. La scelta di Boeri alla Cultura era stata sin dall’inizio una scelta che qualificava la nuova giunta milanese. La qualificava politicamente perché metteva in squadra anche lo sconfitto delle primarie, dimostrando una compattezza dello schieramento. Ma la qualificava anche per il curriculum del personaggio, forte di una consolidata rete di rapporti a livello internazionale, grazie in particolare alla direzione di due riviste prestigiose a livello globale come Domus e Abitare: il profilo giusto per traghettare la politica culturale della città verso la scadenza del 2015, per aprire orizzonti larghi, per convogliare contributi di peso. Avere un assesore alla Cultura il cui nome sia noto a Parigi o a Londra è un fattore di non secondaria importanza.

Punto secondo. Boeri, com’è dimostrato dalle lettere di appoggio arrivate alle prime avvisaglie della manovra che si stava preparando ai suoi danni, ha saputo coagulare attorno a sé un consenso trasversale. Ha messo a collaborare forze vive della città senza guardare troppo alle appartenenze. In questo si è dimostrato molto libero e anche molto innovatore. Si è dimostrato capace di sperimentare una sorta di nuova chimica culturale, molto più dinamica, più vicina a quelle esperienze reali che rendono Milano una città sempre eccezionalmente creativa. Le ha convinte a uscire allo scoperto, a fare rete, a essere un fattore di contaminazione. L’esempio di BookCity e del suo successo del tutto imprevisto nonostante i tempi stretti per prepararlo e la ristrettezza dei mezzi, è lì a dimostrarlo. Milano città vitale, appena ha avuto a disposizione uno spazio intelligente in cui raccontarsi, è andata oltre le aspettative.

Punto terzo. Nel programma a cui l’assessore alla Cultura stava lavorando c’erano progetti destinati a segnare nel profondo l’immagine della città. Progetti nati spesso da condivisioni molto larghe e trasversali e che rompevano tante ingessature di cui Milano è stata vittima da molti anni a questa parte. Boeri non ha lavorato su idee spot, ma ha cercato di seguire linee più ambiziose, che fossero un investimento vero rispetto al futuro e non semplici operazioni da marketing culturale. Interrompere oggi questi cantieri è quindi doppiamente dannoso: perché si sperperano risorse già investite e si priva la città di un qualcosa che sarebbe diventato valore aggiunto per tutti. Non so che ne potrà essere ora della Grande Brera; del museo delle Culture all’Ansaldo, delle varie donazioni di archivi che grazie alla garanzia data da una persona come lui stavano finalmente tornando a orientarsi su Milano. In particolare mi chiedo che ne sarà del progetto che mi sembra rappresenti meglio la politica di Boeri, vale a dire la risistemazione di quel grande capolavoro “dimenticato” (una delle più straordinarie sculture della storia) che è la Pietà Rondanini di Michelangelo. Credo che l’idea di portare, in attesa della nuova collocazione al Castello, la Pietà per un breve periodo al carcere di San Vittore sia uno di quei gesti di “cultura civile” che avrebbero potuto segnare profondamente la coscienza della città, riattivando un rapporto vero tra l’arte e le urgenze della vita. Che un assessore che viene da una cultura laica avesse colto il significato umano di quell’immagine pur così chiaramente religiosa, che ne avesse proposta una valorizzazione così coerente e insieme così aperta alla comprensione da parte di tutti, mi è sembrata un’opportunità straordinaria per Milano. Non so ora che ne sarà, visto che il progetto era legato alla rete di rapporti (anche con la realtà carceraria, con i volontari, con gli operatori) che Boeri aveva costruito tenacemente in questi mesi. La sensazione triste è che sarà una grande occasione perduta per Milano.

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08/02/2013

trend

“Wikipedia Zero”, ricetta anti digital divide?

Sono interessanti le statistiche di Wikipedia per capire il grado reale di penetrazione del web nel mondo. L’edizione inglese assorbe il 44% del traffico di tutto il sistema wikipedia (l’enciclopedia attualmente è in oltre 200 lingue…), e per il 43% è usata da utenti americani. La seconda, quella in lingua spagnola, segue a distanza siderale: ha l’8,3% di share, ma qui c’è il Messico in prima posizione con il 25% degli utenti. Nel complesso però il dato evidente è che l’iuso di Wikipedia nei paesi in via di sviluppo è molto basso in termini assoluti e ancor più basso se rapporto al numero di popolazione. La cosa è chiara nella versione francese: l’85% degli utenti sono europei, mentre l’africa francofona incide per il 2%. Questo accade mentre invece il gap sulla telefonia mbile si sta sostanzialmente chiudendo: se i paesi sviluppati ormai sono oltre la media di un cellulare per abitante, i paesi in via di sviluppo sono all’85%. In termini assoluti il sorpasso è già avvenuto in termini clamorosi: due miliardi contro cinque. La cosa si spiega con il fatto che gli apparecchi costano poco e spesso hanno duplice e triplice vita. Degli apparecchi in ciorcolazione l’85% oggi è dotato di navigatore, ma solo il 15% ne fa uso. I motivi sono molteplici: fragilità delle reti, pesantezza dei contenuti che viaggaino via Internet.

Per questo Wikipedia Foundation ha lanciato lo scorso anno un progetto molto interessante, ribattezzato WikipediaZero, testato in Niger e in Kenya. Si tratta di una versione estremamente alleggerita dell’enciclopedia (senza foto, abbattendo di un terzo il peso delle pagine). Un accordo con un operatore ha fatto sì che la consultazione di WikipediaZero avvenga senza costi per l’utente. Il risultato è stato immediato: in Niger più 77% di consultazioni in quattro mesi, in Kenya più 87,7%.

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18/01/2013

paradossi

La svalutazione del lavoro

“Italia Meno competitiva. Ora la Spagna ci batte”. Titola così in prima pagina il Corriere della Sera una delle consuete analisi depressive che si abbattono ogni mattina sugli italiani. La firma è autorevole: quella di Federico Fubini. A pagina 9 troviamo l’articolo con un grafico molto teatrale. È un grafico che identifica il tasso di cambio effettivo di sette paesi che hanno la moneta unica. È un tasso cioè corretto con i costi unitari di lavoro. Spiega Fubini che dal 2008 ci sono paesi che hanno “svalutato” questo tasso di cambio del 35% come l’Irlanda o del 12/15 come Grecia e Spagna, mentre per l’Italia questo tasso di cambio sarebbe salito di 5 punti. Non potendo svalutare la moneta che è uguale per tutti, in questi 5 anni ci sono stati paesi che hanno svalutato un altro fattore per cercare di restare competitivi: il lavoro e il suo costo. Il risultato è che oggi Spagna e Grecia stanno diventando paesi appetibili per la grande industria che sta già portando lì alcuni impianti automobilistici.

Mi sembra curiosa questa storia: in sostanza si dice che per uscire dalla crisi i paesi che hanno abusato della leva del debito possono solo lavorare di più, con meno diritti e  per meno soldi. Nella stessa pagina lo stesso giornale presenta invece gli ultimi dati del Wto in cui si analizzano le ragioni degli ottimi risultati dell’export che l’Italia ha avuto lo scorso anno. Si scopre che i settori in crescita sono quelli legati alle produzione di qualità e ai servizi (+ 6,6% dei beni durevoli). Che l’Italia non punta solo sui mercato emergenti, ma che è forte anche sui mercati forti come quello tedesco e Usa. Che il suo export ha un buon valore aggiunto, tenuto conto anche della penuria di materie prime che caratterizza il nostro paese. L’Italia è seconda nella Ue, con un saldo della bilancia commerciale che sfiora i 10 miliardi.

Qual è la morale? Che forse la vera soluzione per essere competitivi è quello di alzare la qualità del lavoro, è  investire sul capitale umano, invece che pensare di ridurre i costi come ossessivamente propongono quei liberal che hanno ispirato la riforma Fornero. Ridurre i costi significa poi nei fatti aumentare quella forbice già già oggi impressionante tra stipendi medi e quelli dei manager. E in una società che reclama uguaglianza a tutti livelli, sarebbe paradossale che l’unico disuguaglianza feroce restasse quella economica.

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04/01/2013

Numeri

India, impossibile vivere da donna

A volte si guarda il mondo con occhi davvero infantili. Lo sguardo dell’Occidente sull’India ad esempio è sempre stato viziato da un’aura mitica, facendone una bandiera della tolleranza pur nella povertà. Le cose, abbiamo scoperto in questo passaggio d’anno non stanno propriamente così: il dramma delle donne violentate venuto finlamente alla ribalta rivela una faccia di quel grande paese che nonè mai stata doverosamente raccontata. Eppure qualche avvertimento era arrivato: a giugno una indagine TrustLaw della Thomson Reuters Foundation sui Paesi del G20, realizzata tra 370 specialisti di questioni di genere, aveva messo l’India all’ultimo posto per quanto riguarda la condizione femminile. Addirittura dopo l’Arabia Saudita.

Innazitutto la donna ancora prima di nascere ha molte probabilità di essere abortita: il recente censimento ha rivelato che la popolazione infantile sotto i 6 anni di età, presenta una distorsione evidente: 83 milioni di bambini contro 76 milioni di bambine, con uno scarto di 7 milioni. Ciò significa un “deficit” pari a 0,5-0,6 milioni di bambine all’anno. Il deficit, come spiega il sito neodemos, si è aggravato rispetto al 2001 ed è tecnicamente dovuto, senza dubbio, alla diagnosi precoce del sesso durante la gravidanza, sullo sfondo di una preferenza, da parte dei genitori, per un bambino maschio. Secondo uno studio di «Lancet», negli ultimi 30 anni in India sono state sottoposte ad aborto selettivo 12 milioni di bambine.

Poi c’è il tema delle dote: una donna viene uccisa ogni ora per impossessarsi della sua dote (sono i dati relativi al 2010 dell’Ufficio nazionale indiano per le statistiche sul crimine). Spesso bruciata con il kerosene per fingere un incidente domestico. «La tradizione», ha spiegato Sophie de Heredia, «vuole che si dotino le proprie figlie per compensare il fatto che, alla morte del padre, non hanno diritto ad alcuna eredità. quando un padre smette di pagare il suo “debito” per la figlia? Semplice, i suoceri la uccidono. Solo così, infatti, il figlio potrà risposarsi con una donna più ricca». E poi la piaga angosciosa degli stupri: gli ultimi dati disponibili a livello nazionale, risalenti al 2010, parlano di oltre 22mila stupri denunciati nel Paese, in gran parte fatti da persone che conoscevano la loro vittima.

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11/12/2012

paradossi

Opposti destini su un marciapiedi di San Francisco

Quante cose racconta questa foto! Justin Sullivan, autore dello scatto, ha colto in un istante due vite che più lontane non si potrebbe immaginare e che pure abitano la stessa città. Siamo a San Francisco, una città paladina dei diritti, che però deve coesistere con un feneomeno che non riesce a combattere: gli homeless sono in aumento, e cambiano profilo. Un tempo erano soprattutto veterani di guerra che non si persuadeavno a rientrare in una normalità, oggi sono famiglie che con la crisi hanno perso anche la casa. La ragazza della pubblicità ammicca felice. Della donna che cammina davanti a quel megaposter invece non vediamo la faccia: la tiene rivolta verso terra quasi a voler nascondere al mondo la propria umiliazione. Dai capelli a caschetto abbastanza curati, da quella camicetta vecchio stile sembra di poter dedurre un livello di benessere recente ora perduto. Nei sacchetti che porta con sé probabilmente è raccolto tutto quel che le resta. Esito amaro che fa capire quanto di fatuo ci sia in quel sorriso che sbuca alle sue spalle. Un sorriso che vorrebbe farci riempire sacchetti in ben altro modo e con ben altra felicità.

Si potrebbero dare tanti numeri per far capire come la condizione di questa donna piegata non sia affatto “marginale”: ben 50 milioni persone (49,7 milioni per l’esattezza) che vivono sotto il livello di povertà e rappresentano il 16,1% della popolazione degli Stati Uniti, secondo gli ultimi dati resi noti dal Census Bureau. Per tamponare questa emergenza l’America ha speso la cifra-record di 78 miliardi di dollari all’anno per lo Snap (Supplemental Nutrition Assistance Program), la prima linea di difesa contro la fame per le persone a basso reddito. Erano 30 miliardi quattro anni fa…

Forse rende meglio l’idea questo grafico: fatto 100 il livello di reddito del 1979, ecco com’è andata all’1% più ricco della popolazione (redditi triplicati) e com’è andata invece al 90% “basso” della popolazione: redditi piatti a fronte di una vita comunque sempre più cara, aspettative di crescita e miglioramento inesistenti. Come si vede il rischio povertà nella nazione più ricca del mondo non è una questione affatto marginale.

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13/11/2012

paradossi

Com’è pericoloso esser ciclisti in Italia

Nell’anno in cui le vendite di biciclette hanno superato per la prima volta quelle delle auto in Italia (1,750 mln contro 1,748), i ciclisti si sentono sempre più a rischio. Il caso della giovane scout travolta a Lodi, sulla strada provinciale 159, ha scosso tutti. Altea Trini aveva 17 anni, tornava dalla gita domenicale con il suo gruppo Lodi2, pedalando in fila indiana sul ciglio della strada. All’altezza di Casalmaiocco, in piena campagna, ad un incrocio una Range Rover bianca è spuntata a grande velocità, travolgendo Altea, che chiudeva la fila. La ragazza è stata trascinata 200 metri lontano, l’auto si è fermata nei prati 300 metri più in là. Erano le 16,05, quindi le condizioni di visibilità erano ideali. L’uomo al volante è risultato con un tasso alcolico tre volte superiore al tollerato, ma ne sono state accuratamente coperte le generalità (dalle foto è stata cancellata anche la targa). Per lui sospensione della patente in attesa «di delineare ulteriori ipotesi di reato», hanno spiegato gli inquirenti. Come sottolineano dal sito promosso dalla famiglia di Lorenzo  Guarnieri, un ragazzo di 17 anni morto nel 2010 al parco delle Cascine di Firenze travolto da un’auto guidata da un uomo in stato di ebrezza, in Italia se rubi una bicicletta hai processo per direttissima e condanna a un anno e sei mesi, mentre se metti una bici sotto le ruote della tua auto puoi tornare a dormire a casa tua…

È una questione su cui è tornato giustamente anche Matteo Renzi, ieri sulla sua pagina di Facebook: «Con la famiglia di Lorenzo Guarnieri abbiamo lanciato due anni fa un’iniziativa che si chiama www.omicidiostradale.it Queste sono cose di cui la politica non parla quasi mai». La politica è inerte me le persone si muovono: in Italia sono centinaia le associazioni di ciclisti urbani. Per il 16 novembre hanno indetto la loro prima giornata di protesta, con raduni alle 19 di sera nelle maggiori città italiane; una protesta guidata da #salvaiciclisti «un movimento popolare e spontaneo indipendente da partiti e associazioni che chiede alla politica interventi mirati per aumentare la sicurezza dei ciclisti sulle strade italiane sulle quali sono morti negli ultimi 10 anni 2.556 ciclisti». Quest’anno i numeri parlano di un’escalation davvero inquietante: 217 ciclisti travolti ad oggi, quasi uno al giorno (erano stati 282 nel 2011). Non è ancora arrivata l’ora di metter un freno?

 

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31/10/2012

trend

Cosa rivela quel meno 27% di benzina in autostrada

Con la crisi ci dobbiamo abituare a rivedere certe proiezioni sul futuro.  In genere si va di default, e si pensa che tutti i numeri debbano crescere, e che tutt’al più rallentare nella progressione. Invece con la crisi dobbiamo arrenderci a tanti numeri in discesa. Non solo il Pil, s’intende. L’esempio che mi ha suscitato questa riflessione è quello del traffico autostradale. Ci sono dati davvero impressionanti, che non vengono sbandierati forse per creare un effetto domino: nei primi sei mesi dell’anno i consumi di benzina in autostrada sono crollati del 27% (poco meglio è andato per il gasolio, a meno 19%). Un dato che deve fare riflettere perché è superiore persino alla crescita pur abnorme del prezzo della benzina (+ 17% nello stesso periodo). Insomma, le strade si svuotano, i grandi intasamento dei ponti diventano un ricordo: è infatti soprattutto il traffico leggero a calare. Mi ha anche colpito la notizia data da Dario Di Vico, che nel 2012 ben otto gare per assegnare la gestione di nuovi autogrill sono andate deserte. E tra queste otto ce n’è una che sino all’altro ieri avrebbe fatto gola a tutti: quella prevista a Caravaggio sul percorso della nuova Brebemi, l’autostrada che unirà Brescia a Milano, attraversando la parte più ricca della Lombardia. Se non ci si candida per un’area così significa che chi nel nostro paese ha acume imprenditoriale percepisce che questo trend è un trend senza ritorno.

E allora viene da andare a rileggere le profezie degli esperti che incautamente e quasi meccanicamente continuano a prevedere per il 2050 situazioni da ingorghi apocalittici. E vien da credere che tanti cantieri aperti per spianare nuove strade e autostrade sono davvero un po’ anacronistici: risposte a una domanda che non si porrà più nel prossimo futuro.  A qaunto pare la stessa mitizzata Brebemi è sovradimensionata.

Dobbiamo iniziare a immaginare il futuro con parametri diversi, abituarci psicologicamente ad accettare il fatto che non saremo più ricchi, né più veloci, né più globali. Per capire se la metabolizzazione di questo declino dei numeri verrà vissuto come un lutto o come stimolo a pensare la crescita in altri termini e secondo altri parametri. Ma senza raccontarci favole, perché nessuna decrescita è bella.

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16/10/2012

trend

Terremoti globali. In Cina 100mila nuovi laureati al giorno

Sono numeri che fanno impressione quelli resi noti dall’Ocse sulla crescita della popolazione laureata nel mondo. Sono numeri che danno l’idea dell’eclissi rapidissima che potrebbe subire l’Europa negli anni prossimi venturi. Oggi nella classifica dei 10 paesi con maggior numero di laureati sono presenti tre stati europei, seppure in coda: Uk, Germania e Francia. Nel 2020 questi ultimi due scenderanno di molte posizioni, scalzate da Indonesia e Brasile, che nel 2000 non erano neppure tra i primi venti. Impressionante la progressione della Cina, che porta alla laurea ogni anno 34 milioni di giovani, vale a dire quanto la popolazione intera del Canada. Pechino ha una progressione esponenziale di due milioni di studenti in più ogni anno, il che significa che se una università è misurata per 20mila studenti, ogni anno ne devono essere aperte 100, cioè due alla settimana. Tengono botta gli Stati Uniti, che dalla prima posizione del 2000 scenderanno nel 2020 alla terza, superati da Cina e anche da India, pur toccando un livello record di  22,2milioni di laureati annui. Ma la Cina a quella data sarà a 58milioni e l’India a 23,8. Importante anche il ritorno della Russia che nel 2020 occuperà il quarto posto con ben 14,1 milioni di aluerati. Alle saplle spunta l’Indonesia con 11,2. Il Brasile sarà ottavo a 6,8. I Brics non sono solo un acronimo neutro, sono le forze del futuro.

Si eclissa il Giappone in grande crisi demografica, cala anche il fenomeno Corea: insomma, nel futuro non lontano dobbiamo davvero apsettarci un mondo profondamente diverso. E la domanda è che ne sarà dell’Europa? (A proposito: l’Italia non compare nelle classifiche). In un mondo che sfornerà 208milioni di laureati, con il vecchio continente che a stento si assesterà sul 10%,  quali saranno le nuove leadership? E quanto questi laureati diventeranno ingranaggi di una nuova tecnocrazia che ha saputo sfornare intelligenze allineate e obbedienti? Che sbilanciamento avremo tra studi tecnici e quelli umanistici? questi saranno destinati verosimilmente a essere straordinariamente residuali? (Anche se l’amico Doninelli, in un suo viaggio in Cina restò impressionato da quanti studenti fossero alle prese con Dante…)

 

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