Robe da chiodi Perché penso, come ha detto qualcuno, che la storia dell’arte liberi la testa
Ma qual è il Van Gogh rubato al Mahmoud Khalil Museum del Cairo? Su quasi tutti i giornali italiani è apparsa l’immagine di un Vaso di papaveri, margherite e peonie conservato in realtà al Ministero della Cultura olandese, in prestito permanente dal Museo di Otterloo (immagine a sinistra). Evidentemente non è quello il quadro sparito. L’equivoco è nato dal titolo fatto girare da qualche agenzia: un vaso di papaveri. In realtà il quadro è un altro, Vaso di viscarie e altri fiori (che potrebbero essere in effetti due papaveri), dipinto negli stessi mesi del 1886 (immagine a destra). È il momento in cui Van Gogh sente con più intensità l’influsso di Monticelli, il grande e oscuro maestro marsigliese a cui lui guardava con l’occhio devoto del discepolo. Questo era il vero indizio che poteva aiutare a riconoscere il quadro, perché di Monticelli si parlva nella descrizione dell’opera, per via quei toni terra che discendono proprio da lui. Per altro la tela non è piccola come è stato scritto ma è di 65 x 54 cm.
La cosa curiosa è che se su Google si fa ricerca in italiano esce l’immagine sbagliata. Se la si fa in inglese ece invece il quadro giusto. Vorrà dir qualcosa?
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: Van Gogh
Il ministero dei Beni culturali festeggia un dato positivo di ingresso ai musei italiani nel primo semestre 2010. Più 12,20% annuncia il manifesto. Il dato è relativo ai musei statali. Il numero complessivo è di 18.430 mln di visitatori, con un numero davvero spropositato di visitatori a ingresso gratuito (11,552 mln, più 16,5%). Sarebbe interessante capire chi c’è in questo esercito di “portoghesi”: tutti under 18 e over 65?
Sin qui i numeri. Un po’ confusi ma positivi. Il gran pasticcio avviene con l’immagine che accompagna la comunicazione. È il Ritratto di personaggio maschile, con berretta rossa di panno in testa, che però è conservato alla National Gallery di Londra. Davvero strana la scelta: quasi che nei musei italiani mancasse un quadro adeguato a desiderata di questi demenziali comunicatori. Che in realtà non si sono limitati a questa scelta davvero improvvida, ma si sono permessi di ritoccare in photoshop il quadro di Antonello per correggergli a tradimento la bocca, intervenendo sulle labbra che nel manifesto sembrano quelle dipinte da uno dei madonnari da strada. Il tutto per assecondare (immagino) la geniale idea di accendere un sorriso sul volto del misterioso personaggio.
Se proprio volevano un Antonello con il sorriso ce l’avevano a portata di mano in territorio italiano, al Museo Madralisca di Cefalù (Ritratto di ignoto marinaio, con un leggendario sorriso stampato sul viso).
Continua a leggere... | Nessun Commento | Tag: antonello da Messina
In genere non amo i musei di arte contemporanea, proprio perché amo l’arte contemporanea: che è forte e tiene svegli proprio in quanto non ha casa, in quanto fiorisce e poi accetta di dissolversi, in quanto osa anche con il rischio di sconcertare. L’arte contemporanea deve stare su piazza, cioè sul mercato. Deve accettare di stare nel disordine del mondo: quando cerca consacrazione e si infila in luoghi tutti infighettati, ci muore dentro.
Il MAXXI, che ha aperto in pompa magna a Roma, nella sua concezione, è appunto uno di questi luoghi. È un museo impegnativo sotto ogni profilo: quello dei costi innnazitutto (150milioni per realizzarlo, tanti soldi per gestirlo); impegnativo sotto il profilo architettonico: è stato affidato infatti all’architetto più ammirato di questo inizio di millennio, Zaha Hadid, che ha realizzato una struttura certamente di grande fascino ma che chiede una programmazione complicata e ambiziosa. Per di più, come è successo per il celebre Guggenheim di Bilbao è un contenitore che tende a mangiarsi il contenuto. Difficile concepire una mostra che non naufraghi in quegli spazi imprendibili e spaesanti concepiti dall’architetta irachena naturalizzata londinese.
Continua a leggere... | 2 Commenti | Tag: Angela Vettese, Maxxi, musei
Giustamente tempo fa Flaviano Zandonai dal suo Blog lamentava il fatto che quando in un giornale entra un articolo di riflessione sul tema del lavoro il corredo iconografico fosse sempre quello del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Non è possibile che l’arte in oltre un secolo non abbia sviluppato un’altra immagine del lavoro efficace ed emblematica quando quella? Il lavoro rappresentato da Pellizza sembra aver poco a che vedere con la realtà del lavoro di oggi. È un lavoro che divide palesemente la società in classi, schema che oggi appare molto più sfumato, per quanto permenga un enorme forbice tra redditi alti e redditi che un tempo si sarebbero definiti “proletari”. [...]
Continua a leggere... | 1 Commento | Tag: Gabriele Basilico, Jeff Koons, Lavoro, Pellizza da Volpedo
Giuseppe Panza di Biumo è stato uno dei più grandi collezionisti d’arte contemporanea del mondo. È morto sabato scorso a 87 anni, lasciando numeri che danno l’idea della sua importanza. Ve li riassumo, per aiutarvi a farvi un’idea. 150 sue opere sono oggi al Museum of contemporary art, il Moca, di Los Angeles (tra le quali il fantastico gruppo di opere di Rothko e di Rauschenberg); 350 sono oggi di proprietà del Guggenheim; 200 sono state donate al museo Cantonale di Lugano; 60 sono al Mart Rovereto; 133 più 45 ambienti a Villa Panza, a Biumo, appena fuori Varese, nella sua casa donata al Fai.
Giuseppe Panza era un uomo pacifico: non c’è bisogno di averlo conosciuto per capirlo. Basta guardare le opere che raccoglieva. Se c’è un filo conduttore che lega le migliaia di quadri che hanno fatto parte della sua collezione probabilmente è quello di un’arte in cerca di armonie più profonde con la vita. L’arte per Panza era risonanza di un assoluto, eco di un equilibrio che andasse oltre la drammatica dialettica della storia. Tra gli antichi amava Beato Angelico ed è una preferenza molto coerente. Gli autori con cui ha rempito pareti ed ambienti della magnifica villa di Biumo, si muovono tutti su registri con spostamenti infinitesimali. Sono i campioni di un minimalismo mai banale, anche quando esasperato. Monocromi che vibrano di differenze impercettibili, quadri o installazioni che hanno il suono misterioso del silenzio. Che sono incorporei come i pensieri. (Andate a Biumo, anche solo per fare l’esperienza del Varese corridor, capolavoro al neon di Dan Flavin).
Certamente nella testa e nel cuore di Panza queste erano immagini riflesse di un paradiso; echi di un bello che oggi dovrebbe sperimentare nella sua pienezza. In realtà mi permetto di fargli un altro augurio: di aver scoperto oggi che il Paradiso è molto meglio, che non è un vuoto ma un pieno. Che la purezza non è un’assenza ma una presenza. Soprattutto che il Paradiso è pieno di quei corpi (lassù redenti) che per coerenza con la propria sensibilità e il proprio cuore, ha lasciato sempre fuori dalla porta delle sue straordinarie collezioni.
Continua a leggere... | 1 Commento | Tag: Dan Flavin, Giuseppe Panza
La macchina delle grandi mostre funziona così: enorme battage prima dell’inizio, con presentazioni su intere pagine. Poi cala il silenzio. Ad esempio del Caravaggio romano avremo letto centinaia di articoli di lancio, ma nessuna recensione. Personalmente ne ricordo una sola, firmata Simone Facchinetti, pubblicata dall’Eco di Bergamo, oltre che una nota sintetica e intelligente pubblicata sull’ultimo Giornale dell’Arte. Per questo mi fa piacere pubblicare uno stralcio della recensione che Laura Auciello, appena laureatasi a Roma in Storia dell’arte (tesi su Raffaellino del Garbo), mi ha fatto avere. Che abbia un occhio attento lo dimostra questa notazione utile che metto in testa: è quella relativa ai giorni buoni per vedere la mostra, senza essere troppo penalizzati dai quadri che prima ci sono e poi spariscono. Laura consiglia il periodo dal 15 aprile al 17 maggio (arriva la Flagellazione di Napoli, anche se nel frattempo Il riposo durante la fuga in Egitto è partito per Genova)… Molto più complicato invece vedere Caravaggio a Siracusa, dov’è conservato quel capolavoro che è il Seppellimento di Santa Lucia. Un amico mi ha mandato il cartello degli orari via Mms: potete vederlo dalle 11 alle 14 e dalle 17 alle 19, lunedì escluso… Ecco la recensione di Laura Auciello. [...]
Continua a leggere... | 6 Commenti | Tag: Caravaggio, Laura Auciello, Simone Facchinetti
Recentemente Exibart, che oltre ad essere un sito molto frequenato è anche un bel giornale free pubblicato quattro/cineu volte all’anno, ha realizzato un’inchiesta in più puntate sulle gallerie d’arte non profit. Il panorama è molto più vasto e ricco di quanto non credessi, riguarda ovviamente in paretiolare Milano ma è esteso in tutyt’Italia con bellissime esperienze al Sud: segno che tra arte e non profit si è stabilito un link molto interessante il cui presupposto credo sia la libertà. Ebbene, anche queste tantissime strutture non profit in questi giorni sono state colpite dallo sventurato decreto del governo che nell’arco di due giorni ha eliminato tutte le agevolazione sulle tariffe postali, aumentandole così di cionque volte. Dal 1° aprile un invio per far conoscere una mostra rischia di trasfomarsi in un salasso. E meno ci si fa conoscere meno impatto si ha, meno opportunità si offrono ai nuovi talenti che cercano spazi liberi per farsi giudicare e per crescere. Anche loro quindi firmeranno in massa la petizione lanciata da Vita.it (a proposito voi avete già firmato?).
A nome di tutti raccogliamo questo commento di Gabriella Arrigoni e Michela Gulia che hanno dato vita a Milano allo spazio Harpa. «Le chance per iniziative come la nostra sono potenzialmente molte. Non pensiamo che sia una pia illusione, anche se c’è tanto lavoro da fare. Ma per poter sopravvivere, servirebbe che le istituzioni valutassero adeguatamente l’offerta che queste strutture offrono: la pluralità, come ogni forma di democrazia, necessita di una struttura di sostegno che non è solo economica ma anche culturale». Esattamente l’opposto di quel che è accaduto.
Continua a leggere... | 1 Commento | Tag: non profit, poste
Tra gli 800 oggetti che popolano il nuovo Museo del Design aperto alla Triennale di Milano (un museo “effimero” che dura un anno: il design museificato è una contraddizione in termini…), c’è anche la Tommaso’s box. L’autore è Tommaso Tani, uno studente aquilano, che ha messo in una scatola un pugno di macerie della sua città e ha girato in lungo e in largo chiedendo a tutti un commento da scriverci sopra. [...]
Continua a leggere... | 2 Commenti | Tag: Alessandro Mendini, Davide Rampello, milano, museo del Design, Triennale
Oggi san Giuseppe e festa del papà. Le più belle immagini che mi vengono in mente sono tutte religiose, legate a quel grande santo, che è diventato santo restando sempre dietro le quinte. Ma c’è anche un’immagine memorabile e molto laica: è una tela di Van Gogh, si intitola i “Primi passi“ ed è del 1889. Ci sono due motivi per cui questa tela è inscindibilmente legata alla paternità. Il primo è il soggetto: un papà contadino che a braccia aperte attende i primi passi della sua bambina. Il secondo è la storia del quadro: Van Gogh infatti lo dipinge da “figlio” in quanto copia un soggetto di François Millet, pittore fancese della scuola di Barbizon morto nel 1875. È commovente questo suo atteggiamento di mettersi con umiltà sulla scia di un altro artista che sente come proprio padre. Uno da cui attingere, su cui appoggiarsi. Infatti per essere buoni padri, bisogna innanzitutto avere la coscienza di essere figli (non di “essere stati“, ma di “essere sempre” figli).
Oltre a Van Gogh (che non fu mai padre) un’altra grande visione della paternità è nelle pagine, di pochi decenni successivi, di Charles Péguy in “Véronique”. Ve ne propongo un piccolo estratto:: «C’è solo un avventuriero al mondo, e ciò siu vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia…. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Lui naviga su questa rotta immensamente larga, lui solo non può affatto passare senza che la fatalità si accorga di lui… Gli altri scantonano sempre. Possono permettersi di infilare solo la testa. Lui, lui deve nuotare di spalle, deve risalire tutte le correnti. Deve infilare lespalle, il corpo e tutte le membra. Gli altri scantoneranno sempre. Sono carene leggere, sottili come lame di coltello. Lui è la nave grossa, pesante bastimento da carico».
Continua a leggere... | 3 Commenti | Tag: Charles Péguy, François Millet, Van Gogh, Véronique
Oggi apre a Milano una mostra non so quanto sensata su Goya e la modernità. Sono quelle idee un po’ raffazzonate, in cui si vuole dimostrare che stante un grande tutto quello che viene dopo risente volente o nolente da lui. Il che è un processo mentale di una genericità e di un semplicismo che lascia il tempo che trova. Goya basta da sé (se poi i quadri suoi che si possono avere in prestito non sono tanti e per condire una mostra dai numeri accettabili bisogna attacargli una coda, questo è un altro discorso…).
Comunque alla mostra di Milano c’è un quadro che per me vale da solo il biglietto. È la Lattaia di Bordeaux, dipinta nell’estremo esilio francese. È il ritratto di una ragazza, di quelle che dalla campagna arrivavano in città per portare il latte. Sta sul dorso di un mulo che non si vede, con il contenitore sulla sinistra. Il ritratto è come visto dal basso, e si staglia su un cielo incredibile, immenso e profondo, che si fa via via più luminoso, e si accende nei contorni della figura. Goya dipinse questo quadro usando anche una tecnica spregiudicata, infatti il colore ad olio è mescolato con amido e con sabbia fine, un mix che fa vibrare di luce la materia. Il particolare per me indimenticabile è lo sguardo struggente della ragazza, pieno di desiderio e affondato nella nostalgia. Uno sguardo così antico e insieme contemporaneo. Osservate la bocca socchiusa, come per un gemito che a noi è destinato a restare misterioso. È un’icona della giovinezza, dei suoi fremiti e delle sue timidezze, dipinta da un grande artista che sino all’ultimo giorno si dimostra ingordo di vita.
Goya allora aveva 82 anni, era sordo. Racconta l’amico Moratìn: «Goya arrivò sordo, vecchi, maldestro e debole, senza sapere una parola di francese e senza un domestico, ma contentissimo e desideroso di vedere il mondo». Lavorava in continuazione e, come ricorda sul Corriere Francesca Bonazzoli, in un commovente disegno custodito al Prado con l’immagine di un vecchio che cammina con le stampelle, scrive: «Aùn, aprendo», «Ancora, imparo». Grande Goya!
Continua a leggere... | 1 Commento | Tag: Goya, Lattaia di Bordeaux, milano

Giuseppe Frangi
O meglio perché faccio questo blog: perché penso che la storia dell'arte liberi la testa, perché è stupido vedere 150 mostre all'anno senza lasciare una traccia di pensiero.
Archives
- agosto 2010
- luglio 2010
- giugno 2010
- aprile 2010
- marzo 2010
- febbraio 2010
- gennaio 2010
- dicembre 2009
- novembre 2009
- ottobre 2009
- settembre 2009
- agosto 2009
- luglio 2009
- giugno 2009
- maggio 2009
- aprile 2009
- marzo 2009
- febbraio 2009
- gennaio 2009
- dicembre 2008
- novembre 2008
- ottobre 2008
- settembre 2008
- agosto 2008
- luglio 2008
- giugno 2008
- maggio 2008
- aprile 2008



