Walter G.

08/03/2013

ambiente

De Coop…rofundis/3

…SEGUE

Le occasioni perdute del movimento cooperativo. A conclusioni non dissimili (quanti treni!) si può pervenire ragionando di movimento cooperativo, il quale non solo pare aver esaurito qualunque ruolo propulsivo rinunciando di fatto a proporsi come protagonista della qualificazione del tessuto produttivo, ma addirittura aggrava, a volte, il suo stato subalterno fino ad arrivare, nei settori di mia competenza (disinquinamento, eccetera) a favorire l’accesso sul mercato emiliano e nazionale di multinazionali, per di più in comparti in cui tali società spesso non hanno neppure esperienza pregressa; ciò anche sulla base di patti a dir poco leonini, che lasciano alle aziende cooperative solo opere civili, precludendo loro un qualche reale avanzamento sul piano di tecnologie e know-how.

I miei amici presidenti e dirigenti di imprese e consorzi cooperativi non me ne vorranno se esterno l’oggetto di un dibattito ormai in corso, tra di noi, da anni.  Ritengo che tutto ciò (e il cahier des doléances potrebbe essere lunghissimo ed estremamente dettagliato) possa ricondursi ad un problema di fondo, e cioè alla fondamentale arretratezza e subalternità culturale che pare permeare l’azione dei gruppi dirigenti selezionati negli ultimi anni. Alla impreparazione nel fare fronte alle tematiche della transizione in atto (che porta al rincorrere affannosamente terreni e progetti proposti da altri) si abbina infatti, come corollario non secondario, una procedura di reclutamento/cooptazione dei gruppi dirigenti e di conduzione del dibattito interno che molti, ben più competenti di me, hanno già esaminato con grande approfondimento.   Ciò che ho potuto osservare direttamente è come tali procedure abbiano portato alla diffusione di un atteggiamento, presente in molti dirigenti che mai hanno vissuto esperienze reali di direzione di movimenti di massa, secondo il quale la vera politica è solo la ‘grande’ politica, spesso volgarizzata in termini di mediazione pura e semplice.  Quel modo di intendere la politica ha portato a considerare ‘settoriali’ e delegate ad addetti ai lavori le questioni e le scelte concrete su cui ci si deve misurare per giustificare la propria ambizione ad assumere ruolo e capacità di governo della trasformazione.

Per fare un esempio, a malapena si è accettata la sanità come terreno del fare politica, forse solo per l’ingente ammontare delle risorse umane e finanziarie coinvolte in tale ambito tematico; per il resto (politiche industriali, strategie territoriali, questioni ambientali ed energetiche) ci si limita per lo più, salvo qualche rara e lodevole eccezione, a qualche grande proposizione di fondo, cosi generica da essere del tutto inutile ( ‘piani di settore’; altroché ambizioni da ‘governo-ombra’), delegando ad altri, di fatto, la gestione dei processi reali anche laddove si posseggono strumenti di intervento o si potrebbero costruire momenti di aggregazione. Al proposito, mi sento di allargare la critica anche a quanti, tra gli intellettuali, ritennero di dovere aprire, nella seconda metà degli anni Settanta, il fronte ‘pensiero debole’, in nome del quale si mise in discussione la nozione stessa di Progetto, soprattutto se ‘organico’.  L’aprire quel fronte è servito poco a chi alla trasformazione era realmente interessato poiché non ne ha molto arricchito la strumentazione culturale, mentre é molto servito a disarmare quanti già non mostravano alcuna propensione verso l’arma ‘Progetto’, alla luce della propria convinta adesione al pensiero ‘forte’ della ‘grande’ politica come definita in precedenza.  Il vedere, oggi, come molti fra i proponenti il fronte ‘pensiero debole’ stiano riapprossimandosi al lido del progetto non fa che riacutizzare l’incubo ferroviario, poiché alcuni di loro erano ‘involved’ in posizioni di grande responsabilità istituzionale e politica negli anni di cui qui si parla.

Responsabilità rilevanti competono quindi ad intellettuali, singoli o gruppi; ciò anche in Emilia, a parziale correzione dell’eventuale sensazione che qui si voglia addossare ‘colpe’ solo ai gruppi dirigenti politici, sensazione che potrebbe scaturire dalla esigenza di sintesi di queste note. Anche molti intellettuali (psichiatri, sociologi, economisti) non hanno saputo cogliere l’occasione: si ricordi in questo senso la latitanza propositiva di quella che si sperava divenisse la scuola di economia di Modena: tra gli esempi in positivo, invece, mi sia consentito ricordare l’opera di Tullio Aymone, che in un mai troppo ricordato saggio sulla politica dei servizi in Emilia aveva aperto spazi di lettura ed intervento ancora oggi pienamente utilizzabili. Molto tempo si è perso, e molte occasioni; non é dato di prevedere se e quando si ripresenteranno . Venendo allo scenario attuale, a livello internazionale vi è chi, come Alain Minc, teorizza che la transizione sia ormai prossima al suo punto terminale, orientando lo sviluppo verso forme di economia allo stato stazionario da cui forse si uscirà, secondo Gjphtopoulos, solamente attivando uno dei due unici nuovi mercati possibili: lo spazio o i paesi in via di sviluppo.  L’iniziativa detta di difesa strategica (Sdi) la dice lunga su quale sarà la prospettiva prescelta, di nuovo secondo logiche di massiccia concentrazione di risorse verso il volano ‘industria bellica’ e ancora a scapito delle possibilità di sviluppo appropriato delle aree marginali del mondo.

Quale spazio per un Progetto. Pure a fronte di siffatte preesistenze e nonostante l’incubo dei treni persi, mi pare che l’esercitarsi sulla nozione ‘cultura di governo’, anche a scala locale e nazionale, non sia ne vacuo né inutile.  Resta forte la convinzione che nulla è dato per sempre e che perciò necessita fare avanzare la ricerca dei tempi e dei modi del coniugare etica ed impegno politico-culturale (il riformismo con principi di Fieschi, la qualità sociale di Ruffolo)  in vista del rinnovamento del nostro Paese. Rifuggendo da tentazioni tecnocratiche rimane la certezza circa l’opportunità del rapporto con operatori tecnici e scientifici ai fini della costruzione e gestione di un progetto di trasformazione.  La complessità della società industriale/post-industriale richiede, per essere interpretata e governata, diffusa padronanza delle conoscenze necessarie a decodificare processi e relazioni che fittamente attraversano sistema e microsistemi.  Ciò che conforta nel non ritenere del tutto inutile il rinnovare l’impegno è la desolante pochezza, sul piano progettuale, della controparte economica e politica di siffatto progetto.

Nel nostro Paese, stando a quanto è dato di sapere, pare si intendano fronteggiare i noti e radicati problemi strutturali lanciando le “grandi opere” come idea-forza per il futuro:si assiste, da un lato, all’assestamento di nuovi equilibri nei circoli economici e finanziari e alla celebrazione spettacolare di ruoli ritrovati (da Orizzonti ’90 alla kermesse del Lingotto) mentre, dall’altro, si ripropongono trite e assistite azioni che vedranno sprecate ingenti risorse a fronte di benefici più che incerti.     Non si dimentichi che nel nostro paese, e anche in Emilia, ‘grandi opere’ hanno significato, sin dagli avvii della industrializzazione, abbattimento di cinte murarie, distruzioni e sventramenti di tessuti urbani unici, erosione di un patrimonio limitatissimo quale il terreno agricolo di pianura; nulla è accaduto, cioè, di simile a quanto si fece altrove, dove la forza lavoro non occupata venne impiegata nel mettere a dimora nuove foreste e grandi parchi urbani, nel regimare i corsi d’acqua, nel dissodare aree marginalizzate (Tennessee Valley Authority resta pur sempre un grande esempio).

Si è assopito il gusto di ricordare come i recuperi di produttività a scala aziendale, più che mai alla luce della transizione epocale in atto, si traducano in aumenti di improduttività scaricati sul sistema sociale nel suo complesso: ciò, quando persino negli Stati Uniti di Reagan vi sono teste d’uovo che si interrogano sul limite di rottura, in termini economici e di tensioni sociali, di tale meccanismo.Vi é spazio perciò per chi, non più disponibile al ‘committment’ e strutturalmente incapace di puro e semplice ‘involvement’, voglia almeno continuare a ritenersi ‘concerned’, e quindi operare nel senso della costruzione di una piattaforma progettuale sulla quale invitare alla discussione quanti esprimano bisogno di cambiamento (studenti, imprenditori progressivi, ambientalisti, intellettuali renitenti al rampantismo, eccetera). C’è da metter mano allo sviluppo di una nuova cultura della indipendenza nazionale,proprio quando sotto le specie della internazionalizzazione dell’economia passano spoliazioni del già impoverito tessuto industriale di punta del paese.  Ci sono da creare condizioni di sviluppo per nuove imprese in settori innovativi, efficienti servizi reali a quelle esistenti (dal trasferimento di tecnologie alla assistenza sui mercati internazionali); c’è da modificare radicalmente, e non è da poco, qualità tecnica ed efficienza degli apparati pubblici. Le grandi opzioni di fondo sono il risanamento ambientale del paese, il recupero dei patrimoni artistici ed architettonici, la valorizzazione a fini produttivi di boschi, pascoli, strutture abitative e culture presenti nelle aree marginalizzate, il riuso dei tessuti urbani, il decongestionamento razionale delle aree sin qui sovrautilizzate.

La sperimentazione e la diffusione di tecnologie appropriate alla piena utilizzazione della enorme varietà di risorse territoriali, floro-faunistiche, culturali di questo straordinario paese dovrebbe divenire il fulcro di un grande progetto, ad altissimo contenuto di scienza e tecnologia, che porti a qualificare anche il suo ruolo internazionale.  Ancora sul ruolo dell’Emilia. È chiaro che ciò non significa evocare nostalgie passatiste, ma finalizzare la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie produttive, organizzative, informatiche, di innovazione di processo e di prodotto, di strumenti analitici e di controllo adeguati e così via . Queste sono le frontiere di una reale crescita del terziario avanzato,non i fast-food, o i pony express! Ancora una volta pare di poter affermare che proposte e forze di cambiamento non siano del tutto latitanti: l’interrogativo che si ripropone è se vi siano cultura e volontà politiche per perseguire un tale disegno, ad esempio a ripartire dall’Emilia.  Chi è stato “committed” in passato qualche dubbio lo mantiene, così come qualche esigenza ( ad esempio inserire fra le regole del gioco un rigoroso controllo della pulizia delle mani dei diversi interlocutori in fase di avviamento e di gestione del progetto ), ma su tutto prevale la voglia di riprovare in nome di una non ancora sopita aspirazione all’utilità sociale del vivere. Sperando, ovviamente, che ciò non porti a futuri incubi ancora più opprimenti dell’attuale
Tanto mi pareva dovuto  ULTIMA PUNTATA

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06/03/2013

analisi

De Coop…rofundis/2

…SEGUE

Il caso emiliano. Per capire, dal mio punto di osservazione attuale, come dovrebbe delinearsi un programma di governo del cambiamento, intendo assumere il caso emiliano come esemplare e pieno di significati e di rappresentazioni della realtà nazionale del maggiore partito della sinistra e del maggiore sindacato operaio.

Base di partenza di questa ipotesi non è solo un atteggiamento sperimentale, che porta ad esprimersi solo su ciò che si é osservato direttamente; oltre a ciò, infatti, pesa il ricordo di come il considerare la realtà emiliana laboratorio di innovazione sociale e politico-culturale sia stata proposta di lavoro lanciata da Ingrao, concludendo un congresso all’Università di Bologna nei primi anni ’70. Tale proposta lasciò in molti, me compreso, segni profondi, poiché intuiva la grande ricchezza del tessuto sociale, economico e culturale costruito dal movimento operaio in decenni e ne proponeva l’assunzione come base di ulteriori sviluppi ed arricchimenti antagonistici rispetto alle tendenze del modello di sviluppo guidato dal grande capitale economico e finanziario.  Certo (e d’ora in poi considererò scontate, e quindi inutili, siffatte controdeduzioni ‘preventive’) non si voleva con ciò ipotizzare fughe dalla realtà politica ed economica data; era pur vero, però, che quel substrato di relazioni sociali e di strutture economiche, sviluppato o almeno favorito dalla azione di governo del movimento operaio, appariva di grande pregnanza per quanti intendessero immaginare e perseguire un progetto di trasformazione possibile nel contesto delle problematiche proprie di una società industriale avanzata quale l’italiana…..

Per ulteriormente suffragare il taglio di queste note su un possibile contributo specialistico alla elaborazione di un progetto di trasformazione, dovrò poi ricorrere ad un aforisma, dato che Julien Benda ha già scritto della attitudine dei chierici al tradimento e D’Alembert, nel suo incredibilmente attuale «Saggio sul rapporto tra intellettuali e potenti» ha esplicitato tempestivamente i codici e la complessa rete di relazioni che mettono in comunicazione le due categorie suddette. Pochi anni fa un amico statunitense di origine indiana, Vinod Shrivastava, alto funzionario della U.S. Agency for International Development con cui collaboravo a Kingston-Jamaica, mi spiegò il suo modo di porre il problema «motivazione/coinvolgimento» nei corsi di management.   ‘Commitment’ e ‘Involvement’: «II personale di imprese va motivato a perseguire con tenacia gli obiettivi proposti dalla direzione aziendale: deve cioè essere ‘committed’, non solo ‘involved’». E qual è, ci si potrebbe chiedere, la differenza di fondo tra ‘committment’ e ‘involvement’? La risposta é semplice: tutti conoscono il piatto forte dell’english break-fast, ‘bacon and eggs’. Bene, nella preparazione di tale piatto il maiale è ‘committed’, la gallina soltanto ‘involved’. Poiché negli anni tra il ’68 e l’ ‘80 mi é troppo spesso capitato di essere ‘committed’, incappando con ciò in esperienze politiche e culturali dagli esiti dolorosi, che hanno portato a cambiamenti anche drastici rispetto alle mie aspettative di vita, chiedo comprensione per il tono amaro e un po’ animoso di queste note, che resiste anche alla terza stesura, l’ultima.  Chi, avendole vissute direttamente in quegli anni, può dimenticare le elaborazioni e le esperienze in materia di rapporto tra lavoro e studio, l’enorme potenziale di trasformazione intrinseco alle azioni concretamente innovative in campo psichiatrico, psico-pedagogico, della medicina del lavoro, della igiene dell’ambiente?   E, ancora, come non ricordare l’entusiasmo diffuso che permeava le realtà del decentramento e della partecipazione dei primi anni ’70, la carica innescata dal dibattito sul ‘Progetto a medio termine’, così malamente e svogliatamente gestito, la tensione verso una forte caratterizzazione ideale delle prime esperienze di ricerca e di lavoro per chi si immetteva sul mercato nella seconda metà di quel decennio?   Io non dimentico, per cui parlerò qui solo di ciò che mi ha visto partecipe, e per di più partecipe ‘fully committed’ e perciò né distaccato né allora fruitore delle molteplici e gradevoli valvole di regolazione offerte per il tempo libero dal vivere in una realtà di nazione industriale avanzata .

Al fine di rifuggire da rischi di astrazione eccessiva e di possibile nebulosità dell’universo ‘realtà emiliana’ scelgo per l’analisi che segue il campione ‘pianificazione eco-energeticamente coerente dell’uso e del governo delle risorse’, campo tematico a me il più familiare. Il livello del dibattito internazionale in tale ambito era ben presente, nel contesto temporale indicato all’inizio, a molti dei ‘committed’ e a non pochi ‘involved’ : si sapeva dell’approssimarsi di una fase di transizione epocale da modelli dissipativi a modelli conservativi di risorse,visto che  qualche rapporto del Club di Roma circolava nel nostro ambiente, pur viziato di prevenzioni ideologiche . Ancora, si sentiva parlare della messa in discussione delle stesse prospettive reali di sopravvivenza della nozione di crescita economica (Daly ‘L’economia dello stato stazionario’,Il Saggiatore).

Il dibattito sulle grandi questioni ambientali e sulla crisi energetica, supportato dalla esperienza quotidiana di critica militante (‘committed’) all’organizzazione del lavoro, di diffusione delle lotte per la difesa della salute in fabbrica e sul territorio, aveva raggiunto in quegli anni, grazie al ‘Sapere’ di Maccacaro, migliaia di operatori tecnico-scientifici e di quadri politici e sindacali. Per dirla in estrema sintesi, non era patrimonio di pochi l’acquisizione secondo cui l’attuale modello di sviluppo veniva sempre più caratterizzandosi come generatore, ad un tempo, di fenomeni di sovrautilizzazione (concentrazione in aree limitate, in quanto le più favorite, di insediamenti abitativi, industriali, agricolo-zootecnici intensivi e delle grandi infrastrutture ad essi asservite) e sottoutilizzazione (marginalizzazione di aree montane,collinari e meridionali) di risorse ambientali . A tutti, inoltre, apparivano ben chiari i costi di tale modello .

Altrettanto diffusa risultava la basilare constatazione di come la logica prevalente dello sviluppo non avesse mai preventivamente assunto come vincolo o come variabile la nozione di esauribilità, prima qualitativa che quantitativa , delle risorse ambientali ed energetiche non rinnovabili .  Proprio per questa consapevolezza, la parola d’ordine dell’austerità,per quanto controversa sul piano dell’impatto psicologico, parve a molti essenziale, per la sua capacità di porre in rilievo strategico la criticità degli effetti del modello dominante, individuando i riferimenti internazionali (rapporto tra Nord e Sud del mondo, pace e guerra) e proponendo l’uso razionale e parsimonioso delle risorse (quella che Amory B. Lovins ha sempre definito la ‘elegant frugality’) come parametro centrale dei nuovi, ‘necessitati’, modi di vivere e produrre…..
Riemergendo dall’incubo ‘ferroviario’, torna conto rammentare come venisse evolvendo una embrionale ‘cultura dello sviluppo’ a seguito di riflessioni, letture ed esperienze prima elencate.

La necessità profonda di un pensare e di un agire ‘altro’, antagonistico rispetto ai prevalenti, portava a concepire la realtà emiliana come sede di sperimentazioni che, sulla base di ben collaudate referenze internazionali, mirassero a ribaltare la logica ‘concentrazione/ marginalizzazione’, attraverso interventi di vero riequilibrio territoriale che trasferissero risorse verso l’Appennino e le aree più depresse, attivando le necessarie imprese strutturali/ infrastrutturali.

Non si dimentichi come, in quegli anni, tutto un filone di pensiero, che vedeva in G.B. Zorzoli uno dei principali riferimenti, si esercitasse concretamente alla messa a punto di metodologie analitiche e di procedure di pianificazione al servizio di politiche appropriate di recupero produttivo, eco-energeticamente compatibile e coerente, delle aree marginali del nostro paese…..

Fu in quegli anni che, nell’ambito del Progetto Finalizzato Energetica 1 del CNR, un gruppo di ricerca diretto dallo scrivente avviò un lavoro sulle vallate appenniniche emiliane che portò a conclusioni il cui potenziale di innovazione metodologico-progettuale risulta ancor oggi tale da attrarre l’attenzione non solo di ricercatori italiani e stranieri, ma anche di strutture impegnate nella costituzione di quelle che la Cee definisce agenzie per lo sviluppo in aree a risorse limitate.

Non mancavano,quindi,proposte:volontà politica e cultura di governo, quelle si, mancavano.    A riprova di ciò, non è fuori luogo ricordare le numerose e qualificate competenze che, a far data dal 1970, affluirono presso gli uffici regionali dell’Emilia Romagna attratte dalla sfida per lo sviluppo ripetutamente sin qui evocata e spesso sinceramente disponibili a mettersi in gioco sul terreno della trasformazione:quante di quelle competenze sono rimaste, ad oggi, in Emilia?

Allo stato attuale delle cose, purtroppo, i veri interventi in Emilia si orientano verso le aree forti, mentre alle deboli vanno le briciole; in sintonia con la tendenza internazionale.  Qualcuno potrebbe cercare di obiettare, esibendo elenchi di leggi ed azioni finalizzate, per fare un esempio, alle aree appenniniche, oppure richiamando tutti i vincoli esterni che hanno contrastato ed ancora ostacolano politiche di riequilibrio.  Queste obiezioni (sempre che non ci si rifaccia ad esempi quali la realizzazione dell’invaso di Ridracoli) saranno le ben accette, ma l’assenza dei conflitti che una vera scelta di riequilibrio avrebbe generati funge da indicatore dell’assenza/latitanza della scelta medesima.   Simili considerazioni si possono sviluppare a proposito delle recenti politiche regionali in materia agricola, ambientale, delle infrastrutture, dei servizi per l’innovazione……CONTINUA

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01/03/2013

orizzonti

De Coop..rofundis/1

L’Italia declina , l’Emilia declina (e noi con loro) nel pieno della gravissima crisi globale in corso .

A Bologna , dopo la fusione con Fondiaria Sai che ha salvato (sino ad ora) i Ligresti , è in atto una riorganizzazione del gruppo assicurativo Unipol , in mano alle principali Coop di consumo ,Coop Adriatica e Coop Estense incluse: i sindacati prevedono il taglio di 2200 posti di lavoro su 8mila In  Emilia declina anche Reggio, culla della cooperazione ai tempi del ‘socialismo evangelico’ di Camillo Prampolini , dopo due decenni  che hanno registrato una pesante spoliazione di molti ‘pezzi pregiati’ della sua struttura economica , dal passaggio in mani terze rispetto al territorio fino al concordato quando non al vero e proprio fallimento (già verificatosi nel ferrarese a carico della Coop Costruttori di Argenta ,colosso coop degli anni ’80 assieme alla CMC di Ravenna) .

Per avere un’idea  del punto di partenza , il PIL della Provincia di Reggio Emilia (circa 500.000 abitanti) è a lungo stato pari , quando non superiore , a quello del Portogallo Sono uscite dal controllo del territorio le Latterie Coop. Riunite (Parmalat) , la Cassa di Risparmio (prima BIPOP poi Capitalia e infine Unicredit),AGAC  (ENIA poi IREN) , ACM (oggi Unicarni) , le mitiche  OMI-Reggiane che producevano gli aerei  Caproni e poi leader mondiale delle gru portuali , la Lombardini Motori leader dei diesel agricoli Sono già fallite realtà  importanti , dal Gruppo Mariella  Burani alla  Bertolini Macchine Agricole .

Per stare alla cooperazione, oggi  lascia  con il fiato sospeso  il destino di giganti dell’edilizia e dell’immobiliare quali la Coop Muratori Reggiolo , Orion ,Unieco, Coopsette (e conseguentemente, a rigor di logica , il CCPL), in difficoltà finanziarie gravi quando non già al concordato preventivo. Stiamo parlando dei ‘main-contractors’ dei maggiori interventi cementificatori da Milano a Genova e al Piemonte :si vocifera di “odor di derivati” che promana da molti bilanci e di sottovalutazione del peso dei debiti che gravano su molte aziende , mentre grande è la preoccupazione per colossi della distribuzione che fanno il pareggio di  bilancio traslando a neosocietà controllate i propri immobili , supervalutandoli rispetto ad un mercato drammaticamente oberato da un grave esubero di offerta  (possibile che il ‘buco’ di Pirelli Real Estate ,alla nascita ben più forte delle sorelle minori reggiane , non abbia insegnato niente in provincia ?) .

Il tratto dominante di qualunque futuro saranno degrado e  subalternità di Reggio e dell’Emilia ?  Senza ragionare su memoria e identità non si va da nessuna parte , nell’epoca  ‘glocal’, e si è facile preda dei novelli Ungari della finanza così come della criminalità organizzata , a maggior ragione nel  tempo dell’oblio dei valori fondanti e della marginalità della nozione di persona (dominando più che mai , anche nel senso comune emiliano e reggiano , il ‘pecunia non olet’) .  Terribile, al riguardo, vedere inquisiti dirigenti Coopsette e di Coop toscane che hanno costruito, secondo l’accusa in raggruppamento con – o avendo tra i fornitori – aziende controllate dai ‘casalesi’ (non mancano casi di intrusione di aziende controllate dalla ‘ndrangheta) , gallerie , nella tratta TAV Bologna-Firenze , a rischio di crollo e incendio in quanto  non conformi ai dettami della normativa .

Ancor più  il ragionare si rende necessario constatando come si scontino anche in Emilia e a Reggio gli effetti del modello insostenibile di crescita quantitativa e consumistica dominante fino alla esplosione della crisi sistemica attuale, dalla fetida aria padana alle acque superficiali e di falda inquinate con cui si irriga (funzione produttiva sempre più difficile e costosa a causa degli effetti  da Cambiamento Climatico globale in atto) , fino all’erosione urbana con cementificazione e relativa impermeabilizzazione di terreni da sempre vocati all’agricoltura di qualità , per arrivare ad avere orride periferie con migliaia di appartamenti sfitti o invenduti (prima causa del tracollo strutturale delle cooperative citate) , mentre vanno in malora migliaia di  fabbricati tipici di un  paesaggio storico figlio , fino al tempo dei fratelli Cervi , della cifra determinante delle centuriazioni romane.

Ragionare è poi essenziale anche per capire come Emilia e Reggio possano divenire ‘melting pot’ delle centinaia di migliaia di persone arrivate negli ultimi anni , prima da altre regioni e città d’Italia e poi del mondo, attratte dal benessere, dai servizi , dalla piena occupazione .

Desidero contribuire al ragionamento semplicemente chiarendo che nessuno , che abbia avuto ruolo nelle trentennali vicende che al punto attuale  hanno condotto,  può cercarsi un alibi sostenendo che era imprevedibile l’evoluzione/involuzione/implosione del modello cooperativo/mutualistico così originale ed importante ancor oggi , come dimostrano recenti interventi di Amartya Sen .

Per il numero di Gennaio-Febbraio 1986 di “45”, rivista della Lega nazionale delle Cooperative, scrissi al riguardo  un articolo (ripreso nel 2004 con il titolo ‘Bologna come Bisanzio?’ in ‘Ambiente made in Italy’, Aliberti Ed., dedicandolo a Tullio Aymone,  acuto analista del ‘modello emiliano’).  Ventisette anni fa scrivevo :  «Anch’io, come Salvatore Veca ed altri ancora, ho sogni ricorrenti; fra questi, il più frequente mi vede, stanco e un po’ frustrato, rinunciare alla rincorsa, l’ennesima, di un treno che sta ormai lasciando la stazione di Bologna. Non sono solo: vedo attorno a me i volti noti di uomini e donne con cui intrapresi, all’uscita dell’adolescenza, un percorso culturale e politico che ha condotto, nel tempo, ad esiti individuali i più differenziati….» CONTINUA

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03/01/2013

ambiente analisi

L’ “Agenda Ganapini” per il governo dell’ambiente (… ἐλέησον )

In Italia , gli effetti della gravissima crisi ambientale e finanziaria globale in atto sono tali da  richiedere  immediatamente  un ‘Crash-programme’ per la ‘governance’ della transizione  all’unico sviluppo (non ‘crescita’) possibile , quello sostenibile.
Contemporaneamente all’attuazione del ‘Crash-programme’, deve partire un radicale  ridisegno normativo , secondo approcci partecipativi , per armonizzare  subito la legislazione in senso europeo , uno snellimento sul versante  burocratico-procedurale  che elimini discrezionalità prodromiche a corruzione e concussione , la creazione di  funzioni di controllo e monitoraggio a garanzia di ‘enforcement’ e ‘fact-checking’.

Le risorse necessarie all’attuazione del  ‘Crash-programme’ si reperiscono attraverso:
-    l’utilizzo pieno (oggi al 17% circa) delle risorse comunitarie,
-    tagli a spesa militare (F35) e  cosiddette ‘Grandi opere’,
-    creazione di un ‘asse ad hoc’ CdP-F2I per la politica di sostenibilità,
-    alienazione  trasparente (non ‘buy-back’da parte della malavita) di beni sequestrati all’economia criminale.

Il ‘Crash-programme’ si compone di  azioni di manutenzione e innovazione:

1)    Manutenzione , rinaturazione e riqualificazione del territorio

Per la eliminazione di potenziali rischi di perdita di vite umane a causa del dissesto idrogeologico, ISPRA produce la mappatura delle aree prioritarie d’intervento , sulla base dei Piani redatti dalle Autorità di Bacino e dalle altre istituzioni competenti in materia , con il coinvolgimento degli Ordini dei Geologi e dei Dottori Agronomi e Forestali a livello nazionale e regionale.
L’attuazione delle norme ‘anti cementificazione del suolo’ (cfr. punto 2) viene sottesa dalla diffusione di forme di presidio locale attivo (ingegneria naturalistica) di versanti appenninici ed alpini e dalla riduzione di prelievi dagli alvei fluviali (promuovendo il recupero di materiali , a partire dai detriti di demolizione , sostitutivi di quelli lapidei pregiati) , nell’intorno dei quali viene immediatamente proibito e sanzionato ogni nuovo  insediamento , trattandosi di  aree  esondabili.
Per quanto attiene insediamenti già realizzati in spregio a tale norma ed alle relative buone pratiche , i Comuni deliberano (entro 180 giorni dalla formalizzazione del ‘Crash-programme’) gli abbattimenti e la messa in sicurezza dei punti a rischio .
ISPRA , in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato , l’ Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali e gli Enti Parco, elabora i piani di sviluppo e gestione delle superfici boscate , promuovendo anche la creazione  di nuovi boschi planiziali , con particolare attenzione al loro ruolo sia di ‘cortina vegetativa’ (e ‘Carbon sink’) a tutela delle conurbazioni già afflitte da pessima qualità dell’aria che di contenimento di emissioni inquinanti da infrastrutture autostradali, ferroviarie, aeroportuali, portuali.
Le biomasse residue generate dalla manutenzione del patrimonio boschivo possono essere valorizzate  a fini di incremento dell’autonomia energetica a scala  locale .
Per la bonifica delle aree contaminate , l’elenco dei siti viene revisionato entro 90 gg dalle Regioni e ordinato per effettiva priorità  da ISPRA : la Cassa Depositi e Prestiti finanzia con asse ad hoc la messa in sicurezza , nei siti prioritari , dei fattori di rischio per salute e  matrici ambientali come da progetti esecutivi che sono validati dalla Agenzia Europea dell’Ambiente , consentendo per le  aree certificate come messe in sicurezza le ridestinazioni d’uso coerenti con le previsioni urbanistiche a scala locale.

2)    Manutenzione , rinaturazione e riqualificazione dell’ambiente costruito

Blocco immediatamente  operativo del consumo di circa 100 ettari/giorno di suolo agricolo per nuove costruzioni civili , industriali e infrastrutturali : si può costruire solo su terreni già edificati (‘brown fields’) , come in Germania  “Erosione urbana” /”impermeabilizzazione”/ “cementificazione” di quei suoli che sono la risorsa limitata da tutelare in vista di una migliore valorizzazione agricola ed ambientale (corridoi e cinture verdi , orti urbani) è fenomeno favorito , oltreché da incultura dominante , dall’attuale regime fiscale per i bilanci comunali , mentre si lasciano ammalorare migliaia di edifici ,anche di pregio, in aree rurali e periurbane .
Quel regime fiscale va modificato introducendo , come in Francia , la deduzione dal reddito imponibile di tutti i costi per il recupero/ristrutturazione del già costruito se gli immobili sono locati per 6 anni ; sempre come in Francia , per opere di miglioria e manutenzione delle  case costruite da almeno due anni , l’IVA va ridotta al 5,5%  e si introducono incentivi all’efficienza energetica per quelle costruite prima del 1990 . Investendo in efficienza energetica, si risparmiano  8 miliardi di Euro/anno , si riduce l’importazione di combustibili fossili , si tagliano le emissioni di gas serra di circa 55 milioni di tonn/anno, nel rispetto degli impegni nazionali di riduzione al 2020 .
Gli interventi riguardano l’industria ed il patrimonio della Pubblica Amministrazione attraverso l’applicazione dei nuovi Regolamenti Edilizi comunali e dei Piani Energetici Regionali e Comunali che promuovono  il ricorso a fonti rinnovabili e a schemi di cogenerazione  ad alto rendimento : il 70% dei consumi energetici avviene in ambito urbano (gli edifici assorbono il 42% dell’energia , generano il 35% delle emissioni complessive di CO2 , sprecano  il 70% dei consumi in riscaldamento ) .
La disincentivazione di nuova edificazione , riqualificando l’esistente anche sul piano dell’arredo/ornato urbano , viene sottesa da premialità (più facile accesso al credito) e politiche di formazione mirata per nuova imprenditoria  di  facility management (efficienza energetica , teleriscaldamento /condizionamento , gestione di verde privato/pubblico) e per i settori artigianali  edile , termoidraulico, elettrotecnico , della rinaturazione e del disegno e gestione del paesaggio .
In campo energetico non sono previste strutture di rigassificazione e di trivellazione: le piattaforme per l’estrazione di idrocarburi in dismissione mineraria , presenti  nell’off-shore adriatico e ionico , vengono trasformate in ‘wind farms’ .

3)    Manutenzione di  infrastrutture e servizi

Il degrado di cruciali infrastrutture quali la ferroviaria  (priorità da dare a pendolarità e trasporto merci), l’elettrica (Terna deve dare priorità a Smart  Grid  per favorire la valorizzazione di fonti rinnovabili ), la acquedottistica  (dispersione dalle reti idriche di oltre il 50% rispetto al 10%  fisiologico ante-‘sbornia da finanza’ nei Servizi Pubblici Locali) ,la fognaria/ depurativa (oggetto di molte procedure d’infrazione UE) , la telematica (priorità a banda larga, reti informatiche) è  ormai più che critico. Si richiede immediata manutenzione e modernizzazione di reti e impianti ora citati , con  estesa applicazione di moduli  di telecontrollo , telecomando , telegestione e monitoraggio cui siano associate  modalità  di trasferimento dell’informazione in tempo reale ai competenti Enti di Controllo ed al pubblico (es. : inquinamento atmosferico , consumi idrici ed elettrici , qualità delle acque , stato dei trasporti) , nell’ambito delle azioni derivanti dalla piena adesione alla strategia ‘Smart Cities’ della UE ed all’efficace accesso ai relativi fondi. Nel campo dei trasporti si privilegiano le opzioni capaci di migliorare la qualità dell’aria : potenziamento del trasporto pubblico e rinnovamento delle relative flotte , logistica commerciale su ferro , in aree urbane affidata a flotte elettriche o a gas , promozione delle bicicletta .
Nel campo dei servizi idrici , si da piena attuazione all’esito referendario. Nel campo dei servizi di igiene ambientale urbana  viene generalizzata la pratica di  raccolta differenziata “porta a porta” delle frazioni di rifiuto recuperabili per industria e agricoltura (per ridare fertilità ai terreni si valorizzano fermentazione aerobica ed anaerobica dei residui organici). La precaria qualità dell’aria orienta anche le scelte impiantistiche di trattamento dei flussi di rifiuti residui verso la stabilizzazione biologico-meccanica (TMB) del rifiuto urbano residuante dalla raccolta differenziata , coerentemente con la strategia ‘Rifiuti Zero’ che da attuazione alla strategia dell’Unione Europea in tema di eliminazione di nuove sorgenti di emissioni addizionali (es. inceneritori).

4)    Manutenzione normativa

Il diritto all’ambiente salubre diventa parte integrante della Carta Costituzionale. Le normative settoriali vengono abrogate , rimanendo in vigore solo fino alla emanazione della Legge-Quadro sull’Ambiente. La Legge-Quadro sull’Ambiente recepisce  e da attuazione  alla normativa europea relativa  alle risorse idriche , all’inquinamento atmosferico , alla gestione dei rifiuti , alla tutela della biodiversità  , alla conservazione della natura  ed alle  strategie e  politiche  per la sostenibilità.

5)    Manutenzione istituzionale

Ministero dell’Ambiente,Territorio,Tutela del Mare  (MATTM)  e Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) si fondono nel  Ministero dello Sviluppo Sostenibile. La struttura precedentemente MATTM vien riorganizzata in due Direzioni Generali:
-    Direzione Generale per la Valutazione Ambientale Strategica di piani e progetti
-    Direzione Generale per la Valutazione d’Efficacia delle politiche per la sostenibilità.
La difesa del suolo e delle acque divengono competenza delle Autorità di Bacino del Distretto Idrografico Settentrionale , del Distretto Idrografico Centrale e del Distretto Idrografico Meridionale ed Insulare : il Coordinamento delle tre Autorità di Bacino è in capo al Ministro dello Sviluppo Sostenibile . Sono aboliti gli Enti (AIPO , ATO , ecc) confusamente costituiti negli ultimi anni. Il Ministero dello Sviluppo Sostenibile  si avvale del’Agenzia Italiana per l’Ambiente (AIA)  , Organo Tecnico di valutazione terza e indipendente competente  in controllo ambientale , verifica dello stato di attuazione della normativa , approntamento e aggiornamento della base conoscitiva di supporto alle decisioni a scala locale e decentrata, in cui confluiscono e vengono riorganizzati ISPRA e altri organi tecnici. Contestualmente si riorganizzano le Agenzie Regionali per l’Ambiente (ARPA) i cui Direttori provengono  da un Albo nazionale istituito costituito previo un Concorso Pubblico nazionale per titoli ed esami , da esperirsi sotto la supervisione dell’Agenzia Europea dell’Ambiente  entro 180 gg dalla formalizzazione del ‘Crash-programme’. La dotazione finanziaria del Sistema Agenziale così strutturato viene garantita tramite l’attribuzione ad AIA e ARPA dell’1,5% del Fondo Sanitario Nazionale. Presso ogni Ministero di spesa verrà istituito , trasferendo adeguato personale dal Ministero per lo Sviluppo Sostenibile , un ‘Ufficio per la Sostenibilità’ , che dovrà istruire il  parere preventivo vincolante del Ministero per lo Sviluppo Sostenibile sui programmi strategici elaborati dal Ministero di spesa presso cui opera l’ Ufficio.

6)    Innovazione per il contrasto  alla eco-criminalità

D’intesa con la Procura Nazionale Antimafia , presso il Ministero dello Sviluppo Sostenibile viene istituito il Coordinamento InterForze  per la prevenzione ed il  contrasto alla criminalità ambientale , che si compone di rappresentanti  dei Comandi dell’Arma dei Carabinieri , della Polizia di Stato , della Guardia di Finanza , del Corpo Forestale dello Stato , delle Capitanerie di Porto, ad ognuno dei quali spetterà per turnazione la Presidenza dell’Organo. Al Coordinamento compete la proposizione di innovazioni normative specifiche inerenti i reati e delitti ambientali , il monitoraggio di strategie ed azioni operative di contrasto alla eco-criminalità , l’uso efficiente delle risorse in campo.

7)    Innovazione per l’adattamento al  Cambiamento Climatico

Il Ministero dello Sviluppo Sostenibile , di concerto con gli altri Ministeri interessati , promuove e/o partecipa a programmi di adattamento al Cambiamento Climatico in atto , dando priorità al rispetto delle norme internazionali in materia di riduzione delle emissioni climalteranti  con particolare attenzione ai seguenti comparti :
-    Promozione di tecnologie pulite (adeguamento ai parametri BAT-Brefs UE)  per la produzione di  prodotti più puliti (eco- design , certificazione e Label) nei principali settori industriali del Paese ; d’intesa con il MIUR , si prosegue  nell’aggregazione di ‘clusters’ tra strutture  universitarie , CNR , ENEA e private per l’avvio di ecoprogetti finalizzati  nei settori della Chimica Verde  (per la reindustrializzazione del comparto) , dei Nanomateriali e delle Nanotecnologie , delle Biotecnologie ambientali e mediche , dell’Ecodesign dei  nuovi prodotti e delle nuove merci , dell’Energetica dell’efficienza , delle fonti rinnovabili e dei nuovi combustibili , della Logistica .
-    Promozione del trasporto pubblico e di forme innovative di mobilità sostenibile (bicicletta , mezzi elettrici , strutture  portuali e aeroportuali ambientalizzate)
-    Promozione  dell’agricoltura multifunzionale e a ” filiera corta” (difesa delle produzioni agroalimentari tipiche e dei relativi territori , valorizzazione delle superfici marginali per produzione di biomasse a scopo industriale/energetico)
-    Promozione della qualificazione sostenibile delle attività turistiche.
Il 10%  della spesa pubblica, entro 180 gg dall’approvazione del ‘Crash-programme’, viene orientata da CONSIP alla creazione di mercati per beni/servizi ambientalmente favorevoli (“Acquisti Verdi”) ed alla comunicazione  delle relative ‘buone pratiche’ (dal livello domestico a quello di grandi strutture del comparto distributivo) e di coerenti  stili di vita sostenibili.

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29/10/2012

ambiente

Vaffan Nimby

Taranto, Casale Monferrato, Priolo, Marghera, Pieve Vergonte, Cogoleto, Manfredonia, Campania,Pioltello, Mantova, Crotone, LaSpezia, Gela, Portovesme, Sarroch, Piombino, S.Giulia-Montecity-MI, Brescia, Falconara… e tanti altri luoghi d’Italia richiamano  quanto il profitto abbia poco tenuto in conto salute di lavoratori/cittadini ed ambiente.
Fino al 9% delle morti per cancro è di origine occupazionale, spiega l’Organizzazione  Mondiale della Sanità (WHO) che , per bocca del suo rappresentante presso la UE chiosa ’They should simply NOT happen’, aggiungendo ‘The effects of chemicals on  human health : 1% well studied , 24% some data , 75% no data’, con buona pace  degli interessi che hanno combattuto la Direttiva REACH dell’Unione Europea e  dei loro ben pagati corifei , accademici e mediatici .

Consapevole di come la qualità ambientale di prodotti , processi produttivi e territori  sia fattore competitivo cruciale nella sfida tra sistemi industriali avanzati sui mercati  globali , anche nel pieno della crisi attuale , l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA)
afferma  “Precaution and regulations for public health stimulate rather than frustrate  innovation”, per rammentare agli industriali meno capaci e competitivi che ambiente  e salute non sono un vincolo e  un costo , ma una opportunità di sviluppo di qualità .

E poichè salute ed ambiente sono primariamente diritti fondamentali della persona, Istituzioni serie dovrebbero monitorarne il rispetto attraverso strutture normative e di controllo percepibili da persone/comunità come INDIPENDENTI /TRASPARENTI. È per questo che WHO e EEA si chiedono : «Conflicts of interest in scientific assessments should be disclosed : how many opinions given by well known scientists are really independent ? Should scientists from industry be involved in regulatory committees? What about academicians supported by industry?».
Nell’Italia marginale in cui ci tocca di vivere ora , tutto ciò che ci avrebbe tenuto nei binari della modernità europea sopra accennata è stato malversato e raso al suolo , dai ‘Registri Tumori’ all’Agenzia Nazionale per l’Ambiente, dalle ARPA alle Università: penso abbiamo tutti negli occhi atti giudiziari in cui si vedono professori periti di Tribunali intascare tangenti in aree di servizio e dirigenti ARPA fungere da vettori di mazzette per assessori.

E contestualmente a tale “far strame”, fino al tentativo di “rinascita nucleare”, è ripreso il “gutta cavat lapidem” della sindrome NIMBY e dei ‘cittadini perennemente in preda a moti emotivi e viscerali contro tutto e contro tutti , attenti solo al proprio cortile’, mentre i costruttori di centrali nucleari e a carbone, di rigassificatori e TAV, di inceneritori e complanari palesemente ad altro non pensano che al bene comune , quando va bene sotto forma di sola esternalizzazione dei costi ambientali e sanitari .
Occorre allora rinfrescare la memoria collettiva , anche quella dei comunicatori facile preda sia degli imbonimenti di PR dei ‘vested interests’ che delle pressioni di editori tenuti al guinzaglio dagli stessi poteri in virtù delle forti ‘contribuzioni’ pubblicitarie erogate anche in presenza di bilanci disastrosi .

Nell’ambito dei progetti UE-EUREKA, nel 1990, a Bonn venne presentato il rapporto di una società inglese, la ECOTEC di Birmingham , esattamente in tema di “Origini e Sviluppi dei Conflitti Ambientali in Europa” ; era luogo comune già allora affermare come “la gente fosse irrazionale , si opponesse a tutto e fosse emotiva”.
La ricerca ECOTEC portò alla ribalta per la prima volta come la sindrome NIMBY (“not in my backyard”)  risultasse solo quinta in ordine di priorità decrescente tra le cause di scatenamento di conflitto ambientale, mentre la prima causa risultava essere la sindrome NIMTO (“not in my terms of office”, tipica attitudine di miopi amministratori non certo ‘problem solving oriented’, ma piuttosto generatori di scaricabarile tra istituzioni).

Ne ragionai a Bonn con i colleghi inglesi: il ‘focus’ era l’esigenza di rispetto dei ruoli, del fare o non fare il proprio mestiere , del non abdicare al ruolo di tutela e valorizzazione dell’interesse generale cui ogni ‘civil servant’ è chiamato .
Lo strumento decisivo per minimizzare strategicamente il rischio del verificarsi di fenomeni irreversibili di degrado dell’ambiente in cui viviamo e di aggressione alla salute delle popolazioni , in logica di sostenibilità intesa come solidarietà diacronica ed equità intra- ed inter-generazionale, è, nel comune sentire degli attori istituzionali, sociali ed economici più consapevoli , il ‘Principio di Precauzione’ , introdotto nel 1984 nella legislazione tedesca a seguito dell’acidificazione della Foresta Nera.
Le vicende Amianto, PCB, CVM  sono solo alcuni esempi concreti del valore che avremmo dovuto attribuire ai primi segnali di allarme , obbligandoci ad assumere la nozione di rischio associata a quella di incertezza/complessità come base della crisi di ogni lettura  di fenomeni solo orientata a considerare semplici e lineari i nessi causali governanti le complesse relazioni tra organismi umani, biologici e sociali .
Al riguardo , metteva in guardia Albert Schweitzer, che già negli anni ‘40 ammoniva: «..l’uomo ha perso la capacità di prevedere, di prevenire e certamente finirà col distruggere la Terra».

Torna conto, allora, rimembrare il Principio di Precauzione richiamandone i caratteri principali elaborati dall’EEA a partire dal recupero di informazioni mai diffuse , su Amianto e suo impatto su salute e ambiente ,  contenute in una relazione di Ms.Dean, ispettore industriale del servizio sanitario inglese, che, nel 1898, visitando una fabbrica dell’Asbestos Company, ne analizzò al microscopio le polveri minerali disperse nell’ambiente riscontrando come prevedibili effetti dannosi alla salute.

L’Amianto divenne fuori legge in Inghilterra e in Europa cento anni dopo e , ancora oggi , nel Regno Unito muoiono 3.000 persone/anno per Amianto, mentre si stimano, in Europa nei prossimi 35 anni, 400.000 morti per passate esposizioni allo stesso.
Nel suo Rapporto ‘Lezioni tardive da allarmi precoci’, l’Agenzia sintetizza le ultime lezioni da allarmi precoci, studiando i casi dei PCB, degli ormoni della crescita, dei CFC,delle radiazioni,dell’MTBE, degli antibiotici nella alimentazione animale, della mucca pazza (BSE),per ogni caso valutando quando venne dato il primo early warning  (non necessariamente in letteratura scientifica), le azioni/ inazioni seguenti all’early warning stesso, costi e benefici delle azioni/inazioni e le raccomandazioni che si possono trarre da tali valutazioni .

Consapevole della priorità dell’interfaccia “ambiente/salute”, l’Agenzia evidenzia il rischio relativo a tre gruppi di sostanze:organismi geneticamente modificati (OGM) , “chemicals” o “POP’s” (la “sporca dozzina” di composti organici il cui carattere non previsto è la persistenza) e i cosiddetti “disruptors” endocrini (tutto ciò che colpisce la dotazione biologica a partire dall’impatto di sostanze sintetiche sulle capacità riproduttive).

Per altri gruppi può rendersi necessario un monitoraggio a lungo termine, come per i CFC, i PCB, le radiazioni, casi di early warnings nell’immediato sottovalutati, se non cancellati dagli stessi produttori delle sostanze diffondendo falsi assunti anche attraverso le etichette dei prodotti.
Altro luogo comune dimostratosi inconsistente è che i PCB potessero ritenersi totalmente confinati nei trasformatori, in cui fungono da dielettrico, o in prossimità degli impianti di produzione, quando oggi lo si trova ovunque, come accadde per il DDT, rinvenuto nel grasso delle urie e delle procellarie al Polo Nord, così distante dalle aree di produzione e consumo della molecola .
Fu quello il caso grazie al quale si compresero i meccanismi di accumulo biologico di inquinanti lungo le catene alimentari, normandone infine lo scarico/diluizione nell’ambiente.
Altro luogo comune sconfitto è che gli ormoni della crescita non potessero avere effetti al di fuori dei coltivi in cui venivano usati: già negli anni ‘70, dalla zona floricola fra Pistoia e Pescia nonché dal distretto delle colture protette di Vittoria, arrivavano segnalazioni di topi e altri animali di dimensioni inconsuete e alla fine riconducibili al contatto con quegli ormoni, così come di malattie degenerative dovute all’uso massiccio di presidi chimici e fitosanitari.

È nella responsabilità dei controllori ambientali e sanitari analizzare lo scenario peggiore (“worst case”), studiando ciclo di vita del prodotto in esame e suo destino finale, distinguendo rischio, incertezza, ignoranza, evitando luoghi comuni e il ricorso ad una unica fonte, mettendo intorno al tavolo multidisciplinare tutti gli esperti potenzialmente interessati, dai medici ai veterinari, dagli ingegneri ai chimici.
Ciò non significa non tenere conto degli specialismi, ma indurli a relazionarsi con  ispettori industriali, lavoratori, medici di base, residenti relativamente alla loro percezione di un fenomeno, per evitare che solo molto tempo dopo venga accertato ed accettato come problema esistente, fino ad interessare il normatore.
Non si dimentichi il caso di John Dennis, un giornalista di New York,che documentò i primi effetti nocivi delle radiazioni X già qualche anno dopo la loro scoperta, nel 1895 (ancora oggi il Servizio Sanitario Inglese misura come eccedente di oltre il 25% l’uso che in medicina oggi si fa di radiazioni X).

Uno dei casi italiani forse più evidenti ,prima del caso ILVA e dello studio ‘Sentieri’, fu quello della diffusione di sarcomi delle parti molli che Gloria Costani Rabitti,serio medico di base a Mantova ,riscontrò nella popolazione soggetta alla ricaduta dei fumi di alcune fonti emissive (petrolchimico, impianto di incenerimento , ecc.).
Se si è corpo di regolazione e controllo occorre mantenere la distanza (terzietà come garanzia di trasparenza) dalle parti interessate .
Gli effetti del benzene sul sistema osseo (1897), gli effetti dell’amianto (1898), gli effetti negativi dei PCB sui lavoratori (negli anni ‘30), del CVM, sono stati  ex-post riscontrati come noti all’industria interessata e, a volte, anche del normatore.
Onoro qui l’amica e maestra Laura Conti , massacrata per il suo impegno su Seveso , quando dovemmo rivolgerci a Barry Commoner , che altrettanto onoro , per sapere cosa fossero le diossine : la onoro rimembrando come solo in punto di morte , un quarto di secolo dopo Seveso , il capo delle ricerche di Hoffmann-La Roche abbia confessato in un libro che la azienda conosceva perfettamente le diossine ed il loro impatto devastante , tossicologico a breve e teratogeno a lungo termine , sulla salute e l’ambiente .
Se i costi associati all’azione precauzionale crescono ad un ritmo diverso e più alto dell’azione stessa e dei suoi effetti si dice superato il “precautionary principle” per adottare il “proportionality principle”, consapevoli che all’interfaccia tra scienza e politica si deve cambiare paradigma, da quello “fatti consistenti – valori deboli”, a quello “deboli fatti/deboli segnali scientifici – forti valori pubblici”.
Nell’ipotesi di non esclusione di impatti irreversibili bisogna operare prima di averne la prova, riducendo le aggressioni all’ambiente, promuovendo la eco-efficienza e dunque la produzione più pulita, incoraggiando la convergenza e la integrazione di tematismi ambientali nei principali “drivers” dello sviluppo (industria, agricoltura, energia, trasporti, turismo), come postulato già dal V° Programma di Azione “Verso la sostenibilità” dell’UE, associando alla tutela ambientale i temi della innovazione, della competitività, dell’occupazione , della tutela dell’ambiente e della salute.

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08/10/2012

politica

Innovazione zero, declino infinito. Altro che starp-up

A proposito di ‘genius loci’ , Gianni Brera era solito ricordare come  Mediolanum , ancora mero sito di scambio mercantile , avesse avuto  nell’età di mezzo un Vescovo che , essendo di nobili ascendenze longobarde pavesi , lesse come causa della crisi incipiente della Pavia sua Capitale l’essersi là cristallizzati , diventati conservativi e non ‘inclusivi’ gli assetti  delle Corporazioni . Fu così che egli  decise di abolire ogni tassazione a carico di chi arrivasse a Mediolanum essendo portatore di un ‘saper fare’/ competenza artigianale , in ogni campo  premessa di sviluppo e cambiamento/innovazione .  A  quel Vescovo  Brera affermava si dovesse  l’identità di Milano , ancora viva e anche da me pienamente vissuta e goduta , di luogo del ‘saper fare’ e di aperto ed inclusivo ‘melting pot’. E’ ben evidente come siffatta identità sia potente fattore competitivo che ogni Sistema-Paese/’area vasta’ in assetti sovranazionali , nell’epoca della globalizzazione , dovrebbe consolidare e rafforzare alla luce della piena consapevolezza che l’unico sviluppo possibile è quello sostenibile , che necessita di essere sotteso da una diffusa e positivamente pervasiva ‘Knowledge Economy’ atta a valorizzare con efficienza gli ‘assets’ di cui un territorio sia dotato , dalle risorse naturali a quelle di derivazione antropogenica (dagli ‘ambienti costruiti’ ai beni/servizi generati fino al paesaggio).
D’altro canto , è purtroppo vero che non a tutte le generazioni , pur nate nei medesimi ‘loci’, toccano pari ed identiche opportunità: a me capitò , nella Milano/Italia tra il ’76 e l’84 , di poter crescere professionalmente assieme al ‘Progetto Finalizzato Energetica’ del CNR , uno di quei Progetti Finalizzati che nascevano da un confronto costante tra imprese e accademia e che si ponevano obiettivi innovativi anche nella modalità di comunicazione e diffusione/attuazione dei risultati . Furono analisi condotte nell’ambito di quei Progetti a certificare come in Italia vi fosse uno scarto temporale doppio , rispetto a realtà più avanzate , tra l’invenzione e l’attuazione della stessa .
Da quei Progetti nacquero leadership italiane , dalle rinnovabili alle biomasse , dalla pianificazione eco-energeticamente consapevole al disegno di recupero di aree marginali , che solo la protervia e l’ingordigia della  politica di fine ’80-primi ’90 portarono a mortificare : è figlia di quei Progetti la normativa energetica che incentivava rinnovabili e uso razionale con i finanziamenti cosiddetti ‘CIP6’ , purtroppo poi subito malversati fino a diventare ‘droga illiberale’ (definizione datane dal Monti Commissario Europeo alla Concorrenza) per qualche inceneritore e pochi petrolieri .
Oggi invece i giovani si vedono proporre come ‘sviluppo’, da Passera , una massiccia trivellazione a terra e lungo le coste alla ricerca di idrocarburi (quasi non bastasse il bradisismo che affligge due insignificanti patrimoni dell’Umanità come Venezia e Ravenna), la strategia degli ‘Hub’( pompare gas russo nell’italico sottosuolo , tentare ‘riprese’ della scandalosa Malpensa…), ulteriori ipotesi infrastrutturali attrattive solo per il dominante ‘Duo Cemento/Tondino’(mentre si tenta di legiferare per fermare lo scempio quotidiano di 100 ettari di suolo italico , in un Paese che ha solo il 19% di aree di piano , già più che  fortemente antropizzate e compromesse) .
Continuiamo peraltro a non valorizzare i finanziamenti comunitari : nonostante gli sforzi , Barca constata un aumento marginale nel loro utilizzo anche da parte di quei Dicasteri e di quelle Regioni che pure mantengono sontuose ‘Ambasciate’ a Bruxelles , ma non sanno scrivere e gestire progetti . Mentre Profumo tenta di creare ‘Clusters’ per l’innovazione muoiono Università e Centri di Ricerca privati e pubblici : tra le pochissime eccezioni , entusiasmante quel filone di ‘Chimica Verde’ che , soprattutto grazie alla Novamont di Catia Bastioli , tiene vive le radici della Montedison che fu (soprattutto grazie ad Umberto Colombo , non a caso Presidente di Novamont fino alla scomparsa) .
In questi mesi si sta consumando un altro delitto , in tema di innovazione , che cito come esempio della italiota dissennatezza : ne parlo avendo a mente le disperazione dei minatori sardi e le battaglie dei cittadini che da Porto Tolle a Brindisi fronteggiano il ‘carbone pulito’ di una ENEL la cui attuale gestione fa tanto rimpiangere quella degli anni ’70 e ’80 .
Una decina di anni fa , un imprenditore bolognese scommise su di un’idea di ricercatori felsinei , accademici ed industriali , in materia di innovazione  dei processi di combustione : disegnare un reattore al cui interno non si registrasse , in nessun punto , alcun gradiente di temperatura , al fine di mirare ad ‘Emissioni zero’ , fatta salva , in proporzione stechiometrica rispetto all’Ossigeno insufflato , l’anidride carbonica pura che potrebbe poi essere usata tal quale a scopi industriali . Lungo il travagliato e costoso percorso da invenzione a industrializzazione dell’innovazione , l’idea della ‘ossicombustione senza fiamma’ venne validata sul piano processistico da ENEA , poi dalle Agenzie ambientali e dal CNR-Napoli sul piano emissivo ed infine dal MIT ( che ne riconosceva – come riportato dal ‘Corriere della Sera’- in almeno 10 anni il vantaggio competitivo rispetto a gruppi tedeschi , statunitensi e giapponesi impegnati su quella frontiera) : l’impianto dimostrativo venne realizzato in Puglia , mentre il primo a scala reale andava a servire la maggiore area industriale di Singapore .

L’impianto pugliese ha dimostrato di poter bruciare efficientemente (anche dal punto di vista dei costi) e con tendenziale ‘impatto zero’ matrici complesse , dalle terre contaminate ai reflui conciari , fino al peggior carbone sul mercato : al riguardo , ENEL arrivò qualche anno fa a farne progettare un modulo da 50 MW per Brindisi Sud e , nei mesi scorsi , a sperimentare con successo tecnico , ambientale ed economico la ossicombustione di quel materiale , difficile da definire ‘carbone’ , che esce dalle miniere del Sulcis (ero tra quelli , dello staff di Colombo in ENEA , che ne tentarono la bio-lisciviazione per eliminare Zolfo, sulla scorta della esortazione pervenuta da Enrico Berlinguer). Bene , l’azienda che detiene la tecnologia sta attraversando un momento complesso , perché ENEL non diede alcun seguito al progetto Brindisi , provando a far  passare per ‘carbone pulito’ una generica copertura dei carbonili (peraltro dovuta , solo per buon senso)  e oggi si defila dal tema sardo : nel primo caso la rinuncia fu motivata con la priorità da attribuirsi al nucleare , mentre il Sulcis sconta ora , probabilmente , l’enorme indebitamento di ENEL , anche se Conti comunica che intende investire 600 milioni in innovazione e la Regione Sardegna , in  questi giorni di ‘spending review’, eroga quasi 2 milioni alle feste di paese .
Come del tutto prevedibile , se l’innovazione è vera e funziona , il compratore prima o poi arriva : la sede americana dell’Ist. per il Commercio Estero ha così informato qualche settimana fa che una grande compagnia statunitense sta chiudendo la trattativa per acquisire il frutto dell’italico ingegno e che ha già indicato i siti per le prime installazioni nell’America di Obama che, sul versante della autonomia energetica, sta giocando la propria leadership .

Da noi, si sta cercando di salvare con la Cassa Depositi e Prestiti (soldi nostri) ‘multiutilities’ decotte e di eludere procedure d’infrazione UE per continuare a distribuire incentivi ad inceneritori obsoleti, mentre l’ambiente langue … E così vorremmo ‘Fermare il declino’?

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20/08/2012

analisi

Energia,ma quanto costi (davvero)?

Siamo un non-Paese dove un non-Stato tratta , probabilmente da sempre , con il crimine organizzato e manda al macello suoi servitori e comuni cittadini desiderosi solo di reagire al degrado di dignità di persone e istituzioni , volendo vivere , e veder vivere i propri figli , in un luogo di diritti e doveri rispettati. Superata l’adolescenza non dovremmo , perciò , stupirci praticamente di nulla (questo essendo purtroppo già divenuto costume culturale di rassegnazione dominante in tanta gioventù delle periferie e del Sud),ma l’italietta’ marginale e oggi – ancor più di sempre – preda di grassatori e caste , nella fase mondiale che Umair Haque chiama ‘Neofeudalesimo’ e altri ‘attuazione del piano Bilderberg’ e tutti ‘globalizzazione’ (sregolata) , riesce comunque a stupirmi , particolarmente nei campi di mia competenza .

Parlo anzitutto di beni ambientali , culturali ed architettonici , nostra precipua risorsa (60% del Patrimonio dell’Umanità secondo l’UNESCO) : non vogliamo-riusciamo a farne la necessaria manutenzione per rimediare ai guasti del recente passato,visto che abbiamo costruito complessi petrolchimici e siderurgici vicino a Venezia, Ravenna, Ferrara, Mantova,Siracusa,Taranto ,a coste di Sardegna ,Salento ed Etruria,di laghi del Nord (Maggiore,Orta,Como) e che abbiamo lordato centri urbani impareggiabili con periferie squallide,spesso costruite dalla economia criminale, e violato paesaggi stupendi con infrastrutture grondanti tangenti. Ceti politici inadeguati favoleggiano di crescita quantitativa di produzione/consumo di merci quando da anni è chiaro che il Nord del mondo deve invece darsi obiettivi di qualità complessiva dello sviluppo,perché se il Sud del mondo raggiungesse gli abissi dissipativi del nostro stile materialistico di vita ,l’impronta ecologica ci dice che non basterebbero 3 Terre per soddisfare la relativa domanda di beni e servizi.

Parlare di ‘crescita’ ulteriore di Nord del mondo e BRICS conduce a distruzione il Pianeta , parlare di ‘sviluppo di qualità ed efficiente’ apre spiragli veri di futuro possibile per tutto il Pianeta ed il genere umano . Nessuno può dire che questo cambiamento di paradigma sia praticabile in modo semplice ed indolore,ma perseverare nel modello dissipativo è letale ed immorale. E a noi la citata ‘italietta’ cosa propina , se non TAV inutili,Ponte mafia /‘ndrangheta, cave, bombardieri F35, cementificazioni ulteriori di territori, autostrade ,bretelle e complanari,discariche ed inceneritori, trivelle ‘autarchiche’, finanche il nucleare ?

Chiunque governi in Italia, è stato ed è l’’Ensemble Cemento/Tondino’ a dettare ed eseguire lo spartito delle politiche economiche e territoriali, mentre si esiliano schiere di giovani eccellenti distruggendo Scuola,Università e Ricerca. L’’Ensemble’ , assai poco uso alla competizione di mercato , poco innovativo e non particolarmente versato in imprenditorialità , si è dato ‘salotti’ per drenare risorse finanziarie ,lavare flussi di liquidità criminale e garantirsi succulente ‘stock options’ e buonuscite , per poi ottenere dal ‘porcellum-ceto’ di diventare monopolista di Servizi Pubblici tramite privatizzazioni senza preventiva ‘liberalizzazione’ regolata , con il risultato che gli utenti , in pochi anni, si son visti aumentare fino al 70% i relativi costi in bolletta (fonte:CGIA-Mestre) .

Tutto ciò dovrebbe esser noto , pur nell’attuale clima di soporifera disinformazione programmata ; con questa nota si vuole però porre un quesito circa un dato ‘missing’ in materia di energia ,senza entrarne nel complesso ‘labirinto dei misteri’(ingloriosi).

L’Italia ha una domanda di energia elettrica che da anni , anche per gli investimenti in efficienza effettuati a scala industriale (ed oggi residenziale) , non supera quanto erogabile da un ‘parco centrali’ pari ad una potenza installata di 55-60 GW. Grazie al ‘decreto (san)Marzano sbloccacentrali’, ‘Cemento/Tondino’, alleato con gli ‘Energoboiardi’, ha costruito e ‘revampato’ centrali per una potenza installata di oltre 130 GW, più del doppio di quella necessaria al Paese : ogni imprenditore , dovendo ammortizzare tale investimento , vorrebbe sfruttare appieno la capacità produttiva .

Perché allora non si fan marciare le moderne centrali ferme ,esportando a Est,dove l’UE registra realtà nucleari critiche, e a Sud , così che noi (i clienti) smettiamo di pagare in bolletta il‘fermo impianti’, alti costi di personale , inefficienze di una rete su cui Terna non investe a sufficienza, così come abbiamo pagato il mai avviato decommissioning nucleare ed il CIP6 dato a petrolieri e inceneritoristi anziché a favore delle fonti energetiche rinnovabili la cui successiva, recente , incentivazione ha attratto , in assenza di controlli , molte imprese dell’economia criminale .

D’abitudine ci si risponde ‘Non conviene!’, anche se ,mentre si sbloccavano centrali, si siglavano contratti d’acquisto di gas,soprattutto russo,prevedendo consumi certi per 100 miliardi di metri cubi e si proclamava la necessaria costruzione di una dozzina di rigassificatori e di nuovi gasdotti da Algeria e Russia , cari a ‘Cemento/Tondino’. Oggi una domanda di 75 miliardi di metri cubi è considerata ‘scenario ottimistico’ , mentre ENEL ha accumulato debiti per oltre 50 miliardi di Euro , SNAM per oltre 11, Terna per oltre 7, ENI ha performances finanziarie non brillanti e da mungere resta solo la Cassa Depositi e Prestiti . Perché allora non produrre ed esportare elettricità , avendo impianti fermi e materia prima in esubero, invece di parlare della sismica Italia come’hub/magazzino del gas’?

Il mio dubbio/quesito è semplice e sin qui non ha avuto risposta : quanto si paga davvero alla fonte il barile di petrolio e il metro cubo di gas e quanti/quali ‘traders’ intermedi portano il costo fino al prezzo che noi paghiamo ? P.S. Di ‘hub’ andati a male non ci basta Malpensa?

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30/07/2012

analisi

Le ragioni di un disastro

Forse non tutti conoscono il milanese Ugo Finzi , l’unico alto funzionario di Banca Mondiale che , nei primi ’80 , si scontrò con i Chicago boys di reaganiana memoria prevedendo, con largo anticipo, che se la loro logica – libero mercato e privatizzazioni subito , no a gestioni graduali della transizione – avesse vinto nell’ex URSS, gran parte di quell’economia sarebbe finita sotto il controllo di pochi amici del nuovo potere e della mafia russa , così come grave sarebbe stato l’impatto sulle condizioni di vita della maggioranza della popolazione.

Finzi è l’uomo che , in Banca Mondiale , molto contribuì a redigerne i manuali sulle liberalizzazioni , secondo una logica semplicissima : quando si governano  beni comuni fondamentali (quali le risorse idriche , energetiche , ambientali) , c’è un interesse generale da tutelare attraverso un’Authority  ed un gestore  della leva tariffaria che rappresenti  quell’interesse , come una holding al 100% pubblica. Verificate tali precondizioni , nulla vietava , secondo Finzi , che tutto ciò che è gestione operativa di Servizi Pubblici Locali potesse essere ‘divisionalizzato’ , in vista  della eventuale , successiva , trasformazione delle divisioni in S.p.A. con  capitale , in quel contesto istituzionale , anche per il 100% di proprietà privata.

Nell’Inghilterra della Thatcher quei servizi pubblici erano stati frettolosamente privatizzati , invece , volutamente ritardando di anni la nascita delle Autorithies  (Offgas, Offwat): ciò consentì ai privati ‘neo’monopolisti di far crescere del 5-600% le tariffe in tempi brevi , con il ‘Financial Times’ che titolava “L’imbarazzo dei ricchi” , cioè di quel 10% dei sudditi del Regno Unito cui andò più del 70% dei profitti da privatizzazioni , mentre l’occupazione nei settori privatizzati calava del 50% ed il restante 90% di Inglesi scontava impoverimento e sempre peggiori servizi .

Chi , come me , nel ’95 conobbe la neoprivatizzata Severn Trent a Birmingham , potè  constatare quegli effetti  nei Front Offices e Call Centers, i cui operatori erano controllati in continuo affinchè  non concedessero più di 12 secondi a contatto nel gestire richieste di rateizzazione delle bollette da parte  di migliaia di consumatori. La cosa più preoccupante per chi abbia a cuore l’interesse pubblico ed i beni comuni è , quindi , la deregolazione , oggi dominante a partire dalla globalizzazione in atto. Renato Ruggiero , da Direttore Generale WTO , prima di Seattle, si pose l’obiettivo di frenare tale tendenza , cercando di inserire nell’aggiornamento dei trattati commerciali internazionali una “clausola sociale” (e, dietro alla “clausola sociale”, una “clausola ambientale”) che consentisse reale , per quanto progressiva , parità di condizioni competitive per la libera circolazione di merci e persone  in un mercato non regolato solo dal dogma ‘cost cutting’ , tra i cui frutti  di quegli anni una delegazione OCSE scopriva , nei villaggi dell’Indonesia , migliaia di ‘blind virgins’, ragazzine che erano state impiegate per saldare le basi hardware per l’industria elettronica in condizioni tali che i gas di saldatura le portavano in pochi anni a cecità. Queste nozioni ed esperienze sono note alla parte meno incolta del ceto politico nazionale , così come la percezione che prevalenti modalità di privatizzazione senza seria  liberalizzazione non fan diminuire di un Euro la spesa dell’utente finale.  Perché allora , chiedo loro , avete dato la stura , con i provvedimenti contraddittori in materia (da diversi lustri ondivaghi a partire da quelli del Sottosegretario Vigneri , al Ministero degli Interni retto da Napolitano) , alla sbornia della ”finanziarizzazione” che tanti danni e debiti ha generato a carico delle ex-Municipalizzate-‘multiutilities’ , contribuendo al declino competitivo dei territori da esse serviti ?

Perché non avete studiato la rotta dell’Unione Europea, tra l’Inghilterra post-thatcheriana con Blair costretto ad investire grandi risorse pubbliche nel recupero di qualità dei servizi e la Francia che , con Governi di destra e di sinistra, non metteva mai in discussione il monopolista pubblico EDF come proprio asset strategico ?  Anche per managers di aziende pubbliche l’obiettivo è creare valore per gli azionisti: perché allora non tenere a mente il modello tedesco , ad esempio di quella RWE nata da 34 Comuni della Renania-Westfalia prima del nazismo cui  sopravvisse, fino a  divenire , nel dopoguerra, società per azioni , riservandone  ai 34 Comuni il 30% con “golden share”e garantendo così radicamento dell’impresa nel proprio territorio , pur figurando  tra le maggiori multinazionali energetico-ambientali a scala globale . Certo, la politica va allontanata dalla gestione dei servizi, che facilmente, nelle sue mani, diventa corruttiva e clientelare : cruciale è allora  il rispetto delle regole e dei ruoli,per cui la proprietà indica gli obiettivi , nomina un Consiglio di Amministrazione remunerato in modo etico , cui compete di elaborare strategie per conseguire tali obiettivi , scegliendo i dirigenti incaricati di tradurre le strategie in interventi, senza accettare, o addirittura promuovere, confusione nei rapporti tra i livelli ed i ruoli come sopra descritti , confusione che sarebbe premessa di catastrofi gestionali e di risultati operativi fallimentari.
E allora , perché siamo al disastro attuale ?

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17/07/2012

esordi

Perchè il mio blog parte dal Kosovo

Viviamo una guerra mondiale combattuta con le armi della finanza deregolata , nata tra Regno Unito ed USA a partir dagli anni di Thatcher e Reagan .

Dalla esplosione della ‘bolla di finanza tossica’ che ci opprime (più di 10 volte il PIL mondo),vorrei  esitasse uno scenario migliore del conflitto tendenziale già in atto tra Cina ed USA per l’egemonia globale: un mondo multipolare orientato ad un modello di sviluppo che vorrei più equo, non solo ambientalmente, ma anche in termini di migliori destini e minori sofferenze delle persone nel mondo meno ‘sviluppato’.

Il pessimismo della ragione ha molto di cui nutrirsi, nel tempo corrente, nel mondo come in Italia: la cultura prevalente, non solo mediaticamente, è quella dell’egoismo e dell’indifferenza e molto si opera per il corrompimento delle coscienze in tal senso.

I segnali lanciati dall’ambientalismo,  confermati dalle istituzioni scientifiche e dalle Nazioni Unite, circa gli effetti irreversibili ed estremi di questo modello di sviluppo,a partire dal cambiamento climatico globale in atto ( i cui esiti non sono prevedibili, mentre  modestissimi sono i risultati  che si stanno conseguendo sul piano del rispetto di accordi sottoscritti in sede internazionale da buona parte dei Paesi più sviluppati) , sono rimasti inascoltati dai potenti.

In più , come nei primi ’80  previde Carroll Wilson (del Club di Roma), avanza il confronto tra il “sangue fresco” che ha fatto irruzione sulla scena della storia (le centinaia di milioni di giovani del Sud e dell’Est del mondo) e le sparute schiere giovanili del Nord ricco , epperò infelice ed oggi in crisi.

Hanno luogo trasformazioni drammatiche, sintetizzate nei termini “globalizzazione” e “new economy”,con celeri processi di internazionalizzazione (relazioni “cross-border”), di liberalizzazione (relazioni “open-border”) , di superamento di territorialità acquisite (relazioni “trans-border”), che,nella cieca logica ‘cost cutting, first!’,l asciano intravedere a comparti industriali più che maturi (es. automobile, elettrodomestici) l’aprirsi di enormi mercati potenziali, la cui saturazione con le attuali tecnologie aggraverebbe in modo probabilmente irreversibile il cambiamento climatico globale..

A nulla servono approcci tecnicistici o settoriali : la consapevolezza della esauribilità qualitativa, prima che quantitativa, delle risorse ambientali se utilizzate nei modi e nei tempi tipici di un modello materialistico solo finalizzato a massimizzare consumi e profitti, a scapito della larga maggioranza dell’umanità, ha portato la cultura ambientalistica ad affermare la valenza etica della propria elaborazione, sottesa, sul piano scientifico, dalla adozione dell’analisi sistemica come unica metodologia capace di aiutarci a comprendere e governare la complessità.

Emergono cosi, nell’ultimo decennio, la scelta della definizione di sostenibilità (“garantire ai posteri opportunità d’accesso alle risorse almeno pari a quella da noi avuta”) come scelta di adesione a valori quali “solidarietà diacronica/equità intra- ed inter-generazionale” e la ricerca di modelli e comportamenti ispirati al principio “to take care of”, avere cura/garbo per le persone e per l’ambiente anche in dimensioni spaziali e temporali lontane da noi, superando consolidate percezioni egoistiche .

Contro il necessario cambiamento culturale nel senso sin qui postulato si ergono barriere di potenti “vested interests” così come l’umana resistenza conservativa .

Da ‘euro-entusiasta’, focalizzerei attenzione  sul ruolo del Bacino Mediterraneo nella storia della civilizzazione alla luce delle più recenti acquisizioni circa la necessità di disegnare percorsi di sviluppo orientati alla sostenibilità.

In quanto cristiano e ambientalista, importanza centrale avrebbe per me una piena assunzione della valenza etica dei tematismi ambientali da parte delle grandi religioni monoteiste, le cui relazioni tanto hanno inciso e incidono sulla vicenda mediterranea. Una tale assunzione, base per l’approfondimento di elaborazione e dialogo a seguire, consentirebbe di far crescere nel Bacino la percezione sociale del problema e l’adesione alle soluzioni condivise, con i necessari riflessi sulle culture e sui costumi di vita, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Anche dall’integrazione tra temi ambientali e politiche di sviluppo, cosi, verrebbe un ulteriore contributo ad un percorso di pace e convivenza.

L’esercizio è certo complesso  e, stante il periodo (crisi permettendo) pre-feriale in cui avvio questo blog , lasciatemelo avviare con un pezzo del mio vissuto , inerente la porta allo snodo balcanico , criticissimo nelle vicende mediterranee  : il Kosovo .

1971

Dopo una visita ai siti catacombali dei Bogomili, i Catari di Erzegovina, decido di passare dal Montenegro al Kosovo attraversando il passo di Çakor, che da Andreijevica conduce a Peč. Un percorso sterrato porta a oltre 1800 m di altezza, tra paesaggi di sapore prealpino, più belli ancora di quelli che accolgono chi sale da Sibiu a Brasov, nel cuore della Romania. Dal passo a Peç il macadam digrada con pendenze impressionanti lungo la scoscesa gola di Rugovo, scavata dalla Pecka Bistrica, dove la roccia grigia, nuda, sostituisce drammaticamente boschi e pascoli del versante montenegrino.

In vista di Peç, in uno slargo, un mercato: nessun mezzo a motore, un recinto per muli e pecore, colori sgargianti negli abbigliamenti di donne, tutte con pantaloni a sbuffo, e mille fogge nei copricapi degli uomini.

Un tuffo indietro in un’economia di fatto curtense, di baratto tra utensili e tessuti, tra bestiame e mobilio: tutto come centinaia di anni fa, quando la zona e la sua organizzazione amministrativa erano note come Metohija.

È difficile non andare con il pensiero ai caravanserragli descritti da Byron nel rendiconto del suo viaggio verso l’Oxiana. Un’emozione pari solo a quella provata pochi anni dopo nei mercati lusitano-vandali di Barcelos ed Estremoz.

Con il buio raggiungo Pristina, la capitale del Kosovo: minareti e catapecchie, vicoli polverosi, nenie di memoria ottomana e graveolenza di shish-kebab provenienti dai recinti domestici in muratura, impenetrabili all’occhio del passante.

Nessuna sensazione, neppure epidermica, di tensione: solo la percezione dei Balcani come territorio complesso, etnicamente, morfologicamente, storicamente, e di un livello di sviluppo paragonabile a quello del nostro Sud di qualche decennio fa.

1988

Costeggio la frontiera albanese, partendo dalla Ioannina di Ali Pasha, dall’Epiro alla Macedonia alla ricerca dei tanti straordinari frammenti di epoca bizantina irradiati sin qui dalla Mistras dei Paleologo e di Geoffrey de Villehardouin.

Dal villaggio sefardita di Kastoria, memoria della tolleranza religiosa della Sublime Porta, risalgo a Kristalopigi, solo per toccare un posto di frontiera dell’ancora inaccessibile terra delle aquile: qualche sgangherato autocarro rompe, di tanto in tanto, il silenzio incombente tra le montagne.

Poco oltre, il Mikri e il Megáli Prespá; al centro di quest’ultimo specchio lacustre  uno spuntone su cui si erge  un piccolo monastero benedettino, da cui si dipartono le virtuali linee di confine tra Grecia, Albania e la Yugoslavia di allora.

Dalla Macedonia greca a quella jugoslava, fino a Bitola, superando un posto di confine cosi privo di un qualunque riscontro fisico, o morfologico, neppure un torrentello capace di creare una soluzione di continuità nel grande altipiano macedone, da trasmettere un evidente senso di caducità di certi assetti politico-amministrativi. A Bitola l’incontro con la comunità valacca, di idioma romanzo, i cui esponenti attendono le poche auto straniere alla ricerca di quelle italiane, per scambiare qualche parola con persone ritenute appartenenti ad una comune civilizzazione.

I valacchi convivono, nei villaggi attorno alla cittadina, con le comunità musulmane, i cui minareti punteggiano l’orizzonte pedemontano; ciò che i valacchi ancor oggi temono, e parrebbe anacronistico, è il riesplodere eventuale di quell’espansionismo bulgaro che qui ha portato a spargere molto sangue in epoche anche recenti.

Da Bitola all’incanto del monastero di Sveti Naum, a poche centinaia di metri dal territorio albanese, fino alla splendida Ohrid, da sempre tappa sulla via da Durazzo a Costantinopoli, con le sue case a sporto nella più pura tradizione balcanica, con le sue stupende chiese ricche di affreschi, con la sua ricca collezione di icone: un fascino solo parzialmente offuscato da recenti insediamenti per alti funzionari belgradesi, che vengono qui ad ostentare i loro simboli di stato alla parca popolazione contadina balcanica. Superato il Parco montano di Mavrovo, al confine con il Kosovo si incontra il villaggio di Tetovo, con la moschea Sarena Dzanija, del 1495, tra le pochissime decorate anche all’esterno con arabeschi e motivi dendriformi. Chiedo all’anziano guardiano di poterla visitare: appena all’interno, mentre alzo gli occhi per godere dei giochi che la luce filtrata dall’alabastro disegna sulle pareti, vengo provocato da un giovane fanatico, che maltratta ed umilia il mio accompagnatore.

Per non mettere ulteriormente in difficoltà quest’ultimo, esco; sono furibondo, perché non avevo contravvenuto in alcun modo alle regole del luogo, dall’essere scalzo al decoro dell’abbigliamento.

Il giovane appartiene, probabilmente, ad una qualche consorteria integralista; i suoi occhi esprimono una violenza che avevo letto, prima, soltanto negli occhi di qualche nero disperato nel ghetto di Cicero, a Chicago. Da Tetovo a Pristina: stento a riconoscere il Kosovo, se non per il tintinnare delle campanelle che ornano i carri agricoli in tutti i Balcani.

Strade fresche d’asfalto conducono alle porte della capitale di questa terra; il panorama, drasticamente mutato, è ormai assimilabile a quello delle periferie milanesi piuttosto che statunitensi, con squallidi edifici che occultano anche i minareti. Sarà il frutto di qualche «intervento urgente per il Mezzogiorno» yugoslavo: orribile. Una rapida visita al gioiello architettonico del monastero di Graçanica e poi via verso Prizren, alla ricerca dell’identità balcanica nel sito della romana Theranda. Ho voglia di rivedere la moschea, il bagno (hamam), la chiesa cristiana che celebra i fasti della dinastia dei Nemanija che fecero di Prizren, dal 1331 al 1355, la capitale del loro effimero impero serbo.

Desidero rivedere, dalle rive della Bistrica che attraversa la cittadina, il costone della collina ricoperto di case a sporto dai colori pastello. Prizren non è stata violentata come Pristina: è solo più moderna nel senso mercantile del termine.

Quel che trovo di molto cambiato è l’aria che si respira tra le persone: i pochi uomini biondi, funzionari e militari che qui esercitano il potere per conto di Belgrado, si aggirano velocemente per le strade, seguiti da sguardi malevoli soprattutto di giovani. Gli anziani dai copricapi di mille fogge proseguono nelle occupazioni artigianali di sempre; poche sono le donne con i pantaloni a sbuffo, molte quelle con i fazzolettoni sul capo che rimandano ai chador.

C’è solo una cartolibreria in paese: vende esclusivamente libri, scolastici e non, in lingua albanese.

La sua vetrina è interamente occupata da una carta geografica della Yugoslavia meridionale, con colori e tratti del tutto simili a quelli delle carte che ornavano le classi nella mia scuola elementare degli anni ’50. Quella carta geografica, esposta al pubblico, reca disegnato il confine non tra Kosovo e Albania, ma tra Kosovo e Yugoslavia: stento a credere ai miei occhi.

Da Prizren al monastero di Visoki Deçani, improntato al romanico pugliese; di qui al complesso monumentale della Patriarsija di Peç, che non potei visitare nel ’71, le cui quattro chiese volle l’arcivescovado ortodosso di Zica nel 1100. La scelta venne confermata dai Nemanija, che portarono qui, nel 1253, anche la sede dell’arcivescovado serbo. Di nuovo lungo la strada, non più sterrata, che risale la gola di Rugovo verso il passo di Çakor. La natura è la stessa di tanti anni fa; di diverso, numerosi gruppi di bambini che chiedono l’elemosina.

1989

In una «osmizza» sul Carso, bevendo Terrano, ascolto un gruppo di benestanti sloveni lamentarsi, con rancore, della quantità di dinari che Belgrado ha loro drenato per distribuirli in Kosovo, i cui abitanti «non hanno voglia di lavorare».

 

 

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