Bologna, 1423, giorno di Quaresima. Davanti alla chiesa di San Petronio si accese un falò dentro il quale finirono carte, dadi, tavole: gli strumenti dell’azzardo. Tra l’ira e gioia, la popolazione- anche quella parte che vi traeva lucro e non perdita – li scagliò tra le fiamme. Con un misto di ammirazione e sgomento, le cronache ricordano che ad accendere gli animi della ricca e opulenta popolazione fu una predica. L’oratore ha un nome anch’esso ammirato e temuto, celebrato dal calendario liturgico il 20 maggio di ogni anno: Bernardino da Siena.
Alla fine dei quaresimali era consuetudine accendere fuochi – i cosiddetti falò delle vanità – e buttarvi dentro gli arnesi del diavolo e di quello che a ragione veniva considerato un “turpe lucrum”.
L’azzardo, andava predicando frate Bernardino, induce al peccato mortale. L’azzardo attiva controdesideri nefasti che conducono a un’ancor più nefasta rovina. Quali? Ecco le parole di Bernardino: «il primo è il desiderio di lucro, il secondo è la volontà di predare, il terzo è l’usura al massimo grado, il quarto è la moltitudine dei bugiardi, il quinto è la fonte di blasfemia e di spergiuro. Se ne aggiungono altre cinque: il primo è la corruzione e deviazione della gioventù, il secondo è lo scandalo degli uomini giusti, il terzo è il disprezzo per la proibizione ecclesiastica, il quarto è la perdita di tempo, il quinto sono le frodi e le truffe. Ancora cinque vi si sovrappongono. Il primo è l’ira e le risse, il secondo la disperazione insana, il terzo l’adorazione stolida, il quarto è il nutrimento dell’ozio, il quinta la vita turpe e infame». L’azzardo è un idolo: se interrogato, un idolo risponde sempre, non si cela nel silenzio o nel mistero. Risponde sempre, ma mente. Per questo richiede “adorazione stolida”.
(Oggi ci arrivano voci di persone che si danno fuoco – l’ultima notizia in cronaca, proprio nel giorno in cui si celebra il Santo: → QUI. Meglio bruciare le cose).
Benché avesse licenza del Vescovo per appiccare il fuoco, più per invidia che per sostanza su Bernardino cominciarono a circolare voci di eresia. Ma il santo non dovette perdersi d’animo se quattro anni dopo lo ritroveremo a Siena, animato dallo stesso furore.
Nel 1427, nel Quaresimale di Siena, Bernardino rincarò infatti la dose: «O così anco colui che dice: “Oh che bisognava ardere i tavolieri? Elli bastava a levar via il gioco senza ardarli, e conduciare che chi giocava, si rimanesse [astenesse] di quello e d’ogni suo malfare”. Tu dici: – Oh si giuoca in segreto! – Io ti domando se tu ha’ memoria di quello che io ti dissi. Io so’ bene ch’io non t’ho detto che tu arda e’ tavolieri, e poi giochi; so’ io ch’io ti dissi, che tu ti rimanesse del gioco, che non n’è boccone di buono; e perché non te ne venisse voglia, che tu ardesse e’ tavolieri e l’altre cose che ti davano cagione di giocare».
Non serve limitare il gioco – suggerisce il Santo – bisogna “levar via” gli strumenti del gioco. Ne va della salute di tutti, di un’intera società – anche dei non giocatori – non della “malattia” di pochi…
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di Marco Dotti

Tutto è tracciabile: i nostri spostamenti, gli spostamenti del nostro denaro, i dati anagrafici, contabili e fiscali che ci inquadrano come cittadini e contribuenti. Persino le nostre cartelle cliniche, il gruppo sanguigno e i libri che prendiamo a prestito in biblioteca ci seguono, memorizzati nel chip di una tessera sanitaria.
Tutto è tracciabile, dunque, fuorché il denaro che gli italiani sperperano giocando alle famigerate e famose slot machine. O meglio, una tracciabilità esiste ma solo per quanto riguarda il giocato. Dalla rete che collega le slot machine e l’Erario (la rete Sogei) non sapremmo risalire al giocatore.
Il fatto non è senza conseguenze, soprattutto per quanto riguarda eventuali e future richieste di risarcimento danni e di restituzione di quanto illecitamente pagato, in base all’articolo 2034 del Codice Civile, qualora venga attestata la “patologia” e la conseguente incapacità al momento di giocare di chi ha giocato.
Prevede infatti l’articolo 2034 del Codice Civile: “Non è ammessa la ripetizione di quanto è stato spontaneamente prestato in esecuzione di doveri morali o sociali, salvo che la prestazione sia stata eseguita da un incapace”.
Tra questi “doveri morali o sociali” - la cosiddetta obligatio naturalis del diritto romano – il Codice Civile annovera il debito di gioco. Quel debito verso il quale lo stesso Codice Civile, all’articolo 1933, non riconosce alcuna azione. In sostanza, se paghi non puoi chiedere nulla indietro (salvo il caso di frode o, integra il già citato articolo 2034, quando “la prestazione sia stata eseguita da un incapace”), ma se non paghi il creditore non ha azione legale contro di te. Nei casinò si risolveva tutto ricorrendo a una sorta di pagamento preventivo, rappresentato dal cambio del denaro in fiches.
Nonostante il caos legislativo, queste due norme del Codice Civile rappresentano ancora il perno attorno al quale l’ordinamento reagisce rispetto ai cosiddetti “debiti di gioco”.
Avremo modo di parlarne ancora, entrando nei particolari. Per ora limitiamoci a questa considerazione: in un periodo in cui si parla di clinica, di gioco d’azzardo patologico e di “ludopatia” (termine improprio, secondo l’Accademia della Crusca), sfugge a molti che proprio la tracciablità del denaro giocato potrebbe permettere a molti “malati” di recuperare quanto indebitamente pagato.
Per capirci meglio: se compriamo uno smartphone al supermercato, ci viene dato uno scontrino che, per due anni, serve da garanzia. Se si rompesse ma non avessimo lo scontrino, non servirebbe a nulla sostenere che l’abbiamo comprato in quel negozio piuttosto che in un altro, il nostro smartphone. Se “giochiamo” non ci viene rilasciato nulla. Il che equivale a una sorta di garanzia rovesciata: garantisce il gestore e tutta la catena del gioco da ogni eventuale richiesta di restituzione di quanto indebitamente pagato dal giocatore “incapace”.
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Quarantacinquemila. Tanti sono gli studenti coinvolti nell’indagine condotta del Reparto di epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa. Quarantacinquemila (per chi ama i numeri: 45.000) studenti delle scuole medie e superiori che hanno risposto a domande specifiche sul gioco e l’azzardo.
Dalle proiezioni sulle loro risposte i ricercatori di Pisa hanno ricavato un dato impressionante: sono oltre un milione che dichiarano di aver giocato denaro nel corso del 2012. Sono invece seicentotrentamila (sempre per gl iamanti delle cifre: 630.000) i minorenni che hanno speso almeno un euro al gioco. Il loro profilo di rischio è classificato come “moderato” per l’undici e otto per cento (11,8%), ma il sette per cento (7%) evidenzia una “modalità di gioco problematica”.
Gratta& Vinci, Lotto istantaneo e Superenealotto sono le modalità di gioco preferite dalla ragazze. I ragazzi, al contrario, si dedicano per un 30 per cento alle scommesse sportive e per un diciannove per cento al poker nella variante texas hold’em.
In linea generale, dal 2008 al 2011, la percentuale di persone tra i quindici e i sessantaquattro anni che ha puntato soldi almeno una volta è passata dal quarantadue (42%) al quarantasette (47%) per cento.
I giocatori, in Italia, sarebbero quindi circa diciannove milioni: la maggior parte non presenta alcun profilo di rischi, mentre 2 milioni presenta un profilo di rischio basso, e un ulteriore milione presenta comportamenti problematici.
Secondo la ricerca del Cnr è cresciuta la quota delle giocatrici, che passa dai cinque milioni del 2007, ai sette milioni e mezzo dell’ultima rilevazione. Dati su cui riflettere.
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Ieri, 10 maggio, prima della marcia “No slot” che ha portato centinaia di bambini e bambine per le strade di Pavia ho fatto un giro in una tabaccheria accanto alla stazione di Milano Rogoredo. Oramai in una tabaccheria trovi di tutto. Ovviamente, se guardi bene dietro la porta trovi anche le famigerate new slot (tecnicamente si chiamano così). Io ci ho trovato donne, soprattutto donne, intente a sperperare i pochi soldi rimasti. La retorica sulla donna “custode” della casa fa a pugni con la realtà. Anche quella di uno sfruttamento legalizzato chiamato “gioco”. Anche questa – quella della retorica e quella della realtà – è violenza. C’è la violenza dell’acido che brucia e c’è la violenza, non meno vile, dell’acido che dissolve. Che dissolve legami, affetti, relazioni, forme di vita. Il “gioco d’azzardo” è questa cosa qui, nient’altro che questa cosa qui. Poi? Poi ci sono i bambini. Per legge, si dirà, i bambini non possono giocare. Ma è proprio così? I bambini vanno pazzi per i gratta e vinci. Ho aspettato che una di quelle donne uscisse dalla tabaccheria.

Evidentemente era una mamma o una nonna. Ho aspettato che uscisse non perché aveva terminato il suo “gioco”, ma perché “disturbata” dalle richieste dei bambini che le stavano accanto. E che cosa fa questa donna? Compra dei Gratta & Vinci e assiste soddisfatta alla scena dei bambini che cercano di capire se diventeranno milionari (NB: per ovvi motivi pubblico qui una fotografia dove i ragazzini che “grattano” il loro biglietto appaiono solo di spalle). Il tutto, ovviamente, fuori dalla tabaccheria. Per il tabaccaio questo è normale. O meglio, per il tabaccaio è normale che ciò che accade a 20 centimetri dall’ingresso del suo locale non lo riguardi. “Ciò che succede fuori di qui sono fatti loro”, mi dice. “Io qui dentro non li faccio giocare di certo questi minori”. A rigore di legge, il suo ragionamento è inappuntabile. Me ne vado con la coda tra le gambe. Non so perché – o forse lo so fin troppo bene – anche questa “inappuntabilità” nella mia testa risuona come qualcosa che non stona affatto con ciò che, 20 centimetri più in là, avremmo chiamato violenza e avrebbe meritato le tanto famigerate e famose “quattro righe in cronaca”. Ma anche la violenza, si sa, per essere chiamata tale deve chinare la testa a altre ragioni e farsi spettacolo. Il resto, direbbe uno stranoto personaggio di Matrix, è il deserto del reale.
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«I partiti politici hanno interamente contaminato la vita mentale della nostra epoca». Non è una battuta, ma un’analisi al tempo stesso spietata e per nulla cinica quella che Simone Weil consegna alle pagine fin troppo citate, di questi tempi, del suo manifesto sulla soppressione dei partiti politici (→ QUI). «In linea di principio», prosegue la Weil, «il partito è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene comune». In linea di principio, perché subito la realtà dei fatti interviene e trasforma questa parte in tutto – pars pro toto – rivelando che proprio qui, in questa parte che si professa al servizio del pluralismo e dell’altruismo prende forma uno spirito totalitario e egocentrico.
Si può non condividere la critica della Weil, ma non si può negare che sia tornata di attualità. È una critica che risale agli inizi degli anni Quaranta, quando il partito era tangibilmente quel piccolo mostro burocratico capace, come un idolo moderno, di riempire un vuoto con la sua presenza ingombrante.
Oggi, però, nella sua indeterminatezza dottrinale e persino nello sconquasso delle sue strutture il partito – ogni partito – appare più simile a un vuoto che pretende di colmare altro vuoto.
«Non siamo qui a pettinare le bambole o a asciugare lo scoglio», diceva, con una delle sue ardite metafore quel Pier Luigi Bersani che poco fa ha rassegnato le proprie dimissioni da segretario del Partito Democratico. Alla fine, Bersani e i suoi si sono si sono ritrovati a pettinare bambole e asciugare scogli, riversandosi addosso un mare di parole inutili.
«I partiti politici hanno interamente contaminato la vita mentale della nostra epoca», scriveva la Weil. Poi, dopo aver contaminato tutto, hanno cominciato a divorare se stessi. Ma è un buon punto per ricominciare, perché solo con la soppressione generale dei partiti, ricordava Simone Weil, la volontà di tutti, la volontà generare può sperare di aver voce.
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di Marco Dotti
Roma e Atene ultime in cultura. Titolavano così i giornali, lo scorso 6 aprile. Un titolo che – voluto o meno – mette paura, evoca quegli strani salti che talvolta la storia compie. Dopo una lunga rincorsa, beninteso. Ma della rincorsa nessuno parla, del salto invece…
A parlare ora sono comunque i dati dell’ultimo studio di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea. I dati li potete leggere → QUI.
I dati fotografano una situazione da anno zero: l’Italia è all’ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte del 2,2% dell’Ue a 27) e al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione (l’8,5% a fronte del 10,9% dell’Ue a 27).
Già la parola “spesa” è fuorviante: allude a orizzonti di sprechi, sperperi e tagli. Prendiamola per quello che è, ma se vogliamo andare oltre il linguaggio freddo degli statistici potremmo cambiarla con un più coerente “investimento (in cultura)” (ma su questo ragioneremo in un prossimo post).
In termini più chiari, però, secondo Eurostat, pur avendo la percentuale più alta di spesa per i servizi pubblici generali (che comprendono gli interessi sul debito pubblico) con il 17,3% a fronte del 13,5% medio dell’Ue, il nostro Paese spende il 3% della sua spesa pubblica per la difesa (in linea con l’Ue a 27) e il 4% per l’ordine pubblico (3,9% la media europea). Per la sanità pubblica il nostro Paese spende leggermente meno della media Ue a 27 (il 14,7% contro il 14,9%).
La spesa pubblica complessiva nel 2011 è stata pari al 49,1% del Pil. Tra il 2010 e il 2011 la spesa è diminuita per tutte le voci salvo quella dei servizi pubblici generali cresciuti di molto a causa del peso degli interessi. Nel complesso protezione sociale e sanità concentrano quasi il 55% del totale della spesa pubblica. In rapporto al Pil la spesa per sanità e protezione sociale è rimasta stabile al 25% dal 2002 al 2008 per poi saltare al 27,6% nel 2009 (a causa del calo del reddito). Nel 2011 era al 26,9% in calo rispetto al 27,4% del 2010. La percentuale del Pil riservata alla spesa per sanità e protezione sociale è passata dal 23,9% del 2002 al 29,9% con un aumento di quattro punti percentuali. La percentuale è inferiore alla Francia (32,2%) ma superiore alla Germania (26,6%).
Nel 2011 – periodo a cui si riferiscono le comparazioni – per la sola protezione sociale l’Italia ha comunque speso il 20,5% del Pil (19,6% la media Ue a 27, il 20,2% l’Ue a 17) pari a 5.322 euro per abitante. In Danimarca per la protezione sociale si spende il 25,2% del Pil, ovvero 10.892 euro per abitante. In Germania, sempre per la protezione sociale, si spende il 19,6% del Pil, pari a 6.215 euro per abitante. In Francia si spende il 23,9% del PIl con 7.306 euro per abitante.
Guardando i soli dati della voce “cultura”, l’Italia con il suo 1,1% di spesa pubblica è superata dalla Grecia (1,2%) e da tutti gli altri Paesi dell’Ue a 27 con la Germania all’1,8%, la Francia al 2,5% e il Regno Unito al 2,1%. Un bel risultato, non c’è che dire.
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di Marco Dotti
La democrazia è sotto assedio. In ogni parte del mondo e ora anche d’Europa, forze centripete spingono gli uomini a allontanarsi dalla cura del bene comune. I governi tecnici e delle parti che si prendono per il tutto (i partiti) considerano le pratiche democratiche – referendum, elezioni, procedure parlamentari – come un costo inutile e insostenibile. Si preferisce il ricorso alla piazza per vidimare decisioni già prese altrove. Ma quale piazza? Quale “altrove”? Quella o quello dei talk show? Quello o quella della solitudine anonima e orizzontale del web? Siamo davvero entrati, come diceva un fin troppo ascoltato politologo inglese, nell’era della post-democrazia? Con meno costi, forse, ma a quale prezzo?
Al contrario, osservava Jorge Maria Bergoglio in occasione del bicentenario della nazione Argentina nel 2010, per assumere il senso pieno della democrazia non dobbiamo trasformarci in milioni di inutili contabili, ma «porci come cittadini in seno a un popolo, camminare verso un concetto di cittadinanza integrale».
Eppure, molte cose «cospirano contro» questo concetto di cittadinanza integrale, non da ultima una visione tattica (tecnica, diremmo qui) e a breve periodo, schiacciata su un tempo che brucia ogni orizzonte di senso nella frenesia dell’istante. Scriveva Jorge Maria Bergoglio, in uno dei saggi da poco editi per Jaca Book/Libreria Editrice Vaticana sotto il titolo Noi come cittadini noi come popolo (pp. 96, euro 9): «l’irruzione della civiltà dell’immagine è un fatto che risale a più di cinquant’anni fa. La riduzione della politica a spettacolo o a pura immagine è un fenomeno più recente, che promuove personaggi privi di contenuto e di proposte, senza capacità di gestione né soluzioni per affrontare situazioni complesse come quelle che si trovano a vivere le società contemporanee. Non si tratta di una questione locale. Non è necessario fare esempi per rendersi conto dell’emergere di leadership inconsistenti prodotte da campagne pubblicitarie o dalla complicità mediatica».
La democrazia è sotto assedio e non da ora. Sotto assedio locale e globale. Ma se ci fermiamo all’assedio e al conflitto, al qui e ora, al locale o al globale, se criticando la parte perdiamo di vista il tutto o viceversa, perdiamo anche e soprattutto il senso del nostro essere cittadini e popolo che è il cuore dell’esperienza democratica.
Oggi anche le procedure e le forme di questa esperienza democratica sono sotto assedio. Ma nei decenni scorsi c’è chi ha voluto ridurre la sostanza della pratica democratica a regole procedurali (scelta dei governanti, formazione dei governi e via discorrendo) importanti, ma non sufficienti a definire l’esperienza democratica nella sua totalità complessa. Per Bergoglio la democrazia non è mai neutrale dal punto di vista etico. Ed è proprio questa non neutralità a collocare il cittadino/popolo nel ruolo chiave: senza cittadinanza attiva, nel senso di attivamente orientata a scelte etiche e al bene comune, non si ha né dinamismo sociale né democrazia, ma un sistema inerte che della democrazia ha solo la maschera tecnocratica.
Ognuno di noi, scrive Bergoglio, «deve recuperare sempre più concretamente la propria identità personale come cittadino, ma orientato al bene comune. Etimologicamente, cittadino viene dal latino citatorium. Il cittadino è il convocato, il chiamato al bene comune, convocato perché si associ in vista del bene comune. Cittadino non è il soggetto preso individualmente, come lo presentavano i liberali classici, né un gruppo di persone indistinte, ciò che in termini filosofici si definisce “l’unità di accumulazione”. Si tratta di persone convocate a creare un’unione che tende al bene comune, in certo modo ordinata; ciò che viene definito “l’unità di ordine”. Il cittadino entra in un ordinamento armonico, talora disarmonico a causa delle crisi e dei conflitti, ma comunque un ordinamento, finalizzato al bene comune. per formare comunità ciascuno ha un munus, un ufficio, un compito, un obbligo, un darsi, un impegnarsi, un dedicarsi agli altri».
Parole semplici, ma di disarmante chiarezza. Perché se anche «ci vengono dal patrimonio storico-culturale, sono cadute nell’oblio, oscurate di fronte all’impellente spinta dell’individualismo consumistico che unicamente chiede, esige, domanda, critica, moraleggia e, incentrato su se stesso, non aggrega, non scommette, non rischia, non “si mette in gioco” per gli altri».
È l’amicizia sociale il cardine di questa cittadinanza. Amicizia sociale che si sviluppa grazie al dinamismo del bene, non a un’astratta adesione a un’eticità da collocare sullo sfondo dell’agire pratico. Non è la riflessione sulla bontà a creare «vie etiche» al bene. Al contrario, osserva Papa Francesco, «una cosa è la bontà, altra cosa è l’etica astratta. Può addirittura esistere un’etica senza bontà».
Come cittadini siamo sottoposti a continue tensioni tra globalizzazione e localizzazione. Bisogna guardare al globale, ci ricorda Papa Francesco. Il globale ci riscatta sempre dalla meschinità quotidiana: «quando la casa non è più focolare, ma chiusura, segreta, il globale può riscattarci perché in linea con quella stessa causa finale che ci attraeva verso la pienezza».
Dobbiamo però assumere in noi anche lo sguardo sul locale, perché esso «ha un qualcosa che il globale non ha, quello di essere lievito, di arricchire, di mettere in moto meccanismi di sussidiarietà. per essere cittadini non si può vivere né in un universalismo globalizzante né in un localismo folkloristico o anarchico».
Né «la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che castra» possono bastare al cittadino. Nella «sfera globale che annulla, tutti sono uguali, ogni punto è equidistante dal centro della sfera. Non c’è differenza tra i diversi punti della sfera. Questa globalizzazione non la vogliamo, essa annulla. Questa globalizzazione non fa crescere. Qual è dunque il modello? Rifugiarci nel locale e chiuderci al globale? No, perché andremmo all’altro estremo della tensione bipolare».
Eppure, oggi democrazia e cittadinanza sono viste proprio nel gioco di questa tensione bipolare tra globalizzazione e localismo.
Il modello da seguire per Papa Francesco è invece quello poliedrico che conserva, rispettandole, tutte le sfaccettature della molteplice ricchezza dei popoli. È solo così che il tutto del globale non annienta le parti, ma le comprende e le valorizza superandole.
C’è un tempo debito e propizio per la democrazia. È ciò che i greci chiamavano kairós. Coglierlo, sottolinea Papa Francesco, è il modo per superare le tensioni tra globale e locale. Coglierlo, significa cogliere e accogliere le sfide implicite all’idea stessa di democrazia: andare oltre la soglia. Superare – tutti assieme – la povertà. Educazione, sanità, lavoro, uguaglianza sociale. Sono queste le voci da sempre al centro di quell’idea irriducibile e feconda di pratiche che chiamiamo democrazia.
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Paul Polansky è antropologo e poeta. Ma è anche un cooperatore internazionale ed è stato persino un pugile. Cinquant’anni fa lasciò gli Stati Uniti e scappò in Spagna. Erano gli anni della coscrizione di massa e della guerra in Vietnam. Da quando ha lasciato gli Stati Uniti, Polansky si è messo a cercare. Che cosa? All’inizio non lo sapeva nemmeno lui, poi ha intrapreso un viaggio sulle sulle origini della propria famiglia. Come spesso capita, quando cerchi una cosa, ne trovi altre che nemmeno immaginavi. Così Polansky ha scoperto documenti importanti, che hanno permesso di ricostruire l’esistenza e il funzionamento del campo di concentramento di Lety, nell’attuale Repubblica Ceca.
Poi Polansky inizia un altro viaggio. È il 1999, c’è un’altra guerra, stavolta in Kosovo. Lui è chiamato dalla Nazioni Unite intermediario tra le istituzioni e i gruppi rom perseguitati. Per undici anni continuerà a lottare contro le discriminazioni nei confronti dei rom.
Oggi vive a Nish, in Serbia, dove prosegue la sua attività per i diritti umani, tramite l’associazione Kosovo Roma Refugee Foundation, ma non ha smesso di tirare pugni. A lui, e in occasione del suo arrivo a Milano, l’associazione PluriVersi dedicherà uno “Slam Poetry” il prossimo 10 aprile (presso l’ ARCI Martiri di Turro, via Rovetta 14 – MILANO, informazioni → QUI).
Paolo Melissi descrive così i versi di Polansky: «sono pugni quelli che assesta per il tramite delle poesie che scrive, dando voce alla voce di chi non può parlare a tutti: i Rom dell’Albania, o della Serbia . Paul, infatti, conduce la sua ricerca e dove dirige la Mission for Kosovo Roma Refugee Foundation. La sua opera poetica è solo in parte tradotta in italiano, mentre è del tutto inedito il suo romanzo The storm». E Valentina Confido traduce così, per noi, quei “pugni”, tratti dalla poesia The Well (in the voice of a young Romani man):
IL POZZO
Mi presero al mercato
dove la mia gente una volta vendeva vestiti,
e dove ora gli Albanesi praticano il contrabbando.
Quattro uomini mi gettarono sul sedile posteriore
di una Lada blu, urlando “Lo abbiamo detto,
niente zingari a Pristina.”
Mentre mi spingevano giù sul fondo,
sentivo la canna della pistola sull’orecchio sinistro. Era così fredda
che sussultai proprio mentre qualcuno premette il grilletto.
Il sangue mi schizzò su un lato della faccia
dalla ferita sulla spalla.
Caddi, fingendomi morto.
Pregai la mia amata madre morta, tutti i
mulos1, affinché questi uomini non si accorgessero da dove
fuoriusciva il sangue. Quando arrivammo,
mi tirarono fuori per i piedi. La testa si schiantò
sul terreno, rimbalzando sulle pietre.
Mi gettarono a testa in giù in un pozzo.
Non raggiunsi mai l’acqua.
C’erano troppi corpi.
Giacevo rannicchiato, quasi incosciente
finché la puzza e il bruciore della calce viva
non mi fecero rinvenire.
Trattenni il fiato finché non sentii
ripartire la macchina, ma poi soffocai
per il fetore che mi circondava.
Con una sola mano, mi trascinai
aggrappandomi a gambe rigide
che mi fecero da scala per arrampicarmi.
La faccia, le mani, tutto il mio corpo
bruciava per la calce. Usai dell’erba
per pulire quello che potevo,
poi barcollai giù per una strada sporca
verso una lunga fila
di luci che si muovevano lentamente.
Venti minuti più tardi ero sull’autostrada
guardando i camion e le jeep verde oliva,
che mi passavano accanto come se fossi un palo del telefono.
Alla fine crollai davanti a due fari.
Non so dire se l’ultimo rumore che sentii
fu uno stridio o un grido.
Il giorno dopo in un ospedale militare
qualcuno della NATO mi interrogò per alcuni minuti.
L’interprete albanese fece sorridere i soldati.
A mezzogiorno stavo camminando
attraverso un bosco seguendo un sentiero per carri
che nessuno usa più,
tranne gli zingari
che fuggono da un paese
in cui hanno vissuto
per quasi
settecento anni.
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di Marco Dotti
Pensavamo che la campagna elettorale appena conclusa ci avesse già riservato tutto il meglio e il peggio della comunicazione politica.
Proprio per questo pensavamo che i “manifesti parlanti” fossero roba da Metropolis di Fritz Lang o Minority Report, il film di Spielberg tratto dal racconto di P.K. Dick.
Nel film di Spielberg si attivavano al passaggio, con un riconoscimento bulbo-oculare e immediatamente trasmettevano all’impotente di turno offerte personalizzate. “Ti è piaciuta la vacanza?”, “Ci sono abiti della tua taglia in offerta per te”, si sentiva ripetere il passante. In un vecchio film di Chabrol, il Dottor M, a parlare erano invece i manifesti politici.
Eppure, se vi capitasse di camminare per il Friuli – dove presto si vota – potreste imbattervi proprio in uno di questi manifesti. Puntando il vostro telefonino sulla faccia pulita e scaltra di Debora Serracchiani, la neocandidata alla Presidenza della Regione, una delle “eternamente giovani” del PD , armata di frangetta e buone parole prenderebbe a animarsi e a parlare con voi. Sì, proprio con voi.
Si tratta di tecnologia aumentata (il cosiddetto AR Code). Non è proprio Minority Report, ma è un primo passo in questa direzione. Che a compierlo sia un politico, e non di secondo piano, lascia però interdetti. Già a dicembre la Serracchiani aveva fatto la sua comparsa con manifesti 6X3 (misura un tempo additata come “berlusconiana”, ma ora più che mai sdoganata dal nuovo corso del PD).
Nel 2009, tra le righe del suo libro edito da Rizzoli (Il coraggio che manca), la Serracchiani affermava con orgoglio: «Io non ho sponsor, io sono quella che sono e devo crearmi uno spazio sul campo». Oggi quello spazio se l’è indubbiamente trovato, ma è uno spazio asfittico e autoreferenziale. Per vivere in questo spazio e non sentirsi troppo a disagio, non serve essere giovani, non basta essere intelligenti. Non basta nemmeno avere una simpatica frangetta: bisogna avere il gusto delle parole che girano a vuoto. Reggere quel vuoto come se fosse qualcosa di importante per sé e per gli altri. Cultura, innovazione, sviluppo, riforme: è nel rimpallo tra i vertici di questo nichilismo semantico che affiora tutta la sterile circolarità di un progetto politico basato su comparsate nei talk show televisivi, in qualche tweet lanciato a caso e in cartelloni pubblicitari che nemmeno in Corea del Nord prenderebbero in considerazione
Per starci dentro, per starci davvero dentro a tutta questo vuoto di senso che sono i “partiti” – con le loro pseudo liturgie e le loro pseudo motivazioni civiche – bisogna diventare esseri un po’ ibridi. Ibridi, ossia a metà tra il reale e l’immaginario.
C’è infatti da chiedersi che senso abbiano tutta questa cultura e tutta questa innovazione, gettate nel mezzo di una campagna elettorale permanente che, da un lato, fa grande sfoggio di parole come “partecipazione” e “dialogo” e concepisce quella partecipazione e quel dialogo come una pantomina tra un passante e una proiezione del proprio di sé in movimento su un cartellone pubblicitario, manco fossimo a Disneyland.
Costa troppo, cara Debora, scendere nelle piazze? O forse, ben più semplicemente, per il dialogo in piazza non sono previsti rimborsi elettorali? Sia come sia,prepariamoci al peggio perché finita in farsa la breve stagione della politica 2.0, inizia quella dei “social” manifesti politici parlanti.
Non lamentiamoci, poi, se davanti a tanto tripudio di innovazione e cultura la “gente” volta lo sguardo e magari anche il voto da un’altra parte..
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Secolo di ascesa e declino del totalitarismo a partito unico, ma anche della faticosa conquista e della rapidissima crisi delle democrazie parlamentari, il Novecento ha lasciato aperte due grandi questioni.
La prima, relativa alle garanzie di controllo sulla tenuta democratica di un sistema, è espressa dalla locuzione latina, tratta da una satira di Giovenale: “Quis custodiet ipsos custodes?“. In sostanza: chi controlla i controllori?
Giuristi e politici si sono a lungo concentrati su questo snodo cruciale, identificando i “garanti” con figure mobili all’interno dei vari poteri (giudiziario, legislativo, di governo) finendo quasi inesorabilmente, per forza di inerzia, con l’attribuire la funzione chiave di verifica e controllo ai partiti politici. Quei partiti colti come in un’istantanea nel momento cruciale della delega (le elezioni) o della formazione della volontà popolare (le deliberazioni del parlamento).
Parlando del “come”, ci si è concentrati poco sul “chi”. Parlando di “controlli”, ci si è dimenticato della formazione materiale dei controllori. È successo così che, nel momento della massima crisi di legittimazione sociale dei partiti politici, la crisi stessa ha trascinato con sé proprio quelle istituzioni che i partiti stessi avrebbero dovuto tenere in forma. Sembra un evidente caso di “anatocismo” politico.
Torna quindi d’attualità, di straordinaria attualità la disamina che, nel 1942-43, Simone Weil fece del problema, additando i partiti come «custodi irresponsabili», aprendo al tempo stesso alla seconda questione di cui dicevamo: chi ha voce, chi ha parola? Una questione che, per la Weil, è alla radice stessa della più grande questione della giustizia. E la giustizia è questione di sostanza, non di procedure. Per questo, la Weil rivolge la propria critica in primo luogo contro i partiti (cfr. Senza partito. Obbligo e diritto per una nuova pratica politica, appena uscito nella collana Vita/Feltrinelli → QUI), ”rappresentanti” indegni di questa parola e in secondo luogo verso tutti coloro che - dai giornalisti agli intellettuali in genere – non meno indegnamente forniscono alibi a questo sradicamento. Uno sradicamento che inebria gli sfruttatori e umilia i vinti. Ma quando c’è giustizia? Quando un sistema, oltre che formalmente equilibrato, può dirsi anche materialmente giusto?
Scrive la Weil: «Tutte le volte che sorge dal profondo di un cuore umano il lamento del ragazzetto che il Cristo non ha saputo trattenere: “Perché mi viene fatto del male?”, vi è certamente ingiustizia. Perché se, come capita spesso, si tratta solo di un errore, l’ingiustizia consiste allora nell’insufficienza della spiegazione. Quelli che infliggono i colpi capaci di provocare questo grido, cedono a moventi differenti a seconda dei caratteri e a seconda dei momenti. C’è chi in certi momenti trova voluttà in questo grido. Molti ignorano le ragioni del grido. Perché è un grido silenzioso che echeggia soltanto nel segreto del cuore. Questi due stati d’animo si assomigliano più di quanto sembri. Il secondo è solo un modo indebolito del primo. Tale ignoranza viene accuratamente coltivata, in quanto lusinga e contiene anch’essa voluttà. Non vi sono altri limiti ai nostri voleri se non le necessità della materia e l’esistenza degli altri esseri umani intorno a noi. Ogni estensione immaginaria di questi limiti è voluttuosa, e così vi è voluttà in tutto ciò che fa dimenticare la realtà degli ostacoli. Ecco perché gli sconvolgimenti, quali la guerra e la guerra civile, che svuotano le esistenze umane della loro realtà, facendole simili a burattini, sono talmente inebrianti. È anche per questo che la schiavitù è così piacevole per i padroni».
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