Pur condividendo l’etimologia e il novanta per cento del corredo fonetico, è difficile immaginare due luoghi più diversi di una panchina e una banchina. A determinate ore del giorno anche la banchina del porto può far calare le palpebre e ispirare la siesta, ma è per lo più spazio di lavoro, traffici, uomini in movimento. E’ raro vedere gente seduta o con le mani in mano. Un’eccezione alla regola si è avuta a Lampedusa durante la stagione degli sbarchi con la procedura della “messa in ordine” degli immigrati sulla banchina del porto, immagine da cui parte l’antropologo Gianluca Gatta nel bel saggio Luoghi migranti, tra clandestinità e spazi pubblici (Luigi Pellegrini editore) per riflettere sugli effetti della presenza dei migranti nei cosiddetti luoghi terzi della socievolezza, i bar, i caffé, le piazze.
Riguardiamo mentalmente al rallentatore la sequenza, trasmessa a loop dai tg negli scorsi anni. Vediamo in campo largo una barca che attracca, distinguiamo a bordo dei corpi dichiaratamente stranieri per tratti somatici e abbigliamento. Li osserviamo sfilare al rallentatore su una passerella, visibilmente stremati, davanti a un ufficiale intento ad associarli ad un numero. Altro stacco e vediamo i corpi seduti sul molo, lo sguardo perso sulla folla che gli si è accalcata intorno, un mix eterogeneo di poliziotti, fotografi, operatori umanitari. Stiamo assistendo allo “spettacolo del confine per eccellenza”, e insieme alla costruzione/esibizione simbolica della condizione giuridica della clandestinità: privati del nome, dei diritti di cittadinanza e di parola, ridotti a meri corpi numerati- corpi abusivi e quindi pericolosi, e insieme corpi in pericolo, da salvare -, i migranti debuttano sulla scena con una rappresentazione che unisce profilassi securitaria e umanitaria, controllo e presa in carico, paura e desiderio, pericolosità e utilità, “un circolo rappresentativo – ricorda Gatta – in cui restano inevitabilmente incastrati”. Non hanno voce, sono riconoscibili unicamente come figure sociali stereotipate, ma all’occorrenza possono tornare utili, costituire una forza lavoro flessibile, sempre disponibile e altamente ricattabile.
Legata a filo doppio al fenomeno degli sbarchi e alle tante distorsioni con cui è stato propagandato in questi anni, anche Lampedusa ha finito per essere ridotta sic et simpliciter alla sua stessa banchina. Uno sforzo importante per restituire profondità all’isola e dignità ai migranti è stato compiuto in questi anni dall’associazione locale Askavusa (a piedi scalzi). Dopo essersi distinta nei soccorsi durante le stagioni calde degli sbarchi, dal 2009 Askavusa organizza ogni anno un festival del documentario sulla migrazione, il Lampedusa in Festival. L’edizione di quest’anno si è appena conclusa con l’assegnazione del premio della sezione migranti a Vera di Francesca Melandri, un film importante “che invita a non processare la storia ma ad analizzarla, capirla, condividerla ed impegnarsi evitando cosi che si ripetano gli stessi errori”, recita la motivazione della giuria. La notizia tuttavia è un’altra: la sezione era coordinata dal filmaker etiope Dagmawi Yimer, sbarcato a Lampedusa nel 2006, e la giuria era composta per tre quarti da migranti. La foto in alto mostra per l’appunto un giurato, il giornalista somalo Zakaria Mohamed Ali, seduto su una bitta nel punto preciso della banchina in cui ricorda di essere abbittato con un gommone e altre trenta persone nella primavera del 2008. Grazie ad Askavusa e all’Archivio delle memorie migranti, Zakaria è potuto tornare sull’isola da uomo libero per valutare i film in concorso, ritrovare frammenti della sua storia e scoprire l’isola. Oltre la banchina e il muro di cinta del centro in cui fu recluso per una settimana prima di essere deportato sul continente.
PS: Scrive Predrag Matvejevic in Breviario Mediterraneo: “Gli abitanti delle isole sono meno spensierati della gente della costa proprio per il fatto di essere separati. Ciononostante accettano i nuovi arrivi più facilmente di quanto facciano gli altri, forse anche per il fatto che, quando passano il braccio di mare che divide l’isola dalla terra, anche loro diventano nuovi arrivati, oppure perché si ricordano di essere pure essi venuti, una volta, da un altro luogo”.
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Tra le altre cose le panchine favoriscono il tele-trasporto. Sediamo assorti in un parco, solleviamo gli occhi e, all’improvviso, ci troviamo in un altro mondo. In uno dei capolavori di Philip Dick, La svastica sul sole, il protagonista scivola da una panchina in un contro-presente-alternativo nel quale le forze dell’Asse, i nazisti e i loro alleati, sono usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale. Dove sono i taxi a pedali oggi? si chiede il signor Nabosuke Tagomi, osservando con autentico sgomento il traffico di San Francisco, i palazzi grigi, la superstrada, i marciapiedi percorsi soltanto da uomini bianchi.
Qualcuno potrebbe obiettare che quella degli universi paralleli è una teoria da quattro soldi, un’invenzione della fantascienza. Niente di più sbagliato. L’ha sperimentato l’anno scorso sulla propria pelle uno studente di 27 anni giunto a Torino dal Camerun con una borsa di studio e regolarmente iscritto alla facoltà di Ingegneria delle telecomunicazioni al Politecnico, quando, per sostenere le spese delle tasse, ha deciso di andare a lavorare per qualche mese nelle campagne pugliesi.
Ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo il resoconto di quell’avventura in occasione del festival del documentario di Lecce, precisamente durante il tragitto che separa l’aeroporto dall’albergo del centro dove eravamo entrambi diretti. Quello che mi ha colpito del racconto di Yvan Sagnet, non erano tanto i dati, le circostanze che riportava con precisione. Mi ha sorpreso piuttosto la partecipazione con la quale ha rivissuto davanti a due perfetti sconosciuti, l’autista e il sottoscritto, lo stupore che si prova quando si varca la soglia di un altro mondo. Ad ogni passaggio il tono della voce si impennava, vibrava insieme a tutto l’abitacolo, gli occhi sprizzavano braci di indignazione. Mettiamoci nei suoi panni: hai avuto la fortuna di sbarcare sulla Luna, la frontiera della democrazia, dei diritti umani, del progresso. Ti sei immerso per anni nella magia dei cavi telefonici, delle fibre ottiche, delle comunicazioni satellitari… Poi, tutto a un tratto, va via la luce e ti risvegli nella capanna dello zio Tom, davanti a uno dei due cessi che servono i 400 lavoratori di una masseria di Nardò, tutti neri come te. Tre ore di fila per una doccia dopo aver raccolto pomodori dalle tre del mattino alle sei di sera, agli ordini di un caporale che trattiene buona parte del tuo misero stipendio a cottimo. E per un attimo pensi di essere finito nell’universo laterale del Generale Robert Lee nel preciso momento in cui l’armata della Virginia schiavista ha sconfitto le truppe di Lincoln e Grant
Nel romanzo di Dick, una volta scoperto l’arcano il signor Tagomi riesce a riguadagnare velocemente la panchina e se ne torna da dove è venuto, al ventesimo piano del Nippon Times Building che domina la baia di San Francisco. Yvan invece non ha panchine su cui sedersi, al massimo casse di pomodori, sedie rotte, carcasse di divani piovuti dal cielo. In pochi giorni si mette alla testa della rivolta di Nardò, denuncia i caporali, organizza il primo sciopero nella lunga stagione di sfruttamento dei lavoratori immigrati, inizia a collaborare con i sindacati. La sua idea è semplice: la battaglia deve e può essere vinta nei campi, coinvolgendo innanzitutto gli immigrati. E poiché la realtà supera l’immaginazione, in tanti cominciano a dargli perfino ascolto. Dopo aver varato il reato di caporalato, il governo – è storia di questi giorni – dà ai lavoratori sfruttati la tutela indispensabile per poterlo mettere pratica: chi denuncerà il caporale otterrà un permesso di soggiorno di sei mesi, rinnovabile.
Naturalmente la strada da percorrere è ancora lunga. Nel parlamento c’è già chi grida allo scandalo e tuona contro il decreto. E’ una sanatoria mascherata, dicono a gran voce. Ma non sembrano minimamente turbati dal fatto che in Italia circa 400 mila persone continuino a vivere in condizioni di schiavitù alla luce del sole.
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Le capre stiano in campana: non c’è pace sopra e sotto le panche italiane. Qualche settimana fa il sindaco di Terno d’Isola, un borgo di settemila anime in provincia di Bergamo, ha fatto rimuovere due panchine davanti a un kebab. A quanto dice erano un luogo di ritrovo di immigrati, (e quindi) un orinatoio, (e quindi) un’offesa al pubblico decoro, nonché un serio intralcio alla libera circolazione delle carrozzine padane. La decisione ha richiamato alla memoria le tristi sparate dello “sceriffo” di Treviso. I neri si siedono sulle panchine dei giardinetti della stazione? Allora togliamole di mezzo, almeno qui ladri non ci poggeranno più il culo, dixit e mise in pratica anni fa.
Un giorno dovremo chiederci come tutto ciò sia stato possibile nell’Italia del Duemila. Certo a Terno d’Isola la presenza di immigrati è cresciuta notevolmente negli ultimi anni e si va facendo stabile: uno “straniero” su cinque è nato in Italia e diventerà presto ternese. Certo la convivenza pone i suoi problemi, richiede pazienza, capacità di ascolto, dialogo e mediazione, risposte complesse, soprattutto in tempi di crisi. Certo le scorciatoie sono sempre a portata di mano: da che mondo e mondo costruire l’immagine del nemico interno aiuta a guadagnare consensi. Ma se un sindaco arriva al punto di spianare a cuor leggero una panchina, il simbolo stesso di quella pace sociale che dice di voler salvaguardare, la sensazione è che il vero problema sia un altro. Un sondaggio sul nuovo lessico degli italiani diffuso da Demos qualche tempo fa sostiene che la parola “pubblico” non è ancora impopolare come “stato”, ma è comunque out, retrò, una parola del passato. “Bene comune” va meglio, ma a guardare lo stato di salute dei nostri giardini, l’impressione è che sia una moda transitoria, l’onda lunga dei referendum dello scorso anno. Una panchina è di tutti e quindi di nessuno, posso farne volentieri a meno. Una panchina è una panchina che problema c’è ad abbatterla, per giunta se collocata davanti a kebab? gracchiano gli agitatori di Radio Padania. E invece no! Se oltre che il culo, ci mettessimo anche un po’ di cervello scopriremmo che una panchina è innanzitutto un luogo straordinario di osservazione e di incontro. All’occorrenza può diventare un’amorevole compagna di viaggio, come recita il mio amico Mohamed Ba – poeta, attore, mediatore culturale, barbaramente accoltellato tre anni fa nel centro di Milano – nello spettacolo Incazzato Bianco: “Per fortuna trovai una casa, un rifugio, un’amica e confidente, una compagna solitaria nella solitudine delle città: la panchina in piazza. Là dove oramai ogni casa è una tomba ed ogni uomo una bara, la panchina era rimasta uguale a se stessa, imperturbabile, accogliente e resiliente. Con quella panchina ho passato delle notti stellate a meditare su di me, il mondo, il lavoro e le virtù. Io e la panchina eravamo legati da un’unione morganatica. Non mi ha mai chiesto chi fossi, né quanti soldi avessi ne se avessi documenti o meno. Era sempre lì ad aspettarmi per un abbraccio lungo notti intere. Devo dire che in quella panchina ho trovato più umanità che negli uomini. Alla fine io con la panchina eravamo divenuti una cosa sola; niente più incomprensioni, niente più diniego, niente più assuefazione”. Ma questo accadeva qualche anno fa, prima che l’ex Sindaco di Milano decretasse che chi dorme sulle panchine attenta al decoro della città. Da allora, come in tante altre città del Nord, le panchine hanno un divisorio di ferro al centro e sono diventate democraticamente scomodissime. Rob de matt.