Seconda Classe

28/07/2016

PPP (Post Political Politics)

Seconde generazioni: se ci siete, fatevi sentire

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C’erano le seconde generazioni. O forse non ci sono mai state. Ai convegni parlavano, sui social non lesinavano hashtag. Si dicevano rivoluzionari/e – in primavera è semplice, meno quando arriva l’inverno. Già che c’erano hanno mandato qualcuno in parlamento, nei consigli comunali, pubblicato inutili romanzetti, ma giusto per integrarsi nel privilegio. Dire di esserci, non equivale a esserci.

Oggi, che la realtà esplode, ci sono? Non è che forse forse hanno scambiato l’integrazione e la partecipazione – valori imprescindibili – con un logoro e logorante conformismo?

Davanti ai fatti di questi giorni, non si sente più nemmeno il coretto “not in my name, not in my name, not in my name”. Dove sono finiti/finite? Forse non avevano nulla da dire, lo urlavano per questo, per questo scrivevano patetici romanzi e accettavano altrettanto patetici inviti nei salottino della “sinistra al caviale” di tv editoria & affini. Si facevano concorrenza, sgomitavano per una sedia davanti ai riflettori. Patetica illusione di contarsi, per contare. Ogni slogan affonda nell’azzeramento del pensiero o lo produce.

AAA: 2G cercasi. Con idee, non slogan stavolta.

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24/03/2016

PPP (Post Political Politics)

Restaurare l’antica virtù

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“Se vogliamo ricondurre alla nostra fede il nemico e l’apostata è più importante restaurare la morale decaduta e riportarla all’antica regola di virtù, piuttosto che conquistare il Ponto Eusino con la nostra flotta”.

Così Gianfrancesco Pico della Mirandola, nipote del più noto Giovanni

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24/01/2016

Archeologie

Facciamola finita con quelli che dicono “punto”

 

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“Punto”. Uno dice una cosa, non ti lascia nemmeno il tempo di pensare e ci aggiunge “punto”. Esempio: “i diritti. Punto”, “le libertà. Punto” e via punteggiando. Singolare prevalenza: “punto” appare per lo più nei discorsi che si vorrebbero aperti al dialogo. Solo che quel “punto” tutto è, fuorché un invito a dialogare.

Un tempo, quando non volevano ammettere discussioni i buoni padri di famiglia – i cattivi ricorrevano alle sberle – usavano un’altra espressione: “punto e a capo”. L’a capo apriva tutta un’altra scena. Il “punto senza a capo”, semplicemente la chiude. I tempi e le mode sono cambiate, facciamocene l’ennesima ragione. Di sberle guai a parlarne, o ti mandano gli assistenti sociali, ma in compenso il punto guadagna terreno al pari delle slide nei convegni. Mi chiedo spesso che cosa si nasconda dentro la prevalenza del “punto” nel dibattito pubblico e privato. Sicurezza? Forza? Ostinazione?

E perché non aggiungerci il tradizionale “a capo”? Si aprirebbe almeno un altro discorso, si aggiungerebbe al draconiano “punto” la più lieve speranza di un “adesso parla tu”. Invece no, il punteggiare continua. E ne consegue il monologo, o il silenzio – che poi, se non sei a teatro, è la stessa cosa. Il “punto” segue l’inerzia cinetica delle piazze. Segue il brusio del bar sport. Basta una manifestazione ripresa dal tg ed è tutto un florilegio di “punto”. Il “punto” allontana la parola dalla vita e dalla sua concretezza. La riduce a sintomo. Di quale male, chissà. Ma se la parola è malata, diceva Jacques Ellul, tutto è malato.

Forse che il sogno di chi dice “punto” altro non sia che quello del condannato alla pena capitale, di rimanere aggrappato all’esistenza degli altri rovesciandogli contro ” le ultime parole famose”?

Insomma, si sopravviverebbe a patto di prendere il diacritico per i capelli, sperando che la coda lunga della storia faccia il resto. Punto. Diceva Flaubert che alla parola “patibolo” conseguono sempre le ultime parole famose. Poi? Poi arriva il “punto”. E non c’è a capo che tenga. Meglio i tre punti, secondo me.

Il punto, racconta d’altronde una bella poesia di Gianni Rodari, è solo un piccolo dittatore:

Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo,
“Dopo di me – gridava
– verrà la fine del mondo!”

Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”.

Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso 

 

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06/01/2016

Archeologie

Lettera a un ricco di Jean Guitton

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“Sono cattolico perché voglio tutto”, diceva Jean Guitton. Nato a Saint-Étienne il 18 agosto 1901, scomparso a Parigi, il 21 marzo 1999) Guitton è stato un filosofo molto amato da Paolo VI. Fu anche il primo uditore laico al Concilio Vaticano II. Pubblichiamo qui una sua lettera sulla povertà, rivolta a chi è – o si crede – ricco.

*   *   *

Quando Mauriac sì recava a Lourdes, non poteva far penitenza che all’Hotel Hilton, il più lussuoso di tutti. Per distaccarsi dai bassi onori del mondo – mi diceva – bisogna possederli. Sennò se ne muore di voglia. Per poter disprezzare le ricchezze, bisogna essere ricchi…

Ti racconterò la storia di un saggio greco piuttosto cinico. Diogene aveva deciso di mangiare in una ciotola di legno, quando vide un bimbo che beveva alla fontana nel palmo della mano. Diogene buttò la ciotola dicendo: «Quel bimbo mi insegna che sto ancora conservando cose inutili».

Pascal scriveva a un gran signore, a sua volta discendente di un gran signore. Il figlio maggiore del duca di Luynes. «Lei. duca, ha ottenuto le sue ricchezze dagli avi. Ma non è per mille casi diversi che i suoi avi ne sono venuti in possesso? E non e per altri mille diversi casi che le hanno conservate? L’ordine – ciò che voi chiamate ordine – è fondato unicamente sul volere dei legislatori che potranno aver avuto delle ottime ragioni per imporlo, nessuna delle quali però prevede un presunto diritto naturale alle cose che lei crede di possedere. Se i legislatori avessero preferito stabilire che le cose che lei crede di possedere dopo essere state possedute dai suoi avi durante la loro vita, tornassero – dopo la loro morte – allo Stato, lei non avrebbe ragione alcuna di lamentartene».

Tali frasi rivoluzionane ci fanno sentire quanto ciò che noi chiamiamo la proprietà sia cosa provvisoria, aleatoria, fabbricata dagli uomini, prestata da Dio. La vera proprietà non è questa bensì, in fondo, ciò che i cristiani hanno sempre pensato, ma mai praticato: è un regalo che Dio ci ha fatto affinché potessimo arricchire i poveri.

E Chateaubriand aveva detto con ancor maggiore ferocia: «Vi sono bimbi che le madri allattano con seni vizzi, per mancanza di un boccone di pane, vi sono famiglie i cui membri sono ridotti, di notte, ad aggrapparsi l’uno all’altro per mancanza di una coperta». E aggiungeva: «L’enorme sproporzione delle condizioni e delle fortune, finché è rimasta nascosta, è stata sopportabile. Ma appena tale sproporzione è apparsa a tutti in piena luce, le è stato appioppato il colpo mortale. Ricreate – se lo potete – le finzioni aristocratiche, cercate di persuadere il povero, quando saprà leggere bene e non vi crederà più, quando avrà la vostra stessa istruzione, cercate di persuaderlo che dovrà sottomettersi a ogni privazione mentre il suo vicino possiederò migliaia dì cose superflue: non avrete che un’ultima risorsa, ucciderlo».

Allora ti lascio con Pascal e con Chateaubriand e ti consiglio di meditarci un po’ su.

[testo tratto da Jean Guitton, Lettres ouvertes, Payot & Rivages, Parigi 1993].

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11/11/2015

Archeologie Etica PPP (Post Political Politics)

“Quanta, inutile, buona educazione”

«Che me ne faccio di questa persona, così ben difesa dagli imprevisti?», si chiedeva Pier Paolo Pasolini nei versi del suo Padre nostro.

«La buona reputazione, ah, ah! Padre nostro che sei nei Cieli, cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino – che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto – di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?».

Che me ne faccio di questa persona così precisa, responsabile, consapevole, educata. Di questa persona che non sbaglia mai, non cade mai: sempre sulla linea, sempre in equilibrio, il cui spirito quieto è sempre circoscritto dai margini sterili della legge?

Che me ne faccio di una persona che mai si aprirà al “beau danger”, al bel rischio? E il rischio altro non è che la parola. La parola data, la parola presa, la parola detta, la parola scritta. La parola che si apre alle sue conseguenze. Ma la parola di quest’uomo è inoperosa.

Letteralmente: è una parola vana. Verbum otiosum, rende la versione latina di Matteo 12, 36-37.

… dico autem vobis quoniam omne verbum otiosum quod locuti fuerint homines reddent rationem de eo in die iudicii ex verbis enim tuis iustificaberis et ex verbis tuis condemnaberis.

Di ogni parola inutile «gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio. Infatti, in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato».

Parola vuote, verbum otiosum, abbiamo detto. Ma l’originale greco ci dice qualcosa di più. Il greco del Vangelo ricorre all’aggettivo argós, che significa senza opera, inoperoso, improduttivo. «Senza utilità né per chi parla, né per chi ascolta», chiosava San Girolamo.

Questa parola è quella che un tempo si sarebbe detta “senza opera né giorni”, ossia una parola che non muove in azione (alpha privativo + érgon). Una parola che non si muta in atto basta per cadere. Non servono parole cattive. Gesù è chiaro su questo punto: ogni parola che non si tramuti in atto è malvagia.

Ritornano alla mente altre parole, stavolta di Martin Buber, che insegnava: «Ogni conflitto fra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico».

La radice del rapporto fra verità e menzogna, che ha interessato tutta la storia della riflessione occidentale, si gioca proprio qui: sul margine incerto tra parola e azione.

Si gioca sul rischio, su quell’imprevisto che la parola per sua disposizione e natura è. Un rischio che Totò – filosofo sommo – aveva ben compreso: è la parola a farci uomini o caporali.

Senza questo imprevisto, senza questa apertura al rischio, la parola si consegna a un legalismo sterile. Si mette nella gabbia di ciò che Hannah Arendt chiamava «la cospirazione in pieno giorno». Un tempo, scrive la Arendt, si mentiva ai cittadini quando i cittadini non sapevano.

Oggi, al contrario, si mente ai cittadini quando loro possono, almeno in linea di principio, sapere tutto. È questa menzogna assoluta, questa «esposizione assoluta alla menzogna» come la chiama Derrida, a interrogarci oggi. E forse il termine menzogna non è nemmeno adatto a descrivere questa paralisi, questo stallo dove alle parole che si ammassano su parole non conseguono azioni.

«Che me ne faccio di questa persona, così ben difesa dagli imprevisti?», urlava Pier Paolo Pasolini. Già, che ce ne facciamo?

 

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10/11/2015

Gambling

No alla pubblicità dell’azzardo: mobilitiamoci

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Riusciranno i nostri eroi? Riusciranno a non fare l’ennesimo favore a chi non vuole introdurre il divieto totale e assoluto di pubblicità dell’azzardo proposto dal senatore Endrizzi come emendamento alla Legge di Stabilità 2016?

Il governo dice “no problem, e per voce del viceministro Morando ha detto che non ci sono problemi. I parlamentari di ogni schieramento e colore dicono lo stesso. Allora?

Allora bisogna vigilare affinché i membri della V Commissione del Senato non tentino il colpo gobbo e blocchino tutto.

Ma come vigilare? Prima di tutto i nomi dei membri della Commissione, eccoli. In una democrazia realmente partecipata il controllo da basso è tutto, non rinunciamoci!
Presidente: TONINI Giorgio, PDh; Vicepresidente LEZZI Barbara,M5S; Segretari: DEL BARBA Mauro, PD; COMAROLI Silvana Andreina, LN-Aut; MembrI: AZZOLLINI Antonio, AP (NCD-UDC); BARANI Lucio, AL; BELLOT Raffaela, Misto, Fare!; BOCCARDI Michele, FI-PdL; BROGLIA Claudio, PD;  BULGARELLI Elisa, M5S; CERONI Remigio, FI-PdL XVII; CHIAVAROLI FedericA, AP (NCD-UDC)…. [e ci fermiamo, memori di altri tentati colpacci. Ma gli altri nomi li leggete qui ).

Poi? Poi le email: mandare loro una mail semplice e rispettosa ma ferma:

“Cittadine, cittadini e associazioni dicono NO senza se e senza ma alla pubblicità dell’azzardo. Votate l’emendamento Endrizzi. Nessun alibi, nessuna scusa!”
Ecco le mail a cui inviare il messaggio.

Con hashtag #noslot 

giorgio.tonini@senato.it,
barbara.lezzi@senato.it,
mauro.delbarba@senato.it
silvanaandreina.comaroli@senato.it
antonio.azzollini@senato.it
lucio.barani@senato.it
raffaela.bellot@senato.it
michele.boccardi@hotmail.it
michele.boccardi@senato.it
claudio.broglia@senato.it
remigio.ceroni@senato.it
federica.chiavaroli@senato.it
segreteriadali@gmail.com
mario.ferrara@senato.it
vittorio.fravezzi@senato.it
marcello.gualdani@senato.it
paolo.guerrieri@senato.it
silviolai@gmail.com
carlo.lucherini@senato.it
senatore.amandelli@gmail.com
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twitter

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Facciamoci sentire! 

 

 

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17/10/2015

Consumi Etica Gambling

Una modesta proposta

imageAmmettiamolo: a Milano, e forse in tutta la Lombardia, anzi: nell’Italia tutta, c’è un problema. Assumerlo ora, capirne i contorni e le circostanze è importante, ma fondamentale sarebbe svestire il problema, denudarlo dei suoi orpelli retorici.

Ieri, scatenato dalle reazioni a un articolo a mia firma si è sollevato un polverone (leggi l’articolo). Ed è giusto così, la questione è cruciale. Andiamo al dunque: tutti contro l’azzardo – rectius: non proprio tutti, c’è chi fa molti e forse troppi distinguo – ma poi? Si finanziano progetti, si applaude ai dibattiti, si consegnano  gagliardetti, si scrivono libri, etc etc. Ma poi? Si va davvero al dunque? Si guarda davvero dentro le cose? Si hanno davvero valori, oltre che progetti, condivisi?

Ieri è bastato poco per mostrare e rivelare che la strada da percorrere è ancora tanta.

 Né progetti, né prodotti: azioni

Attivare progetti, fare formazione o informazione o, peggio, disinformazione intenzionale o accidentale ma comunque precaria non è neutro o neutrale. Non è un gioco a somma zero o a ph neutro, come i saponi per la pelle.

È prender parte, un metterci – con coraggio e intelligenza, se ci si crede – la faccia. La mia e la nostra attenzione deve quindi essere massima, perché – gli avversari lo sanno – con un niente e partendo dai particolari che spesso diamo per impliciti – il senso comune, però, li assorbe come “valori”! – può crollare molto, se non tutto. Ma il problema non è ciò che crolla, è ciò che rimane dopo.

Chi accoglie consenso e patrocini, dall’altro lato, non deve sbagliare perché – anche questo gli avversari lo sanno – ogni incoerenza ricadrà sulla credibilità di tutto il sistema. Se poi non si tratta di incoerenza ma di convinzioni allora si entra in un campo verosimilmente più complesso. E che siano esplicitate e non messe in una nota a margine o semplicemente “rimosse”.

La nota o la rimozione ex post non sono uno scudo. Su queste cose, non su altre, ci divideremo o incontreremo. Ma una cosa è certa: non basta gridare “al lupo al lupo”, se poi sbarriamo la porta ma lasciamo la finestra spalancata e la luce accesa. E il gas aperto.

C’è un vero lavoro da fare in questa direzione. Un lavoro che richiede delle forme, ma richiede anche molta pazienza e molta costanza: dentro le forme dobbiamo guardare ed entrare nel merito.

Altrimenti che cosa saremmo: burocrati a guardia dell’ennesimo progettificio? E poi, chi ci guarderà le spalle se nemmeno sappiamo che cosa sta scritto su una locandina, su una pagina, su un sito o se un nostro dipendente o associato – che anche quando opera e lavora a titolo personale ci coimplica – contraddice i valori che con lui credevamo di condividere?

Che ognuno sia responsabilizzato al massimo grado: ecco la sfida che ci aspetta.

Dentro il particolare

Torniamo ora alla frase che ha scatenato il temporale: “recuperare il valore del gioco e dell’€™azzardo quali elementi necessari per la crescita, nella positività del mettersi in gioco con se stessi e nelle relazioni”. La frase, messa nero su bianco nella presentazione di uno spettacolo che si rivolge a adolescenti e ragazzi fa capire che dobbiamo fermarci.

“Bastava guardare lo spettacolo e accorgersi che è di valore”, mi è stato replicato. Ma a dirmelo sono state persone che non si sono nemmeno prese la briga di leggere ciò che da aprile fa bella mostra di sé sul sito web di quello spettacolo!

Guardare è anche leggere ed è anche tentare di leggere con gli occhi dell’altro, degli adolescenti a cui lo spettacolo si rivolge e proprio alcuni di loro – volete saperlo? – mi hanno segnalato la pagina web di cui dibattiamo.

Vogliamo insegnar loro che il web fa male, ma poi non prestiamo attenzione a ciò che buttiamo nella rete e ci stupiamo infine che i nostri ragazzi sottovalutino le nostre prediche!

E MI VIENE DA CHIEDERVI IN MANIERA DIRETTA: SENZA NOTE, SENZA APPARATO ESPLICATIVO CHE DICE DI COSA SI TRATTI, GUARDANDO QUELLA WEB-LOCANDINA ALZI LA MANO CHI AVREBBE MANDATO I PROPRI FIGLI A VEDERE QUELLO SPETTACOLO.

A parte questo, e a parte un lavoro teatrale sicuramente meritevole per altri versi (non sono Vito Pandolfi e non ho titoli o strumenti per dedicarmici) va subito detto che non dobbiamo cadere nel tranello che l’ego ci tende: spostare il punto critico evitando così di assumerne davvero le criticità che ieri ci hanno messo in scacco. Apriamo la Treccani: accòrgersi v. intr. pron. [lat. *accorrĭgĕre, comp. di ad- e corrĭgĕre «correggere»].

Quella frase c’era, c’è, è stata articolata e pensata oltre che scritta: è un fatto. Ed è un fatto che da aprile a oggi nessuno se ne sia accorto o abbia pensato di chiederne conto.

Tutto legittimo, per carità, ma anche tutto da non sottovalutare e tutto da criticare.

È “con il profilo dei giorni che si compone il volto degli anni”, scriveva Victor Hugo. E a noi tocca prenderlo sul serio, o a forza di sottovalutare i particolari ci ritroveremo un volto che non credevamo di poter avere. E non ci riconosceremo più, nemmeno allo specchio. Mai, mai sottovalutare i particolari, non possiamo permettercelo.

Azzardo, l’azzardo che corrompe i legami, come valore su cui fondare crescita e legami? No, questo non può passare. Non si tratta solo di una frase infelice – ne pronunciamo tutti e tutti ne scriviamo, questo non è il punto.

La dottoressa Maria Crisina Perilli dirigente dell’Asl di Milano, consulente scientifica dello spettacolo “Io me la gioco”, patrocinato da Comune di Milano, Regione Lombardia e Fondazione Cariplo, è venuta anche a spiegarla dandocene una interpretazione (anche se ha dichiarato si non esserne l’autrice e di non averne saputo niente fino a ieri) e una “vision” che a chi come me è di dura e paesana cervice appare poco chiara. Non voglio accendere una polemica personalistica con la dottoressa Perilli, perché non c’è nulla di personale né con lei, né con altri. Il punto è critico e pratico al tempo stesso.

Voglio solo precisare che quanto scritto su quel sito e quanto poi da lei ribadito mi lascia interdetto. E non è un fatto privato, ma pubblico. Se poi riguarda solo me, me ne farò una ragione ma continuerò a considerarlo un fatto pubblico che necessita di dibattito pubblico.

È proprio sulla vision che dobbiamo fermarci.
Se cadiamo su piccole cose – che evidentemente tanto piccole non sono, se ci fanno inciampare – chissà quando dovremo affrontare le grandi, che cosa accadrà.

L’azzardo come valore di crescita? Bah. Astraiamo dal lavoro del Teatro del Buratto, non sono loro il problema. Il problema è che qui o tutto si tiene, quando in campo ci sono interessi di etica e buonsenso, o nessuno può dire se queste piccole crepe presto o mai o domani o tra dieci anni si trasformeranno in una frana..

La dottoressa Perilli dell’Asl di Milano, referente clinica e consulente scientifica dello spettacolo,sentitasi chiamata in causa ha ieri spiegato quella frase con queste parole, che riporto testualmente – evidenzio in neretto quelle che a parer mio sono le criticità – da un dibattito avvenuto su Facebook: “x rispondere in modo esplicito e chiudere almeno da parte mia la questione, ritengo un limite di pensiero legare la parola “azzardo” solo al gioco d’azzardo! Se l’uomo non sapesse “azzardare”, non sarebbe mai arrivato sulla luna, non avrebbe fatto le più grandi scoperte, non imparerebbe neppure a fare i primi passi. Bisogna slegare la parola AZZARDO da quella di GIOCO e riscoprire il senso del gioco senza azzardo, quello che ci fa crescere, conoscere valori quali l’amicizia e la solidarietà, sviluppa l’intelligenza e lo spirito di squadra e molto altro ancora! L’azzardo non è sbagliato in se, l’errore è quando disimpariamo ad usarlo x fare scoperte, un viaggio, una dichiarazione d’amore, una sfida con noi stessi, x realizzare un progetto lavorativo, x credere a una promessa “incredibile”, x innamorarci di chi “non fa x noi”… E invece ci concentrando su quell’azzardo che ci illude che giocare ad una slot può miglioraci la vita o grattare un grattaevinci può risolvere i nostri problemi! Era questo il significato della frase ed i più lo hanno compreso.”

Siamo tutti d’accordo con quanto dice la dottoressa Perilli? “Senza azzardo non saremmo andati sulla luna…”.

Io avrò pure dei” limiti di pensiero” non riconoscendo valore ma disvalore all’azzardo, ma questo ragionamento mi pare non possa essere preso sotto gamba: sulla luna – e coi piedi per terra, dove dovremmo tutti rimanere – ci siamo andati con lavoro, studio, intelligenza, fatica, condivisione e sacrificio. Mica “per azzardo”…

La pensa come la dottoressa Perilli la Regione lombardia? E le associazioni antislot? E quelle delle famiglie? E i cittadini? E lo stesso Teatro del Buratto? E il Comune di Milano? Parla a titolo personale, certo, ma lo spazio è pubblico e del dibattito non dobbiamo avere paura. Dobbiamo dire la nostra. Siamo d’accordo con questa posizione?

Non si tratta di personalizzare, né di dare troppa importanza a cose che non ne hanno.

Si tratta però di andare al dunque e al cuore della questione: possiamo ancora permetterci di continuare così? Possiamo illuderci di condividere tutto con tutti solo perché se presentiamo il progetto “A” sotto la casella “B” questo basta e avanza per sentirci deresponsabilizzati? Serve una presa si coscienza, una condivisione su parole e valori comuni. E chi non li condivide – legittimamente – faccia la propria strada.

Ma i ragazzi, che dovrebbero essere introdotti all’unico rischio che ci piace: quello educativo e dell’apprendere, dopo certe affermazioni sulla pubblica piazza si troveranno più forti e consapevoli di prima? O saranno solo più confusi.

Il progetto sembra oramai prevalere sul progettato.

Serve un patto di condivisione dei valori, serve certezza sul fatto che chi ci accompagna per strada su certe cose la pensi come noi, che il suo sia un “noi”, e non l’ennesimo “io” buttato aul mercato.

Senza questa condivisione minima ma essenziale, allora ogni cosa sarà davvero un azzardo. E stavolta è andata così – il Teatro del Buratto non è mai stato in questione, in questione erano altre cose – ma domani potremmo trovarci a patrocinare ben altro, accorgendocene a giochi fatti. Ecco: che i patrocini non siano un azzardo, ma entrino nel merito di conflitto di interesse e communitas di valori, questo a me pare essenziale. Altrimenti, storie come questa saranno destinate a ripetersi e nessuno – né in luna, né in terra – potrà più dire che non l’avevamo detto.

“Una modesta proposta per prevenire…”, diceva Giuseppe Berto. Ecco; prendetela per quello che è. Niente di più, ma anche niente di meno.

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17/09/2015

PPP (Post Political Politics)

Distruggeranno Roma

Pier Paolo Pasolini, Profezia

 Non l’estetizzazione della violenza, non la sua legittimazione. L’amara constatazione – da qui, la “profezia” – della sua inevitabilità. Dopo anni di convegni & tartine, chiacchiere sullo jus soli, dibattiti sulle seconde generazioni, libri scritti a comando da scrittrici inutili a se stesse, prima che agli altri, ci converrà tornare là, da dove c’eravamo dimenticati di partire: dal primo capitolo dei Dannati della terra di Franz Fanon e da questo Pasolini. Perché almeno l’intelligenza del cuore non sia consegnata al verminaio delle chiacchiere. 

A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato
la storia di Alì dagli Occhi Azzurri.

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci,
asiatici, e di camice americane.
Subito i Calabresi diranno,
come malandrini a malandrini:
“Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!”
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica,
voleranno davanti alle willaye.

Essi sempre umili
Essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie…

… deponendo l’onestà
delle religioni contadine,
dimenticando l’onore
della malavita,
tradendo il candore
dei popoli barbari,
dietro ai loro Alì
dagli occhi azzurri – usciranno da sotto la terra per uccidere —
usciranno dal fondo del mare per aggredire — scenderanno
dall’alto del cielo per derubare — e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare ad essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
— distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.
Poi col Papa e ogni sacramento
andranno su come zingari
verso nord-ovest
con le bandiere rosse
di Trotzky al vento…

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11/09/2015

Archeologie

Benvenuti negli Stati disgregati d’Europa

Europe

Secondo alcuni dati, più di 4milioni di giovani francesi sarebbero pronti a espatriare. Esuli in patria, sono parte di una migrazione silenziosa che tocca tutti Paesi dell’Europa che fu.

Non si parla di “cervelli in fuga. Il “cervello in fuga” è un singolo, privilegiato, che parte da buone condizioni economiche e di istruzione e cerca di accedere a condizioni migliori. Qui non siamo al gioco del Monopoli, dove le condizioni di partenza sono uguali per tutti.

questa è la realtà di ciò che Merton (il sociologo, non il mistico) chiamava “Effetto San Matteo”: alla partenza non si è tutti uguali, c’è chi ha soldi e chi non ne ha, c’è chi ha relazioni e chi non ne ha. Chi ha un passaporto e chi non ne ha, etc. E chi parte avvantaggiato, sarà avvantaggiato con tutta probabilità anche all’arrivo.

È il paradosso espresso nel Vangelo di Matteo, quando parlando del Regno dei Cieli si afferma: “A chi ha sarà dato a chi non ha sarà tolto”. È  il paradosso che J L. Borges così esprimeva: “non affrettatevi, gli ultimi saranno ultimi, anche nel Regno dei Cieli”.

Le rilevazioni valgono quel che valgono, ma il punto chiave è questo: stiamo assistendo a uno sfondamento su due fronti o frontiere, noi, la moltitudine, siamo schiacciati nel mezzo. E chi dice che non esistono, le frontiere, fotografi il chiavistello di casa sua e se non ne ha uno e non ha una porta d’ingresso sono disposto a credergli.

Benvenuti negli Stati disgregati d’Europa. 

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09/09/2015

Consumi Etica

Non ti farai alcuna immagine

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Im Elend der Information BILD KÄMPFT FÜR SIE / Wird Erzählung Prostitution BILD KÄMPFT. Inglese: In the misery of information BILD FIGHTS FOR YOU…  Storytelling becomes prostitution. Francese: Dans la misère de l’information BILD LUTTE POUR VOUS Raconter devient de la prostitution BILD LUTTE.

Nella miseria dell’informazione, ogni racconto diventa prostituzione, ma Bild lotta per voi.

Lo scriveva il più grande, controverso drammaturgo della DDR che fu, Heiner Müller. Chi non lo conoscesse, potrebbe leggerne in controluce il profilo in un film che, probabilmente, ha visto: Le vite degli altri.

La prossima invenzione, scriveva Müller, a conclusione di un suo Aiace, per esempio, la prossima invenzione sarà l’invenzione del silenzio.

Ma nel frattempo, come surrogato di questo silenzio e, soprattutto, come surrogato di ogni lotta, resta il racconto. E, soprattutto, resta, nei secoli dei secoli fedele, chi racconta per voi.

Ammorbato da immagini, sommerso di immagini, neutralizzato da immagini. Un racconto che nel contesto di una comune complicità rivela la propria natura più intima che è, al tempo stesso, la natura più intima dell’immagine piegata a questo contesto: prostituzione, dice Müller.

Bild significa immagine, ma Bild è anche una delle testate più filogovernative di sempre. Al mutar dei governi, la Bild, nata nel 1952 e apripista nell’uso (secondo molti anche dell’abuso) di fotografie non cambia. La Bild è ancora oggi il giornale più venduto in Germania, con 10milioni di copie. Bild, scrive Müller, giocando sul sostantivo proprio e comune, “lotta per voi”. Decide per voi.

Parole che vengono da lontano, da “quando c’era il muro”, l’altro Muro. Ma la loro eco riaffiora e, forse, il cerchio si chiude: dopo aver pubblicato la fotografia del bambino Aylan, la Bild si è vista sommergere di critiche molto dure. E ha quindi deciso di protestare, rivendicando al tempo stesso “il potere di quell’immagine”.  

 “Dopo questa immagine nulla sarà come prima”, scrivono all’unisono, con la Bild, il National Geografic e molte altre testate. Proprio così, verrebbe da dire, perché tutto sarà terribilmente, inconsapevolmente peggio di prima.

Non è questione di etica, è prima di tutto questione di sguardo. Quale territorio del corpo e dell’anima ci consegna quell’immagine? Segni su segni non fanno un simbolo, fanno uno scarabocchio. O peggio. Se di inchiostro, pixel o sangue importa davvero a qualcuno?

Tutti questi pixel avranno contribuito a mutare, fosse pure per un attimo, il peso specifico della violenza che ci circonda? Avranno cambiato di un impercettibile, ma determinate grado il clima spirituale se non della nostra epoca, delle nostre giornate? O avranno contribuito solo a aumentare quella completa adesione della nostre retine a immagini, completa adesione che ha un nome nemmeno troppo tecnico: pornografia.

La realtà non è una fotografia della realtà. La realtà – i tedeschi un tempo la studiavano a scuola, la storia del velo d’Iside scritta da Novalis – è sempre una questione di veli.

Credere sia un’immagine sul web a muovere il mondo (per commuoverlo, basta molto meno e alla Bild lo sanno per professione) non fa nemmeno più parte del gioco tra informazione e controinformazione. Significa non capire ciò che avanza e credersi, per un istante, ben saldi sulla groppa di un mondo che ci disarcionerà ben presto.  A colpi di immagini o di vuoto, tanto è lo stesso. 

Nell’eternità dell’attimo
Nella miseria dell’informazione BILD LOTTA PER VOI
Il racconto diventa prostituzione BILD LOTTA

Heiner Müller

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